SERA D'OCCIDENTE

Cos’è che nella sera
si versa e viene a me
la cosa che l’anima
non vede né vuole trattenere
ma trattiene?

Un vento muove le sonagliere
di questi rami arsi.
Gemono le cicale
tra i polverosi sterpi.

Avanzo nel profilo
d’orizzonte che indora
la quasi tenebra serale.

Dov’è che spandono incensi
in questa sera d’occidente?
Per quali note giunge
sino a me l’incanto
come un’eco di risacca
che fugge dove latra
                 un cane?

L’aria che annuvola veste di frescura
questo verde serale che declina:
alberete lontane, vedette
d’un equore di fondali
che si congiunge al cielo.

Oh, Dio, ho forse occhi
che non vedono, orecchie ho
che non odono altro che
la mia stessa voce?
E se tocco... cos’è
quanto mi pare altro
se non il percepire
altro ciò che sono?

Dunque un mondo m’è gabbia
o forse io sono gabbia a questo mondo?

Fugge nell’ombra
e si consuma in pianto
           la mia sera.

E mi sovviene l’uomo:
l’uomo avulso, assoluto,
il figlio dell’Abisso e della Tenebra
colui che primo l’occhio volse al mondo
e primo ebbe un  parto di testa
non di ventre,
quello che andò per mari
per capire come tutto
si generi per acqua,
a cui gli Dei donarono
dimora nell’Olimpo.
E si chiamò Ferecide,
Talete, Anassimene...
- qualcuno ne contò
in numero di sette –
per sempre spopolarono
l’Elisio, i gioghi d’Elicona
l’isole gemelle di Sogno
e Fanciullezza...

Ed io che così incauta
muovo passi, inerme
davanti a questo
cielo spalancato
posseggo ancora
o perduto ho per sempre
l’uomo che è in me?

Questa follia di sempre andare
ebbe un approdo?

Fuori di me si travasa
e mi trascina qualcosa
dove la sera va
lontano d’ogni dove.

Come le braccia d’un Briareo
lingue di Nulla si sporgono
dall’aria, filamenti d’angoscia
(venuti da quale vasta tenebra lontana?)
Da quale piramide di buio, da quale
gorgo sprigionate invadono
il mio essere o il mondo
in cui consiste l’esser me?

Nel cielo livido ora si spegne
l’ira di Caino...

Tracima l’ombra
nel gorgo della Notte.

(dalla silloge Mentre cadeva il giorno)

 

ELLENICA
I

Come dire l’acque dell’Egeo
curvato cielo sul sogno degli abissi
mentre l’onda quieta si distende
s’orla di lieve spuma sulla prora
e all’equorea volta la liquescenza ascende...

L’aprica conca del pelago
l’archetipo azzurro, sentimento raggiante
dell’essenza come dir se non
ierofanìa, numinosa presenza che risplende?

Egina offre ancora il brulicare
rumoroso dei mercanti: scarica
al porto ogni sorpresa umana
così come si scarica una merce...

Poi, come l’acqua d’un fiume
per la foce, ramificata va
trottando, la turba frettolosa
(incalzata da quale daimon insaziabile)?
nelle sarabande dei mercanti
in vicoli ricolmi imbandierati
dei colori d’un sole incancellabile.

Come ogni cosa il giorno
veste al sua essenza chiara:
viaggiatori di oggi uguali a quelli
che in epoche lontane gettarono
ancore sulle stesse spiagge
uguali passi sulle uguali pietre
e occhi che videro orizzonti non mutati
e mani che coprirono gesti
d’antica memoria governati.

Sulla pietra del molo lamine
accese guardo balenare
sull’azzurro convesso all’orizzonte.

Tanto lume rende icastica la vita:
innalza il potere dell’essenza
un obliquo presente oltre il tempo
levato da uno squarcio di sole
calcinato nell’ombra stagna
di corrotti incensi...

volti adusti stanno sulla soglia
che non divide l’oggi da un passato.

 

II

Perché l’ombra d’Asclepio
non muove dalla selva?

labirinto di verde
veste le antiche spoglie
e rovinosi fasti
feconda nuova vita:
dai recinti un ramarro
ove reclusa la materia
resta custode inerte
dei sogni dei mortali.
Suoni divide e immobili
silenzi Epidauro:
così il cadere della goccia
ferma il tempo.
E intento all’apice
dischiude l’unisono
cadere della goccia
              un senso
a noi disanimati
fusa roccia
             del tempo.

 

III

Vento sul Partenone.
Atena abbaglia
con scudo e lancia invitta
Atena, la sapiente.

Ramingo andare
sulla vetta selvaggia
su di un vento remigando
che spazza bianche polveri
gli umori dissecca le parole
scuote cenci di nuvole nel cielo.

Ramingo rapportare
ogni memoria all’immagine
grandiosa e imprecisa
che si materia in questo tempo e luogo.

Fulgido nume
risplende nella pietra.

Più tardi discendiamo
a un uliveto per sedere
come all’ombra d’un Getsemani:

...e tristi gesti
nemiche le parole.

(dalla silloge Mentre cadeva il giorno)

 

 

ALLA DERIVA

Biancheggi atra gli scuri
un’alba pallida
indizio d’una pena
angoscia che coagula
         un risveglio.

Mi rammenta
-questo lucore inerte-
che c’è fuori ai miei sogni
un oltre dove qualcosa scorre
con occhi indifferenti.

Nel sarcofago scuro
della stanza si sfaldano
i sogni in divenire

buie farfalle guizzano
si disfano come fantasmi abbacinati
dove gli avari raggi
mostrano in un barlume
vita e morte congiunte.

Lo scorrere che di là
resiste contro mia voglia
fiume indolente, onda
che accatta oggetti sulla riva
è un’inerzia che stagna
in un mistico sogno di deriva
verbo che si coniuga passivo.

Per dove andare allora
quale sbiadita consistenza
prenderà corpo e sarà meta
isola lontana, sole che splende
da tutti obliato in un lontano
                       occaso?

Dove la vela indifferente
volgerà la prora del mio cuore
                           malato?

(dalla silloge Mentre cadeva il giorno)

 

IL CASTELLO

Il castello nella valle solitaria
più non raggiunge alcun cavaliere.

Come sogni lasciati con dolore
-senza vessilli, oscure, senza vita-
offrono al vento le dirute torri
un’ormai incontrastabile ferita.

Consumato quant’era suo splendore
-svelte le porte, rovinati i merli, i fregi
che l’antica armonia più non governa-
sterile pietra e polvere conserva.

L’insensato groviglio degli arbusti
avviluppa lo spasimo che resta
e spazza folle vento di rapina
le vuote stanze ove l’Amore reme
ancora piange e mesta la rovina
va verso il nulla e la tenebra
incalza ed impietose già nel cuore
senza freno precipitano l’ore.

(dalla silloge Mentre cadeva il giorno)

 

LA STRADA

Passo e la strada non è che
la contemplazione della strada
in me che passo. È triste l’ora
che cupa nel cielo risplende.
La strada per me sola si allunga
sui miei passi: il passato è strada
alle mie spalle, il futuro, di là
dal mobile orizzonte, strada è
da venire. Un deserto è la strada:
nuvole nere e basse, infuocate
di dolore. La mia strada è sola
con me che passo. I suoi rumori
cosmici sono silenzio udibile
del supremo, dell’ultimo silenzio:
così inquietante e pregno
invade l’ora. E mentre passo
è fermo il mondo nella visione
del passare in me che passo.
In questa oscurità, tuonante
di silenzi, il mio passare passa
senza promesse e di sé vive
e di tutti i suoi passi.
Ma dove porta questo immenso
andare, lo sconfinato notturno
del cuore che passa sulla strada
dove io passo? Su quale abisso
spalancano le porte, su quale
nera eterna Notte s’apre
il confine dell’oscuro andare?

(tratta da Penelope e altre poesie)

 

IL BOSCO

Come un vasto premio
ad allietarmi viene il giorno
autunnale, coi boschi sconfinati,
i permeati sensi di un giallo un poco
triste per l’avventura distante
primavera e la terra più nera intrisa
d’altri umori: esalano questo
malinconico paradiso che come
sbiadito sorriso d’addio già
quasi si spegna nell’ultimo
rosso rameggio. Un uccello
si stacca da un ramo che secco
risuona. Declina il paradiso
col suo sole e gli aromi
pungenti del giorno.
Qui, solo, non so dove mi aggiro
in questo tempo che svanisce
nelle sue lievi nebbie
a confondere il sentiero,
dove io, angelo altero, deflorato,
credo spiccare il volo
ed è solo il ricordo di quel che
forse ero; alle spalle mi duole il mancare
delle ali abbattute, mozzate
dalla mia fiacchezza: bene o male
congiunti qui mi visitano
nell’unica visione di me
che in questi boschi, presenti
su lucida carta, mi addentro,
me stesso vestendo d’un ventre
sì freddo che parto più non attendo.
E le ali mi mancano per potere
volare e il labirinto infecondo resiste
e una fievole luce lontana mi chiama...

(tratta da Penelope e altre poesie)

 

IL CANTO

Io sempre amai la limpida
parola con cui illuminava
il greco vate le legge severa
del suo canto. Soltanto
ciò che è limpido risplende
solennemente canta la purezza:
nella parola come un dio
si specchia che vesta da solo
la sua bellezza. Bella e pura,
rotonda è la visione che la parola
innalza, splendente e sovrana
quanto gli astri quando li credevano
dei. Come alabastro levigata,
come la luna quando è intera
in un cielo immoto e casto,
così splende la parola
per mostrare senz’ombra
la luce dell’essere che è.
Non di mobile fiamma
ma del sereno sguardo
che tutte le cose ha contemplato
prima di nominarne alcuna,
così splende la parola
che solo netti profili, solo
eterne visioni sempre acclara
dove pure il mistero è eterna luce.

(tratta da Penelope e altre poesie)

 

CANTO DELL'AMORE
INSPERATO

Oh, perche sei venuto, e come, ora che la luce
s’ottunde e si vapora nella terra inerte,
ora che autunno è diventato inedia?
La tua bellezza non è più inferma, il tuo viso
non si reclina, non ha più pallori,
sorride nello sguardo d’amore che ti diedi
ignara del mondo e sorda a ogni richiamo
che non lasciasse il tuo corpo risplendere
nel buio o in una luce di magnificenza.
Perché sei venuto, voce dell’alfabeto vivo
e universale, e luce sprofondata nella notte
come nel fondo del mare abisso
nota impigliata che vibri sola?
A lungo ti cercai, a lungo, e sono stanca:
le mie mani, i miei gesti sanno
la febbrile attesa. In un mondo che non quantifichi
o misuri ti ho voluto, che non chieda a ciò che è
d’essere altro. Dimmi il tuo richiamo, concedimi
il tuo evento, ch’io non mi aggiri ancora,
ancora non mi perda tra le galassie di questo
eterno niente, incerto come viaggiatore
su terra straniera, che non mi affacci al baratro
senza fondo nell’universo delle inconsistenza.
In te adoro gli idoli eterni che qualcuno
mi concesse di sognare. I miei aditi
si aprono a percepire la tua sola Imminenza.
Quando camminerai insieme agli uomini, compagno
o compagna dell’ebbrezza, quando la dirompente
tua fermezza frantumerà i cuori di carne
trasformando in pura gioia la bellezza?

(tratta da Penelope e altre poesie)


 

POEMETTO PENELOPE

Prologo:

L’ATTESA

Sente il destino bruciare lentamente,
lentamente fumigare come incenso,
tra le mura di casa, fiamma vana,
sterile fuoco che si consuma solo.
Conta i suoi giorni Penelope generosa:
molti sono trascorsi nell’attesa,
altri ne restano, languidi, digiuni,
corrotti da un’inerzia velenosa.
Il tempo non perdona; quand’anche
passi silenzioso, furtivamente ti entra
nella casa, tra le tue cose cerca,
financo in fondo all’anima rimesta
e non visto ti ruba qualche tesoro
che tenevi in serbo per piacere a quello,
se egli venisse, un giorno... un sorriso
senza naftalina, ancora nuovo,
dalla bocca di fragola, come egli disse allora.
È venuto il ladro e ha strappato fragole
al tuo sorriso, Penelope generosa:
non avrai più fragole da sorridere s’egli tornasse
un giorno. Un giorno, guardandoti allo specchio,
vedrai che i begli occhi lucidi, i mansueti
occhi che ti facevano timida cerbiatta
-depredati da qualche altro furtarello-
dolci carezze non avranno tra le ciglia
né quella mansuetudine che tanto piace
agli uomini scorgere nelle donne.
Ma tu, paziente, attendi. - Ancora un giorno-
dici a te stessa - poi cercherò la strada
che conduce al mare, come fece colui
che solo amò la vita. - Così andò per mare, Ulisse,
cavalcando l’insaziabile onda, l’oceano creatore-
divoratore di mostri e di sirene, il tempestoso
e il pacifico signore degli abissi.
Penelope non parla: sui suoi stessi anni si riposa
sulla luce ingenerosa che spigiona il mondo,
se lo guardi. Oh, dolci anni di languore e attesa,
di mite attesa che timori conosce e non asprezza,
che da sé si blandisce e si racquieta! Era come annaffiare
rose sul balcone, attendere la loro fioritura; era
 come allattare la creatura che è tuo germoglio
e che spii con amore: così crescono i sogni
e s’avviluppano le tenere radici nel giardino
dell’anima e del cuore: bei melograni dagli esili
aggraziati rami, belli e fronzuti allori...

 

I
VISITA AL MARE: IL MOLO

Non era la sera ancora giunta
lì sul mare. Era lo sciaquio
placido, solare, dell’onda che accarezza
il litorale. È banale pensare ad ogni
scempio umano in questa immensità:
così ho tagliato fuori ogni elemento
strano, ogni atto di barbarie ed ogni segno
dell’inciviltà. Ma stentavo a trovare
l’equilibrio, turbato dal vociare,
dalle brutture esposte, dalle scorie,
dal putridume e dall’oscenità.
Dalla tonnara scendo sino al molo
dove pescano e ascoltano una musica
volgare. Il rumore è tale che mi pare
annullare qualunque altro aspetto di realtà.
Poi, nella mente, lo metto a tacere, lo metto
in posizione neutrale sì che possa affiorare
l’ideale, che non puoi barattare
con la sozza realtà. Non mi curo di loro
né m’importa di quanto ci si curi
di me. L’onda mi prende, lo sciabordìo lieve
oltre gli enormi blocchi di cemento, sulle pietre
che l’alga limacciosa ha rivestito, dove,
in mulinelli, l’acqua è bevuta ed è rigurgitata
da grandi bocche di mostri acquattati.
Alla destra del molo un ampio golfo d’acqua,
di terre lontane, di nuvole scomposte, grigie,
sì che pare in arrivo un temporale.
A sinistra l’arenile rimane, popolato da un’orda
chiassosa, che tutto deturpa e che nulla trascina
se non il piacere brutale, la gioia degradante,
della vita il flusso carnale, il cieco vigore
inferiore al bestiale, che non lascia che tracce
di bruttura. Io, Penelope, passeggio sola
sul molo, che, a ridosso del promontorio,
sembra sporgersi verso la chiarità. Sembra
sfuggire al resto, a quanto, con sguardo imperturbabile,
calpesto, verso l’immensità. Sono attenta
ai mulinelli cristallini, agli sbuffi e all’ansimare
delle bocche acquatiche, agli imbuti che
in brevi gorghi acuti trangugiano, ai Leviatani
occulti che sembrano non aver fame...
ma lì, dove il fondo s’inabissa, tra loro
bisbigliano trame di orge e di banchetti
immani. Lentamente scivola intorno a me
un velo così che la realtà che vedo perde
i suoi angusti tratti di realtà. Già l’aria
si prepara ad imbrunire: davanti all’arenile
un immenso smeraldo ravviva l’acume del cielo...
che importa del velo? A destra s’oscurano nubi
di pioggia, il dirupo del monte s’annera, di qua,
irradia una luce di porpora che tinge dei toni
di sera il bastione della vecchia tonnara...
sino a fare del luogo una scena irreale: un gregge
rosato è nell’aria e volge in un punto in cui
la tempesta annuncia si placa e accende
lì, in fondo al mio occhio incantato,
un prato di smalto che ha un verdeazzurro
corposo come nel più artificioso dei quadri di Dalì.
Penelope va silenziosa: nell’anima sua
si riposa l’immagine d’un approdo fatale
un Ulisse immortale venuto da lidi lontani;
da tempi remoti, da eterne odissee cerebrali.

 

II
LA CASA

E io ancora duro in questo spazio,
ancora, nella struggente debolezza
la forza trovo per donare ai miei giorni
qualche residuo avanzo di saggezza.
Ma dov’è Ulisse, il magnifico,
l’insaziabile signore dell’ebbrezza
che solo consente l’andare? A lungo,
spirare ho sentito il tuo vento, a lungo,
o signore, la vela lontana ha cercato
il respiro del mare che di te
m’annunciasse l’avvento. E se
musica udivo, eri tu quelle note
o germoglio del cuore, se udivo parole
eri tu quella sola che a notte invadeva
dei sogni l’ansiosa distesa, la parola
sospesa che un poco addolciva il dolore.
Ma siedo: è inerte la casa. L’orologio
a parete non fa che contare minuti
e nulla si muove qui intorno che non sia
il suo passo monotono e greve. Qui fuori
è un giardino. Tre melagrane alla finestra
ondeggiano, dell’albero frutti immaturi
cui rivolgo materna ansietà. Il vento
le sbatte tra i rami. Le piante che annaffio
attendono sempre un domani. E io guardo.
Io aspetto: raccoglierò tre
Melagrane quando il tempo sarà.
Ogni piccolo gesto ha un’attesa:
come l’albero la melagrana
così dai tuoi gesti la vita avrà frutto
quando il tempo verrà.
Ma il frutto dell’attesa
che pende dal mio ramo
- non ancoro colto da nessuna mano –
è dai quelli tenaci... e benché scosso,
sull’albero a marcire resterà.
Di giorno in giorno lo sento morire.
Perché tardi a venire? Fa’ che
il ritorno tuo non sia lontano
fa’ che non giunga vano o non più atteso
come nel giorno che avrò già compreso
che nulla più da attendere sarà.

 

III
NELL’ORTO

Sul sedile di pietra scaldato dal sole
ascolto parole lontane, ignote parole
che il vento mi porta. Come tutto
in quest’aria tranquilla riposa!ogni cosa
rimane com’era, ripete se stessa, ogni cosa
sta sempre dov’era; persino il pensiero
del tempo che vola è estraneo stasera,
né so dove il sole, già stanco, finirà
per cadere, su quale orizzonte lontano
di terra o di mare... così che mi pare
che anche il tramonto sia assente, stasera.
Ma è questa parola la sola semente
soffiata dal vento, in questa immutabile
sera, la densa parola che a me cade
in cuore come goccia di balsamo nuovo,
ghermita all’altrove, alle foglie rubata,
all’alito lieve, eterna parola che vola
senz’ali, che ascolti benché non ha suono,
non parli di niente; parola che solo dice:
“assente” ad ognuno che incontra, così
chiaramente come chiave che apra
il segreto del cuore, trovando la spenta
fiammella, la stanza del lutto riposto,
il gelo a se stesso nascosto che appanna
ogni gioia o dolore. Così, nel silenzio
che sussurra parole, quell’unica ho udito
che parla silente, non una ve n’è
tanto vuota, tanto onnipresente
che ad Uno conduca ogni essere solo.

 

IV
DENTRO IL CUORE

Ho dentro il cuore lo spento
focolare, la casa lontana
come le cose spente del passato,
anche se in essa vivo, vegetando
come pianta d’un giardino
abbandonato. Ho dentro il cuore
il castello dirupato che sgretola
le torri in braccio al tempo
e non trattiene pietra altra
pietra che frana rotolando.
Ho dentro al cuore la stupida
risata del vittorioso che morde
il suo trionfo. Occhi non ho
che ciechi alle delizie
che in ogni dove la terra
va spandendo, al verde illuminato
dentro il cuore; occhi che solo
cenere hanno dentro il focolare
e giorni, esangui giorni, nell’attesa.
Tutto, tutto il grigio in cui
l’anima passa navigando, tutto
traduce questa immane assenza.
Sola e lontana scruto l’orizzonte:
sul molo il mio bianco, il mio nero
peplo, mosso è dal vento.
Come Platone cerco la metà,
la mia sola metà, in qualche
canto posta, lontano forse, e
con destino amaro: di non
tornare mai dove fu attesa.
E il mondo tutto, metà e metà
rimane e sospira e guarda
il suo resto tolto, dimentico
nell’anima di quanto hanno
promesso. Spendersi cercando
è, forse, uguale al cercare restando
e questo è il cuore della metà
irrisolta che ancora attende l’ora.

 

V
LA METÀ

Amici non ho, mi fuggono
i parenti. La mia ostinata
tetraggine li tiene lontani.
Così tutto mi scorre addosso
acqua che non bagna, corrente
che non mi appartiene,
mentre affondo lo sguardo
spiando se nel nulla che vedo,
qualcosa, finalmente, si componga.
Lo sbraitare del mondo è vano
ed incoerente: l’arrabattarsi,
il chiedere, il tuffarsi nell’oceano
senza fondo. La chiacchiera si perde
non udita, passa nel vento,
ridacchia a qualche orecchio,
sussurra a seconda il capriccio
d’un soffio, viandante senza meta.
Io, Penelope, qui, da sempre, attendo:
da secoli senza nome, tanto che
alcuno dice che io sono l’Attesa,
il concreto atto, l’umana necessità
fatta persona. E così sia. Ma non v’è
attesa in chi voracemente inghiotte
e rigurgita la vita. Io resisto
ai suoi margini. Io, solamente,
attendo. Il molo mi è consono,
lo stare di vedetta e lo scrutare
l’orizzonte della pura immensità
terra protesa al mare come
il mistico abbraccio dell’essere
al suo nulla, richiamo silenzioso
a tutto l’altro che adempia la metà.

 

VI
UN TEMPO

Bambina pigra, attesi sulla via
lo spettacolo che allora era la vita:
sfilarono i suoi carri inghirlandarti,
per una recita inedita di marionette
nuove, il sipario ai miei occhi si levò.
Nella vita erano cose, non parole:
l’aria muovevano ali di colomba
e, sullo sfondo, un suono di campane
campeggiava. Tutto s’adempie.
tutto s’irradia forte e incontrastato:
vicino a i sensi risuona e vibra
quando è vergine l’ora che passa
e tedio ancor non porta, ma, per gli occhi,
la sazietà dell’anima e del cuore.
E i prati erano in fiore, sempre in fiore:
un sempre aprico mare d’onde verdi
punteggiate di bianco e di viola.
Ma io ero già sola di fronte all’universo
spalancato, a quella gola, quando
m’accorsi che macina ed inghiotte
carne viva, lasciando al mondo
pur tremante e schiva, la sostanza
di cui son fatti i sogni. E crebbi.
E fui fanciulla e donna, ed ebbi figli
oppure fui infeconda, ma solo e sempre
attendo quel tutto che mi manca.
Udito ho il silenzio e il gran rumore:
so cosa porto in cuore. So, quando
tutto tace, la Parola, l’unico suono
e senso che tutto adombra quanto
è fallace, e misteriosa svela l’essenza
di quello che, da sempre, non sapendolo,
ho cercato. Cos’è dunque il mio stato?
Cosa il mio Ulisse? La metà del mio tutto
per cui, senza di lui, non sono niente?
Il fondamento strano su cui poggia il mio nulla,
che sarebbe, e non è, se manca quello?
Perché in me rimane la strana sofferenza,
il doloroso stigma dell’incompletezza?
Non so se sia saggezza, ma quante volte
ho pregato - quante volte! – non sapendo
chi pregare e perché; la mia stessa
angoscia invocando per l’inconsistenza
che sono, muta e senza fondo!oh, i miei
occhi che sanno di pianto, quanto
vi brucia l’insonnia delle notti trascorse
nell’affanno! E sono ancora, da sempre
mi conducono. Sono io sempre, la misera Penelope,
che ancora, ovunque, essendo, ancora attende.

 

VII
LE ROVINE

Limpido come il cielo
quando scaldano i raggi
la pietra sola, la pietra
nei secoli abbandonata
lontano da mondi abitati
da gente nuova, così
nel mio cuore si scalda
il limpido giorno e il desiderio
s’accende sconfinato.
Sui colli guardo la distesa
erbosa e, tra le erbe, pietre
che furono santuari e case
e risplendettero per diletto
e per gloria di uomini e di dei.
Ora che non altro sono – greggia
materia ove tutta tace la vita
e la grandezza dei lontani giorni-
l’affaticato piede incontrano
se aspro il sentiero sull’erta
si disegna ove, maestoso e bianco,
il tempio riluceva. E dov’è ora la vita
che dentro vi fluiva? In questo giorno
di diamante dove anche la gioia
diviene pura, dove soffia la vita
che allora animò le vecchie mura?
Così Penelope va per la pianura
osservando le cime dei bei colli,
i santuari ormai spenti, non più
santi, con le luci defunte
d’un vecchio teatro ormai in disarmo,
celato nella quiete polverosa...
Così la vita, forse, dalla materia
che stenti a morire – così stanca,
ammuffita! – fugge via.
Come, spente le luci, tacquero
gli applausi, si dissipò la folla
così dilegua il clamore della festa
mondana che fu la tua vita.
Nell’ombra giacerai dell’abbandono:
le tue ossa sono già le pietre
dal dirupo sino a valle sparse
con più oscuro destino.

 

VIII
IL SOGNO

Or che un’azzurra tenebra discende
e placa l’ombra l’affanno della terra,
tenero il gelsomino qui s’effonde,
respiro della brezza – quieto, notturno
alito del gelsomino in fiore.
Le trombe suonano in silenzio.
Si spensero le luci alle finestre
e dove una luna attende, il resto
tace. Silenziosa è la notte, e tutto
è pace. Notturno e uguale giace
e respira il mare. Per chi visse
l’ansia s’acquieta quel giorno
che fu folle, così denso della gioia
dell’avventura! Ora tutto attende
l’ora oscura per sognare il sogno
della vita: Ulisse che tende
e ammaina le vele, corre veloce
per i verdi flutti; che solo per amore
andò per mare, navigando il fluire
della vita. Ulisse che incontra le sirene
ed il canto struggente nella notte
è guida, lungo, ammaliatore,
sino alla spelonca della bella
- regina o dea che fu - pronta
a ghermire, sino al miraggio folle,
senza resa, che a perdere la rotta
lo conduce, la vela straccia ed inabissa
il remo sino al naufragio estremo.
Chi, come Penelope, non ha
altri idoli da sognare è sovrano
dell’attesa: l’ha eletta come fa dono
la vestale della vita alla sua dea
e a lei volge ogni cura, come il guardiano
del giardino delle Esperidi sorvegliata
il prodigioso oro, succhiato da radici
nella terra. Così tutta la penetra il destino
che gli occhi ebbe il sorriso dell’amore.
Ma Ulisse è il sogno naufragato
in una vita che non ha che il sogno
dove dei sogni non si fa mercato
poiché l’unico vero è profanato
se vuoi sottrarlo a quell’etereo stato
che al di sopra lo pone d’ogni vita.

 

IX
PIOGGIA

Guardo la pioggia scendere furiosa
sui pini, gli steccati, sulla pista
fangosa dove cavalli e cavalieri
valenti erano al maneggio prima
intenti. Ora palafrenieri, al chiuso,
lisciano gli umidi mantelli. Fumose
stalle le brune sagome accolgono
prima galoppanti. Sembra che il giorno
finisca in questa nera acqua di bufera,
che in questa pioggia obliqua
tramonti il mondo e si spenga ogni vita.
Alla finestra gli esercizi equestri
più non ammiro: questa bellezza
e la gioia che ne viene, incurante mi toglie
questo giorno di pioggia. Ben poco accade.
Qualche raro passante che traversa:
rari nantes per undas, dove porta
il destino? Quale cammino seguono
i vostri passi disegnato? Sembra
ogni cosa condurre a questa
morte obliqua: questo giorno di note
silenziose, che alza con un vortice
le foglie e le disperde nella sua deriva,
questo giorno che non ha luce sorgiva
che allegri il cuore e svegli la mente,
è un giorno dove tutto è indifferente
e un solo tedio è vita ed è pensiero,
per questo più non so quanto sia vero
o di me ombra che già più non sono.
In questo cupo giorno e in questa pioggia
dove ogni speranza appare morta,
non è, forse, la vita viva piaga,
un estremo castigo dove solo
ti aggiri e senza amore?
Ma tu, mio cuore, o mio lontano cuore,
puro Ulisse, nell’ampia dipartita,
concedi che la vita sia finita
con un abbraccio estremo al tuo dolore.

 

X
ERRARE IN ME CHE RESTO

Nelle universe geografie
del cuore, sia pur restando,
erro: un solo amore, solitario
pensiero, mi conduce,
perché in tanta ombra
e in tanta luce, in tanti
rivoli sperso, un unico sapere,
un volto cerco, nell’interiore
andare, in me che resto.
Essere vinto e tardo,
nel numero mi perdo
finchè, nel tanto andare,
non m’accorgo che solo
sono nella metà dell’altro,
cui sempre tende il mio
essere fragile, quello che
altrimenti non conosco,
cui manco un nichelino
affiderei tanto poca è la stima
al suo riguardo. Così anch’io,
devoto Ulisse, vado; anch’io,
per esserti vicino, diluendo
vado, in luogo senza luogo,
tutto lo strenuo farsi
del cammino. Nel tempo
di me stessa – quello che
la sorte mi diede – anch’io erro
per le tortuose vie (che ovunque
vado sempre sono mie) e gli occhi
ho stanchi, dilavati, incerti, costretto
il cuore nel morso dell’attesa
che sempre è desta e non concede
resa. Questo io sono: lo spazio
in me: in me si disegna il paesaggio
e su di esso corre – che strazio! –
il tempo, il poco tempo, eppure
quanto luogo, se dura quest’uggia
nel grigiore. Il poco cuore, il dolore
che mi resta è tutto il tempo
che dilatato, scruto, a volte occulto,
l’ora ossessiva che mi gocciola dentro
l’ieri che è diventato oggi
e che rigiro nelle mani convulse, disperata
piangendo quanto non ebbe vita
quanto fu solo morte, giorno impotente
e greve nelle palme mi giace
e composto sull’iride ora inerte.
E il più remoto tempo del mio essere,
quello che mi fu dato senza ch’io
fossi ancora, anche quello, nebuloso,
assale i giorni, ridiviene.
Uno è lo spazio e il tempo
che mi corre: in un punto
io li possiedo entrambi. Io sono
l’invincibile catena degli eventi,
il paesaggio andante, mutevole
ai miei umori; io sono la sorgente
di me in ogni istante: bevo
quell’acqua che sgorga quietamente
nella landa deserta del mio cuore
quando non v’è rumore e tutto
resta o se un irrompere di nubi
la devasta: gli abissi, gli universi,
le vertigini, in modo poco umano
trastullano il mio senso interiore.
Ma al di là del mio io, di questo
vuoto che io riempio di me, in questa
sete d’esserci che non mi lascia,
che sono? Per gli altri, solo
un vuoto corpo insensibile,
un muro bianco indecifrabile,
un’inezia che il saccente riso
impunemente calpesta (e tanto
me ne duole!). Fuori di me
io quasi non esisto. Scivolo
nella piena senza la gioia del polline,
bagliore senza luce, arida vita
che altro non conobbe che la morte.
Per questo, essendo niente,
tu sei il tutto. Così io ti santifico
e ti innalzo, a te cedo lo scettro
e un trono alto che ti vesta
di luce, o mio destino, ormai
irraggiungibile al tuo sguardo.

 

ULISSE

Epilogo:

IL CAMMINO

Vado dove la strada mi conduce.
Non io, ma la strada è che mi porta,
sogno presente che in ogni uomo
fu dal dio sognato. È perché il dio
lo volle che la strada s’allunga
sui miei passi: quel che incontrai
ed incontro, ombra è del Mistero
che in me trema e si effonde;
le strade, tutte diverse e uguali,
tutte portano al dunque. Per chi
come me, molte ne ha corse, uguale
sarà la metà. Qui intorno, mentre
percorro la mia, c’è una pianura
dal verde rosicchiato. Passano lunghe
nubi sopra il prato in questo incerto
grigio: silenziose nascono e dileguano
nella deserta landa. Non c’è più triste
sogno della vita né andare tanto insano
che porti dove sanguina il tuo cuore.
S’allunga la strada alle tue spalle
e ogni passo ti approssima alla meta.
Ci sono strade per i dì di festa
che conducono al tempio e alla preghiera
o corrono alle gioie fittizie e vane,
strade fatte per l’altro, disperso
tra tanta solitudine tangibili
corpi che non incontrai. L’anima
passa pallida e sconfitta dentro lo sguardo
esamine del muto viaggiatore che la fissa.
E questo è sogno dal solo dio sognato.
Così, io, Ulisse, vado. E la strada si apre
sui  miei passi, sia pure il mare aperto,
l’onda che batte la mia prora, sia che
i miei capelli sciolga il vento, che fregino
il mio volto di temeraria bellezza, sia che
la salsedine vesta il mio corpo adusto
intagliando i miei gesti virili
come in un duro tronco, sempre
ho la strada con me e mi è viaggio
la vita. Non durai solo Circe e le sirene,
non Nausicaa dalla bella fronte
ha rallegrato più che un attimo
il mio cuore. Il mio amore, il mio
solo amore – Penelope- ho cercato.
E lunghi erano i giorni, cupe le notti
e insonni, quando drizzavo il cuore
a lei come la vela. Ma ostile è il giorno,
così piena d’ostacoli la sorte. La mia
è andare e sempre andare dove più fondo
è il mare, più verde e oscuro il bosco,
più limpida la fonte. L’errare mi chiama,
il viaggio mi destina la vita. Cerco
sapienza in essa, come Penelope,
dentro i suoi pensieri mi chiama
e scruta e attende, ciecamente credendo
nell’ebbrezza che dona l’avventura.
Ma altra è la mia natura. Sempre scontento
vado, visitando le terre e il nero mare,
sempre il tornare mi preme là dove so
si attende. Tutto è diviso. Scisso è,
o Penelope, il mio dal tuo dolore.
Così per gli uomini vollero gli dei
gelosi d’una diversa sorte. Sarà solo
la morte, la fine dell’attesa e del cammino,
che finalmente porterà vicino
quanto è dispero nell’oceano vasto.

 

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