Sara Cordone

I soliti ignoti Magazine - Marzo 2008
Valore e significato della punteggiatura nel testo poetico

 La poesia è fatta di parole e silenzio insieme. Il silenzio è parte fondamentale della sonorità di ogni poesia, non è solo l’intervallo tra una parola e l’altra, ma rappresenta il ponte di unione dei suoni.
Come le ombre di un’opera pittorica evidenziano la vivacità dei colori e le pause nella musica amplificano il palpito delle note, allo stesso modo, i silenzi della  poesia sono la vita della parola.
Quanto viene scritto esce dal silenzio intraducibile,   rientra nel silenzio di chi legge, generando parole, immagini  e pensieri nuovi.
Molto si è detto e scritto a proposito della poesia dal punto di vista metrico, ritmico, lessicale-sintattico, fonico, tematico.
Mi soffermerò qui sull’importanza della punteggiatura nel testo poetico come elemento fondamentale e caratterizzante del verso.
Nel suo Canto notturno, Leopardi raggiunge un  perfetto equilibrio tra parole e silenzi.
I versi rimano liberamente e ciascuna strofa, grazie alle  pause suggerite dai molteplici segni d’interpunzione,  assume un andamento uniforme in chiave di ballata:
“Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai
silenziosa luna?
sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.”

Con Pascoli, apparentemente sussistono ancora le istituzioni metriche della tradizione, come il ricorso
alla rima e il rispetto della codificata lunghezza dei versi.
Tuttavia, proprio con lui, ha inizio la frantumazione dell’endecasillabo cantato  e solenne, che avrà tante conseguenze ulteriori per giungere fino al verso libero di Ungaretti.
Questa iniziale rottura col passato, però, non rinuncia alla fortissima incidenza  della punteggiatura, che conduce quasi a una disposizione grafica ungarettiana.
Ciò risulta evidente nella strofa conclusiva di Novembre:

“Il silenzio, intorno:
solo alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile.”

  Da questi versi si evince l’indissolubile  legame tra le parole e le pause silenziose:  se le virgole scandiscono un ritmo proveniente dai sospiri interiori di un’anima rapita alla contemplazione della natura, i due punti conducono invece in un’atmosfera irreale, in cui l’indeterminatezza   dei luoghi si stempera nella presenza tangibile di elementi sonori e quel  cader fragile di foglie ne rappresenta l’esempio più evidente.                    La punteggiatura e la parola insieme, nella loro sintesi  dialettica, portano alla constatazione di una fredda                   legge di morte come unica e vera realtà che rimane dopo la momentanea illusione di profumi e colori               primaverili.
Come dimenticare poi la potenza evocatrice e nostalgica  dei versi di Montale che, nella Casa dei doganieri,                    canta:
“Tu non ricordi la scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui vi entrò lo sciame dei tuoi
pensieri.”

I due punti anticipano qui un ricordo pregnante  carico di nostalgia, dove, a poco a poco, quello sciame                   di pensieri prende corpo divenendo immagine effimera   e al tempo stesso concreta di ciò che la memoria trascina con sé.
Se è vero, dunque, che per Ungaretti solo la parola “nuda” e scarnificata poteva gridare l’orrore della guerra  in una notte di veglia trascorsa accanto a un compagno  massacrato, è altresì vero che i segni d’interpunzione,  quando vengono usati senza che diventino un mero  artificio tecnico fine a se stesso, conferiscono al verso un’inconfondibile musicalità a cui la poesia non può  rinunciare.
La poesia è canto, melodia, energia sgorgante dai palpiti dell’anima e dal ritmo del nostro respiro.                 La punteggiatura cattura quel ritmo impalpabile, traducendolo  in simboli grafici e permette a chi legge un                   testo poetico di affacciarsi a contemplare gli spazi silenziosi di chi scrive.
Sono infiniti i modi in cui la poesia potrebbe essere intesa e nessuno di essi è giusto o sbagliato, poiché il                    linguaggio poetico è universale e si rivolge a ogni uomo che sappia guardare dentro e fuori di sé e che sia in grado di porsi ad ascoltare.
Credo che se fosse possibile definire l’Idea di Poesia, come Platone avrebbe potuto concepirla, essa sarebbe la perfetta sintesi dialettica tra parola sonora e pausa silenziosa, tra profondità dei significati e forma esteriore che a quegli stessi significati sa dare voce ed espressione.
Sara Cordone
Il Tirreno - 30 maggio 2008


 

Le poesie di Sara Cordone

AULLA.Domani alle 17 ad Aulla, presso l'aula Consiliare del Comune, si presenta  il libro di Sara Cordone “Ascoltando le tacite stelle”, edito da Giovane Holden Edizioni. Sarà presente l'autrice. Ingresso libero.
Le poesie di questa raccolta, pervase da un alone di mistero e inquietudine, rappresentano il desiderio di muoversi idealmente all'interno di quattro tematiche principali: Amore, Dolore, Natura, Dio. Dalla memoria riemerge l'emozione che i ricordi stessi generano nella mente, in un costante confronto tra passato e presente.  Dallo smarrimento e dall'esperienza dolorosa, nasce la speranza dell'incontro con l'Essere che rappresenta il supremo fine a cui tende ogni creatura, che raccoglie i sospiri degli uomini nel suo immenso silenzio d'amore.
Sara Cordone è nata a La Spezia nel 1972 e si è laureata in materie letterarie all'Università degli Studi di Genova. Da diciassette anni insegna lingua italiana nell'Istituto Comprensivo di Erbusco(Brescia), dove risiede. E’ appassionata di poesia, letteratura, filosofia e storia. Il libro è edizionato da Giovane Holden Edizioni, prezzo di copertina: 8,00 euro. In vendita nelle librerie toscane e on line all'indirizzo http://www.giovaneholden-shop.it.


 

La nazione - 30 maggio 2008

Domani, alle 17.30, nell'aula consiliare del Comune di Aulla sarà presentato il libro «Ascoltando le tacite stelle»  di Sara Cordone, edito da Giovane Holden Edizioni. Sarà presente l'autrice. Le poesie di questa raccolta  sono il desiderio di muoversi all'interno di quattro temi: amore, dolore, natura, Dio.


 

Giornale di Brescia - 15 aprile 2008

Un tuffo nell'immaginario poetico di Sara Cordone, da diciassette anni insegnante alla scuola primaria di Erbusco e ora anche scrittrice esordiente. Questo l'intento della serata di presentazione della raccolta di poesie «Ascoltando le tacite stelle», che si è tenuta nei giorni scorsi (sabato 5 aprile) al teatro comunale di via Verdi.
L'evento, organizzato in collaborazione con l'Assessorato alla cultura, ha previsto, accanto al commento                     introduttivo della professoressa Antonella La Rocca e al discorso della giovane autrice, la performance live                     dell'attrice teatrale Maddalena Ischiale, che ha letto alcune poesie accompagnata da immagini e musiche in sottofondo.
Ospiti della serata il sindaco di Erbusco Isabella Nodari, il vicesindaco Giuliano Moretti, l'assessore alla                    Cultura Rosa Milini e la dirigente scolastica Oliva Marella oltre a tantissimi erbuschesi.
Sara Cordone, nata a la Spezia nel 1972, ma erbuschese d'adozione, è appassionata di filosofia e, soprattutto, di poesia.  Una passione recentemente appagata attraverso la pubblicazione della sua prima raccolta, a cura della «Giovane Holden Edizioni».
«Non conoscevo Sara, ho sentito parlare di lei da una collega e poi ho iniziato a leggere il suo libro» ha raccontato Antonella La Rocca, insegnante di lettere all'istituto Marzoli di Palazzolo. Ho avuto subito la sensazione di un dolore eccessivo e di un amore smisurato. Quando ci siamo incontrate, nella sua casa piena di fragili ingenuità, Sara mi è sembrata una bambina, ma molto determinata. Allora ho riletto le poesie, e tutto quell'eccesso di amore, dolore e letteratura improvvisamente ha trovato un senso. Sara Cordone ha avuto il coraggio di riconsegnare alla parola, scritta con cura, la sua ragione d'essere».
«La poesia per me è canto, è musica dell'anima - ha commentato l'autrice davanti a una platea gremita -. E’ fatta di parole, ma, soprattutto, di silenzi. Ho avuto molti silenzi dentro di me. Quando ho capito che avrebbero potuto avere voce, si sono trasformati  in ritmo e parole. Ho scritto questo libro in venti giorni, la scorsa estate, sul balcone di casa mia, con di fronte le colline e,  nel cuore, il mio mare, che non ho mai dimenticato».
La raccolta, suddivisa in quattro sezioni tematiche, parla d'amore, di dolore, di paesaggi malinconici e soprattutto dell'anelito dell'uomo verso Dio. Un'aspirazione che riflette la ricerca umana del senso ultimo dell'esistenza, una ricerca che per Sara Cordone  è inscindibile dalla sofferenza per la prematura scomparsa della madre, cui l'intera raccolta è dedicata.


 

Erbusco e la sua gente - giugno 2008
«Ascoltando le tacite stelle»

 Un tuffo nell'immaginario poetico di Sara Cordone, da diciassette anni insegnante alla scuola primaria di Erbusco e ora anche scrittrice esordiente. Questo l'intento della serata di presentazione della raccolta di poesie «Ascoltando le tacite stelle», che si è tenuta nei giorni scorsi (sabato 5 aprile) al teatro comunale di via Verdi.
L'evento, organizzato in collaborazione con l'Assessorato alla cultura, ha previsto, accanto al commento                  introduttivo della professoressa Antonella La Rocca e al discorso della giovane autrice, la performance live                   dell'attrice teatrale Maddalena Ischiale, che ha letto alcune poesie accompagnata da immagini e musiche in sottofondo.
Ospiti della serata il sindaco di Erbusco Isabella Nodari, il vicesindaco Giuliano Moretti, l'assessore alla                    Cultura Rosa Milini e la dirigente scolastica Oliva Marella oltre a tantissimi erbuschesi.
Sara Cordone, nata a la Spezia nel 1972, ma erbuschese d'adozione, è appassionata di filosofia e, soprattutto, di poesia.  Una passione recentemente appagata attraverso la pubblicazione della sua prima raccolta, a cura della «Giovane Holden Edizioni».
«Non conoscevo Sara, ho sentito parlare di lei da una collega e poi ho iniziato a leggere il suo libro» ha raccontato Antonella La Rocca, insegnante di lettere all'istituto Marzoli di Palazzolo. Ho avuto subito la sensazione di un dolore eccessivo  e di un amore smisurato. Quando ci siamo incontrate, nella sua casa piena di fragili ingenuità, Sara mi è sembrata una bambina,  ma molto determinata. Allora ho riletto le poesie, e tutto quell'eccesso di amore, dolore e letteratura improvvisamente  ha trovato un senso. Sara Cordone ha avuto il coraggio di riconsegnare alla parola, scritta con cura, la sua ragione d'essere».
«La poesia per me è canto, è musica dell'anima - ha commentato l'autrice davanti a una platea gremita -. E’ fatta di parole, ma, soprattutto, di silenzi. Ho avuto molti silenzi dentro di me. Quando ho capito che avrebbero potuto avere voce, si sono trasformati in ritmo e parole. Ho scritto questo libro in venti giorni, la scorsa estate, sul balcone di casa mia, con di fronte le colline e, nel cuore, il mio mare, che non ho mai dimenticato».
La raccolta, suddivisa in quattro sezioni tematiche, parla d'amore, di dolore, di paesaggi malinconici e soprattutto dell'anelito  dell'uomo verso Dio. Un'aspirazione che riflette la ricerca umana del senso ultimo dell'esistenza, una ricerca che per Sara Cordone è inscindibile dalla sofferenza per la prematura scomparsa della madre, cui l'intera raccolta è dedicata.


 

Giornale di Brescia - 13 marzo 2009
Pensieri poetici con Alessandro Quasimodo

Sabato alle 20.30 al teatro comunale di via Verdi a Erbusco si terrà uno spettacolo con letture e commenti sulle tracce del pensiero poetico di Umberto Saba. Un collage di contributi critici raccolti nel volume «Le donne di Saba», Edizioni il Porticciolo.
Accanto alle relatrici Rina Gambini e Sara Cordone, insegnante ed autrice di raccolte poetiche, ci sarà l'attore teatrale Alessandro Quasimodo, figlio del celebre poeta siciliano Salvatore, che omaggerà Umberto Saba presentando il recital «Amai la verità che giace al fondo», con brani tratti dal Canzoniere ed Ernesto.


                
Mio padre Quasimodo poeta senza compromessi
Parla il figlio Alessandro, attore e regista

Nell'era dei mass-media e delle comunicazioni mediate non è raro incontrare figli d'arte. Ma quando si tratta di poesia e l'artista cui l'intimo legame di paternità rimanda è l'illustre poeta Salvatore Quasimodo (1901-1968), ecco allora che l'incontro diventa un'esperienza fuori dal comune. Tanto più che nel caso dell'attore e registra teatrale Alessandro Quasimodo, sabato scorso al teatro comunale di Erbusco per presentare un récital in omaggio a Umberto Saba (da una selezione di poesie sull'autore triestino inserite nel volume curato da Rina Gambini e Sara Cordone «Le donne di Saba», Le Edizioni il Porticciolo), l'aura paterna si manifesta in modo evidente, nella continuità dello spirito con l'impegno civile che ha caratterizzato l'attività poetica di Salvatore Quasimodo nel Novecento e che rivive oggi in una serie di spettacoli ed iniziative didattiche itineranti sulle tracce dei grandi scrittori italiani

  • Con un padre come il suo, difficile non interessarsi alla poesia...

Naturalmente è mio padre che ha incominciato ad appassionarmi all'idea di teatro-poesia. I versi che recito non sono mai scelti casualmente, ma vanno da un punto ad un altro, su alcune tematiche ben precise: voglio che gli autori parlino attraverso ciò che hanno scritto. Questo è un modo per far passare il nesso fra uomo e poeta.

  • Perché un récital su Umberto Saba?

L'idea è nata nel 2007, a cinquant'anni dalla sua morte, dato che in Italia bisogna sempre aspettare questo tipo di ricorrenze per celebrare i poeti. Rileggendo le opere di Umberto Saba ho potuto apprezzare la freschezza interiore; una freschezza che l'ha salvato, consentendogli di trasformare il disagio e l'infelicità in poesia.

  • Com'era invece il rapporto con suo padre?

Non è facile parlarne. Diversamente da quanto si possa immaginare, i poeti sono persone talmente intente ad ascoltare se stessi che non sempre prestano attenzione ai loro cari.

  • «Ma l'uomo grida dovunque la sorte d'una patria / Più nessuno mi porterà nel Sud»: in questi versi (da «Lamento per il Sud») Salvatore Quasimodo sembra prendere le distanze dalle proprie radici. Lei che è nato a Milano (nel 1939) ha cercato di mantenere un legame con la terra natia di suo padre?

Sì, certo. Una parte di me è là. Avverto un richiamo irresistibile di città, di luoghi, dall'isola di Ortigia (Siracusa) a Roccalumera (Messina). L'uomo, ovunque si trovi, e questo vale anche per mio padre, non dimentica mai realmente le proprie origini.

  • Quale aspetto vorrebbe che fosse ricordato oggi del Quasimodo uomo e poeta?

La coerenza a certi ideali. Nonostante il suo marasma vitale, nonostante le sue ombre, mio padre non è mai sceso a compromessi. Mai.

  • Quest'anno ricorre il cinquantesimo dal conferimento del premio Nobel alla letteratura a Salvatore Quasimodo. Come vive questo anniversario?

Sono convinto che mio padre sia stato l'unico poeta civile del dopoguerra. Dallo scorso gennaio sono disponibili alla consultazione i verbali dell'Accademia svedese del 1959. In queste carte, studiate dal prof.Enrico Tiozzo, Salvatore Quasimodo viene definito «il più grande poeta italiano del Novecento» e la sua opera «monumentale». Sono contento che, a cinquant'anni di distanza, ci sia finalmente la possibilità di mettere a tacere le polemiche che accompagnarono all'epoca l'assegnazione del Nobel.


 

Un premio per gli scolari poeti

A pochi giorni dalla chiusura dell'anno scolastico arriva un prestigioso riconoscimento internazionale per i giovani aspiranti poeti dell'istituto comprensivo di Erbusco.
 Gli alunni della classe terza, sezione A, della scuola primaria erbuschese si sono aggiudicati infatti con una silloge di poesie il Trofeo Giovani alla settima edizione del premio europeo di arti letterarie Via Francigena.
 Alla cerimonia di premiazione, che si è svolta nei giorni scorsi a Marina di Massa, i ragazzi hanno partecipato accompagnati da una delegazione di genitori e dall'insegnante Sara Cordone che, a sua volta autrice di raccolte poetiche, ha recentemente pubblicato il libro Dall'aurora al crepuscolo... e poi?, edizioni Albatros - Il Filo. Una bella soddisfazione dunque per gli scolari che gratifica gli sforzi di famiglie e degli insegnanti nel percorso di progetti legati alla poesia avviati da tempo tra i programmi scolastici.


 

 Vita apuana - Luglio 2009 - Marina Pratici
Dall'Aurora al Crepuscolo con Sara Cordone

 "Credo che la ricchezza della poesia consista nell'esprimere significati profondi attraverso parole semplici, che sappiano tornare all'anima da cui sono state generate ...", così scrive, nella nota introduttiva alla sua ultima fatica letteraria- Dall'aurora al crepuscolo ... e poi? -, la poetessa Sara Cordone. E davvero le sue parole, semplici per scelta ma vibranti di «silenzi profondi», «tornano» all' anima, accarezzandola, ricordando che «le parole di un uomo / raggiungono i silenzi di Dio».
Difficile, davvero difficile, credere che Sara, voce poetante di intensa e sofferta maturità, sia così giovane ... Eppure Sara Cordone, occhi luminosi, movenze aggraziate e un'aurea di incantevole fragilità, è davvero giovane. Nata a La Spezia il 7 maggio 1972, laureata con lode in Materie Letterarie presso l'Università degli Studi di Genova, oggi la poetessa insegna Lingua Italiana all'Istituto Comprensivo di Erbusco, dove risiede e dove tiene importanti conferenze su temi filosofico-letterari. E, nel grazioso paese della Franciacorta, scrive, ottenendo ampio consenso di pubblico e critica. Ascoltando le tacite stelle, sua prima raccolta contenente le splendide liriche «Preghiera» e «Non aver paura!», ha vinto numerosi premi letterari internazionali, ed ora Sara ci propone il volume Dall'aurora al crepuscolo ... e poi?, da poco in libreria e che, a breve, sarà presentato ad Aulla, città che non scorda, dove vive suo padre, l'apprezzato professore Giovanni Cordone, e dove molti amici «dell'ieri» attendono i suoi frequenti ritorni. Un'ultima opera, mirabilmente prefata dal professor Giuseppe Benelli, Presidente della Fondazione Città del Libro Premio Bancarella e docente di Filosofia del Linguaggio, che si apre con una dedica, toccante, quasi accorato grido, che già svela la profondità dell' anima dell' autrice
«Ogni pensiero
 ogni respiro
ogni parola
per te ...
generosa fata che mi hai donato la vita
mio eterno amore vegliante
salpato dalla riva
sulle vele del crepuscolo
atterrato sul cuore
dai capelli dell'aurora
perso in un inverno malato di solitudine
ritrovato in un'estate delirante di luce ... »

Ed è subito poesia. Quella vera, capace di emozionare, di fondere, in inscindibile binomio, autore e lettore, creando, rafforzando legami in fluttuanza di parole. E sempre a lei, la madre tanto amata che continua a vivere in ogni verso di Sara, è dedicata la lirica, splendida, «Nella corrente dell'ignoto», dove l'autrice tocca vertici altissimi in nome di quell'Amore, Altissimo, che è l'humus, il fondante del suo poetare,
«All'ombra di mille soli
nel riflesso del Tuo Amore voglio ritrovarla
Nel frusciare d'una pioggia di comete
m'incanterò timidamente a guardarla»

Un dettato fluido, una lievità evocata che diventa consapevolezza irrinunciabile quando la poetessa affronta, con parole di vetro, temi di respiro universale, un improvviso battito d'ali come a stemperare la crudezza dello scritto: questo ed altro ancora, nel viaggio di Sara, un viaggio che si chiude, come nel felice titolo della raccolta, con un ... e poi? E poi, ancora Sara Cordone. Per creare incanti capaci di sfaldare la bruma dell' odierno disincanto. Per donarci speranze, «A mia figlia», « Porto via i tuoi dubbi/ per risolverli nella Verità». Per navigare insieme, «Il tuo viso addormentato», « ... oltre le scogliere infinite/ di un oceano senza tempo né confini». Per rammentarci, con fiduciosa «Certezza», che «Tutto si consuma nel mondo/ nulla si estingue nel Padre», E poi. .. Aurora che illumina il Crepuscolo .


 

Dalla rivista culturale "Il porticciolo" - Ottobre 2009
 Leopardi: la poesia come voce del cuore e della natura

Le liriche del Leopardi non raccontano né descrivono, ma rappresentano piuttosto l'effusione di un'anima che vince il dolore di una tragedia abbandonandosi al sentimento.
Lo stesso poeta scrisse che "La poesia deve cagionare nell'animo dei lettori una tempesta, un impeto, un quasi gorgogliamento di passioni", di qui la povertà di particolari, la semplicità delle parole che, nel verso, suggeriscono un costante tumulto interiore.
Quanto più la parola poetica risulta vaga ed indeterminata, tanto più è cara al Leopardi, perché, pur nella chiarezza dell'espressione, diviene voce intima di  un Cuore che non parla al lettore, ma lo rende partecipe di un momento della sua vita interiore.
"Un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla ... Il poetico si trova sempre consistere nel lontano, nell'indefinito, nel vago", riprendendo alcuni pensieri espressi già a partire dal 1821.
Leopardi mira dunque a fare sensibile nel verso "l'ondeggiamento dell'anima" e a rendere i sentimenti nel loro primo formarsi.
Il poeta che compone la "Sera del dì di festa" e le "Ricordanze" si presenta come la stessa persona che nel silenzio della notte passa di sentimento in sentimento, in quel continuo andare e venire dei ricordi attraverso cui tocca il fondo dell'espressione, in quel sicuro affidarsi alla suggestione di sensazioni passate, in quella misura perfetta della tenerezza affettiva.
La poesia del Recanatese non ci sta davanti come un organismo architettonico, si compone piuttosto poco alla volta, così come nell'animo si fanno avvertire gli affetti non evocati da una volontà intelligente.
Si tratta, per il poeta, di riconquistare attraverso il gioco occasionale delle sensazioni esterne, il tempo e lo spazio perduti della giovinezza appassionata e fantastica, dove le cose rivivono intrise di sentimenti: "Da fanciulli, se una veduta, una campagna, una pittura, un suono ci piace e diletta, quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito." ("Zibaldone", 514-516) Proprio l'irrompere degli affetti e delle pause in cui essi si placano fa più profondo e senza voce il tumulto dell'anima: "Viene il vento recando il suon dell'ora dalla torre del borgo". I limiti e le divisioni della poesia coincidono con la vita del sentimento e la stessa poesia presuppone in tal modo al suo inizio e alla fine una zona di silenzio. Nella prima strofa delle "Ricordanze", un'immagine, un moto d'affetto fanno sì che l'animo chiuso si apra alla voce del passato sempre vivo e ad ogni pausa si direbbe che l'affetto si sia tutto espresso, mentre l'animo si richiude di nuovo nel suo silenzio.
Già nel 1819, Leopardi osservava che è proprio dell'anima umana trovare maggior diletto e appagamento nei pensieri "vaghi e indefiniti", sebbene inafferrabili e tali da lasciare sempre dietro di sé una scia di desideri e di insoddisfazioni, che non in tutto ciò che è determinato e certo.
Non si comprende la poesia leopardiana se non si considera il valore che assume per il poeta la voce del cuore e della natura, voce intima e solenne, che risuona in tutti i "Canti", nei quali il tono ed i singoli accenti sono il segno di una voce suprema, che imprevedibilmente sorge ed alla quale non può seguire altro se non il silenzio.
Al Leopardi è cara la notte, non tanto per i suoi aspetti pittoreschi, bensì perché il silenzio notturno è il clima ideale della sua poesia, che può liberamente effondersi quando l'azione del giorno si quieta e nulla può distrarre l'animo dall'ascolto di quell'intima voce. La stessa vicenda concreta del poeta, tra vita e poesia, si prospetta non semplicemente come la "storia di un'anima", ma come un'esperienza drammatica dentro la storia e dentro la problematica di ogni uomo, di cui Leopardi, non sempre consapevolmente, sonda ed esplicita le diverse possibilità.
Il carattere intimo della sua poesia non fu un semplice sfogo romantico, ma fu piuttosto il ritrovamento di una voce universale: quella del cuore umano, del suo dolore, della sua delusa e mai rassegnata brama di felicità.
 La poesia del Leopardi "canta" i "tristi e cari moti del cor", cogliendo la favola dell'eterna vita e rende sensibile il "tempo dell'anima", che è sempre tempo d'attesa, un protendersi verso il mistero e la bellezza della natura.
Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell'artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello
e fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia.
 
In questi versi della "Sera del dì di festa", il moto di un canto notturno, che si allontana e muore, trova la più spontanea imitazione ritmica nel collocarsi delle parole, nelle inflessioni e nelle pause, con una maggiore corporalità all'inizio e una leggerezza in seguito, che alle sillabe toglie ogni suono, riducendole ad un intimo pensiero di silenzio. L'ispirazione della poesia leopardiana prorompe dall'incanto del mondo naturale, in quella parte che gli offre sostanza di ricordo o di desiderio e che diviene brama di gioventù, di primavera, di memorie.
Gli aspetti naturali delle cose, gli eventi della terra sono sempre appresi dal Leopardi come una rappresentazione della sua vicenda umana, quasi la natura, con i riti d'aria, di luce, di piante, di campi, di monti narrasse in simbolo la vita dolorosa del poeta. In una lettera al Giordani del 21 marzo 1817, Leopardi scriveva; "Quando ho letto qualche classico la mia mente tumultua e si confonde... Io ho insolente desiderio di gloria". Commenta il Momigliano che questa vitalità di stampo alfìeriano, troppo contratta ed implicita nel poeta astigiano, nella lirica leopardiana si scioglie e si espande come un soffio di primavera.
Si potrebbe allora parlare di un certo modo, tutto leopardiano, di entrare nel sogno, di una continua onda di musica che permea e trasvalora i sentimenti senza ucciderli. Credo che il modo migliore per entrare nel mondo poetico di Leopardi sia quello d'individuare la sua tendenza spirituale, di fissare lo strato intimo da cui fiorisce la sua esigenza poetica. Così, troveremo che, al di là di ogni sovrastruttura culturale, vi è nella poesia del grande Recanatese un nucleo che può essere definito di sostanziale romanticismo e ciò rivela ogni suo atteggiamento di spirito, disperatamente bisognoso d'Assoluto.
 Il dolore e l'infelicità del Leopardi sono "essenziali", cioè non solo dipendenti da cause esterne o da vicende personali, ma connaturate al carattere stesso della natura umana. Nella lirica leopardiana si sprigiona una forza sinfonica, una musica sicura di colore tutto spirituale, contro ogni conformismo ed opportunismo morale. Molti temi della poesia del Leopardi sono già stati posti dal poeta di Zacinto: il motivo della forza oscura che travolge uomini e cose, il frequente ricorso al pensiero della morte come ad un'oasi di pace, l'aspirazione all'agire temerario per sottrarsi all'insopportabìle "tedio" della vita, la necessità delle illusioni per dare volto umano alle più nobili idealità, ma è la soluzione nuova ad essi data dall'infelice cantore di Recanati che importa. Fratello spirituale dei poeti romantici come Keats, Shelley, Goethe, Heine, che si sono posti l'interrogativo dei rapporti intercorrenti tra l'uomo e l'impenetrabile mistero che lo circonda, Leopardi non si atteggia a ribelle, ma neppure si rassegna alla triste realtà delle cose: fissa coraggiosamente lo sguardo nel destino e, mentre la mente ne disvela tutti gli aspetti più deprimenti, il cuore riafferma i diritti intramontabili della bellezza, dell'amore, della poesia e si placa trasfigurando liricamente la propria esperienza dolorosa in esperienza universale. Come suggeriva Luporini: "Se nella disperazione, troviamo Dio e ne siamo redenti, il pessimismo leopardiano, l'ateismo leopardiano è una delle più alte testimonianze di Dio che siano uscite dallo spirito umano".
La poesia del Leopardi è dunque atto integrale d'umanità, messaggio totale mai rassegnato, anche di fronte al crollo delle illusioni ed al disinganno. Così, anche l'ultimo canto, "II tramonto della luna", composto l'anno stesso della morte, è ancora uno sguardo pieno d'amore rivolto alla giovinezza ed unisce all'estrema rinuncia alla vita, un senso d'inappagata nostalgia, che scorre attraverso l'argenteo paesaggio lunare. Il lento morire, l'appassire della vita dopo la fine della giovinezza sono l'espressione di un'umanità reale. Proprio nel canto dell'addio, in cui il poeta si congeda dal mondo, riscopriamo la tenerezza accorata verso il tempo perduto, un rimpianto struggente che trema sulla soglia del nulla come quella bianca luce lunare:
Ma la vita mortal, poi che la bella
giovinezza sparì non si colora
d'altra luce giammai, né d'altra aurora.
Vedova è
insino al fine; ed alla notte
che l'altre etadi oscura,
segno poser gli dei la sepoltura.

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