Un amore impossibile

Quella mattina ero troppo assorta nei miei pensieri per accorgermi dell'uomo che seduto accanto a me cercava di dirmi qualcosa, la sua voce giungeva alle mie orecchie ma nessuna cellula del mio corpo fremeva per ascoltare parole che sembravano essere solo un fruscio incomprensibile e impercettibile, alla fine infastidita gli chiesi cosa volesse, "volevo solo presentarmi" rispose, "sono il nuovo insegnante di matematica e sono stato appena trasferito". Quella voce dolce e amichevole improvvisamente scacciò via ogni mio pensiero, "piacere Marina Bassi" risposi tendendogli la mano, "insegno italiano" aggiunsi.
"Mario Casali" disse lasciando lentamente la mia mano.
Il suono della campana pose fine a quella breve conversazione, l'intervallo era terminato ed io dovevo rientrare in aula, con un ciao timido e scarsamente udibile salutai quel giovane insegnante, lui annuì con un leggero cenno della testa e guardandomi negli occhi provò ad abbozzare qualche altra frase ma non riuscendoci disse solo "ci vediamo" poi si allontanò.
Nei giorni successivi ogni tanto nei rari momenti in cui riuscivamo a vederci, ci scambiavamo qualche parola, a volte nell'aula degli insegnanti o più spesso lungo i corridoi durante i cambi di lezione. Mario era un bel giovane, molto attraente, alto, sui quaranta circa, molto simpatico e ben preparato a sentire i commenti degli studenti cui insegnava.
Il tempo passò, ma le nostre conversazioni rimanevano sempre molto sterili, una due o al massimo tre parole, sembravamo due amici che per paura di dire qualcosa di sbagliato preferivano restare in silenzio, eppure sentivo che Mario provava qualcosa per me: noi donne a differenza dei maschi abbiamo un dono, quello di saper leggere nel cuore di chi ci sta davanti e anche se mostra sicurezza e controllo, possiamo udire tutte quelle sinapsi che come un vulcano agitano la sua mente e scuotono quel piccolo muscolo dentro il petto cosi che da sessanta arriva a novanta, cento e oltre, pulsazioni intendo. Comunque anche Mario non mi era indifferente, provavo molta simpatia per lui e non solo, ero diventata come quelle ragazzine che alla vista di un bel ragazzo diventano rosse e cominciano a balbettare, e se le nostre parole erano povere, i nostri sguardi no, spesso parlavamo solo attraverso gli occhi e, se è vero che questi non mentono mai, allora mi stavo mettendo in un mare di guai.
Da cinque anni ero separata da mio marito, il nostro è stato un divorzio molto traumatico, Paolo, il mio ex, era una persona speciale, fin da piccola ero innamorata di lui, un amore cresciuto tra i banchi di scuola, prima alle medie, poi alle superiori e infine all'università, per giungere all'età di ventisette anni a quel meraviglioso epilogo a cui ogni donna aspira quando ama, il matrimonio. I primi anni furono stupendi, il legame che ci univa toccava ogni aspetto delle relazioni umane, amicizia, affetto, collaborazione e amore, la nascita di nostro figlio poi, sembrò essere il giusto coronamento per questo nostro intenso rapporto di coppia.
Matteo alla nascita era un bimbo bellissimo, quattro chili e mezzo e una già folta capigliatura nera, la notte dormiva e quando piangeva, era facile consolarlo, per i primi tre anni tutto filò liscio, poi visto che ancora non parlava, e soprattutto spesso il suo sguardo si fissava sugli oggetti che guardava, consultammo uno specialista, dopo una lunga serie di esami ci chiamò e dopo averci fatto sedere pronunciò quella che se fosse scritta nella Bibbia definirei una profezia nefasta, Matteo era un bambino autistico, una grave forma di autismo.
Lì per lì non compresi la gravità della situazione, e nemmeno Paolo, per entrambi autismo era una parola sconosciuta, per cui chiedemmo spiegazioni e quelle che ottenemmo furono una tremenda batosta. Per la prima volta ci sentivamo spaventati, la nostra voce usciva tremante mentre cercavamo di farci coraggio. Nei giorni e nelle settimane che seguirono, cercammo di documentarci su questa terribile malattia, volevamo essere preparati quando sarebbero iniziati i primi problemi. Infine un giorno, uno di quelli che vorresti non esistesse nemmeno sul calendario, Paolo rientrando dal lavoro, con un tono di voce molto sommesso, quasi timoroso, mi disse di aver parlato quella mattina con una coppia di genitori conosciuti quasi per caso, anche loro, purtroppo, con un figlio autistico. Ciò che quei genitori gli raccontarono l'aveva gettato nel panico: continue attenzioni, impossibilità a rimanere solo, e soprattutto un peggioramento progressivo che avrebbe reso la vita simile ad un inferno. Cose che già sapevo e intuivo, ma che non influivano sulla mia relazione con Matteo, sarei stata disposta a qualunque sacrificio per il bene di mio figlio. Mio marito no, infatti, quella sera stessa dopo aver raccolto le sue cose se ne andò, lo rividi solo due anni dopo, quando davanti ad un giudice, divorziammo. Inutile dire che tutto ciò spaccò il mio cuore, avevo perso l'amore della mia vita e mi ritrovavo da sola ad accudire un figlio difficile da gestire.
Ecco perché ora avevo paura nel sentire di nuovo quella sensazione che ti fa sentire donna e ti fa sentire viva. Per cui quando Mario quasi balbettando formulò più delle solite tre parole, esitai molto ad accettare: ero spaventata ma nello stesso tempo felice, tremante, ma contenta, e alla fine accettai quell'invito a mangiare una pizza. Lo feci perché una parte di me non chiedeva altro, mentre l'altra metà, che nell'occasione perse, mi diceva scappa, va via!
Quella sera in pizzeria scoprii che Mario era veramente una persona speciale, simpatico, brillante e molto intelligente, trascorremmo una bellissima serata come da tempo non mi succedeva e, come spesso succede, è sull'uscio di casa che ci si scambia il primo bacio, un bacio dolce ma intenso, forse troppo. Per questo nei secondi successivi la mia mente provò paura, una paura folle. Ero davanti a lui, innamorata come mai avrei pensato e questo mi turbava moltissimo, lo salutai e in fretta rientrai in casa. Appoggiata alla porta, potevo sentire il suo respiro e i battiti del suo cuore che si confondevano ai miei, mentre si allontanava. In quei lunghi secondi, in cui i miei occhi si inondarono di fredde lacrime, un turbinio di pensieri rischiavano di affondare la mia mente: avrei voluto corrergli dietro e nello stesso tempo essere a diecimila chilometri di distanza.
Nei giorni seguenti cercai di non incontrarlo, al telefono non rispondevo, ma nonostante ciò, nei pochi momenti in cui i nostri sguardi si fondevano insieme, il mio cuore cominciava a battere impazzito, la sua voce faceva vibrare ogni cellula del mio corpo, e sapevo che se avessi continuato a vederlo difficilmente avrei controllato i miei sentimenti. Sentivo di essere follemente innamorata di Mario, ma sapevo anche che il mio era un amore impossibile.
Ogni tanto durante le ore scolastiche riuscivo a far viaggiare la mia mente, mi vedevo accanto all'uomo che amavo, nel mio cuore sentivo serenità, felicita e contentezza, tutte sensazioni che da molto tempo non vivevano più con me.
La sera quando rientravo a casa mio figlio Matteo mi riportava alla realtà, l'accarezzavo e con dolcezza avvicinavo la mia bocca alla sua fronte, lui, poi salutavo mia madre, una compagna ed un aiuto inseparabile, da quando tre anni fa rimasta vedova e si è trasferita con me. E’ grazie a lei che riesco a svolgere alcune attività come lavorare ed ogni tanto dormire, ed è proprio durante uno di quei lunghi periodi notturni in cui il mio cervello anziché riposare, macina pensieri, che presi una drastica decisione, avrei lasciato questa città, il mio lavoro e soprattutto Mario.
Quella mattina, mi alzai molto prima del solito, preparai un caffè ben forte e poi svegliai mia madre, con le lacrime agli occhi le spiegai ogni cosa, era una donna ed è stata anche lei innamorata, molto innamorata, per cui non fu difficile comprendere ciò che stavo provando. Pur non approvando la mia follia, così si espresse, mi avrebbe comunque sostenuta, era una donna veramente intelligente.
Qualche tempo prima mi avevano offerto una cattedra in un liceo di Milano, in quel periodo rifiutai, ma adesso era il momento di accettare, contattai via email l'istituto milanese e nel giro di poche ore ebbi la conferma positiva al mio trasferimento.
Ora dovevo affrontare la parte più difficile e dolorosa, mettere Mario al corrente di questa mia decisione e nello stesso tempo giustificarla con qualcosa di cosi definitivo da impedirgli di venire a cercarmi. Quel giorno invitai Mario a prendere il solito caffè nell'intervallo delle undici, così davanti al distributore automatico di bevande, gli spezzai il cuore: dissi di essere ancora innamorata del mio ex marito e che mi trasferivo a Milano proprio per tornare a vivere con lui. Non ero brava a mentire, per cui la mia voce usciva tremante e poco sicura, però quando ripetei ogni cosa anche la mia voce acquistò sicurezza. Mario era davanti a me immobile, per alcuni secondi la sua bocca rimase chiusa, poi con un tono di voce che rifletteva il suo stato d'animo, provò a convincermi a restare: disse che mi amava e che anch'io amavo lui, queste ultime tre parole le pronunciò con una sicurezza cosi disarmante che non provai neppure a negare, aveva ragione e sapevo che ogni secondo che passavo davanti a lui, la mia decisione d'andarmene si affievoliva. Troncai quella discussione dicendo che se veramente mi amava avrebbe dovuto lasciarmi andare, avevo anche un figlio a cui pensare e rendere di nuovo attivo il mio matrimonio sarebbe stato un bene per tutti. Mario mi amava veramente tanto, e quella mattina lo dimostrò accettando la mia decisione. Allora lo salutai con un forte abbraccio e ringraziandolo mi allontanai da lui, non senza piangere.
Continuai a insegnare in quella scuola per altri tre giorni, tre giorni nei quali più volte arrivai sul punto di rimettere tutto in discussione, ogni volta che i miei occhi si posavano sull'uomo che amavo, il mio cuore iniziava a battere cosi forte che persino il respiro cominciava a mancarmi, una voce dentro me, oltre a quella di mia madre, mi diceva, va’ da lui, digli che lo ami e vuoi vivere con lui, faticai molto nel resistere a quella parte di me che si opponeva al mio stato di single, stavo distruggendo un grande amore per evitare che questo amore potesse distruggere me.
Cosi la settimana dopo con mia madre e Matteo mi trasferii a Milano, dove avrei iniziato a lavorare in una nuova scuola, e dove avrei cercato di dimenticare quella metà del cuore che avevo lasciato trecento chilometri più a sud.
Per chi come me, ama il sole e il mare vivere a Milano non è il massimo, ma con il tempo mi sono abituata. Nel liceo dove adesso insegno ho fatto nuove amicizie ma nessuna importante o influente, per il cuore, intendo. La cura Milano per questo ha funzionato, e Mario, non l'ho dimenticato. Ogni giorno qualche milione di cellule del mio cervello le sento ancora soffrire per lui, mia madre invece si è ambientata bene in questa grande città, Matteo è cresciuto e purtroppo anche fisicamente per cui diventa sempre più difficile gestirlo.
Qualcuno a volte dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, questo per spiegare come a volte le situazioni possono capovolgersi o andare nella direzione opposta a come vorremmo che andassero, ed è proprio ciò che è successo a me.
Era un freddo e grigio giorno di gennaio, quando come ogni mattina arrivando davanti al liceo dove insegno, la mia attenzione viene attirata da una voce proveniente dalla parte opposta del marciapiede, "Marina, marina", immediatamente il mio cuore sobbalza e inizia a battere con maggior frequenza, un ritmo che diventa quasi da stordimento quando, girandomi verso quella voce, riconosco colui che il mio cuore non ha mai smesso d'amare: Mario era li davanti a me, con un tremolio di voce lo saluto, Mario allora, guardandomi come sa fare solo lui, mi dice; "perché mi hai mentito", "mentito?" rispondo "non so a cosa ti riferisci", aggiungo, cercando di mascherare la mia ansia con lunghi e profondi respiri. "Che ne dici se ci sediamo qualche minuto" risponde Mario indicando con la mano un bar poco lontano.
Pochi minuti dopo eravamo seduti uno di fronte all'altro, desideravo quel momento ma lo temevo: come avrei affrontato la cosa ora?
"Dov'è tuo marito? " esordì Mario. "Perché questa domanda, non credo possa interessarti saperlo!" risposi mostrando un certo imbarazzo, "perché ho conosciuto tuo marito anzi il tuo ex, perché quello ancora è", mi dice lui distogliendo per la prima volta i suoi occhi dai miei. "L’'ho conosciuto frequentando un corso d'aggiornamento, non sapevo fosse un insegnante, avevo visto una sua foto in casa tua ed è stato facile riconoscerlo, abbiamo parlato un po' e, immagina il mio stupore quando mi ha detto che da tre anni non vi vedete e nel frattempo si è felicemente riaccompagnato, a questo punto penso di meritare una spiegazione per quella tua fuga precipitosa, non credi di dovermela?".
Aveva ragione, cosi gli raccontai la verità, Matteo, il mio amore per lui e le mie paure, pochi minuti dopo finii di parlare. Lui cominciò a guardarmi in un modo che sostituisce molte parole, era bravo ad esprimersi con gli occhi, alla fine quel silenzio carico di emotività fu rotto da poche sue parole pronunciate quasi sottovoce, "perché non ti sei fidata?" disse quasi piangendo. "Avevo paura, paura di restare di nuovo sola, paura di sentire il mio cuore spezzarsi come già era accaduto, paura di svegliarmi da un bellissimo sogno e scoprire che è stato solo un incubo, questa paura esiste ancora, tu non sai cosa significa avere un figlio autistico, Matteo ha ora dieci anni, non può restare solo perché si farebbe del male, sai cosa vuol dire abbracciare il proprio figlio, baciarlo sulla guancia e ricevere un morso che ti apre una ferita, la tua faccia inizia a sanguinare e i tuoi occhi si bagnano per il dolore ma soprattutto per quella frustrazione che provi pensando di meritarlo. Come puoi accettare tutto questo visto che è difficile anche per me che sono sua madre?". Mentre parlavo due grosse lacrime bagnarono i miei occhi e la mia faccia, allora Mario dolcemente passò le sue dita sulle mie guance asciugandole, poi guardandomi di nuovo fisso negli occhi esclamò: "Io ti amo, non ho mai smesso di amarti, non esiste un'appropriata unità di misura che quantifichi l'amore che provo per te, ogni singola vibrazione del mio cuore esiste affinché tu possa essere felice, c'è forse qualcosa di più forte dell'amore, quell'amore che ti fa pensare a colei che ami ogni secondo, ogni ora, ogni giorno. Come potrei rinunciare a te? E non importa se Matteo morderà la mia faccia, quella è una ferita che guarirà, ma come potrà guarire il mio cuore se tu continuerai a spezzarlo?".
Per un istante lungo quasi quanto l'eternità, rimasi in silenzio, non sapevo cosa rispondere, le parole non servono quando tutto ciò che vorresti fare è gettarti al collo della persona che ami e baciarla, baciarla così intensamente da toglierle il fiato, ma la mia razionalità o peggio, la mia stupidità, mi impediva di farlo, l'unico gesto che riuscii a fare fu quello di posare delicatamente la mia mano sopra la sua. "Ti amo anch'io, ti amo fin dal primo momento che ti ho visto. Veramente vorrei vivere con te, ma non sono sicura tu abbia capito bene la situazione", a quel punto Mario provò a dire qualcosa ma subito lo interruppi, "lasciami finire, vorrei che uscito da questo bar ti prenda un paio di giorni per riflettere su quanto ti ho detto, mi devi inoltre promettere che ti informerai per quanto riguarda la malattia di Matteo, una grave forma di autismo, consulta enciclopedie, medici o altro, ma informati, promettimi che lo farai", " prometto" _ ribatté prontamente Mario _ . "Se dopo ciò sarai ancora disposto a vivere con me, fra tre giorni io sarò ad aspettarti in questo bar, alle nove di mattina, se non ci sarai, capirò". Quelle furono le mie ultime parole e subito dopo mi allontanai.
Quando Mario uscii da quel locale, avrei potuto non rivederlo mai più, ma mi sentivo serena, avevo messo alla prova il suo amore e forse stavo scavando un baratro profondo tra me e il resto del mondo. I due giorni che seguirono furono i più lunghi della mia vita, forse avevo sbagliato pensai a comportarmi così, ma se lui mi amava veramente, nulla l'avrebbe fermato.
Quanti pensieri assillavano la mia mente mentre mi recavo quell'appuntamento. Chissà se Mario ci sarà, ero spaventata e tremante e questa mia paura aumentava ogni metro che percorrevo, infine puntuale, arrivai al bar, guardai fuori, poi entrai e con lo sguardo osservai ogni tavolo, tornai fuori, nervosamente guardai l'orologio, le nove e cinque minuti, stavo diventando sempre più agitata e terrorizzata, quando infine sentii una mano posarsi dolcemente sulla mia spalla e una voce familiare e tranquillizzante dire "Ciao, credo tu abbia bisogno di una mano, se vuoi, io sono pronto".