LA BAMBINA

Io non sono niente. Giaccio in una cupola trasparente che ha dentro un mondo simile a quello che sta fuori, ma che incredibilmente mi opprime. Ho la visione di me sepolta, distesa dentro a questa emisfera che mi angoscia e mi opprime. Una vegetazione si scompone, fruscia, galleggia sopra di me, come fossi una specie di Ofelia che annega nel suo delirante torpore. La cupola racchiude tutto un mondo. Il mio passato e il mio presente vi sono annegati; il mio futuro è l’oppressione e la tristezza e il buio che sono dentro a ogni cosa. Vi cammina dentro una bambina di pochi anni, a cui nessuno bada, cui nessuno fa festa; una bambina che vive solo di sé, in sé chiusa, in un dolore che trema e spaura; la sua strada è sola, le è davanti, e lei non sa andare o rimanere, non sa cosa troverà andando, ma lì, lì dov’è, non vuol restare.
Vuole andar via e non sa dove, e nessuna mano la guida, e tutto è così triste e solo.
Nella semisfera piove. Un pianto inclemente viene giù dal cielo a dire com’è triste l’esser sola. La bambina ha un’anima, un dentro che le fa male, che sommuove il suo pianto e lo mescola alla pioggia di continuo. Ma nessuno sa che ha un’anima, un dolore nel fondo, e per tutti è una cosa, come se di lei non ci fosse altro che l’involucro esterno del suo corpo. La bambina è sola, non sa come dire che c’è, che ha un dentro che piange.
Tutti le preferiscono il fratello, biondissimo e ricciuto, una vera rarità nel Meridione. Un bambino che è un po’ più grande e che perciò capisce di più, gli altri pensano; e lei sta da canto. Non ha riccioli biondi, e il portaritratti su cui stanno due foto, una davanti e una dietro, mostra sempre l’immagine del fratello biondo e ricciuto, mai la sua. Una volta l’hanno sgridata perché ha provato a girarlo. Lei non piace, la sua immagine non è bella altrettanto. Ora che la mamma è morta, tutti stanno intorno al fratello, gli insegnano a fare qualche cosa, si divertono con lui, lo divertono. Con lei giocano poco. Lei è piccola, lei non capisce. Ho riguardato le poche foto dei suoi quattro-cinque anni: è a scuola. Ha intorno i compagni d’asilo; è smarrita, ha uno così strano, incredulo e goffo, di fronte a questo vuoto che è la sua vita senza abbracci, senza affetti, senza sguardi d’orgoglio per lei. Non sa a chi rivolgere la sua anima che implora, e il suo sguardo dall’aria intontita ha un dolore cupo che ristagna, un dolore incompreso che la estranea da tutto e la fa straniera nel meondo, lontana dagli occhi e dal cuore degli altri.
Ma oggi l’ho incontrata, finalmente sono stata a tu per tu con lei, come se non ci fosse nessun tempo a separarci. Ho pianto e amato la bambina che non c’era per nessuno. Una così sola non l’avevo mai conosciuta! Quando l’ho vista andava dietro a tutti, sperando, forse, che qualcuno si accorgesse che era sola per prenderle la mano per guidarla, per condurla da qualche parte, per condurla con sé. Stamane, con gli occhi pieni di pianto, ho raccolto, finalmente, la sua incredibile solitudine, quella di chi non aveva che se stessa per aggrapparsi né un sorriso che l’aprisse alla speranza. E io ho preso la sua piccola mano, io ho carezzato i suoi capelli, io ho mescolato il suo pianto col mio, io l’ho nascosta nel mio cuore.


 

SOGNO

Non ricordava d’aver sofferto altro che un senso improvviso di gioia al vederlo. Era stato un breve istante in cui, essendo dietro di lei, egli l’aveva salutata, e lei si era girata appena, l’aveva guardato in viso e aveva risposto al saluto.
A ripensarci non sapeva dire perché quello era stato un attimo di piena gioia, un attimo tale che aveva sentito il bisogno di ribadirlo a se stessa, dicendosi: “l’ho visto!”. Dunque desiderava di vederlo? Si, desiderava di vederlo, ma non immaginava tanto, da provare una simile gioia e una simile leggerezza ne rapportarsi, poi, nelle cose.
Sentiva di poter fare gioiosamente quanto le era richiesto, così aveva sbrigato in fretta e senza uggia le faccende della mattinata. Aveva consegnato io certificato richiestole dal suo datore di lavoro, era andato a fare la spesa come di consueto e aveva assolto ogni piccola incombenza senza fatica.
Tornata a casa aveva cercato una pausa di distensione, e in quella aveva ripensato, con una sensazione insolitamente intensa, a quanto le era occorso nella mattinata. Aveva rivisto quel viso e chiuso gli occhi per udire le profonde risonanze del cuore che si estendevano coi loro echi infiniti. Non lasciò che si insinuasse sgomento in quella dolcezza inopinatamente ritrovata, dopo che le pareva che secoli l’avessero ghermita dal mondo per toglierla ai suoi piaceri e relegarla nella buia soffitta dell’essere, dove resisteva nell’abbandono con i dimenticati e gli inutili di questa terra. Com’è che in modo tanto imprevedibile ora stava pensando a lui? E perché una tale dolcezza l’aveva invasa? L’aveva, forse, evocata? Ma non le importava niente per ora, niente se non quella dolcezza che alleggeriva la sua anima e le metteva le ali. Cosa aveva fatto che lei, di tanto in tanto, pensasse a lui? Che l’aveva portata, anche quella mattina, a desiderare di vederlo? Solo perché l’ho incontrava ogni tanto e lui la salutava, e se era di spalle non faceva come gli altri finta di non vederla? Era perché, molto tempo prima, quando era ancora nuova di quel lavoro, l’aveva incontrato fuori di lì, per strada, e anche allora lui l’aveva salutata, stupendola di tanta buona memoria? In quale dei loro incontri, quasi tutti brevi e rarissimi, i loro occhi e i loro sensi erano andati più in là a leggere messaggi ignoti, segnali dei quali neppure essi erano consapevoli?
Una volta gli aveva sentito dire una frase che aveva reputato molto bella. Poteva una frase, una semplice brevissima asserzione, essere responsabile di un simile sconvolgente sentimento, generare un universo in espansione cui non si vuole porre confine?
Poi seppe da sé che non era lecito sognare, primo perché certi sogni è necessario farli in due perché abbiano un minimo di fondamento. Secondo perché, a volte, troppe cose nella realtà ci dividono e ci assegnano a mondi definitivamente paralleli. Terzo perché coltivare i sogni senza la speranza è coltivare illusioni, e nostalgie e inutili rimpianti.

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