CREDENZE UMANE

Dicono che il giorno
Fa biondi i campi
E le foglie disegnano arabeschi
Sulle loro ombre.
Dicono che il vento
Le fa giocare ai quattro cantoni
E le fa correre
Dietro il cappello d’un prete.

Dicono che mare e cielo
Non si toccano
Ma nessuno vede i sorrisi muti,
gli sguardi accennati
che mille volte si sono scambiati.
Dicono che…nei lunghi inverni
Il tepore delle mani
E’ pieno d’uno strano segreto
Che conosce appena le sue origini

Dicono che nelle notti di primavera
Lassù dove i mortali non osano…
Nasce una speranza di nome Aurora.

 

PENSIERI DI BAMBINI

Li guardo mentre sicuri traversano la via,
sagome stagliate contro il rosso d’un sole inconscio.
A volte s’agitano senza posa correndo su di un sospiro,
e srotolano la vita in punta di piedi.

Tante sono le strade dove essi si celano
Perdendo l’anima,
le poesie che scemano dai loro occhi sono prive d’argento.
Sento le loro mani cercare l’aria,
avidamente le affondano nella rena per caverne oro.

Pensieri di bambini
Che fanno tremare le rughe muffite, sognano al di là della semplicità fino allo spasmo.
Forse qualcuno li ha intravisti
Nelle sere appena accennate
E sorpresi falsi di mere puerilità
Li ha disconosciuti.

Pensieri di bambini
Che nel primo vento di Hippur…sono d’argilla.

 

RACCONTO DI MEZZA VIA

Riposano tranquilli in un lento battere d’ali
Ameni sorrisi d’inquieti sguardi.
Nell’ombra che tinge un presente amorfo
S’intravede uno spiraglio che mani appassite riscaldano.

In quella via che percorre un dilemma gioviale
Corrono richiami perpetui di carezze notturne.
Nel candido trascorrere di una vita lucente
Quel credere a storie svanisce in una nuvola.

Racconto di mezza via è questo mio vivere
Tra spazi immensi e confini senza cielo
Dove lieto e semplice s’insegue un dubbio.

Lontano passa un’estate scolorita.

 

I GIARDINI DI SENNAAR

Brevi accenni d’arcobaleno
Si ergono maestosi nella loro fragile presenza.
Ricami tessuti in un’armonica unione
Fremono nel pulsare di verdi cuori.

Nel cielo aperto si spingono oltre il reale
Restando palesi presenze di puro candore.
Nessuno osò sfiorare le lievi danze screziate
Ma raccontarono loro di storie passate.

Il vespro avanza gettando lunghe ombre scarlatte
Il suo manto copre un gracile germoglio.
I giardini di Sennaar ora riposano
In un sonno astrale:
si dileguano pian piano all’ombra di una foglia.

 

STORIE INCANTATE

Racconta ancora il lago le storie di un tempo nel quale i mitici unicorni
Correvano silenziosi su vaste lande.
Qualcuno dubita ancora dell’orma vicino alla quercia,
voce astrale di confusi arpeggi vaga solitaria sulle sponde.

Storie incantate narrano al fuoco morente
Mentre il sole s’adombra
Trasportando verso un’ignota lontananza la fragilità.
Traspira piano un’onda che s’accosta alla riva-
Furtiva lacrima lasciva.

Racconta ancora il lago di gnomi ed elfi,
guaritori e maghi che passarono su di esso taciti.
Chissà dove sarà ora quell’attimo perpetuo
Nel quale s’arrestò una fiaba infinita
Senza vincitori né vinti.

Ascoltano in silenzio gli occhi sognanti
Tornando lontani da una vita a loro impalpabile.
Storie incantate dell’Universo colano
Tra aneliti di vita incostante.

Torna da una rimembranza un eroe sfiorito.

 

L’ACQUA E IL VENTO

Si rincorrono senza posa i teneri amanti
Vissuti sin dall’era in cui il fuoco divenne fiamma.
Tra un sussurro ed un’arcana parola
Qualcuno spia il gioco di rumori notturni.

Facile e meraviglioso è perdersi in strade
Che percorrono la vita in un’epoca di città sommerse.
                                                 Chissà in quale astratto mutarsi si perviene nella realtà
Senza poter sfiorare quella strana compassione.

Forse è solo un sogno che si ripete ad ogni aurora
In cui specchiarsi è un limite indiscreto di falsità.
Tutto muta in un susseguirsi di ere.
L’acqua e il vento sono solo riflessi…
Poi, verrà ancora un fremito di vita.

 

L’ALBERO ACCANTO AL MURO

Viveva nell’epoca errata
Cercando l’acqua di pietra,
un esile stelo di breve serenità.
Chiara appariva la sua storia di petali soffiati
E non si disperdeva il suo muto canto.

Così un bimbo raccoglie un filo di cielo azzurro
Per raccontare al vento della sua invincibilità.
In un credere di nuovi arcobaleni
Si fissa un punto astrale nel vasto cosmo.

Così un albero che giaceva accanto al muro
Narrò la sua leggenda ad uno specchio d’acqua.

L’onda raminga non gli restituì la parola

 

NINIVE

Il sole pallido crea quell’aspetto fatale
Che tramuta in bianca polvere la nuvola.
Su quella fragile presenza si forma una storia
Che vede innanzi quel che avvolge.

Verso quelle rive amene dove un tempo sedetti,
rivolgo pensieri di un tenero dubbio
che ripone nel passato una inverosimile immanenza.
Il moto delle onde si sussegue perenne
E viene sempre alle sue spiagge natie
Ove il riposo giunge breve ma cadenzato.

Andiamo a Ninive dove l’ancestrale sogno
Si racchiuse nel suo vasto sepolcro.
Là guarderanno i popoli futuri ove un bimbo
Osò sfidare le leggi arcaiche.
Tenui bagliori d’ansie insepolte mormorano nelle strade
Ed il buio assoluto pervade animi ed occhi

Quel che l’uomo crea in un plenilunio
La fredda realtà scioglie.
E’ fuggito un giorno presso le rive dell’ultimo lago:
il tramonto s’arresta quieto.

 

GIOCHI DI FATE

Alla sera giungono di lontano
Bimbi d’ogni dove per ascoltare con cuore trepido
Di fate, folletti e spiritelli.
Dolce pensiero sfiora le labbra
E fa di paura un lieve sussurro.

Ascoltano in silenzio il rumore del vento
E passano tra spazi infiniti
Tinti di rosee nuvole che non temono nulla.
Si prendono per mano guardando altrove
Mentre una stilla argentea cade nel loro vasto cosmo.

Sono i giochi di fate che cercano
Tagliando l’aria con i loro sorrisi
Piangendo lievi su tracce di fiabe passate.
Non temono l’oscuro né frasi perdute
Perché grande è il mondo dei loro sogni.

Quando torna l’alba
Essi volano via tra i cieli azzurri e confini sconfinati
Tornando nei sogni di cui sono padroni.

A volte trapassano il presente
Con le nenie d’amore.

 

L’ULTIMA FIABA

Rammento ancora una fiaba remota
Dove perdersi non era oblio.
Qualche rara ed oscura presenza
Batteva a volte la solitaria volta celeste.

Immensi prati appena accennati
Solcavano silenziosi quella solitaria
Dove riposano ancora eroiche spoglie di latta.
Chissà in quale angolo sperduto giace
Quella strada d’argento disseminata di fiori.

Rammento ancora del fato cieco
Unico giudice di mere fantasie.
Guardo lontano dove i miei occhi si sperdono
Per ammirare quell’infinita vastità
Dove più volte il cuore si rifugiò.

L’ultima fiaba è questo mio racconto
Mentre scorre lento il passo incerto.

ED IO SONO L’ARCA

Il cielo si strappava i veli
come donna in lutto.
Tutt’attorno non un vagito
nera era la cresta del colle

L’onda baciava la risacca in fiore
non un gesto dal pio occhio.
Ed era buio più della morte profonda
saliva e scendeva il cuore sospeso

Tardava l’upupa col suo compagno
il vento mandò voce.
Una
     due
        tre volte.
Ora non è più nera la cresta:
                         ed io sono l’Arca che giunse alla somma paura.

 

SENTIRE

Se io fossi una foglia nella tempesta
vorrei essere una piccola parte delle Sacre Scritture.
Se io fossi il Nulla perpetuo…
                                sentire  un attimo di dolcezza
                                         seguendo  il lento morire di un fiore.

 

E LE STELLE STANNO A GUARDARE

E le stelle stanno a guardare chi rinasce
dopo un lungo inverno.
Guardano il bianco che si colora di rosso
il sangue che scorre sulle gote.

                       E le stelle stanno a guardare l’anima
                               baciata dall’ala fredda della notte.

 

SILENZIO ETERNO

Toccare nel limpido vivere una goccia
è andare oltre le sue increspature.
L’essere è in sé ragione e ambiguità
traguardo e travaglio.

Non v’è legge suprema che limiti
le onde cadenzate del tempo.
V’è un solo giorno in cui torniamo
ed è quello nel quale ci plasmiamo.

Siamo padroni dell’era madre dei nostri sogni
                             e non viviamo che una stagione.
                                  Il canto, poi, del vero
                                               rompe ogni sigillo irrazionale.

                                   Il silenzio eterno è in noi:
                                   uomini-bambini cercano luce.

 

VANITA’ DI VANITA’

La fantasia è il luogo ameno
dove fuggono via le tristi estati.
Un uomo perso ritrova la sua età presso un focolare.

Verso quella distesa che a sera diviene mare
riposo gli occhi e il cuore ancora in fasce.
Vanità di vanità, che fai l’uomo simile al pavone
sfidi le leggi universali per vantarti di nuove prede.

Fitti e fitti richiami s’odono lontano
mentre mille genti s’accalcano sulla notte.
Un pifferaio han detto che seguono
incantati dal suono e accecati dalla cupidigia.

Verrà freddo presso l’inverosimile banalità umana
ed allora si beeranno i plagiatori nuovamente arricchiti.
Il cielo sereno non abita le stanze immerse nell’oblio
racchiuso in un’ampolla piange se stesso.

                      Vanità di vanità, sai beffare la realtà
                      celandoti dietro ad un angusto angolo.

                          Credi l’uomo tua vittima sempiterna:
                              ma uno straccio d’anima restia t’annega.

 

FAVOLA

Se potessi tornare alla luce
vorrei essere una campanula che giace in terra.
Favola narrata nelle notti d’amore
quando il vento abbraccia manciate di foglie.

Vorrei raccogliere nel mio calice candido
le lacrime del mondo per riempire il ruscello della vita.
Non sono più una stella caduta nella notte dei desideri:
mi chiamano Favola
           e nella baita d’un mondo sperduto
                 mi troveranno accanto ad una piccola campanula.

                          Solo il tempo mi farà rinascere
                              non più al rintocco.

 

IL BUFFONE

E parlo ad uomo
un uomo triste e solo
che senza ali sa volare sino al cielo.

Lo sguardo attento
le mani corrono sulla sua vita
ma lasciano andare farfalle nere.

E parlo al vento
racconto storie leggere come nuvola
mentre scende la sera presso i volti.

Canto canzoni vuote
che riempio di perle false
e attingo note afone ad un pozzo inesistente.

Il Buffone piange col riso
cerca il destino tra le sue smorfie
e spinge lontano un ricordo
                             Una parvenza lieve
                                 di smisurato sogno e smagata felicità.

 

BRICIOLE DI TERRA MADRE

Sono stanca di sentire
rami secchi e foglie bruciate.
Le lunghe ore di canto
le ninne nanne al cielo bucato.

E’ tardi ormai per accendere un fuoco:
paura e timore.
Sulla vuota cadenza astratta s’ode un uomo:
il suo sospiro è muto.

Nel tempo che determina l’essere
la storia non nasce afona.
Le passioni magiche di un’era lustrale
toccano i lidi della ragione.
Sono stanca di parlare
d’oro e di liuti incerati.
Il buio non è che credenza
fumante negli occhi che sanno di culla.
 
            Resta un perché ad una lieve brezza:
                                la nascita di un lago
                                  è segno di speranza.

                             Tra poco…briciole di terra madre.

 

I VECCHI

Seduti come stracci usati
lievemente appassite le ciglia
tramutate in fili trasparenti le dita.

Figli di un passato che li ha dimenticati
nature morte ravvivate da ricordi
ombre presenti nei vestiti cadenti.

I loro nomi sono ormai scoloriti
scambiano parole bianche per un papavero
si lasciano cadere come sacchi vuoti.

I vecchi sono farfalle nude e sparute
uomini di latta celati dietro i vetri
han perso il sorriso come petali.

I vecchi si son guardati dentro:
             la loro età era fossilizzata.
         I vecchi non sono mai stati piccoli
                     i vecchi…
                        Li racconto ancora.

 

CROCE PROFANA

Chiede spesso il viso riflesso
un po’ di vita anche se scarna.
Una dolcezza infinita ed unica
nella quale perdersi non è oblio.

Se stringi forte una parte del cuore
l’altra pulsa affannosamente.
Ma l’attimo in cui senti il lieve dolore
sarà l’ultimo di una vasta landa petrosa.

Non affaticare invano l’occhio spento di luce
cerca più in là la tua fonte.
Una goccia frequente ritma il tempo tra le foglie
e i calici dormienti s’aprono.

Chiede spesso il volto riflesso
un’ antica voce per ritrovarsi giovane
una speranza nuova da poter vivere.

                Non sta a noi prendere due croci
                   Se la nostra sa di profano affetto.