“ Il ripostiglio ”
Era un pomeriggio frenetico ma mi ritrovavo a chiedermi perchè mia madre desse tanta importanza al ripostiglio di casa. La mia infanzia aveva sullo sfondo quella minuscola stanza piena di scatoloni e la sua porta marrone, l’ultima del corridoio. Ad ogni cambio di stagione, con un’ansia tutta borghese, mia madre rinnovava gli spazi di quel sacro museo familiare cestinando con riluttanza ciò che appariva obsoleto. Rovistare là dentro mi era proibito e l’evento del rinnovo era l’unica occasione per curiosare tra gli scaffali impolverati.
Esploravo il luogo con estrema attenzione, svuotavo e ririempivo le scatole come a cercare qualcosa da recuperare. C’erano calendari sbiaditi, involucri che sapevano di muffa e di naftalina, vestiti dimessi, scarpe di mode dimenticate; tutto, nel ripostiglio, rimandava a tempi lontani. L’oggetto che preferivo l’avevo trovato per caso, in fondo allo scaffale di destra. Era una scatola metallica con, sul coperchio, una donna vestita di bianco che leggeva un libro. Dentro c’erano foto quadrate dai margini merlettati ingialliti con dietro, scritte ad inchiostro, date scolorite. Decine di foto di donne messe in posa come vecchie matrone, coi capelli come la Garbo, i visi bianchi, i vestiti seriosi.
Sembravano manichini, ma da bimba mi piaceva guardarle, un po’ impaurita e un po’ affascinata. La bisnonna vestita di nero con attorno figlie e nipoti troneggiava in uno scatto rurale; in un altro la zia Marta, con l’aria svagata, su uno sfondo grigio e banale, ricordava la tv in bianco e nero e le note di Ella Fitzgerald. Mi chiedevo a cosa stesse pensando; dietro gli occhiali rotondi e spessi il suo sguardo era vuoto e distratto. Tra le foto c’era un’immagine di mia nonna da giovane, con il viso truccato da bambola, inchiodata su una sedia minuscola con in braccio mia madre neonata. Calze chiare sulle gambe strette, i piedi allineati sul tappeto che sembrava di lana e tutt’intorno cuscini e drappeggi arabeggianti. Il mutismo di quelle matriarche le faceva sembrare impagliate; così mi inventavo una musica che facesse da sottofondo. Immaginavo una radio di legno, di quelle dei film anni ’40, con davanti due enormi manopole per cercare la colonna sonora. “Summertime” per uno scatto di mare, dove la nonna in costume da bagno, appoggiata ad uno scoglio gigante, ammiccava a chi la stava guardando. In una foto un po’ spiegazzata, c’era mia madre ai tempi di scuola, calzini bianchi arrotolati e un vestito plissettato a quadretti. Accanto a lei una suora crucciata controllava il gruppo di allieve e sembrava poco contenta di esibirsi davanti al fotografo. In un’immagine più grande e più chiara, datata febbraio ’53, con il piede su uno sgabello e vestita come arlecchino, mia madre reggeva una maschera nera sorridendo tra le stelle filanti. Non c’era un minimo di movimento però in quella posa era proprio mia madre, un po’ altezzosa ma divertita. Il fotografo era sempre lo stesso, ormai membro onorario della famiglia; lo pensavo preciso e veloce nel preparare inquadrature diverse ma pur sempre uguali. C’era anche la foto di un matrimonio; simile a tutte le altre, gli sposi fermi, al centro, in piedi e dietro una porta nascosta da un telo. Lei aveva un cappello ridicolo, attaccato in cima alla testa mentre il velo scivolava per finta e si appoggiava al mazzo di rose. “Stardust” e malinconia, per lo sposo che sembrava tristissimo; spalle basse, schiena incurvata e la mano troppo stretta attorno a un paio di guanti. Corpi simili a statue di marmo; lo sguardo fisso bloccato in avanti, nell’ attesa dell’ok del fotografo. Da bimba passavo le ore davanti alle immagini di quei tempi remoti e regalavo loro un frammento di moto inventando lo scorrere delle loro giornate. Sottratti alla fantasia infantile e privi di colonna sonora, quegli scatti apparivano, adesso, solo la ripetizione ossessiva di un clichè inespressivo e la celebrazione, immobile e pesante, di un matriarcato muto, custodito da una donna vestita di bianco nel buio perpetuo di un santuario in disuso.
- Signorina Landi….., signorina Landi…..guardi che con il camion siamo a posto;…..c’è altro? - Il signor Turi, barbuto cinquantenne proprietario della “Turi e Rossi Traslochi” mi stava chiamando a gran voce dalle scale risvegliandomi dall’effetto soporifero dei ricordi.
- Va bene,…possiamo andare,…abbiamo finito - Rispondevo a mia volta strillando.
E mentre chiudevo la porta marrone alla fine del corridoio e lasciavo nella stanza minuscola le briciole sparse di un silenzio malato, riflettevo, senza avere alcun dubbio, sulla mia nuova casa: poche stanze, tante finestre e, soprattutto, nessun ripostiglio. Blue Moon….you left me standing alone…..
“ 5400 ”
Si era seduto davanti al PC con l’aria di uno che sta per fare una domanda. Una ruga gli solcava l’attaccatura del naso; meglio accendere una sigaretta per riattivare i pensieri. Come accidenti si faceva a scrivere una storia lunga 5400 battute? Ma no, erano ancora meno, perché nel 5400 bisognava far entrare tutta la punteggiatura, vera o inventata; persino i puntini di sospensione. Una vera impresa per lui che sconosceva le mezze misure e di solito scriveva o le riflessionifiume, iper noiose, di quelle che dopo la sesta pagina ti istigano a troncare ogni possibile velleità letteraria, oppure le poesiedilatate, lunghe una pagina e così ermetiche che per capirne i nessi serviva un interprete. 5400 battute, sembrava il titolo della biografia di un comico o il record raggiunto da un pallavolista. Il bianco del foglio di word non lo aiutava per niente anzi il cursore, lampeggiante e immobile, aveva un effetto ipnotico. In certi momenti le storie gli scoppiavano in testa ma adesso era come se il cervello fosse chiuso dietro una saracinesca e lui non sapeva dove fosse finita la chiave. I rischi della scrittura erano sempre gli stessi: periodi troppo lunghi o sintetici, aggettivi mancanti o sovrabbondanti, termini inadeguati, ritmo lento, storie sempre uguali in ambientazioni standard. Come in un flash vedeva l’ipotetico lettore di un suo altrettanto ipotetico romanzo soccombere stremato dalla banalità prima della fine del capitolo 1. Per questa ragione era sicuro che non sarebbe mai riuscito a scrivere nulla di seriamente lungo, lo sforzo era superiore alle sue possibilità. Inventare personaggi, dialoghi, l’intreccio, roba che richiede un bel po’ di tempo. Lui invece di tempo ne aveva sempre pochissimo e per questo neanche un minuto poteva andare sprecato. Facile a dirsi; era già passata mezz’ora e non solo non aveva scritto una virgola ma nella testa non c’era traccia di uno di quegli incipit che, in genere, gli venivano fuori con una certa scioltezza. Preferiva iniziare le storie di botto, lanciando i personaggi contro lo sguardo del lettore ma in quel momento le dita sembravano paralizzate e le idee si comportavano come il gatto di sua madre quando si avvicinava, faceva le fusa, chiedeva di giocare e poi, nel bel mezzo del divertimento, lo piantava in asso in soggiorno per andarsi a rifugiare in un’altra stanza. Ecco, le idee dovevano essere in un’altra stanza; ma dove? Nel cervello rimbombava solo un numero: 5400. Né uno spazio in più, né una virgoletta in meno; esclusa ogni possibilità di bluff. Ci voleva un’altra sigaretta anche se, a ben vedere, la nicotina doveva aver perso la sua funzione rivitalizzante; in testa c’era il vuoto e il pc, stanco di aspettare, era scivolato in stand by. Meglio darsi un metodo, quanto meno per mettere a tacere il ticchettio fastidioso dell’orologio a parete che, privo scrupoli, gli sottolineava la sua inconcludenza. Meglio usare un sistema antico e strutturare uno schema d’azione sul quale, poi, raccogliere le idee. Serviva un protagonista e, ovviamente, uno scheletro di storia. Ci voleva un personaggio simpatico, magari un po’ freak, di quelli che nei momenti meno opportuni se ne escono con trovate geniali. Magari la trovata in questione poteva essere quella di decidere di diventare freak al momento della pensione, dopo aver condotto un’esistenza routinaria da bancario. Si, poteva funzionare. Il bancario fricchettone era lì, né grasso né magro, piccolo di statura, con i capelli spruzzati di grigio ed un sorriso abbastanza cordiale. Il suo nome era Osvaldo; e la sua storia…..Dopo un istante di luce ecco ripiombare il nulla. La storia di Osvaldo che storia era? Certo non poteva essere drammatica; perché come dramma, nella vita di Osvaldo era di certo bastato il lavoro in banca. Magari poteva andar bene far partire la trama dal pensionamento e raccontare un Osvaldo libero dalla cravatta, dai mocassini di cuoio, dalla giacca indossata in tutte le stagioni. In questo modo la storia poteva avere respiro ed essere piena di humor. Osvaldo, Osvaldo….che voleva fare? Era verosimile che un ex bancario cinquantenne decidesse di…. fare il giro d’Europa in bicicletta? Per poter affrontare la cosa Osvaldo doveva essere, di base, un tipo allenato, altrimenti il lettore sarebbe stato costretto ad assistere, a metà racconto, alla sua morte e al conseguente funerale. Il personaggio-bancario dava un senso di positivo quindi, bisognava fissarne l’idea e recuperarla, poi, non appena fossero emersi maggiori dettagli sull’avventura che intendeva affrontare. Per fortuna era saltato fuori Osvaldo, il suo sorriso bonario sembrava dire che le idee cominciavano a stancarsi di stare nascoste. Osvaldo e la sua vita da bancario erano lì; il pensionamento segnava la svolta…restava da valutare la bici ed il giro d’Europa. La tentazione di guardare il bicchiere vedendolo mezzo pieno era irresistibile ma, Osvaldo, la banca, la pensione, la bici, l’Europa…sarebbero riusciti a stare dentro le 5400 battute? Impossibile stabilirlo a priori; bisognava darsi una mossa e iniziare una prima stesura. Così, mentre le dita cominciavano a muoversi sulla tastiera del PC.…..ecco che Osvaldo, in pensione da poco, una domenica mattina, ritrovò nel garage la sua vecchia bici da corsa.