Il colore della vita
Non mi hai dato tempo di sapere
che colore ha la vita.
Non saprò mai chi eri
né il perché del tuo gesto.
Non avrò mai un nome
e se arduo è varcare
i confini del tempo
assai più gelido è l’attimo
che ti risucchia nell’ignoto.
Ciò che ricordo è silenzio
e la sensazione di fluttuare
e di udire echi lontani.
Non conoscerò guerre né malattie,
somiglio all’albatros che sfiora
il soffio del vento senza poterlo
dominare e vede il mondo da lassù,
piccolo e lontano.
Prodigio di un incanto mai nato
è la vita, avido il mio animo
di attimi mai trascorsi e di meraviglie
mai gustate; albe e tramonti
per me uguali sono, perle di una
collana che si è sfilata troppo presto
frutto di illusioni appena lambite
svanite come gocce nel mare dell’oblio.
Se mai dal pensiero di me
sarai sfiorata, tendi l’orecchio verso
lo stormire delle foglie: percepirai l’eco
di ciò che non è mai stato,
il sentore di una pace che non hai
mai provato. Leggero è il silenzio
dei miei affanni, troppo pesante la zavorra
di chi ha giocato a dadi con la vita.
Le parole della pioggia
Non fa rumore
la pioggia quando bussa
con le sue parole fradice di terra
sui nostri silenzi di pietra.
Solo la poesia ci rende vivi.
Itaca
Languore del mio stomaco ansioso
nella terra dei Proci:
sapore di ortica e di rose;
di morte. Tramonto d’estate.
Assale le membra un fremito
e sono subito di fuoco;
così le mie vene.
Penetro il tuo orizzonte sgomento,
occaso di incanti perduti.
Magma di pensieri
tenta di uscire dalle vanità
di ieri: isolato dagli uomini
cerco solo un po’ di pace
per un parto silenzioso:
illimite chiama il verso
all’ascolto del suo vagito.
Tracimano improvvise le parole
riemerse da lungo sonno,
ansima il loro palpito
ripescato da antico oblio.
Al tuo lume mi affido, Musa
silenziosa, per dar loro giusta
direzione: alberghi nei fianchi
sinuosi di ragazza, negli occhi
di un bambino che cerca invano
tra la polvere; sei ancora
nell’alito segreto di antiche sere.
Adesso anche il poeta
ha ritrovato la sua Itaca.
In attesa
Attendo un varco di luce
che accarezzi la grazia cerulea
del mare lastricato di memorie.
E con disincanto mi raggomitolo
nella nicchia dei miei pensieri.
Forse sono inadeguato alla vita.
Silenzio
Forse non sono un poeta
se i versi stentano ad uscire
se le parole sono rantoli nel buio
gocce stillanti da una stanca foce.
Vi bramo come stelle nella notte
guide per incerti timonieri
o chiavi in grado di aprire
quella dimora chiamata passato.
Qui non scatta la serratura
il tempo pare un castello di nebbia
e le sue stanze chiuse per sempre:
solo il vento può evocarne il ricordo
odori, sapori e quel filo
di una matassa che non so ricomporre.
Le vecchie ombre della casa
sono come le domande di oggi
non indicano sentieri e non danno
risposte, evocano soltanto
la luce della loro epifania.
Ma ecco farsi strada un’uggia
un tarlo indecifrabile, prepotente
che ti rende così diverso da un’ombra
e diviene ancella del possibile
vestale di un nuovo senso
per quelle ombre orfane di vita:
bentornata, poesia, sorella del silenzio.
Il silenzio è il giardino
dove sfogliamo i petali
della nostra anima.
Ora sono certo di essere vivo.
Ora sono di nuovo un poeta.
Alla mia gatta
Hai occhi di cristallo e pelle di seta.
Sei il sole che muore nel mare
e la luna che sorge, furtiva
quando crescono le nostre illusioni.
Un dono gratuito sono le tue fusa
lascive, le vibrisse temerarie
spavalde sorelle delle tenebre.
Ai nostri affanni di sempre
fa da sentinella il tuo sonno
leggero. Di fronte al futuro
tu non sembri tremare, custode
di un enigma che si perde
nell’immensità di una notte stellata.
Il ragazzo sulle colline
Mormorava a brani fra i colli il vento
mi manca di quel tempo il respiro,
calmo, delle cose. Mite ti sento
austro ebbro di antiche memorie
quando ti perdi tra le cascine
e i fienili roventi della vampa
d’agosto. Vaghi sapori lontani
di brace accesa e di mosto, sfidano
le nostre vite disilluse e orfane
di quel tempo di là dai ricordi
pervaso di calma stupita. Ma noi
di un secolo breve naufraghi ignari
soltanto questo possiamo dirti:
mai la storia scaltra e spietata
che gioca a scacchi sull’orlo dell’abisso
e che non rende quanto promette
potrà spazzare l’odore fradicio
dell’erba gravida di pioggia marcia
e il mantello di buio che si adagia
sulle colline vive di voci tremanti.
E mai smarrirà lo sguardo di un eterno
poeta dall’animo fragile e dal verso
limpido come la brezza di settembre
che addolcisce le colline remote
infuse di ignoto stupore.
(a Cesare Pavese)
Verso sera
Verso sera ho aspettato la vita
bussare alla mia porta semiaperta
con le sue rotte perse nella notte.
Verso sera ho rivisto il tuo sguardo
penetrare le mie ansie di sempre
e fuggire altero come rapaci nell’aria.
Verso sera ho atteso le tue mani
invocare il fragore del mare
per coprire il tuo gemito rapito.
Verso sera mi sono destato
e ho bramato che un raggio di luce
attraversasse la mia stanza gelida
e muta come un brivido di morte.
Ma tu non c’eri, chissà dove
lontana, laggiù nella notte.
Il fiore che non c’è
Nel sepolcro ardente della sera
sale
tremante
l’esile canto del Muezzin.
A fargli eco
furente
il boato dell’ennesima
autobomba su Baghdad.
Quando è sbocciato l’ultimo fiore
nei giardini pensili di Babilonia?
Senza risposta
è la domanda sgomenta nella notte.
Attende una madre nell’Ohio
la bara avvolta dalla bandiera
che una delle sue stelle ha perduto
nel più inutile macello mai compiuto.
E intanto l’ultima petroliera
è salpata verso la terra della sera
orfana di quel fiore che non c’è.
Infinite volte
Infinite volte
hai sentito il vociare dei mass media
proclamare la fine della storia
e che più nulla appare nuovo
sotto un cielo di stelle decadute.
Infinite volte
hai incrociato gli sguardi dei bambini
infuocati da albe di sangue
invocare la pietà degli adulti
e sperare in un Dio senza frontiere.
Infinite volte
hai osservato i cerchi che dipingono
i ceppi degli alberi tagliati
e pensato a quante storie hanno visto svanire.
Infinite volte
hai immaginato pagine bianche da riempire
per quanti sono gli orizzonti da sfidare
e sperato che dal corpo ancora caldo della tua donna
sgorgassero nuove scintille di vita.
Allora imita, poeta,
il volo delle aquile
e riempi quelle pagine bianche
dell’anima leggera delle cose
che rinascono impalpabili
dalle ceneri dei millenni.
Incanto di donna
Si incontrarono quel giorno i nostri sguardi
rapimento per me
di un fugace attimo
della tua giovinezza.
Resteranno dentro di me
sempre
l’incanto dei tuoi occhi
la freschezza del tuo viso
il sentore vago
del tuo istinto ribelle.
Sento ancora il profumo del tuo corpo
disperdersi ormai
tra i castagni.
Il tuo seno nudo
la tua carne candida
i tuoi capelli sciolti
avrei voluto ammirare
adagiati su un morbido prato
avrei voluto
gustare.
Non lasciate che uccidano i poeti
Non lasciate che uccidano i poeti
scomodi testimoni della vita
spesso ansiosa di brividi inconsueti
che illuminino una giostra impazzita.
Non lasciate che uccidano i sogni
senza i quali gli uomini non volano
oltre un mondo di futili bisogni
unica fede che gli sciocchi amano.
Non lasciate che vincano i rimpianti
finché il futuro donerà domande
libere dalla boria dei profeti
non permettete che rubino istanti
a chi guarda con gli occhi dei poeti
per sopravvivere in aride lande.
A Pierpaolo Pasolini
In ascolto
Dunque nulla di nuovo da questa torre
dove si elucubra senza ascoltare
e sui poeti cala il buio della notte.
Non chiediamo la parola che salvi
siamo i sicari della nostra morte
prigionieri di una nuova dannazione.
Ospiti di un flipper impazzito
fra poco non ci capiremo più
assuefatti ai megabit ma orfani
di un cielo in cui tacciono le stelle.
Donerà nuovi segni l’orizzonte?
Muta l’attesa all’ombra della sera
quando più non volano le rondini.
Forse ciò che serve è un altro inizio
ma stavolta, vi prego, restiamo
in ascolto, senza veli o argini.
Forse qualcosa si potrà decifrare.
E di nuovo adagio tornerà
a sorprenderci la vita.
A Eugenio Montale
Saltimbanchi nel nulla
Tenue confine di cristallo
martellato da fendenti accesi
di oro rovente. Quanti esiti
lo sguardo lascia immaginare
dietro l’azzurra distesa delle onde
laddove inesauste corrono le vele
con zavorre corrose dal tempo.
Quella soglia gronda di luce
incompiuta epifania che vela
il solstizio delle nostre significazioni
strangolate dall’amplesso della vita.
Forse non è tanto labile
il confine tra l’attimo e l’eterno
magari è questione di coscienza
o di prospettive inafferrabili
forse siamo eterni senza saperlo.
Allora basterebbe una timida carezza
un cenno lieve dall’estremità del sipario,
sull’orlo di una luce in procinto di investirci
mentre trema il respiro ansimante
dinnanzi alla presenza sconosciuta,
senza poter distinguere tra noi
e le nostre ombre, come quando, remota
e ineffabile, ci sorprende la morte. Ma davanti
all’ulteriore confine, anche il grido
si arresta, trafitto senza rimedio
sul sagrato di un tempo inesorabile.
Di fronte all’ignoto margine
siamo solo saltimbanchi nel nulla
gelosi custodi delle nostre domande
in attesa di tornare all’origine
verso la dimora del silenzio
dove tutto è compiuto
in nome di ciò che non ha nome.
Sonata da camera
Non dà tregua la notte quando avvolge
con tentacoli di buio e spirali di emozioni.
Crea illusioni sospese nel tempo
la sua infìda e magica atmosfera
come quella sera di fine luglio.
Due vite sul filo dell’attimo
sguardi che si incrociano e sensazioni
che gravitano sulle note di Bach.
Il tuo fascino delicato e provocante
con garbo accavallate le gambe
l’occhio consapevole ma distante.
Sei lì, con il tuo battito di mani a scandire
il ritmo di due anime in attesa
a carpire il mio sguardo penetrante
che vaga tra i tuoi fianchi
e l’oboe dell’artista sfiorato con mirabile grazia
a sfidare le pieghe
seducenti dei tuoi capelli ondulati
a placare il mio anelito nascente
che lambisce il tuo grembo in ascolto.
Poi le note si dissolvono
il tuo uscire furtiva
il mio seguirti circospetto
il dubbio, il timore, la probabile rinuncia;
ma ecco, improvviso, il lampo, l’occasione
che fende il tuo sbirciare discreto
tra le vetrine luccicanti dei negozi,
le parole che faticano a uscire.
E ricordi l’incontro, due strade che si uniscono
il nostro cammino cadenzato nella notte
il conversare fin sotto le tue scale,
tu seduta poco sopra di me
che il vestito ti aggiusti tenera e pudica
salito impertinente ben sopra il ginocchio
la tua risata leggera avida della vita
che come aprìco ventaglio si dona
a sfiorare morbida l’intero firmamento.
Solo contatti tecnologici e virtuali
è per adesso ciò che resta
a legare la trama dei nostri itinerari
il labirinto delle tue insicurezze
l’ansia ardente che mi pervade.
In attesa di nuove note nella notte
a dissolvere il velo delle tue paure
a coinvolgere i nostri palpiti nascosti
mentre una nuova luna gioca sul letto delle stelle.
Sera di settembre
Ammirare il mare verso sera
è sfogliare le pagine dell’ignoto
penetrare durante la veglia
nel mistero del sogno
è impadronirsi delle nostre memorie
terapia che squarcia
la maschera vana che ci nasconde
è violare il labirinto dell’anima
bussare a porte chiuse da tempo
svelare luoghi e doni inaspettati.
Per questo una poesia
si scrive ammirando il mare
ospiti discreti di un miracolo
che si compie all’insaputa di noi stessi.
E’ varcare i confini del già visto
è un delirio sacro in cui si rischia
la dannazione o una carezza divina.
La poesia è l’arcobaleno della vita
e il suo canto il lamento di Dio
mentre prega per la stoltezza degli uomini.
Poesia è creazione di senso
e potersi specchiare nell’immenso
che il mare al tramonto squaderna
svelando orizzonti poco usati
come le rotte di antichi velieri.
Scrivere versi una sera di settembre
è assistere ad una messa profana
innanzi al mare che si ritrae in silenzio
è ascoltare il respiro del cosmo
mentre ride delle nostre miserie.
Mattino d’estate
Incerto mattino d’estate
sull’immensa distesa della vita.
I vaghi contorni delle isole
evocano ricordi lontani.
Non ci sono certezze su questo mare.
Solo vele remote all’orizzonte.
Le ombre sono dolci come le onde
fatte di sogni rapiti
di inganni sopiti.
La voce del mare è un sussurro
le orme sulla battigia teneri rimpianti
affacciati sulla soglia dell’attesa
e svaniti con l’acqua molle del mare.
Ogni mattino è un miracolo di luce
sospeso su una terra senza tempo.
Non esiste parola che decifri
questo tempo dalle finestre opache
che non lasciano filtrare spiragli
o riflessi screziati d’argento.
Non ci sono certezze su questo mare.
Solo qualche scoglio per antichi naufraghi.
Per questo ascolto il sussurro del mare
la sua voce che sa di sale.
Sono solo un naufrago in un mattino d’estate.
In viaggio verso Itaca
Sei fuggito, Kostantinos, nell’immensità della notte
inghiottito dalle sue tentazioni
o forse naufrago tra i flutti
in perenne viaggio verso Itaca. A cercare
sfidando nelle nebbie dei porti
le insidie di un tempo immemore
forse in qualche pensione ti scoverei
assorto nei tuoi versi limpidi
come le acque che bagnano Alessandria
o perduto in un audace amplesso
senza pregiudizi né rimpianti.
Del resto per questo mi piaci
per aver sfidato sciocche convenzioni
e aver donato poesia agli uomini
con la modestia di un cittadino del mondo.
Non credo che potranno i Lestrigoni
o i Ciclopi aver interrotto il tuo antico
percorso, non c’è modo di farlo
sei tu stesso ad avercelo insegnato
se segui la rotta verso Itaca.
Da qualche parte in Atene
magari nell’elegante quartiere della Plaka
avrai trovato rifugio
al riparo di un’epoca nevrotica
che sopravvive con ansia soffocata
aspettando i barbari, senza sapere
che essi non verranno, perché
dentro noi stessi alberga il nemico
come in qualunque civiltà
e non dai barbari potranno giungere
assoluzione o dannazione.
In effetti per questo si è poeti
perché i versi ci rispecchiano
e ci guardano dentro, senza scampo
e quando si scrive
si è soli con se stessi
come dinnanzi alla morte
o come quando si nasce.
Nel vortice di queste parole
intento a rovistare tra gli scaffali
segugio nel labirinto dei secoli
all’improvviso ti ho scorto
sbucato da un angolo, inclinato
in disparte, con aristocratica fierezza.
E lì, ospite discreto dei tuoi versi
è proseguito il solenne viaggio
verso l’eterna Itaca.
(A Kostantinos Kavafis)
Evocati dal vento
Evocati dal vento
da un maestrale prodigo di luce
impalpabili lambiscono i versi
l’ardua autostrada della vita.
Singolare il suo percorso
con tangenziali da prendere al volo
perché chissà quando apparirà
la prossima uscita.
Se fossi un bravo autista, vita
ridurrei i giri del motore
per poterti fermare una volta
ad attendere i ritardatari
sospirando bonaria
mentre indugi su una piazzola di sosta.
Se fossi un timoniere nella notte
aiuterei il cielo a dipingerti d’immenso
per scrutare nel buio dell’oceano
oltre l’orizzonte di ogni anima.
Ma sono solo un poeta
a tentoni nell’ignoto
che annaspa come una stella solitaria
a spasso nell’immensità
alla ricerca del proprio zenith.
E i poeti sono uomini
che non conoscono il destino delle stelle
e non sono esperti di tangenziali.
I poeti si soffermano soltanto
a sentire la vita che passa
smaniosi d’infinito
e ubriachi di curiosità
per raccogliere le foglie
dopo l’autunno di ogni nuova stagione.
(A Mario Luzi)
Noi che sfidammo la notte
Navigammo verso orizzonti inauditi
noi che sfidammo la notte
in attesa della sua fine imminente
certi che la nuova alba a picco sulla vita
fosse il primo cenno
di luce sul mondo.
Ci svegliammo come in un giorno qualunque
e vedemmo giovani entusiasti
scambiati quasi per messi celesti
scrivere daccapo la storia
squarciando di meraviglia la cortina del cielo.
E fu giorno, abbacinante giorno
al di là di ogni immaginare
e parve che dal nulla volasse
una carezza, un sussurro a disperdere
le foglie, nel segno
di una presenza sconosciuta
di coloro che per l’Impero
era come se non fossero mai nati.
Fine della storia, tramonto delle tenebre
parole pronunciate al crepuscolo
di un secolo spietato e un urlo
immenso, che sale da dentro
in un orgia di sofferta libertà.
Come il mare quando vomita i suoi ospiti
e riprende il suo viaggio eterno
la storia ha issato le reti
libera dal superfluo che la ingombra.
E noi qui muti alla finestra
con più rughe e molto disincanto
ad assecondare il compiersi del giorno
persuasi che ogni ‘89
sconta sempre il proprio Termidoro.
Dunque vivere fu questo
assistere all’eclissi dell’aurora
passare impotenti
da un permanente teatro dei sospetti
ad un labirinto tecno paranoico?
Fu sapere che i muri più coriacei
sono impressi sulle nostre ombre
tra noi e quell’essenza remota
che si chiama Europa?
La sentenza attende il suo verdetto
purché si faccia in fretta:
l’imputato è ormai moribondo.