IO  HO  UN  SOGNO….

Sono felice di presentare questa “raccolta di poesie” e spiegarne il titolo, “Io ho un sogno…”, titolo suggeritomi da quel “I have a dream”, della bellissima autobiografia del “Profeta dell’uguaglianza”,  Martin Luther King.
Martin Luther King aveva un sogno:  “…che un giorno, sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni avrebbero potuto sedersi insieme alla tavola della fraternità”.
Anche io ho un sogno:…sogno che tutti i bimbi siano sani, ma se ciò non è possibile, il bimbo sano e il bimbo malato si sentano fratelli, che per tutti i bimbi malati ci siano cure ed amore per rendere lieto il loro futuro, che all’odio si frapponga l’amore, all’ingiustizia l’uguaglianza.
Ho un sogno:…che la diversità sia solo una ricchezza e non qualcosa di cui vergognarsi, che la speranza abbia ali grandi di gabbiano, che la fede sorregga la stessa speranza.
Ho un sogno:…un sogno che ha radici profonde nel cuore degli infelici: “che non ci siano discriminazione verso il brutto, il malato, il vecchio, perché siamo tutti euguali davanti a Dio e solo la società e la non cultura, hanno creato queste diversità”.

Ho un sogno:…che tutti i bambini del mondo, bianchi, neri, gialli, possano vivere, un giorno, in un Mondo dove non saranno giudicati per come appaiono, ma per l’essenza della loro personalità.
Oggi ho un sogno! Un sogno che diventa speranza ogni giorno di più: che le Leggi nei confronti dei più deboli siano più umane e che tutte le persone rispettino e aiutino quelli più deboli.
Ho un sogno:…che ogni città, ogni palazzo, ogni ufficio, ogni spiaggia, siano prive di barriere che impediscono l’armonia tra noi e gli “altri”.
E’ questa la Fede che mi sorregge e mi sprona a continuare per cavare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza che diventi gioia liberatrice alla luce prepotente del sole.

Rosa Capalbo


Un grande aquilone

I versi di Rosa Capalbo conformano una poesia della vita, descritta e narrata senza infingimenti ma con una gamma completa di sentimenti.
Forse qua e là difetta ancora la perizia del mestiere, la poesia limata o laureata. Ma prorompente è la disponibilità a dar voce all’io e al mondo non rinunciando e, anzi, esaltando, la musicalità del verso.
In questo, Rosa Capalbo è poetessa sincera quanto esperta, perché, nella sua raccolta, “sorriso” rima con “Paradiso”, “cuore” con “dolore” e “donne” con “minigonne”!
D’altro canto si apprezza, nei vari componimenti, in modo tematicamente progrediente, una certa qual propensione a rappresentare l’emozione nella situazione dell’esperienza vissuta e, quindi, alla poesia che si fa scena, teatro dell’io e del mondo (A Ioseph). Come il dolore acquista accenti quasi degni, appunto, di Jacopone (Mater dolorosa), così la gioia e tutte le altre passioni, anche quelle più tenui, sono aperte e musicali: “l’amore, che strano sentimento: mette a soqquadro il cuore, ti cambia la vita, non comprendi più niente eccetto il suo tormento!” (Ricordo di un amore). Anche quando il ‘pensiero’, leopardianamente, si scioglie nel verso:

Il tempo lo si ammazza solo se si vive
se lo senti pulsare con ritmo bestiale
se lo cogli nel suo frenetico fuggire
se lo vivi nel suo doloroso morire
(Rumore)
La poesia di Rosa Capalbo sgorga dal reale, persino quello, ingrato e faticoso, che proviene dalla (propria) vita. Ma s’innalza verso il piano felice in cui vivere, “fare”, permette di essere, di “parlare”: “e mi sento, a volte, come un grande aquilone” (A mia madre).  

Rino Caputo
Professore di Letteratura Italiana
Università di Roma “Tor Vergata”