Storie e storie nelle storie

Racconti brevi e piccole storielle

Il Pianto di un angelo

"Ho avuto una visione ... lontano ... all'orizzonte ho visto un angelo ... l'ho raggiunto e gli ho chiesto cosa ci facesse qui sulla terra ... e perché  piangesse ... mi ha guardato con occhi dolcissimi ed ha detto:
- non riuscivo a credere a quello che da lassù vedevo ed a quello che gli altri angeli mi raccontavano di aver visto, allora sono sceso quaggiù per sincerarmene ... in effetti ho tremato per la paura e per il dolore che voi uomini sapete trasmettervi l'un l'altro ... ma, dopo un po’, ho visto di quali grandi cose siete capaci ... come riuscite ad essere solidali, quando occorre, ho visto una madre guardare suo figlio e lui guardarla di rimando ... ho sentito dei giovani cantare di pace ... ho visto un abbraccio tra un vecchio ed un bambino e due poveri dividere un pezzo di pane ... ho sentito musica e guardato dipinti ... ho visto, ho sentito, ho guardato ed ho capito ... ho capito quale grandezza sia nascosta dentro di voi ... quale grande valore possedete ... ed ora piango ... si piango ma è un pianto di speranza ... di gioia che mi porta a pensare che valeva la pena la vostra esistenza."


 

Tutto sommato
(piccola storiella con una semplice morale)

- padre …
disse il ragazzo, seduto davanti al misero fuoco di un vecchio camino, mentre lentamente girava il cucchiaio nella povera ciotola della minestra
- cosa dobbiamo aspettarci dal domani ?
l'uomo rispose con aria serena ma con gli occhi velati dall'età
- figlio, come sai, dobbiamo guadagnarci il pane ogni giorno, con la fatica e la stanchezza delle nostre schiene ... non è per noi il gradevole piacere dell'ozio, né il comodo riposare su un letto morbido ... non siamo a questo mondo per riempire tomi di cultura o per realizzare magnifiche opere d'arte ... siamo contadini ... nella nostra vita vedremo passare le stagioni, cadenzate dalla semina e dal raccolto ... lo scorrere dei nostri anni sarà segnato dalle rughe del nostro viso e dalla piega della nostra schiena ... alla fine potremo solo dire: "ho amato ... ho gioito ... ho sofferto ... ho vissuto" ... ma sopratutto, potremo dire "ho creato ... ho creato un figlio che come me contribuirà a proseguire la vita".
- ma padre …
protestò il giovane, guardandolo con aria incredula
- tu dici che il mio destino sarà di soffrire, di lavorare spaccandomi la schiena sino a quando non arriverà la mia ora ... è ben misera cosa, non credi?
l'uomo sorrise e guardò in viso suo figlio e disse
- è vero ! ... ciò che ti ho detto può sembrare misera cosa ma, la nostra esistenza, fatta di lavoro e di disagio produce ciò che serve alla nostra comunità ... il pane che tutti mangiamo, comprese le persone agiate e benestanti, non è forse fatto col grano che noi abbiamo piantato e mietuto ? ... il vino che allieta il pasto delle famiglie, povere o ricche che siano, non è forse estratto dall'uva che vendemmiamo nelle vigne che curiamo ?
Vedi il nostro contributo può sembrare modesto e la nostra soddisfazione può sembrarci una misera cosa ... però ... tutto sommato ... ogni volta che qualcuno mangerà del pane o berrà del vino, sarà anche un nostro merito ... ciò rende degna la nostra esistenza ... rende ricca di significato la nostra vita, per cui sorridi con me stasera e le altre sere della tua vita, perché sarà gradevole vedere la bianca polvere della farina nel mulino e sentire l'odore del mosto che fermenta nei tini delle cantine ... sarà questo a raddrizzare le nostre schiene mentre, orgogliosi, guarderemo nel viso le altre persone.


 

Piccola storiella rilassante
(mi è piaciuto scriverla !)

Non avendo sonno sono uscito di casa e mi sono avviato lungo il leggero pendio della stradina sterrata che affianca il mio cortile ... non c'era freddo e neppure era scuro, una splendida luna piena dava la giusta tonalità alle cose ...
“Bellissimo !!”, pensavo tra me e me, non mi ero mai reso conto di quante cose non fossi mai riuscito a notare ... e i rumori ... i rumori che la notte ti regala, nel suo selettivo silenzio che evidenzia ogni sibilo ed ogni suono ...
Camminavo senza sentire la minima fatica e, ad un certo punto, l'ho visto ... “magnifico!” ... un piccolo laghetto che sembrava uscito da un libro di fiabe e, lì vicino, un grosso cane ... scuro, in verità, ed anche un po’ inquietante ...
Tranquillo si apprestava a bere nelle lucenti acque del laghetto ... d'un tratto si volta ... e si volta ancora ... nervoso, sicuramente in allerta ... poi, come per un silenzioso richiamo, abbassa il capo e si accuccia sulla riva ... in quel momento dall'oscurità fuoriescono cinque piccole ombre scodinzolanti ... giocosi cuccioli di quella che altri non era che la madre, cagna e non cane, come io pensavo ...
Anch'essi si avvicinarono alla riva e bevvero, poi ... felici del loro far niente ... cominciarono a rotolarsi in una lotta simulata che nulla aveva di violento ... in un divertente giuoco, tuttavia educativo ...
Sentivo grande serenità nell'animo ... ero rassicurato da quella immagine ... “Evidentemente la natura sa il fatto suo”, pensavo, e tornai sui miei passi ... poi ... mi svegliai ...


 

Il Vecchio

Veloce discese la china, ricurvo nella sua antica postura, piegata ma non sottomessa.
Ancora caparbio e tenace, aveva deciso che non si poteva rinunciare, era quello il momento.
In breve fu in mezzo alla moltitudine, prese fiato e con voce chiara, perentoria, gridò:
"AMORE"
In un attimo ci fu silenzio, la distratta quantità umana non comprese subito.
Ancora insistette:
"AMORE"
gridò più forte
"AMORE" ...
Ottenne soltanto il disagio dell'indice puntato, il disgusto dei più verso il diverso, non capì !
L'incantato momento era passato, non aveva avuto la chance che cercava, infine Signora Indifferenza lo schiaffeggiò.
Mesto e ancora più chino ricompose i suoi passi.
"Perche?!"
Pensava
"Perche?!" ...
Proprio ora che della vita aveva trovato il senso, proprio ora che avrebbe voluto condividere col mondo, proprio ora, aveva fallito.
Sentì il leggero tirare della mano sul suo saio ...
"Non rattristarti"
gli disse il bimbo, guardandolo con occhi innocenti ...
"Sei solo arrivato tardi" ...
"Non hai capito che non è a loro che devi parlare" ...
lui non capì subito e chiese ...
"Perché mi dici ciò e tu chi sei ?" ...
"Sono l'uomo che verrà"
gli disse ...
" a me devi rivolgere il tuo insegnamento, poiché loro sono perduti" ...
Solo allora comprese che per mietere il suo raccolto avrebbe dovuto seminare giovani grani, si voltò e sospirando, guardò la confusa massa ...
"Poveretti !!"
si disse tra se e se ...
"Poveretti !!" ...
Ed ancora gridò, stringendo nella sua la piccola mano:
"AMORE"
... ed infine sorrise.


 

Vecchio cavallo infermo

Era un cavallo vecchio e zoppo, ormai inutile (così si sentiva), solitario brucava in mezzo al prato.
Aveva faticato assai al fianco del contadino, tirando l'aratro e fornendo la forza locomotrice al carro poi s'era azzoppato ed il contadino non aveva potuto sopprimerlo, dopo tanti anni insieme, gli sarebbe sembrato di ammazzare un amico.
Assorto dal lieto compito del nutrirsi, non s'avvide del sopraggiungere del candido puledro. 
Scalpitante macchina da galoppo, il giovane gli si affiancò ...
"O vecchio !!"
gli disse spavaldo …
"Non hai ancora finito di occupare il mio spazio ?".
Si lamentava, il focoso animale, poiché ogni qualvolta egli si lanciava in una sconsiderata e folle galoppata, si trovasse il percorso invaso dal vecchio infermo.
"Dovresti lasciare a me, che di energia son colmo, la possibilità di esprimere la mia baldanza !".
Paziente ed austero, il vecchio lo guardò con aria serena, non proferì parola e seguitò a mangiare.
“ Non hai dunque inteso ?”
insistette,
“Per contentare il mio padrone devo mostrargli la mia valenza, ormai son pronto a lavorare, ormai son pronto e scalpito di incominciare”.
Sollevando il pesante collo, l’anziano quadrupede gli rivolse una domanda “Pensi tu che io sia stanco ?, pensi che non avrei ancora l’energia che occorre per aiutare il nostro padrone ?”
in effetti l’infermo era ancora forte a sufficienza e l’esperienza maturata in tanti anni lo rendeva un abile aiutante.
Continuò, senza attendere risposta,
“Sappi, mio giovane amico, che è stato il fato ad impedirmi di continuare a dare il mio contributo ma ancora tanto posso fare per essere utile”  
il puledro lo scrutò stupito di tanta presunzione ma non poté dire la sua, perché lo zoppo continuò a parlare
“Se tu avessi la modestia di chiedermi e l’umiltà di ascoltare, ti renderesti conto del mio patrimonio, avresti a tua disposizione la mia esperienza, la conoscenza del lavoro che stai per fare, derivante dagli anni della mia pratica, potresti aggiungere alla tua arrogante forza, la sapienza dei consueti gesti ed evitare i più banali errori”
Rise sprezzante il bianco puledro, rise e rispose
“Ma cosa puoi darmi tu, vecchio, ch’io non possa imparar da solo ? … sono giovane e svelto ad imparare dalla mia esperienza e seppure commetterò qualche errore provvederò a rimediare”
L’anziano, con un sospiro rassegnato, si spostò al margine del prato, lasciò al suo giovane e borioso amico lo spazio che richiedeva,
“Corri”
gli disse,
“Mostra il tuo valore, ora non hai impedimenti”.
Interpretando quelle parole come una sfida, lo splendido puledro si lanciò in corsa forsennata, sentiva il vento scompigliargli la criniera, felice pensava a quello stupido zoppo che con alterigia lo aveva redarguito.
Corse velocissimo in lungo ed in largo, coprendo quelle distanze rapidissimamente, in fine guardo il vecchio e gli gridò
“Vedi vecchio, io non ho limiti, ho risorse illimitate di forza e di volontà, non c’è nulla che possa fermarmi”.
Il vecchio, zoppicando si era avviato in una sgangherata corsa, si dirigeva, più rapido che poteva verso il giovane figlio;
“Che vuol fare quel pazzo ?”
si che deva il puledro vedendolo arrivare ed accelerò la corsa;
“Che sconsiderata idea gli sarà venuta, non può certo competere con me!”.
Immerso in queste riflessioni il giovane cavallo non si avvide dell’argine vicino e vi si dirigeva ciecamente; nell’attimo dell’imminente caduta senti sul fianco un forte urto e cadde; era il vecchio zoppo che lo aveva colpito, con tutta la sua forza, aveva impedito la sua caduta nel torrente in piena.
Ora giaceva al suolo, con le due zampe anteriori rotte, ormai realmente inutile.
Rialzandosi, il giovane lo guardò con crescente stupore,
“Che hai fatto?”
gli chiese,
“Ora non potrai mai più camminare !” …
“Perché non hai lasciato ch’io avessi la giusta punizione per la mia arroganza ?
L’anziano animale restò sdraiato al suolo e sollevò appena il capo,
“Cos’hai imparato?”
gli chiese con voce lieve.
“Amico mio”
rispose commosso l’altro,
“Ho capito !”
e una lacrima gli scese lungo il muso.
Sorrise allora il vecchio e guardò lontano, oltre il prato vide arrivare il contadino, col suo fucile in mano, capì ma fu felice, era stato ancora utile, insegnando ad un giovane stolto ciò che a suo tempo lui non aveva saputo … l’umiltà.


 

Fantasia a ruota libera (parte prima)

Ogni goccia che cade m’insegna qualcosa  e, inesorabile, scompiglia le mie certezze, riportandomi al giuoco delle fantasie.
Nel trasparente mondo che essa racchiude, si nasconde, in vero, un universo intero oppure il nulla, ingannevole e scuro.
Ecco che la osservo, attento e curioso con gli occhi del bimbo che fui, richiamo a me le creature dei miei bei sogni.
Ed intingo, dentro la sua consistenza, il pennino della mia ingenuità repressa, inizio il sorprendente cammino del sogno.
Sul dorso di una dorata farfalla, sorvolo prati di erba azzurra, quelli della giovinezza, mi poso, dunque, su un fiore … una grande rosa blu.
Mi guardo intorno esitante … dove sono?
La rosa è un castello di petali morbidi e spine, in essa dimorano le leggendarie Fate bambine.
Sorrido loro e le chiamo, mi sentono, eppure, non riscontrano il mio saluto allegro, allora m’avvicino … e loro, scontrose, van via.
Non capisco la ragione del loro diniego, le invoco ancora ma mi ritrovo solo … ed allora mi slancio, verso l’orizzonte, con un balzo.
Cado a volo libero, tuttavia sostenuto da una calda corrente … in effetti volo!
Allora mi sposto di fiore in fiore e osservo.
Il mondo fantastico dei sogni si mostra, inconsistente e concreto, mi affascina … proseguo il mio vagare ed, infine, la vedo.
La grande madre Quercia mi richiama a se, vi giungo, stanco e trafelato … riposo per un po, giusto il tempo per vedere, lontani, gli orchi.
Le feroci creature discutono animate di rancore con le amiche fate … mi avvicino esitante e chiedo:  “Datemi un riscontro, vi prego!”.
Le bizzarre fatine mi scrutano severe e silenziose, ciò nonostante le odo perfettamente, esse mi mostrano una direzione.
La grande madre, sostenendomi col suo ramo, mi solleva e dall’alto della nuova posizione, vedo … nella direzione indicata c' è uno specchio … è lo specchio della Realtà.
Osservando dentro di esso riesco a vedere me stesso e il mondo reale … sgomento ritraggo lo sguardo … “non posso essere io quello” … “e non può essere così in rovina il mio mondo”.
Mi dico questo e piango, lacrime di dolore pesanti come piombo … ho visto, con gli occhi del bimbo che fui, l’essere spregevole che sono diventato e il mondo frantumato ove vivo.
Reclino, quindi il capo e abbraccio con vigore il ramo che mi sostiene … ho il cuore oppresso da tanto dolore e provo vergogna …
Allora un orco mi afferra con la sua artigliata mano e mi posa al suolo digrignando i denti.
Piango ancora, tuttavia sollevo il mio sguardo e vedo, tutte intorno a me, le Fate bambine … incredibilmente sorridenti e serenamente rivolte nella mia direzione, esse mi sollevano con insospettabile forza e mi portano ancora al loro castello … la bella rosa blu.
Arrivati, iniziano un canto … uno struggente ritornello che mi avvolge come se fosse nebbia … una nebbia dorata e calda … assai piacevole.
Mi parlano, infine e mi sorridono ancora  … “Vedi?” dicono con la loro canzone, “ Vedi chi sei diventato perdendo la tua infantile spontaneità … vedi come hai ridotto il mondo reale? … ormai è in rovina e non  sarà facile rigenerarlo … ritrova il bimbo … ritorna innocente e prodiga di bene la tua vita”.
Piango ancora ma di commossa gratitudine, le splendide creature, hanno voluto farmi vedere, hanno ritenuto ch’io abbia ancora un valore.
Ogni goccia che cade m’insegna qualcosa  e, inesorabile, scompiglia le mie fantasie, riportandomi al mondo della realtà.
Non so se ho sognato oppure se semplicemente ho vissuto … resta il fatto che sono cambiato … resta l’impegno a tornare un po’ bambino pur percorrendo il mio tramonto … saranno i miei gesti e le mie azioni a mostrare ad altri la via … e saranno i miei sorrisi e la mia poesia a insegnare Amore a chi l’ha perduto … sarò, dunque io a piantare quel piccolo seme da cui scaturirà, forse, bontà.
Continua ...


 

L’avventura di un giovane gabbiano

Era sempre stato curioso di vedere il candido manto, ascoltava i racconti delle anatre che nel loro migrare avevano conosciuto il mondo, stava attento ad ogni dettaglio che esse descrivevano ma, in particolare gli piaceva quando parlavano della neve.
Quanta invidia aveva provato per loro, per due volte, ogni anno della loro esistenza, sorvolavano paesaggi che lui non poteva neanche immaginare.
Infine si decise, dopo un lungo sospiro, spiccò il volo e si diresse a Nord …
e volò, volò come mai aveva fatto;
prima disteso e felice, poi sempre più stanco ed ansioso …
non seppe valutare da quanto tempo fosse in cielo, gli sembrava un’eternità, tuttavia continuò, deciso a raggiungere il suo scopo.
Di tanto in tanto, virava verso sud, proteso in un modo inusuale, sentiva, forte, il richiamo del mare ma era solo un attimo di esitazione o forse, di debolezza.
Proseguì e furono giorni e giorni, si stupì di non aver fame, si meravigliò di non provare sonno …
arrivare era prioritario, continuò ancora il volo, con meno forza nelle ali, certamente, ma con una straordinaria caparbietà nella mente.
Durante l’immane fatica, sovente, ripensava agli amici lasciati sugli scogli e a come, loro, stessero commentando la sua perigliosa avventura …
- Penseranno di me che sono un ardito, un esploratore, certo si parlerà per lungo tempo della mia impresa e, quando tornerò, racconterò la mia storia a tutti.
si disse tutto orgoglioso.
Mentre proseguiva il suo impegno provò sconcerto … si chiedeva, in effetti, dove fossero i prati fioriti e le verdi valli che gli avevano descritto le loquaci anatre; sin’ora aveva visto solo tetti e strane linee scure ove si muovevano, in modo caotico, incredibili oggetti colorati … ed ancora vide torri di metallo e lunghi camini fumanti.
Si addentrò in una nuvola grigia, ne uscì quasi soffocato dall’acre odore, decise di andare più in alto, da lassù avrebbe potuto scrutare più lontano e quindi salì e salì ancora, l’aria era quasi assente, sentì i suoi polmoni, già provati dalla faticosa esperienza, lamentarsi chiedendo aria … ancora proseguì … e fu in quel momento che la vide, la montagna lo accolse col suo splendido e candido bagliore.
- Eccola finalmente!
e si tuffò in volo discendente, troppo rapido per le sue residue energie, tentò il controllo del suo assetto ma non riuscì, cominciò ad avvitarsi su se stesso ed a precipitare in modo incontrollato, tentò ancora ed in fine, si rassegnò e chiuse gli occhi …
finché …
non cadde al suolo.
Si stupì di essere ancora vivo e sentiva freddo, aprì gli occhi e si guardò intorno, tutto era bianco, splendidamente bianco e lui si trovava sdraiato sopra un’enorme massa morbida, che scricchiolava
… era la neve.
Non si spiegava il perché delle sue lacrime, in effetti, piangeva, la felicità era tanta come tanta era stata la fatica, in fine era giunto, dunque, aveva raggiunto il suo scopo.
- Ora che ho visto la neve, non ho altro da chiedere, mi riposerò e cercherò del cibo … poi tornerò indietro e rientrerò, trionfante, dai miei amici, sugli scogli.
disse il gabbiano a se stesso.
La distesa candida si perdeva all’orizzonte, non riuscì a capire quale fosse la giusta direzione da seguire per uscirne e trovare da mangiare, lì non c’era nulla ma proprio nulla di commestibile.
Era stanco e quindi si decise a camminare, anziché spiccare di nuovo il volo, scelse una direzione e vi si diresse …
camminò e camminò, col freddo sempre pungente a tormentargli le piume …
camminò per un tempo lunghissimo, sin quando non intravide, poco lontano, un’animale …
pareva un roditore, forse uno strano topo di montagna, gli si avvicinò e gli chiese aiuto, cibo e se sapesse quale fosse la direzione per ritornare al mare.
Lo strano animale lo guardò e, stupito, gli chiese che razza di uccello fosse.
- Sono un Gabbiano, che altro?
gli rispose seccato.
L’animale chiarì che, non avendo mai visto un siffatto volatile, si era incuriosito e gli disse che lui era uno Scoiattolo, dopo di che lo condusse al suo rifugio.
Era una profonda fessura in un tronco di pino, all’interno vi aveva raccolto un po’ di cibo (per lo più erano dei frutti tondeggianti con la buccia molto dura, immangiabili!) e dei rametti a fare da giaciglio.
Il suo ospite lo invitò ad entrare e a servirsi del cibo ma lui gli spiegò che non era in grado di mangiarlo.
Lo scoiattolo rise.
- In effetti con quel becco non è semplice.
gli disse ancora ridacchiando e con un colpo secco dei suoi denti, spaccò il guscio (si chiamava così) di una noce (era il nome dello strano frutto tondeggiante), quindi ne offrì il contenuto al nuovo amico.
Il gabbiano mangiò quella prima porzione …
gli piacque …
e ne chiese ancora.
Grande fu la pazienza e la generosità dello scoiattolo, il quale si prodigò spaccando noci e nocciuole (era il nome di un’altro di quei frutti) e, sempre, gli porgeva al gabbiano che mangiò, mangiò sino a non poterne più, tanta era la fame accumulata, infine si addormentò.
Dormì per quasi tre giorni, consecutivamente e pesantemente, tant’è che lo scoiattolo stava convincendosi che fosse morto …
poi,
si destò.
Lo scoiattolo gli chiese tantissime cose, lo riempì di domande sui luoghi ove viveva, sul cibo che mangiava, su come erano gli altri animali (i pesci) che vivevano dentro il mare, insomma, trascorsero un’intera giornata a raccontare ed ascoltare le reciproche storie.
Fu allora, dopo aver ancora attinto alle riserve di cibo dello scoiattolo, che il gabbiano gli chiese la direzione che dovesse prendere per tornare al mare.
- Amico mio, non puoi tornare ora, tra poco giungerà l’inverno e ci sarà troppo freddo per volare, dovrai attendere, qui con me, che torni Primavera col suo tepore, solo allora potrai ripartire.
gli disse e gli fece posto sul suo giaciglio.
Il gabbiano si rassegnò e trascorse l’intero inverno in quel rifugio, in effetti, di tanto in tanto usciva insieme all’amico, per procurare altro cibo (quello immagazzinato dallo scoiattolo, infatti, stava rapidamente esaurendosi … probabilmente a causa della voracità del gabbiano).
Trascorsero, dunque, i mesi invernali e giunse il primo tepore a riscaldare i loro corpi intorpiditi, pian piano anche la neve cominciava a sciogliersi e l’erba fece capolino.
- Che meraviglia, che bellezza e quei “cosi” colorati (erano i fiori) sono proprio splendidi.
disse, tutto contento, il gabbiano …
aveva scoperto i parati fioriti e gli piacevano tanto, sentiva nell’aria l’odore dell’erba ed il profumo dei fiori, era una meravigliosa sensazione quella che provava, si sentiva tutt’uno con quel nuovo, incredibile mondo.
Giunse, in fine, il momento della partenza, lo scoiattolo lo portò sulla cima di una alta montagna e gli disse
- Tra poco tempo, passeranno di qui le anatre, non dovrai fare altro che alzarti in volo e dirigerti nella loro direzione, vedrai che non impiegherai molto tempo a ritrovare il mare … amico mio, attenderò con te per darti un ultimo abbraccio.
e mentre gli diceva queste cose, si commosse, languidamente una lacrima percorse la sua guancia finendo il suo percorso al suolo …
così anche il gabbiano pianse, veramente dispiaciuto di dover abbandonare questo straordinario, nuovo, amico, tuttavia era consapevole della inesorabilità della partenza.
Ecco che arrivarono le anatre col loro starnazzare festoso, i due si guardarono senza dir nulla, si abbracciarono.
Il gabbiano spiccò il volo e si posizionò in coda allo stormo di anatre, guardò giù e vide l’amico, lo scoiattolo che agitava, frenetico, una zampa in segno di saluto, si commosse ancora ma proseguì.
Come gli aveva detto lo scoiattolo, il viaggio fu molto più breve del precedente, infatti, quando vide il mare (seppur da lontano) erano passati pochi giorni; abbandonò, allora lo stormo delle anatre e si diresse, con rinnovate energie, verso la sua casa … gli scogli … ma prima di ogni altra cosa si tuffò nell’acqua e ne usci con un magnifico pesce nel becco …
lo divorò!!
Ritrovo gli amici di sempre e fu accolto da un festante e chiassoso chiacchiericcio … tutti gli chiedevano qualcosa, tutti gli ponevano domande sui luoghi ove era stato, sul cibo che aveva mangiato, su come erano gli altri animali che vivevano lì (sui monti) … lui guardò tutti con aria seria e disse solo una piccola, breve, frase
- Sono stato lontano a cercare l’avventura … ma quello che ho trovato è stato un amico.
gli altri non capirono subito ed allora lui, raccontò.