Sergio Baldini

IL CIOTTOLO E L'ONDINA

Se ne stava là sotto il sole in riva al mare nella baia di Portonovo (1).
Era un bel ciottolo bianco e levigato anche se la vita sedentaria l'aveva reso un po’ tondeggiante.
Amava osservare l'azzurro del cielo sopra di sé ed il mare che si stendeva davanti.
Quel giorno se ne stava sonnec-chiando a godere i raggi del sole che lo scaldavano tutto dandogli una sen-sazione di benesse-re.
Ad un tratto alcune gocce d'acqua di mare lo fecero destare dal torpore che lo aveva invaso e sentì una risatina scherzosa.
Si guardò attorno e vide un'ondina che lo stava osservando.

"Ciao!", gli disse e fece l'atto di allontanarsi dalla riva … poi, improvvisa, gli si rovesciò addosso bagnandolo tutto, in una schiuma iridescente.
"Cosa fai?! Lasciami tranquillo!"

Ma ella, maliziosa, gli girò attorno e si ritrasse nuovamente verso il mare portando la sua spuma bianca con sé.
Egli la guardò meglio.
Era proprio una splendida ondina. E sì che in tutti quegli anni trascorsi sulla riva della baia di Portonovo ne aveva viste passare molte!
Ma questa aveva qualcosa di diverso.
Il modo come lo guardava, come si muoveva, così flessuosa mentre sormontava la superficie del mare ondeggiando un po’ a destra e un po’ a sinistra per andare poi ad infrangersi a riva e lasciarsi risucchiare di nuovo al largo …
Il ciottolo le sorrise ed ella lo ricambiò con uno sbuffo di schiuma che il sole colpì ed illuminò di tutti i colori dell'arcobaleno.

Qualcosa si scaldò nel ciottolo, e questa volta non erano i raggi del sole. Era qualcosa di ben diverso che non aveva mai provato.
"Vieni!", la chiamò.
"No che non vengo!", gli rispose con un'aria impertinente e poi si girò verso il largo senza perderlo di vista. Quando vide che il ciottolo si stava rabbuiando, si girò dolcemente, come con indifferenza, e poi ridendo si gettò di nuovo a riva dove lo sommerse completamente.

"Ma sta’ un po’ ferma! Ce l'hai con me?",
 esclamò il ciottolo con fare risentito, mentre in realtà provava ben altre emozioni.
Ma ella continuò in un andirivieni insistente.
"Ti bagno o non ti bagno? Questo è il problema!"
Il gioco andò avanti tutto il giorno tra fughe dell'ondina e rimbrotti del ciottolo, i quali però ogni volta ne ridevano insieme spensierati.
Giunta la notte l'ondina gli disse:
"Devo andare!"
"Tornerai domani?!, le chiese con un tono di attesa.
"Chissà? Vedremo!", gli rispose con un fare malizioso.

Il giorno dopo, fin dalle prime ore, il ciottolo si mise ad aspettare l'ondina. Cercava di guardare al largo, fin dove poteva, per vedere se riusciva a scorgerla.
Pensò mille volte "Non viene, mi sono illuso. Vatti a fidare delle ondine!"
Ma poi sentì una risatina ed un abbraccio d'acqua lo avvolse tutto.
Era l'ondina che per fargli uno scherzo se ne era arrivata lungo la riva anziché dal largo, in modo che egli non potesse vederla fino all'ultimo momento.
"Ah, sei qui?!", fece il ciottolo con indifferenza mal celata.
"Sì che son qui! Ero contenta di venirti a trovare e di stare un po’ con te. Ho tardato perché sono stata trattenuta dalle altre ondine."
Anche quel giorno i loro giochi si prolungarono con gran divertimento. Ed ugualmente nei dì successivi ...

L'estate ormai stava per finire.
Una mattina l'ondina guardò il ciottolo tutta preoccupata.
"Cosa c'è?!", le chiese.
"Fra poco cominceranno i temporali d'autunno e poi verrà l'inverno. Me ne dovrò andare lasciando posto alle onde più grandi!"
"E noi?", le domandò.
"Non so, mi dispiace! Forse la prossima estate!"
"Ah, se solo potessi seguirti!", esclamò il ciottolo. "Ma come faccio? E' impossibile!"
Ad un tratto l'ondina, che pensierosa lo stava accarezzando con la sua schiuma di bollicine, esclamò:
"Aspettami! Forse c'è una possibilità."
Detto questo si tuffò, attraversò tutta la baia e arrivò nel profondo del mare aperto dove si trovavano i suoi fratelli più grandi: i cavalloni.
Parlò a lungo con loro.

Quella notte a Portonovo ci fu una tempesta terribile.
Onde gigantesche si abbattevano sulla baia con un rumore tremendo.
Tuoni e fulmini illuminavano ogni tanto il paesaggio sconvolto dalla furia degli elementi.
Sembrava la fine del mondo ...
La mattina dopo era di nuovo sereno ed il sole splendeva alto nel cielo.
Lì, sulla riva, il ciottolo non c'era più.

C'è un posto a Portonovo dove l'estate mi immergo a fare pesca subacquea.
Molte volte ho notato sul fondo un bel ciottolo, levigato e un po’ tondeggiante.
Ma quello che attira di più la mia attenzione è che vicino a lui c'è uno sbuffo d'acqua, come un'ondina, che lo accarezza ogni volta …

(1) Alle falde del Monte Conero, in provincia di Ancona.


 

IL RITORNO

         Se ne era andata.
        Dopo mesi di convivenza di un amore mai del tutto iniziato perché non vissuto secondo gli schemi classici una mattina ci eravamo salutati e lei era uscita dalla mia vita.
        Ne avevamo discusso fino a notte fonda, si era parlato, ragionato, condiviso, contrapposto, valutato ... poi, come spesso accade in tali situazioni, eravamo rimasti entrambi delle proprie convinzioni.
        Ferma nelle proprie decisioni, se n’era andata.
        I primi tempi, tornando a casa, la sentivo ancora presente. Avevo l’impressione che fosse appena uscita, magari per far compere, e che verso l’ora di cena avrei sentito la chiave aprire la porta d’ingresso.
        “Sei tornata? Cosa c’è da cena?”, mi sentivo le parole venire in mente e poi restare mute sulle mie labbra.
        Mi sembrava di percepire ancora il suo profumo, di sentire la sua risata fresca e scrosciante come un ruscello.
        Lo squillo del telefono mi faceva pensare “E’ lei!” mentre un tumulto di emozioni si scatenava nel mio cuore che accelerava i battiti.
        Piano piano presi coscienza del cambiamento e che dovevo abituarmi a convivere con la sua assenza.
        Ogni tanto qualche amico comune che non sapeva nulla mi chiedeva di lei ed io ero costretto a rinnovare che ci eravamo lasciati.
        “Ma com’è successo?  Perché?  Eravate così in sintonia! Chi se lo sarebbe mai immaginato! ...”
        Domande senza risposte, considerazioni senza argomentazioni, motivazioni senza contenuto.
        “Ci siamo lasciati! Capita! ... Succede! ...”
Non dicevo mai “Se n’è andata! ... Ha scelto di vivere la propria libertà! ... o cose simili le quali non avrebbero fatto altro che suscitare altre domande, altre considerazioni.
        “Voler bene”, pensavo, “significa lasciare liberi di scegliere, di capire, di rendersi conto quanto l’altro sia importante e se si è importanti per l’altro. Lo so”, mi dicevo, “avrei voluto diversamente ma forse anche questo è un modo per dimostrare se si vuol bene veramente.”
        “Avrà qualcun altro?”, a volte mi domandavo. Poi cercavo di scacciare questo pensiero che mi dava fastidio. “Sono fatti suoi!”, cercavo di convincermi.

        L’estate era passata così pure l’autunno e con il sole della bella stagione e le foglie cadute anche certi pensieri si erano involati.
        Durante il giorno, il lavoro e le attività mi coinvolgevano completamente.
La sera, tornato a casa, vivevo la mia solitudine senza grossi problemi e preoccupazioni.
D’altronde l’uomo è un animale abitudinario e ... ci si abitua a tutto.

        Era il 31 dicembre 1999.
Ero solo in casa. Alcuni amici mi avevano invitato a passare il capodanno insieme ma, sinceramente, non ne avevo avuto voglia. Sarebbero andati in un locale a festeggiare l’arrivo del 2000. Per il mio carattere, non mi è mai piaciuto trovarmi in questi veglioni dove c’è solo una gran confusione e “l’obbligo” di divertirsi ad ogni costo ma che in me suscitano, al contrario, un gran senso di solitudine.
        “Mi sento più solo in mezzo a tanti sconosciuti che nella tranquillità della mia casa!”, mi ero detto. E pertanto avevo declinato l’invito.
        Mi ero preparato una cenetta con alcuni miei piatti preferiti che avevo mangiato tranquillo. Non erano mancate nemmeno le lenticchie per augurio.

        Me ne stavo sdraiato comodo sul divano sbocconcellando dei dolcetti. Sul tavolinetto davanti a me era pronto il calice e la bottiglia di spumante era al fresco nel cestello pieno di ghiaccio. Il televisore era acceso, sintonizzato sulla trasmissione che mi avrebbe consentito di seguire in diretta lo scoccare della mezzanotte.
        Mancavano cinque minuti.
        Il conduttore della trasmissione televisiva ne annunciava l’avvicinarsi.
Mi ero messo seduto pronto ad aprire la bottiglia di spumante e far “sparare” il tappo.
        Il campanello della porta squillò.
Mi alzai un po' scocciato. Non attendevo visite.
“Chi sarà a quest’ora?”, mi chiesi mentre aprivo l’ingresso.
        Me la trovai davanti sorridente. Sembrava non se ne fosse mai andata.
“Ciao!”, esclamò con quella voce che ogni volta mi faceva vibrare. “Sono tornata! Siamo alle soglie del 2000 ... facciamoci gli auguri!”


 

IL PASSERO E L'AQUILONE

Con lo sguardo rivolto verso il cielo ed il braccio destro alzato, il bambino correva sulla spiaggia di Palombina (1) osservando le evoluzioni del suo aquilone. Ogni tanto tirava lo spago per dargli più forza e lasciarlo alzare ancora di più.

Era un bell'aquilone variopinto.
Aveva il corpo rosso fuoco con due lunghi nastri giallo oro a destra e a sinistra che, mossi dal vento, si agitavano festosamente, ed una coda fatta di anelli azzurri, che serpeggiava sotto le spinte dell'aria e gli strattoni del bambino.
Se ne stava lì beato, con il vento che lo faceva vibrare tutto dandogli una sensazione di euforia, e si godeva il caldo del sole che rifletteva i suoi raggi sulla plastica lucida di cui era fatto.

"Ciao!", salutò una voce che proveniva dalla sua sinistra.
L'aquilone cercò di girarsi per vedere chi avesse parlato, ma uno strattone dello spago lo fece proiettare in avanti facendogli mancare per un attimo il respiro.
"Chi sei?", domandò appena poté riprendere fiato. "Vienimi davanti in modo che io possa vederti!"

"Ciao!" E con un frullo di ali un passero si agitò davanti a lui, precedendolo quanto bastava per non essere investito dalla sua corsa, così soggetta a cambiamenti repentini.
"Cosa vuoi?!", chiese sorpreso per il fatto che un uccelletto gli rivolgesse la parola.
"Vuoi essere mio amico ?"
L'aquilone sembrò arrestarsi un attimo per lo stupore poi, sempre tirato e sospinto da un soffio di vento, riprese il suo volo planato.
Era la richiesta più strana che gli fosse stata mai fatta da quando era stato costruito e - rifletté un momento - era anche la prima volta che qualcuno gli rivolgesse la parola.
Fino ad allora era rimasto chiuso in una scatola poi, esposto nella vetrina di un negozio di giocattoli, aveva visto tanta di quella gente passare e scorrere così le giornate.
Un pomeriggio, dopo essere stato osservato scrupolosamente, era stato acquistato da un signore in regalo per il figlio.
Ricordava gli occhi pieni di gioia del bambino quando lo aveva tirato fuori dalla scatola dove era stato confezionato.
Aveva avuto una bella accoglienza, era stato apprezzato ed ormai da alcuni giorni il piccolo lo faceva volteggiare sulla spiaggia, sopra gli ombrelloni  colorati  fra  l'azzurro  del cielo e quello  più  intenso  del mare ...
Ma, questa era proprio bella, un uccelletto ora gli stava rivolgendo la parola. Proprio a lui!
"Allora, sei diventato muto?"
"Scusa … sono rimasto così sorpreso che non sapevo cosa pensare.”
"Diventiamo amici?", ripeté il passero, volandogli continuamente davanti ora a destra ora a sinistra nel seguirne tutte le evoluzioni.
"E perché no!?", rispose l'aquilone. "Ma ricordati che io non sono libero come te e sono soggetto ai capricci del bambino.”
"Non importa, facciamo un patto: ogni volta che tu sarai qui io verrò a volare con te."
"Va bene!"
E così presero a spaziare nel cielo e i loro voli si intrecciavano.
Il piccolo, alzando gli occhi per seguire le evoluzioni, vide stupito il passero che svolazzava lì vicino.
Con una mossa istintiva, tipica dei bambini, cercò di colpirlo con l'aquilone e...
"Attento!", gridò questi, sentendosi tirare addosso all’uccello. "Allontanati perché il bambino ti vuole colpire!"
"Ma no! Stai tranquillo e ...” oopss!, con uno scarto d'ala, il passero sfuggì all'aquilone che stava per investirlo, poi tornò cinguettando al suo fianco.
Il bambino ci riprovò svariate volte, ma ora il passero ora l'aquilone si scostavano l'un l'altro, sfiorandosi come in un gioco di aerei equilibri.
Ogni volta si allontanavano per poi ritornare vicini e ridevano felici di queste acrobazie.
Stanco dei suoi inutili tentativi ed un po’ stizzito, il bimbo smise di correre e cominciò a raccogliere lo spago per far scendere l'aquilone, che volteggiò ancora un poco nel cielo sostenuto dal vento e poi ridiscese pian piano verso terra.
"Ciao, devo andare, ci vediamo.", salutò il passero mentre si metteva sul fianco per osservarlo mentre continuava a scendere.
"Ciao, alla prossima occasione.", cinguettò di rimando l'uccelletto.

Il giorno dopo il bambino tornò di nuovo col suo aquilone e lo fece volare ancora alto nel cielo … subito, come per incanto, sotto i suoi occhi stupiti, un passero si affiancò al suo giocattolo e cominciò a volargli intorno cinguettando festoso.
Il piccolo osservava tutte quelle evoluzioni che lo rendevano felice, perché quel gioco così era ancora più bello e si mise a correre sulla spiaggia mandando l'aquilone più in alto che poteva.
"Ciao, come stai?", chiese il passero.
"Benone! Senti, io non posso muovermi oltre i limiti di questo filo e non posso spaziare come mi piacerebbe. Tu che puoi, raccontami del mondo che ci circonda, cosa c'è oltre le colline e dietro le nubi."
L’uccelletto, tutto contento per la richiesta, cominciò a narrare di campi biondi di grano e di prati verdi, di case con i tetti rossi e marroni, di alberi che stormivano al vento e di antenne della televisione, di laghetti e stagni dove si riflettevano le nuvole e di stagioni con i loro colori e i loro umori, di musiche e rumori e suoni e di tutto quello che gli passava per la mente ...

Il tempo trascorse veloce finché il bambino, stanco di correre, richiamò l'aquilone e i due si salutarono.
La cosa andò avanti parecchio tempo, anche se ogni tanto il bimbo o non andava alla spiaggia o faceva altri giochi.
Ma la curiosità di vedere quel passero volteggiare era molto forte in lui, pertanto sempre più spesso  si trastullava con questo giocattolo.
Intanto l’amicizia tra i due cresceva sempre più e, pur nella loro diversità, sapevano gioire di stare insieme e godere quelle poche ore insieme su nel cielo.

Un giorno, mentre il bambino correva sulla spiaggia e i due amici giocavano spensierati, il tempo cambiò bruscamente.
D’un tratto il sole si oscurò e si alzò un forte vento di burrasca che fece volare diversi ombrelloni ed asciugamani sollevando turbini di sabbia.
Il bimbo si coprì gli occhi per proteggersi, l'aquilone si trovò messo di piatto proprio nel momento in cui un turbine d’aria lo investiva.
L'urto fu tremendo, la plastica di cui era fatto si gonfiò come una vela e sotto la tensione, lo spago che lo tratteneva al polso del bambino, si spezzò.
Il vento lo trascinò via con sé.
"Aiuto!", gridò.
"Arrivo!", cinguettò forte il passero, con le piume arruffate mentre volava a tutta velocità per cercare di raggiungere il suo amico.
All'improvviso, davanti al suo capino apparve lo spago dell'aquilone che ondeggiava nel vuoto ormai privo di una guida.
Senza pensarci su due volte lo afferrò con il becco: subito fu strappato via dalla forza del vento che continuava a far salire l'aquilone sbatacchiandolo.
"Aiuto!"
"Resisti!", rispose il passero, mentre tentava con tutte le sue forze di rimetterlo di filo con il vento in modo che opponesse minor resistenza e fosse più facile portarlo a terra.
Ma come era scoppiato il turbine d'aria, così una pioggia improvvisa e violenta cominciò a scrosciare.
Sulla spiaggia ci fu un fuggi fuggi di gente che, in cerca di riparo nei capanni, afferrava alla rinfusa asciugamani, borse da mare, vestiti e tutto il resto …
I pochi che inizialmente si erano fermati ad osservare l'aquilone vittima della furia del vento, se n’erano andati: nessuno più seguiva il dramma che si stava svolgendo nel cielo.
Mezzo accecato dalla pioggia e dai lampi, assordato dai tuoni che sembrava volessero distruggere il mondo, il piccolo passero lottava disperatamente per salvare un aquilone molto più grosso di lui.

Il giorno dopo uno dei bagnini, mentre stava rastrellando il suo tratto di spiaggia per ripulirlo dalle cartacce e dalle foglie lasciate dal temporale, trovò un aquilone quasi sepolto tra la sabbia e su di esso, con le zampette all'aria, un passero ne reggeva lo spago nel becco.

Questa storia potrebbe finire così e sarebbe già una bella storia di amicizia, anche se diversa da molte altre che avrai già lette.
Ma io voglio che la speranza non muoia mai ... ed ecco allora la mia conclusione.

Incuriosito, il bagnino sollevò l'aquilone scuotendone la sabbia, prese il passero con delicatezza e gli tolse lo spago dal becco.
Casualmente il pollice si appoggiò sopra il cuore dell'uccelletto e l'uomo percepì un piccolo battito: in quel corpicino c'era ancora vita!
Si recò svelto nel suo capanno, dove prese l'asciugacapelli, e cominciò a riscaldarlo. Pian piano il volatile mosse una zampetta, poi l'altra, distese un'ala e si scrollò.
Rimase ancora un po’ stordito sopra il tavolo, dove il bagnino lo aveva appoggiato perché potesse volarsene libero, una volta riprese le forze.
Ed infatti dopo qualche minuto, sotto lo sguardo vigile dell'uomo, il passero cominciò a cinguettare e se ne volò alto nel cielo.
Non si allontanò più di tanto però, e da lassù fissava il suo amico, anch'esso appoggiato sopra il tavolo.
Arrivò il figlio del bagnino. Vide l'aquilone, lo prese e constatò che era ancora in buono stato. La plastica di cui era fatto aveva sopportato bene il temporale, chiese perciò al padre di riparargli gli anelli della coda strappati ...
Ben presto, mentre il bagnino riprendeva a rastrellare la spiaggia, l'aquilone tornò a volare alto nel cielo con il suo amico passero che lo inseguiva e lo precedeva festoso.

Se vedi volare un aquilone o un passero ti cinguetta accanto, ricordati di una storia di amici.

(1) Palombina = frazione di Ancona, località balneare.


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