NEANCH'IO
Barcola nel temporale
nubi
coperta del bosco
del cuore immobile
degli anni gelati
da te dal mio sopravvivere
ombre foglie
scuro verde impaurito
fuggo quasi vento
quasi grandine
lacrime
crudeli sul corpo sul fiato
in frantumi
rifugiato lontano
da te dal ricordo
le tue braccia
dimentico nuoto nudo
neanch’ io
voglio
LIBELLULE
le libellule nere sul fiume
Glinščica-Rosandra
Lo sguardo s’inquieta con il passo
se le sorprendo ancora silenzioso
tra danze fratricide e muti allarmi
di vele saracene
o respiro di pantere pronte al morso.
Le rivedo sul fiume, minacce vellutate
di pulsanti palmi in invasione
fosca e senza scampo, a pelo d’acqua,
e l’acqua le raddoppia…
Se stanno – attimi rari –
immobili sui massi o sopra i rami,
sono fili rigidi inaspettati e gelidi
di blu metallo, di verde neon,
quattro palpiti in fretta d’ali nere
in caccia agile nel mantello ruvido
d’un raschiare infinito di cicale.
Se m’immagino larva o altro cibo,
una preda mangiata ancora viva,
questo sciame è l’orrore degli eroi
sui campi di battaglia del Rosandra,
l’ultimo sguardo sugli occhi sfaccettati
d’una conquista aliena.
Ma, col mio grande corpo degli umani,
né percepito né conosciuto dal nemico,
posso osservarne, al sicuro, grato, l’eleganza.
SUL CARSO
questa è un’ascella dolce d’altipiano
piena di rossi e bruni nell’autunno,
un recesso tra le antiche tracce
del Timavo deglutito dalle cave rocce,
piena di gente e di pietre aguzze
dilavate e ricamate nel calcare.
Ma lo sguardo cavalca le valli parallele
con battito crescente
dalle onde azzurro-grigie della costa
fino a sguanciare sorpreso contro il Nanos:
arroccato tsunami nel nitore
di quest’aria autunnale così netta.
E così questa sella resta forse
una zattera ancorata ancora un poco
nel fluire delle pietre e l’innalzarsi
nella deriva delle Alpi mai quietate.
TRENI
Trieste-Roma
Così rivedo la campagna tra le nubi
e le file dense di cipressi immusoniti
nella luce incerta che porta lenta all’alba
in un mantello sciolto di cielo color perla.
Che cambia in oro giallo impallidito
se volano gli uccelli risvegliati o i primi umani…
E svelto fugge scivolando via
senza mai aggrapparsi al finestrino
se non nelle fermate.
Questa freccia veloce spintona la campagna
sbeffeggiando i nemici che la schivano
-le strade parallele e i capannoni-
o tentano un attacco inefficace
anteponendo fiumi, passaggi a livello
già in allarme
o l’Appennino largo sotto il sole.
Vorrei che così fosse la vita,
un osservare lento senza soste,
con qualche riflessione, dei ricordi,
col tempo in faccia
e gente rinnovata
che racconta.
AVENTINO
Ancora un tramonto, guarda,
un tramonto come quelli di una volta,
con le nuvole che sono continenti
e facce d’animali e re dorati
che agganciano lo sguardo tuo stupito
per il doveroso omaggio.
E dona porti e navi e forti vele
verso i sogni e verso approdi
che mai potrai toccare
e boschi sacri e cascate di rubini,
e brucia l’orizzonte e lo azzittisce
mentre tu, nuovo bambino,
fermi il fiato e sgrani gli occhi…
E mentre voli in questi luoghi immaginati
e li tocchi quasi e li conquisti,
gioiscine e regala loro presto un nome
perché sappi che da qualche parte
il tuo gran regno sta diventando pioggia.
RINASCITA DEL SOLE
Marco Aurelio a Palazzo Altemps, Roma
Solstizio d’inverno
mi sorprendi al voltare delle scale,
alto e vasto tra le volte e i faretti
che snidano il corpo tuo potente e nudo.
mi soffermo nell’ombra tua decisa
che scorro con le mani, castamente,
per le telecamere a circuito chiuso.
attimi in cui percorro
il metallo caldo della schiena,
l’addome baldanzoso, il nido vuoto delle ascelle,
il tuo mantello lasco da slacciare.
tu ritorci lo sguardo nell’oblio
che avvolge veloce nel baratro le cose,
ma sembri ricordare e confidarlo
allungando il tuo braccio verso il mio.
in questo abbraccio disteso sui millenni
ti suggerisco un’anima qualsiasi,
quella che non potevi né dovevi allora scegliere,
per farti rimanere ancora un poco
e immaginare o poter sentire
il corpo tuo maestoso, i tuoi odori.
BUON VENTO
Grado, la "colma"
questi tuoi anni ruvidi di ruggine
sono rotte riposte dalla vita
-qualche foto e qualche data nella stiva-.
ora ridi e raddrizza forte verso il largo
tira calmo la coda a questo mare
sfida il vento suo freddo di rasoio.
smorza la rosa di sale dell’assenza
amplia deciso il giorno come una vetrata
strizza lo sguardo al sole che si posa
e allarga le tue mani tra le nubi:
per te solo se ne vanno questa sera
così svelte e strane in stormi regolari.
il porto è propizio, fidati di me:
un’altissima marea da luna piena
ne divora le coste e i giorni accatastati.
TERRAZZO A COLOGNA
Dimora che si svolge
da sparviero sopra il golfo
e il golfo ne soffia quieto il volo
sull'anello di terre, così azzurro,
rispiegando Horus e le sue ali,
rendendone immortale l’emozione.
Io conosco bene questo mare,
queste coste a strapiombo sulla vita,
queste terre che accolgono le case con astuzia,
ne perseguo le pieghe e gli irti anfratti
giù quasi fino alla città.
Più oltre le punte a trattenere il mare
che non sfugga veloce dallo sguardo.
Ma qui si posa un poco:
quattro chiacchiere sopra un vino scabro
che risveglia una smorfia di tannino.
E così questa terra
s’inasprisce sorseggiando la mia vita,
e diluisce gioie, inutilmente amara.
O forse ne stempera l'azzurro col riarso,
respiro estremo di ricerche troppo antiche
-Giasone o Ulisse- mai quietate.
E che sia forse azzurro questo sangue
che si sta inabissando dentro il blu,
-un blu di metilene-
che sembra a me quest’oggi proprio
il colore degli occhi degli dei.
FREDDO DI FEBBRAIO
sfilo la traccia fina
dei miei piedi di sabbia
verso un mare mannaro
che mugugna e che smangia
la spiaggia smunta dell'inverno.
avrò solchi di soffi
sul mio volto, d'un fiato che si slancia
sulle guance
per cancellarmi il nome.
e la fine dei passi
di questo fosco oggi,
che si spande in frantumi
sforbiciati dal vento,
si smorza assieme alle parole...
sbucceremo gli oggetti
a ricercarne un senso?
questo pugno
d'aria sabbiosa e scura
confonde gesti e sguardi
nella sera...
né io né tu tentiamo
l'amore scarso che ci resta -
sei una scia d'aereo su nel cielo
ed io un funambolo gabbiano.
ANNI ANNI
hai indossato per anni la tua casa
ed innaffiato per anni i tuoi ricordi
e negli anni strizzato la tua vita
con liturgie imbecilli ed efficienti
mentre ognuno diventava una comparsa
dentro una farsa di dura cartapesta
e non riesci a dedicarti la tua vita
né consolare il bimbo capriccioso
dei tuoi anni né prenderlo per mano
ma è il momento che assaggi questo tempo
che ondeggia assieme alle processionarie
che s'affida alla fila cieca delle scelte
è il momento che assaggi le parole
per asportarvi catrame e recinzioni
e le riporti ad un volo senza falchi
e doni loro due labbra senza nubi
allora vivere sarà scalciare di pazienza
sarà irretire il ritmo aspro della calma
in un sentore di paglia e d'ammoniaca
dentro le braccia calde del tuo fiato
CAESAREA MARITIMA, ISRAELE
Allora la terra era una morsa
di caldo e di scorpioni,
d'ombra scabra nei palmeti
e di vento steso sulla pelle.
Scoprirla e farla nuda
e scarna è stato lento,
sminuire le città altere
in piatte simmetrie
il patto feroce
d'una smorfia contro il sole.
Uomini, cavalli e religioni,
solamente bassa forza
oscillante sul filo della costa,
maniscalchi di vite e di rovine.
Ora stupisco dei gangli
scoperti della storia,
delle scarse tracce d'esistenza,
che ci spinge a trottolare
nella luce come ciechi,
a godere degli avanzi masticati,
quasi come mendicanti di palazzo.
O LENTE LENTE CURRITE NOCTIS EQUI
( Ovidio, Amores, Liber I, XIII )
e nella notte spalmiamo su di noi
l'emulsione lenta degli arti
nell'amore e il distillare lento
delle fronti e delle reni,
la risalita del fiato, il suo restare.
poi svapora con calma la passione
con movenze di mimosa se la sfiori
nell'oscuro del respiro ormai placato.
tu sussurri nel sonno d'una terra aliena
in boschi di visioni che non vedo
in un roco contatto di capelli
e un bussare di dita sulle dita.
ora il tessersi del sangue nei miei polsi
m'imprigiona lento e poi mi lega
a un volo largo dentro al mio ascoltare
tra piume di gufi e zampe di faina
tra un sonno vigile e una veglia trasognata.
e giunge infine il fiume delle stelle
in lentissime onde alla finestra,
scioglie le case, s'annoda al mio cuscino
e, sorridendo con cura, mi spalanca.
UNDERRATED
sempre novembre brinda
coi morti, i santi e i primi fuochi
dentro i sorrisi tesi
delle zucche:
'che torni il sole ancora!'
'che non spiri ancora nella notte!'
sempre cavalca tronfio
l'anno e frusta il fianco canuto
dell'inverno
e il caldo che fugge dalle vesti
sempre novembre offre
vino e castagne imbarazzato
dal bianco del suo fiato;
non troppo amato anche se
porta in regalo cachi d'oro,
surrogati patetici del sole,
risarcendo gli anni ormai alla fine
risento il ruvido di lana
sulle cosce
nei corridoi troppo grandi
della scuola
rivedo il grande vento immusonito
i cachi che s'arrendono
uno a uno
INNER BET SHE'AN
scavi di Bet She'an, Israele
strade di pilastri scombinati,
sarchiate sotto il sole,
scrutale e scegli:
sismi sciatteria
offese oblio...
questo non è tempo d'Esculapio:
queste colonne non guariscono,
non sostengono; forse, al più,
rastremano un difetto,
una malformazione, un vezzo, forse...
e non dicono più
a volte un capitello
inalbera l'eleganza vegetale
del corinzio, a volte
spezzoni di foglie fessurate
in un soffio di bianco,
puntellando il cielo intero
o qualche modesto straccio
d'architrave,
sbalestrate dal deserto
coltivato incautamente nella vita,
sono quinte a soqquadro
a incastrare vuote una terra vuota
che è variata poco
e da cui veniamo
cozzano sole
in questi giorni inzotichiti,
riverberando la loro storia scolorita,
spintonate dalle voci delle guide
sono ora coccolate
da cartelli e direzioni controllate
in un percorso domato,
un percorso da infradito,
riassestate dal dolore,
dove dire 'fermo, sorridi'
e tirare trecce a divinità stupite,
respirando incenso
e sterco
noi con distacco le tocchiamo, calde
membra corrugate nella luce,
affettate come enormi cetrioli
e sprezzate nell'orgoglio
avanzo piano con il cuore
sudato d'emozioni,
le tracce dell'assenza
sono peste sulle pietre,
ritessendo genti e grida e brontolii
e lingue diverse
e le diverse fini
e poi le mie...
ed in questo labirinto riordinato,
elegante sopra il tempo,
s'apre l'irta selva dei ricordi
tenuti alla catena,
percorsa se ci piace,
se mi tocca...
col timore
che il momento del risveglio
prima ti graffi la faccia
poi ti faccia furbo le fusa
e tu così soccombi
MAMOUN
Trieste, Nazareth
linguaggio ormai lontano,
alla mercé del tempo,
stazzonato dall'acqua,
fluttuante sopra i prati
dei miei giochi:
la casa, la stalla, ecc.,
gli alberi - forse pioppi -
e il filo teso
ad alternarne la visione:
imprendibile frontiera difesa dalla voce
inforcata come un giavellotto
"hai le mani sporche,
non toccare le lenzuola!"
tutto attorno le picche irruvidite
del granone a sibilare l'aria,
così abile a snidare
fantasmi e mura al vento,
senza farsi mai acciuffare -
c'è il deserto ora d'un parcheggio
e i ricordi non si fanno resettare.
ma il tuo filo, Mamoun,
sembra incarnito dentro un muro
di confine di cemento, fermo e triste.
e il limio dell'ognigiorno
s'accanisce sul bucato -
canottiere da bambino e oversize -
reso scabro dalle vite
che indovino in questa foto.
non ne annuso il vento soffocante
nella fissità del bianco e nero
né le voci né gli odori,
ma ne posso vedere la fatica.
roba consunta, lavata e rilavata,
messa a fuoco per salvarla sulla carta,
un logo americano a testa in giù
sembra un'ala (ma non è)
in questa natura morta sciorinata.
hai visto il doppio filo teso
su sconosciute giornate precedenti
di polvere e sudori demarcati
da aloni cocciuti e consunzioni.
hai visto come l'ombra proiettata
nasconde quella macchia come un foro
proprio al centro sopra il cuore.
ma hai visto te stesso
sospeso su quel filo
per sfilarti l'asfissia
della tua vita?
hai premuto il pulsante
come se strizzassi una pistola?
hai sparato il fiato trattenuto
alla ricerca d'un possibile sollievo?
tu sei un giunco che guizza
scuro oltre l'ambra della pelle,
giovane uomo così gentile e teso
e morbido e formale.
la tua foto così dura ed efficace
è al sicuro appesa alla parete,
tu vola via e fiorisci
nello scoppio assordante della vita.
İSTANBUL YENIDEN
Più della tua gola azzurra
solcata da navi e da divinità
è il tuo vibrare che riporta
ancora l’antica calma del restare.
L’occhio ritrova il tuo volto dolce
di cupole e puntuto d’antenne e minareti
e si quieta nell’alcova di marea.
Le tue parole sono scudiscio e pungolo
e dolcezza malcelata, verdeblu,
a trattenere liane sui miei passi,
le tue vene un rimanere d’aromi sulle mani
nella penombra sciorinata dei mercati
così che il mio respiro s’innalza e ride.
I suoni dei vapori talee da ancorare ancora
sul mio corpo come radar rintraccianti
per ritrovare le tue strade d’acqua
e il mio stupore.
Sei tu il mio sentire gli orizzonti
il battito del cuore nei tuoi vicoli
il pericolo nell’urlo dei gabbiani,
sei tu lo schiaffo del tuo immenso
donarmi una quieta sofferenza
una gioia squinternata e rugginosa.
Torno a te come si torna ad un amore
scomparso, dissepolto e sfavillante.
EQUINOZIO
mi abituo al tuo limio
d'anno che sfalda
rimbrottando la luce
e lento l'allontana
e mi abituo al canino
della temperatura
che punge dopo mesi
di bonaccia
e che già lascia il segno
sull'erba all'alba
incanutendo i prati
i tramonti hanno oro
e nei capelli il freddo
tessuto coi rubini
nel tremito del sole
un altro anno ancora
un'altra fine ancora
e ci sentiamo soli
nelle giacche
come aghi
CINIS SUM. CINIS TERRA EST. TERRA EST DEA. ERGO MORTUA NON SUM.
Aquileia, Museo Archeologico
lunghi millenni e luoghi
e lingue e vesti d'altro aspetto.
ma non qui non ora.
non qui nella sale rimboccate
di reperti scelti a zonzo
per gli anni,
non ora puoi vedere il disastro
in libera caduta,
le meteore dei barbari,
la scacchiera scombinata
d'una partita ormai sull'orlo.
ci sono altre barbarie ora.
l'iscrizione si raddrizza a voce aperta
a cavalcare le tracce
del latino del liceo
e s'avvicina col suo sorriso
smunto e triste.
l'oblio l'oblio è uno sbuffo
di polline sull'ape,
un attacco di vespe doloroso.
non ora il naufragio sotto il fango
d'una via sacra imbarbarita
quando la morte fuori
era il pane quotidiano.
né il tuo nome rimane
né il tuo ritratto,
solo il pensiero di speranza,
rassegnato.
ma noi qui ora,
commossi a calare i ricordi sottovoce,
come una mano vincente
sopra il tempo.
EUFEMIA
Grado, Basilica di Sant'Eufemia
non cibori, plutei o absidi policrome,
sottomissioni erotiche da confessionale,
né l'aroma degli occhi della gente
che non considera nemmeno le colonne,
alcune in chiassoso bianco e nero,
recuperate a coppie a coppie
da qualche sfacelo post-romano.
sanno dare visioni vistose di marmo nero di Varenna
così come s'atteggiano d'estate
le nubi se si gonfiano,
visioni che tu strizzi dall'interno
e spargi incuriosito nella penombra schiusa.
altre ancora pallidine con fremiti marini,
prese da qualche cortile o stanza femminile,
a disagio in questo luogo di divina pesantezza.
la gente è attratta dai mosaici
di certi Martinus, Vigilius, Simplicia, Antonina, Elia
che hanno sborsato pedes XXV di tessere
a maggior gloria di nessuna gloria.
la voce delle colonne è forte con i forti
e riconosce lo sforzo d'architrave,
tenendo pesi che sembrano aggraziati:
archi a tutto sesto, pulvini,
affreschi dalla vita quotidiana,
così come tu stesso,
traballante di sogni e di cassetti
tarlati e inchiavardati,
riequilibri e sostieni gioie da bacheca
e reliquie ingioiellate.
il tuo passato s'allarga là, sulle pareti schermo,
un film rivisto al rallenti,
così lontano ormai, così falbo e stinto.
così alla mercé dei raggi di memoria.
queste colonne d'un futuro
che ronza nelle mani, quieto,
sono alberi possenti
e tu la linfa.
WESTWARD HO!
verso il Canada
Presto
è facile che un millimetro si strippi
e s'accresca miglia e miglia,
si beffi della gravità comune
e della gravezza della vita -
basta una spinta accumulata in tempo
che snodi l'istante
e ne scalpi le radici.
Andante
così le terremadri arretrano e il mare
nel suo scandirsi immemore
guadagna tempo nella fuga.
-
non c'è storia che non sia
nuova di secoli e di boschi
spartiti da piste e ferrovie
in uno scenario da "alea iacta est";
simile alla tua, ma meno tesa.
Adagio
sono così alteri gli dèi accoglienti:
dèi orsi, bisonti o aquile
dei fiumi, delle cascate irrigidite.
questo tuo vello d'inalterabilità mediorientale
fa invece acqua e ruggine agli occhielli
e si macchia di aurore boreali.
Largo
le montagne rabbrividiscono raggrumandosi,
lasciando vuota la pianura intera
verso il ventre spazzato dell' Hudson Bay,
e facile lo sguardo vola alto.