DAL QUINTO CAPRICCIO: LE AVVENTURE DI VERA E PETRONILLA (BREVI RACCONTINI SENZA CAPO NÉ CODA)

CRONACA DI UNA GIORNATA PARTICOLARE (NEL MEZZO DI UNA DELIRANTE SETTIMANA)

Il pendolo batte le ore, spaventato.
Sono le quattro?
Turbata osservo le lancette rotte dell’orologio.
“ È tardi, è tardi! Ancora non ho preparato. È l’ora del tè”.
Ho un sacco di invitati, ma non ho abbastanza seggiole, e il vecchio servizio è consumato.
Giù in strada, poco fa, la venditrice di anime me ne ha venduta una all’incanto.
È di gran moda oggi. Ho comprato l’anima di un lustrascarpe inglese del 1863. La terrò sul caminetto, in una bella ampolla colorata.
Eretica, mi genufletto di fronte all’idolo. Trafiggo bambole con aghi sottili, pettino teste di nemici da appendere al muro.
Ho chiesto a Mrs Siddons di recitare per me su di un canovaccio spento. Ma è rimasta lì, senza fiatare, nelle sue vesti polverose.
Petronilla sorride dolcemente. Ho comprato un abito da sposa virginale per sedurre l’impostore.
Guardo Uccellacci, uccellini, senza pormi troppe domande. Mi accorgo che le finestre ridono (mi trovano ridicola?).
Intanto Anubi, l’incappucciato, proprio nella stanza adiacente, pesa la mia anima (è pesante, troppo pesante).
Esco, ho deciso. “Mi raccomando, sii educata, saluta tutti” sussurra Petronilla.
In strada sorrido alla donna con le arance. Ecco, i mostri si disperdono a frotte per la strade, nutrendo i loro occhi di nulla.
Nella piazza principale, Mumps, il provocatore sui trampoli, mostra il didietro ai passanti e sputa in terra.
“Questa poi, che vergogna!” sussurrano il commendatore e signora. E intanto osservano con desiderio il provocatore. Mumps mi si avvicina, e gentile mi regala una lepre spellata.
Il mercato…
Compro un vecchio dagherrotipo, c’è sopra Capitan Harlock, che credevo di sposare. Me lo vende una vecchia gobba: “Sei fortunata. È l’ultimo”.
Saluto Dorian Gray (o Roberto Zibetti? Poco importa), che, ventriloquo, beve assenzio in compagnia di uno sciacallo.
Sorrido (con fatica) a donne bellissime (non rispondo a Grimilde che mi chiede: “Chi è la più bella del reame? Sei invidiosa?” È una trappola!) e a vecchi poeti decadenti (sono vivi o morti?).
Troppe, bizzarre elucubrazioni, non riesco a respirare.
Vado allo spettacolo di un pazzo che cade in un pozzo. “Bravo! Restaci. Quasi quasi ti raggiungo”.
Una zingara cieca e senza dita mi legge le dita della mano. Voglio sapere tutto, Amore, Salute, Fortuna, Carriera, Ricchezza.
Poi vedo un’insegna luminosa: ACCESSORI E CASE DI BAMBOLE”.
Il venditore mi sussurra: “Hanno prezzi convenienti”.
Compro una bella villetta, con armadi a muro e citofono. Poi chiedo allo psichiatra Aleister Crowley per quale motivo non ci posso entrare.
“Sciocchina, è una casa per bambole, è troppo piccola per te”. Mi prescrive un analgesico per indemoniati.
Ma è venuta l’ora di rientrare. Il tè è saltato (meglio non aver visto troppi idioti).
Devo cenare. Con Petronilla. Le cucinerò la lepre del provocatore.

Post scriptum: Prendo la strega a secchiate d’acqua. Si scioglierà?

GOTTERDÄMMERUNG (l’Interruzione venne prima o dopo la Caduta?)

Nel seguente monologo (post-moderno, futurista e un tantino nichilista), una certa signorina di mia conoscenza (con un pessimo carattere a dire il vero), ricompare e racconta:

  1. di una stazione (orribile).

  2. di una misantropia selvaggia e paranoica (ormai non v’é più nulla da fare).

  3. di una misoginia rovinosa e deleteria (che venga da lontano?).

PROLOGO

                                                                                                                                           Si legge che il crepuscolo degli Dei
                                                                                                                                              stia per incominciare. È un errore.
                                                                                                                                            gli inizi sono sempre inconoscibili,
                                                                                                    se si accerta un qualcosa, quello è già trafitto dallo spillo.                                                                                                                                                                                      (E. Montale)

Stazione di Milano Centrale, inverno 25007
Cammino a piedi nudi nella stazione polimorfa.
Il grande orologio ha inceppato un meccanismo (il più importante).
La folla sui binari aspetta un plebiscito (che non arriverà). È un astuto espediente dell’oligarchia statale per impedire alla gente di rientrare in casa.
È un freddo inverno, ma la testa è surriscaldata. Odio i treni e la stazioni, la folla anonima.
Sto lontana da congiure apotropaiche e da purganti seducenti.
Marcissero (all’Inferno?). No, no, non lo dire. ( È un pensiero calunnioso) per te, devota religiosa,
(quacchera anabattista, puritana intransigente, valdese teutonica, cristiana metodista).
L’odio non è un bel sentimento.
E tu sei buona, non è vero? (Tanto, tanto, tanto) buona, mi ricorda lo spettro degli inverni che non torneranno (che fine avranno fatto?).
D’improvviso compare una bellissima fanciulla (in giarrettiera).
È avvolta da un’enorme pelliccia di manguste (è ricca lei).
Vorrei salvare le povere bestiole, ma il mio buon spettro mi sussurra: “Son morte. Ciò che è morto non può tornare. Perché ti affanni?”.
Intanto la bisbetica ruba il mio percorso, mi urta, cado a terra, mi sbuccio le ginocchia, piango come una bambina. Rabbiosa, inghiotto saliva, digrigno i denti, giuro vendetta alla nemica.
Intono ballate antiche, proibite (ma non ditelo alla Nonna), poco concilianti e difettose, come questa:

I don’t want you and I don’t need you
don’t bother to resist, I’ll beat you
It ’s not your fault that you’re always wrong
The weak ones are there to justify the strong.
The Beautiful People, the Beautiful People,
It’s all relevant to the size of your steeple
You can’t see the forest from the tree,
You can ‘t smell your own shit on your knees
Hey, you, what do you see?
Something beautiful, something free?

Poi ritrovo il mio percorso (non senza fatica).
Dal soffitto intanto pende la testa di Medusa. Nessuno le ha tagliato i capelli. Nessuno la guarda.
“Non la guardi signorina, per carità, lo sa che la può pietrificare?”.
“La guardo eccome, la puttana, è colpevole di mille anni di guerra femminile!”.
Chi sopravviverà al linciaggio vaginale? (le Arpie, le Erinni, o le civette imbalsamate?).
Come dice? Emmeline Pankhurst? No, non la conosco questa veneranda, eloquente signora.
La folla orribile intanto ha ampie falcate sui binari. È un tumulto bellico (da poco iniziato).
Marciano, come maiali (they look like pigs).
Sgrano gli occhi e, come un gambero, mi ritiro nella piccola cappella a pregare.
Le vetrate, un tempo incenerite, ora risplendono.
Vedo angeli e demoni che si stringono la mano (che sia un segno d’amicizia?).
Lucifero no, l’Angelo caduto mica si rialza (è orgoglioso lui, il signorino).
Ma devo uscire, tornare sui binari.
Un uomo altissimo, con un bastone da passeggio (o un manganello?), di bianco vestito, e una maschera da iena sul volto, si aggira silenzioso tra la folla.
Benvenuti passeggeri!
Possibile che nessuno se ne accorga?
No, sprovveduto il tempo, nessuno se ne accorge (Après tout, l’enfer c’est nous).
Lo accompagna un bianco levriero (fedele nell’attesa).
L’altoparlante a scatti suggerisce una bizzarra cantilena:

LE CITTÀ SI SONO ESTINTE. IO ABITO QUI.

Intanto passa un prete allampanato. ( È taciturno, il reverendo).
Mi illudo che almeno lui veda qualcosa. Niente, prosegue sonnacchioso, leggendo il suo breviario.
Dunque solo io posso vedere? (il mio OCCHIO è forse difettoso?).
Ritrovo a fatica il mio percorso (non senza una bluastra paranoia).
Leggo uno strano cartellone sulla schiena dolorante di un giullare (il tapino ha mal di schiena):

THE GALLOWS IS NOT READY. COME ON, COME ON! (La forca ancora non è pronta, coraggio, coraggio!).

Mi osserva con un misto di disprezzo e repulsione (sono sempre Io vero?).
Vedo una vecchia oscena, nuda e grinzosa . È. la Maddalena del Donatello?) Mi fa le boccacce.
“Non voglio assomigliarti”.
Mi osservo nello specchio.
L’occhio osserva l’iride, l’iride rinnega l’occhio.
“Tranquilla, non sei tu. Tu sei giovane e bella” mi dice lo spettro.
“Per quanto tempo ancora sarai bella?” sghignazza la vecchiaccia.
Mi inietto gli occhi di bistro, annego la labbra in un rossetto sanguinario, sbatto le ciglia intonacate. Così avrò il mondo in mio potere.
“Sei soddisfatta?” mi sussurra un arguto ragnetto brancolando sulla cornice.
“Hai un sorriso delizioso! Ma dimmi un po’, tu sei progressista o reazionaria? Quanto è grande lo specchio di una donna presidente?”.
Intanto l’uomo iena cammina tra la folla, sono loro i prediletti (per ora).
No, non è ancora il mio momento.
Ma quando arriverà voglio essere bella. (fa d’uopo un’iniezione assai potente certamente!).
E pensare che mi credevo intelligente (me, misera tapina).

EPILOGO

Una domanda a voi che vivete nel passato, perché non hanno fatto fuori il Leviatano?
La servile e cicisbea creatura antropomorfa non è bella, no davvero.
Non ha ventre, seni, barba, ovaie, né fallo, ha il cervello atrofizzato (e, francamente, puzza assai).
Non sarebbe meglio imbalsamarla (o lasciare che si estingua), e le vecchie, care, goffe, ermafrodite scimmie volanti riabilitare?

 

 

LA CENA DEI CRETINI

INVITO A CENA (per Beneficenza) DALLA BARONESSA PARAVANCINI

(Si servono Galline in gelatina. Gargantua e Pantagruel ridono come matti)

                                                                                                                                          “E tutti quanti si gettarono sulle dieci
                                                                                                                                                  dita dei piedi per l’incontenibile
                                                                                                                                                                                      Meraviglia.”
                                                                                                                                                               (Satire del vescovo Hall)

È venerdì mattina e riassetto la timida cucina, le vecchie, lunghe tovaglie le metto nel salotto buono, il vaso lo riempio di profumati fiori blu, spalanco la finestra e faccio entrare lo spettro del mattino (chissà se lui frequenta la buona società?).
Il vecchio telefono a muro tace, non proferisce parola (si è incupito già da un po’, che abbia un presentimento maligno?).
Petronilla, baldanzosa, sulla sua poltroncina, legge una Selezione del Reader’s Digest (sulle sue antenate):
“Bambole operose, contadine e mondine del tempo che fu”.
D’improvviso un timido strillone compare sulla porta (come fosse Belzebù):
“Invito a cena, sabato sera (per le qui presenti bambole e signorine), da sua altezza, illustrissima, ovvero sua signoria, la baronessa Paravancini (tre seni di misura non definita, e due nasi, a causa di un intervento un po’ troppo ridondante). Sono di rigore l’abito da sera e le buone maniere (e se non siete ricchi, rimanete pure a casa).
“No, no, no!” urla Petronilla capricciosa “Non ci vado da quell’arpia! Le sue bambole di cera e porcellana sono antipatiche e cattive, e mi chiamano contadinella!”.
“Coraggio bambolina, abbi pazienza, è una cena di beneficenza, si aiuterà la contea di Timbuctù, La Baronessa è una donna generosa, mecenate a dismisura e protettrice di artisti di ogni tipo”.
Le preparo il vestitino (quello buono, quello della festa), di lustrini e di paillettes e le scarpette (di vernice rosa, décolletées).
“Piccolina, vedrai, farai un figurone!”. Petronilla mi guarda disgustata pensando a quelle orribili, pallide, bambole di cera e porcellana (sanno fare anche il MALOCCHIO! La Baronessa è un’esperta in magia nera).
“Meglio Madame Blanc e le streghe di Suspiria” bofonchia lei.
“Coraggio piccolina, tu sei molto più carina! E poi la nostra Fata Madrina ci proteggerà”.
(di magia bianca lei è la regina).
Sabato sera arriva. “Ho un abito color della notte (sì me lo ha cucito proprio lei, la mia madrina!). Alla cena parteciperà tutta la splendente, seducente, intelligente e favolosamente generosa, alta società.
L’automobile ci aspetta (non fa alcun rumore, è silenziosa). L’autista mi sogghigna, con un fare da becchino.
Il portone di casa è immenso (di mogano intarsiato), lo apre un valletto (ha una cornacchia sulla spalla), e in mano una gallina (dalle uova d’oro? Petronilla non ci crede).
“Buonasera signorine. Vi attendono, nel salotto buono, ovvero nella sala delle attese”.
Nell’anticamera (con piante carnivore fameliche e assassine), uno specchio immenso mostra una scritta (inquietante?): “Firmarsi la fronte prima di entrare”.
La parola d’ordine è “La scimmia, se poco furba, resta illesa”.
Nel salone, truccato e incipriato, i mobili (tutti in puro cristallo, anche se nessuna scarpina fa la sua comparsa), civettano fra loro, come fossero invitati.
La Baronessa fa gli onori di casa.
Ci accoglie con una reverenziale pupilla ciclopica (senza occhio, anche la pupilla deve pur accettare la moda e i suoi dettami), al centro della fronte (opera del suo amato Dottor Tulp, chirurgo esperto, oggi va per la maggiore, monta occhi ciclopici e smaliziati, labbra cucite e leporine, e tette in numero svariato e delle più svariate dimensioni, ricuce imeni usurati, il cervello no, quello non si può montare né far funzionare, è un organo difettoso per natura).
Nella sala è tutto un gracchiare di bionde ossigenate, mefistofeliche poppute (esche dalle lunghe gambe con giarrettiere), e di lugubri marcantoni culturisti (virilmente unti come guerrieri, privi di fallo e di cervello), con machiavelliche, eruttanti, iniziali sulla biancheria.
“È di rigore la biancheria firmata miei cari, mutanda, giarrettiera, reggipetto e sospensori, anche la protesi!” blatera la baronessa . È necessario firmare, così si lascia il segno! Firmate anche la tappezzeria!” .
“Possibilmente anche la carta d’identità” sussurra Petronilla a bassa voce, sogghignando.
Un “Qualunque signor G” (no, non ascolta Giorgio Gaber), legge cronache mondane sulla raffinata poltrona in stile Beaumarchais.
Una bionda ossigenata (Mata Hari, professione modella e studentessa a tempo perso), mi sussurra:
“Carino l’abitino, mercatino dell’usato?” e sbatte il didietro (usurato, è molto trendy). Poi mi guarda attentamente, e annichilisce con cruento orrore: “Non sei bionda! Castana non piace, bionda è seducente. Gli uomini preferiscono le bionde. Qui siamo tutte bionde!” (inclusa la baronessa, imparruccata). Petronilla la osserva con aberrazione.
“Vieni cara, mi invita la gran dama, spalancando le braccia ricucite, vieni e fatti presentare!”.
“Amici cari, un’amica davvero speciale, un poco alternativa, un poco impopolare, un poco freak, ma è un’artista. E questa è la sua adorabile bambola, Petronilla”.
“Presentati, carina” sussurrano maligne le inquietanti bambole di cera e porcellana, dietro un funereo paravento.
“Buonasera, sono Petronilla. Cogito, ergo sum. Un poco giacobina, femminista, proletaria, animalista, animista, ecologista e idealista”.
“Una bambola di sinistra? Ma è fuori moda. Oggi nessuno è di sinistra! È un concetto superato” risponde un Sansone delirante e nerboruto, lisciandosi la chioma.
“Che vuol dire giacobina?” domanda un altro, con gli occhiali a nido d’ape.
“Giacobbe è il mio cognome” risponde pronta la mia bambolina, sogghignando nuovamente.
“La mia bambolina è di sinistra per davvero, legge ogni giorno le Imprese di Giovanna d’Arco” dico inorgoglita “Aspetta una chiamata”.
“E i discorsi di Emmeline Pankhurst e Melaracconti (dalla parte delle bambine)” aggiunge lei baldanzosa, stringendomi con la sua manina.
“Ma il femminismo è un concetto obsoleto, una nevrosi medioevale” sospira altezzosa Lady Godiva, gambe interminabili e imene devastato da un burrascoso passato. (Il suo motto: “Far lanciare messaggi subliminali al suo perizoma intarsiato, aprire e chiudere le gambe, e incipriarsi il naso”).
“La verginità è ormai datata, fa virago sfortunata, donna poco desiderata, signorina Felicita, Shilrley Temple e le orfanelle!”.
La raggiunge il suo fidanzato, un vero stallone (non c’è che dire), il Johnny Depp della capitale,
(fustigatore di introspezioni femminili?). (Impotente snaturato), a parole ostenta erezioni a più non posso (i suoi antenati, gibboni secolari, sono da poco scesi dagli alberi, il povero tapino fa fatica a tenere la schiena eretta, figurarsi tutto il resto).
Petronilla lo osserva sconcertata e disgustata.
“La cena è servita” annuncia Fritz, il vecchio maggiordomo.
La lunga tavola imbandita mostra una cena pantagruelica e sardanapalesca (Gargantua nell’angolo ridacchia, preparandosi a gozzovigliare), con argenterie e cristalli di ogni tipo.
Antipasti di serpente (la moda vuole così), la baronessa ha gusti raffinati (legge con dovizia i gastronomici trattati di Jean Anthelm Brillat Savarin).
Una bella dama, seduta accanto a me, mi mostra un gigantesco diamante incastonato in un canino.
“Bello vero? Regalo di mio marito. Gli è costato una fortuna”.
“Immagino. Delizioso! (e le CORNA?). Carognetta, sorrido a denti stretti (Iena ridens), deglutendo a fatica (ma dove sono capitata?).
“Quante posate!” sussurra Petronilla “Quale sarà quella giusta?”. La mia bambolina è abituata a pranzare con i Tre Porcellini e la bambola Priscilla (consumano pasti semplici, niente argenterie, piatti, bicchieri e posate in quantità discreta. I tre porcellini sono proletari!).
Ecco servito il piatto forte, la famosa specialità della baronessa: “Galline in gelatina”.
Tutti a strillare: “Che bontà! Che delizia! Meravigliose galline in gelatina!”.
Anche stavolta Genoveffa Paravancini ha superato se stessa!
Poi, a tavola (come si sa), un discorso tira l’altro (no, non si parla di castelli incantati), ma di politica e di attualità.
La retorica è aberrante, la lunga tavola imbandita traballa (vacilla sotto il peso di quella ridente stupidità).
“Gli extracomunitari tutti a casa” tuona una voce dal fondo tavolo.
“Come liberarci dagli accattoni? Insozzano le nostre strade signorili!” strilla una con cresta di leopardo (è l’ultima moda parigina).
“E le prostitute? Riaprire le case chiuse!” dichiara un altro (i clienti non li nomina nemmeno, mica gli conviene!).
“Si stava meglio sotto regime!” tuona un vecchio citrullo mentre inghiotte, vorace, un millefoglie.
Petronilla intanto, disgustata, si è nascosta sotto il tavolo, in compagnia di Belfagor, malinconico dobermann della baronessa (un occhio bianco e uno blu). Complottano una fuga da quel posto orripilante.

Assisto al turpiloquio, terrea e cianotica, il panico mi assale, mi tremano le gambe, il colon si contorce ribelle (anche il povero tapino ha un limite di sopportazione!).
Sollevo la tovaglia ricamata, Petronilla mi osserva con occhi supplichevoli.
“Bambolina, via di qua!”.
In un lampo siamo fuori dal salotto, scappiamo a gambe levate, Petronilla mi precede.
Mi faccio strada come un panzer sullo scalone, scansando, per un pelo, valletto, gallina e cornacchia, perdo anche uno stivaletto, il bel vestito color della Notte resta impigliato nel portone (ladro di vestiti! Addio Cenerentola! È quasi mezzanotte), uno squarcio gigantesco divora la sottana.
Petronilla fugge a gambe levate, io la seguo (la folla in strada ci osserva con sgomento: che siano evase da un manicomio?).
Rientriamo in casa (finalmente), e ci barrichiamo nella bella cucina ritrovata.
“Promettimi che non mi porterai mai più in quel posto orripilante!” mi implora supplichevole la piccolina sul suo divanetto rosa.
“Puoi giurarci, piccolina. Mai più! Al limite qualche sagra di paese!”.
Le rimbocco le coperte e aziono il vecchio, rosso mangiadischi che, saggio ed autorevole, intona una lezione piena di saggezza e di buonsenso:

 

A mille c’è n’è
Nel mio cuore di fiabe da narrar.
Venite con me,
nel mio mondo fatato per sognar.
Non serve l’ombrello, il cappottino rosso, la cartella bella per venir con me.
Basta un po’ di fantasia e di bontà.

La piccina si è addormentata nel suo lettino (Morfeo le canta favolose ninnananne), più non pensa a quella cena di cretini. È serena.