Dal Morandino
La sera,quando il sole spariva dietro la fattoria e i cipressi si sagomavano
in un verde scuro un po’ rosato, si stava seduti a prendere il fresco e godere il paesaggio sotto gli archi della casa colonica.
C’era aria buona: pannocchie di granoturco attaccate in ciuffo al muro esterno della cucina facevano colore e prendendo aria si essiccavano per mantenersi meglio, il carro rosso di un rosso mattone e sudicio stava vicino ai pagliai sotto l’arco del forno, Lampo, il cane lupo da guardia
sonnecchiava dietro il canile sotto il noce alto e ramoso. Ragazzi gioca-
vano fra l’aia e le siepi del viottolo che conduceva al bosco e alla strada
maestra. Il vecchio di casa era alla stalla e cambiava la paglia alle bestie
e portava con una carretta sghimbescia il letame alla concimaia. Maria preparava uova e farina per fare la sfoglia, dall’uscio aperto della cucina
si sentiva scoppiettare il fuoco e le voci delle donne che aiutavano Maria
a preparare la cena.
Il vecchio finì di lavorare alla concimaia, si avvicinò al muretto scalcinato e basso che delimitava il lato est dell’aia dalla parte delle stalle, si sedette con movimento lento, chinandosi piano, tirò fuori dal taschino del gilet
grigio rigato il tabacco e la sua pipa. Accese e fumò,nuvolette azzurre, di
un azzurro cielo sereno uscirono dalla sua bocca e si sparsero intorno.
Lampo si alzò spulciandosi.
Il sole cambiò i colori alla fattoria ed ai cipressi, sparì dietro le colline
e solo bagliori aranci e viola strisciavano il cielo. Era il momento desiderato da tutti per il riposo. Gli uomini cominciavano a tornare dai campi, posavano gli arnesi vicino al muro dell’uscio di cucina, poi, entravano pulendosi alla meglio le scarpe sulle pietre. Andavano generalmente al tavolone dove stava il fiasco del vino, bevevano un bicchiere e poi tornavano fuori a godere il fresco tepore dopo il tramonto.
Mi alzai dalla sedia impagliata dove stavo seduto sotto i penzoli di granoturco ed andai vicino a Lampo: la bestia si alzò, scodinzolò in-
torno e mi leccò una mano.
Guardai il vecchio, anche lui mi guardava di sottecchi: pensai fra me che mi odiasse. Non sorrideva spesso e specialmente a me non sorrideva mai. Non lavoravo nei campi, ma avevo in affitto una camera per quell’esta-te ed ero venuto per riposarmi. Conobbi molte persone in quel tempo e ne parlerò, tipi strani che rispettavo e con i quali si poteva parlare bene, ma il vecchio era ostile, non gli piacevo.
Voglio dire con questo che era molto attaccato alla terra e consigliava sempre i suoi e i vicini nel modo migliore per ottenere più frutti possibili. Lasciai stare il vecchio, il cane e le persone che erano nella casa, guardai verso i canneti di sotto le vigne, c’era una leggera foschia azzurra fioca. Decisi di andare a cercare Rufo e Gino, sarei andato con loro a trovare e ragazze del Morandino e avremmo combinato qualcosa per la festa di domenica al paese. Andai prima alla cucina, trovai Maria sull’uscio che portava il becchime per i polli. Mi guardò mentre teneva in mano il secchio con il becchime e si fermò
- Non rimango a cena Maria.-
- Dove andate se non sono indiscreta.-
- No. Non lo siete.-
Ma non dissi subito dove volevo andare a Maria, questa rimase ferma a guardarmi con gli occhi fissi su i miei capelli folti come in attesa della risposta.
-Vado da Rufo.-
- Prendete qualcosa prima.-
- No Rufo mi darà da cena.-
- Ma prima di arrivare sarà già buio, prendete delle salsicce e del pane fresco.-
- Vado, non desidero niente, grazie Maria,.
- Vi lasceremo qualcosa per quando tornerete.-
- Lasciami del vino, di quello che mi avete fatto sentire quando venne il fattore.-
-Vedrò di prenderlo in cantina.-
- Grazie Maria.-
-Di niente.-
Fece due passi e si diresse verso il pollaio dietro la casa, mi lasciò solo, guardai dentro la stanza il fuoco sotto il camino sul piano mattonato e le
cose dei giorni ma non dissi niente a nessuno.
Presi un maglione di sopra nella mia stanza ed andai subito verso la casa di Rufo. Era a mezza costa nella collina sotto i campi lavorati di la dal fiume e ci voleva circa una mezza ora prima di arrivare. L’aria diveniva più fresca e la luce diminuiva nel viottolo fra i vigneti, le prime stelle biancastre si vedevano appena. Presi la stradicciola in discesa verso il fiume ed infilai il maglione strada facendo, era un maglione marrone e giallo, fatto a mano e teneva caldo sotto. Qua sulle colline anche nei mesi estivi la sera c’e’ aria fresca e qualche umidità scende su i campi e nei canneti, ed anche se cammini e’ bene stare coperti. Stavo per attraversare il fiume su i lastroni al passaggio obbligato, trovai gente che saliva, era il fattore con altri due uomini, uno basso e secco, l’altro grasso e baffuto.
- Salute.- disse il fattore.
- Buonasera a Voi.-
Anche gli altri due uomini salutarono con cortesia, anche io risposi. Probabilmente andavano a fissare il vino dal vecchio, avevano proprio l’aria di essere dei commercianti, o se non lo erano dovevano essere certamente della città. Attraversai il fiume e guardai indietro, vidi che gli uomini mi guardavano e parlavano con il fattore.
Adesso salivo per il sentiero verso la casa di Rufo, una finestra era diventata giallastra, qualcuno aveva acceso la luce in una stanza al piano superiore, vidi una figura muoversi, poi spensero.
C’erano canneti lungo il sentiero e nascondevano una parte dei campi, si vedeva però ora bene il cielo colore della notte e le stelle che dominavano la valle e le colline. I boschi diventavano quasi nerastri ora ed erano macchie strane fra le colline. Il cane di Rufo cominciò ad abbaiare quando sentì i miei passi fra gli ulivi sotto i capanni dell’orto. Correva intorno al canile per lo spazio che la catena gli permetteva, abbaiava rabbiosamente scuotendo la sera. Arrivai di sopra, si aprì l’uscio della casa ed apparve proprio Rufo, era scamiciato ed allegro.
-Zitto.- dissi rivolto al cane ma questo non dette segno di aver capito. Rufo prese un sasso e lo tirò al cane. Si acquetò allora.
- A cuccia, a cuccia.-
- Salve Rufo.-
-Benvenuto Stefano, quale vento ti mena.-
-Vento di sottane.-
- Vieni a mangiare un boccone, parleremo dopo di sottane.-
Mi battè sulla spalla e mi fece entrare nella casa. C’era caldo nella stanza, la famiglia era tutta a tavola o vicino al camino. Lateralmente a questo c’erano due panche in muratura, li stavano i ragazzi con il piatto in mano e giocavano con un gatto di pelo rosso e striato: questo con la zampa graffio Riccardo, il mezzano dei figli di Celeste, il fratello di Rufo.
- Prego entri.- disse la moglie di Celeste.
I ragazzi mi guardarono, ero già entrato insieme a Rufo quando la donna parlò. Anche Celeste disse qualcosa. I ragazzi mi guardarono ancora con occhi vispi e mi avvicinai a loro sorridendo e strapazzandoli un po’, furono contenti.
- Si sieda qui.- disse Celeste e mise una sedia vicino a lui e Rufo.
-Giulietta prendi i piatti e riporta la pentola.-
- Subito mamma.-
Giulietta era ormai una donna, aveva sedici anni, capelli lunghi e dei bei seni duri. Portò la pentola con la minestra, ne mise due ramaioli nella scodella destinata a me e tornò al suo posto per continuare la sua cena. Rufo era vicino, aveva il piatto con del coniglio e del sugo, si vedeva che era buono, mangiava con gusto. Terminai la minestra mentre gli altri parlavano del loro lavoro con un contadino del piano di sotto.
-L’uva cresce bene.-
- Sarà una annata buona.-
-Se non viene nebbia.-
- Gli avete dato il concime del consorzio?-
-No, non credo sia il migliore.-
- Avete fatto bene.-
- Speriamo, ho sentito dire che alcuni dopo aver dato il concime del consorzio hanno trovato le foglie secche.-
-Si, il Buffi ha trovato molti filari sciupati.-
-Forse ha sbagliato dosaggio.-
-Non so, ma forse.-
-E’ uva che se ne va.-
- Meglio curarla l’uva, e’ l’unica fonte di guadagno.-
Stavo ascoltando, Celeste mi allungò il tegame con il coniglio.
- Grazie Celeste.-
Ne presi due pezzi con sugo e pane buono. Rufo si inserì nella conversazione con l’uomo del piano ed io finii di mangiare. I ragazzi stavano ora zitti vicino al fuoco. Dalla finestrella si vedeva il cielo con stelle e punte di alberi scuri e canti di grilli si udirono quando vi fu un po’ di silenzio.
- Adesso veniamo a noi.- disse Rufo.
- Si, possiamo qui?-
-Certo che possiamo, le donne hanno il loro da fare.-
-Dammi un bicchiere di rosso.-
-Prendi da te , non ti vergognerai mica.-
- No, ma non sono il padrone.-
- Fai conto di essere a casa tua.-
- Grazie Rufo.-
- A letto ragazzi.- disse Giulietta.
- No, vogliamo stare qui ancora un po’-
- Via a letto.- disse la madre ai ragazzi.
Presero il gatto, dissero qualcosa a Celeste e Giulietta li portò di sopra. Guardai la scenetta e poi tornai a parlare con Rufo.
-Andiamo da Gino.-
- Perche vuoi andare da Gino?-
- Cosi’ insieme andremo dal Morandino.-
-Hai ragione.-
- Il Morandino ha tre figlie da marito e voi potrete fare il colpo.-
- Il colpo lo faremo insieme, ma senza il prete.-
- La pensiamo tutti cosi’-
- Forse il Morandino no, non vede l’0ra di avere qualche genero per farlo lavorare.-
-Tu Rufo sei robusto, ma io non lavoro di zappa.-
- Lavori col cervello, tu sei fino.-
- Vado a mettermi un maglione, poi filiamo da Gino per la scorciatoia altrimenti arriveremo tardi e il Morandino non ci aprirà la porta ma ci tirerà una schioppettata.-
- Fai svelto Rufo.-
- In un salto.-
- Salute, io vado .- disse l’uomo del piano.-
- Ancora un goccio Dino.-
- Si versane un po’.- affermò porgendo il bicchiere che aveva preso dal tavolone e lo vuotò di un fiato. Rufo scese con un maglione quasi nero e se lo stava infilando.
- Noi andiamo da Gino.-
- Non tornate tardi, domani devi andare alla fattoria.-
- Bene Celeste, salute a tutti.-
- Buona notte, grazie per la cena.-
- Niente grazie fa piacere avere ospiti, tornate presto.-
- A presto rivedervi, alla festa di domenica.-
- Si a presto.- disse Giulietta.
Andammo giù per la viottola verso la casa di Gino, svelti, fischiettando. Si sentivano rane vicino al fiume gracidare mentre le ombre delle piante chiazzavano la strada sotto le luci delle stelle. C’era anche una leggera brezza.
- Gino arriviamoooo.- urlò Rufo.
- Corriamo Gino, preparati.-
- Alle Morandineee.- Rufo sghignazzò.
Gli urli si perdevano fra i filari delle vigne nei campi e stridii di uccelli notturni rispondevano ai latrati dei cani fra le colline. Salimmo velocemente su per il sentiero che conduceva alla Forcella, così era chiamata la casa colonica dove abitava Gino. Il cane abbaiò, Rufo lo fece tacere, Gino sentì i nostri passi e venne ad aprire.
-Salute Gino.-
-Guarda chi c’e’.-
-Svelto vieni con noi.-
- E dove andiamo?- disse Gino sorpreso.
- Dal Morandino.-
Gino rise, aveva capito subito.
- Pa’, io vado con Rufo e Stefano, vado a veglia.- disse. Chiuse la porta e venne con noi.
Gino e Rufo erano ragazzi in gamba, piuttosto simpatici ed anche un po’ donnaioli. Come succede nelle colline, ci sono pochi divertimenti e si lavora duro, l’unico diversivo è fare all’amore e loro andavano spesso a veglia nelle case delle colline. A volte venivano presi a schioppettate, ma se la ridevano scappando per i campi.
- Forza ragazzi e’tardi.-
- Rufo vedrai che il Morandino le mette a letto presto.-
- No, devono governare le bestie dopo cena e riordinare la casa.-
- Allora saranno sempre alzate.-
-Speriamo.-
C’era ancora un po’ di strada da fare prima di arrivare a vedere la casa del Morandino dietro il bosco e si vedevano gli ulivi sufficientemente chiari sotto la vigna piccola del campo che guardava il fiume e la valle.
- Io prendo la Rina.- disse improvvisamente Rufo.
- A me non la fai, Rina è mia.- rispose Gino.
- Sentite ragazzi, vediamo di non fare gli stupidi.-
- Come sarebbe a dire?-
- Non bisticciamo, perderemo tempo e guasteremo la veglia.-
- Io voglio fare all’amore con Rina.- ripetè Rufo.
- Anche io.-
- Questo dovreste chiederlo a Rina, non a me.-
- E chi lo chiede.-
- State litigando per niente.-
-Perche’?-
- Vedrete dopo.-
- Non ci fare scherzi sai.-
- Questa e’ merce nostra.-
- Non dissento.-
- Allora prenderai Caterina.-
- Non prenderemo nessuno.-
- Cosa siamo venuti a fare allora?-
- Vedete ragazzi, deve essere la donna a scegliere.-
Pensò un pò Rufo prima di rispondere, anche Gino pensò mentre già dal sentiero si vedeva la casa del Morandino e luce nelle stanze al piano terra.
- Forse hai ragione tu, ma noi siamo gia stati con Rina.-
- Insieme?-
- Certamente no.- disse Gino.
- Allora questa sera solo uno di voi starà con Rina.-
- Questo è vero.-
- E chi sarà?- Rufo chiese.
- Io.- Gino rispose.
-No, sarò io.- insistette Rufo.
- Non ricominciate, ce lo diranno le ragazze, chiaro.-
Andammo avanti. Come sempre succede quando qualcuno si avvicina alle
case delle colline, prima di arrivare al recinto o all’aia il cane che fa guardia abbaia sempre. Questo accadde anche alla casa del Morandino.
Arrivammo sull’aia per il sentiero che portava poi alla fonte e dalla stalla
uscì Caterina: aveva un forcone in mano ed un secchio.
- Salute gente.- disse Caterina agitando la mano con il forcone.
-Fermi ragazzi.- Sostammo vicino al muro.-
-Brutte intenzioni?.-
- Perchè-
- Quel forcone.-
- Lo meriteresti.-
- Allora non ci inviti a veglia?-
- Certo che sì.-
- Veniamo avanti.-
- Sicuramente, entrate sotto il portico, io vado alla fonte.-
- Ti accompagno.-Gino tentò’.
- Ho detto di entrare sotto il portico.-
- Gino entriamo.-
- Chiamate Rina e Cesira.-
-Dove sono?.-
- In qualche posto, chiamatele.-
- A dopo.-
- Torno subito, vado alla fonte e torno.-
Si allontanò dopo aver posato il forcone in un canto fra fascine ed altri arnesi. Bussammo alla porta. Rumore di passi venne verso di noi e cigolando la porta fu aperta.
- O Morandino siamo qua noi.-
- Sto fresco allora.-
- Niente paura staremo poco.-
- Entrate, forza, venite a sedere.-
- Tirate fuori del buon rosso.-
- Che non sia acquetta.-
- Di quello che date al prete.-
- Sentite anche il signorino ha gusti fini.-
- Certamente.-
- Vado di sotto.-
Il Morandino stava scendendo per le scalette di legno per andare in cantina quando Cesira aprì la porta di fuori ed entrò.
- Ragazzi ho trovato un grammofono.—Attacca allora, faremo quattro salti.-
- Rina dove è?-
- E’ andata dal Beppe della Casa Rossa.-
- A che fare?.-
- Doveva prendere del formaggio.-
- Ritornera’?.-
-Si fra poco sarà qui.-
Rufo e Gino stavano guardando il camino, le pentole sulle grate di ferro
con sotto brace, il paiolo sopra il fuoco un po’ scarso e gli angoli scoloriti e nerastri della stanza. Cesira prese i bicchieri dalla scansia, li sciacquò con un po’ di acqua fresca presa da una mezzina di rame e li portò sul tavolo, li mise nel mezzo. Noi ci sedemmo nel frattempo,Morandino stava ritornando di sopra,arrivò al camino, sboccò il vino gettandolo per terra su i mattoni rossi e consumati, ne versò poi nei bicchieri. Cesira attizzò un po’ il fuoco, si legò poi i capelli lunghi e sciolti dietro scoprendosi il collo: anche il volto si poteva vedere meglio, si diresse verso l’acquaio, gettò acqua nel catino e si rinfrescò il viso asciugandosi poi in un cencio bianco a riquadri rossi.
- Bevete ragazzi.- disse il Morandino.
-Certo che beviamo, dai Stefano, fatti sotto.- disse Rufo.
Mentre stavamo bevendo Morandino ci fece compagnia, si grattò la testa calva alzandosi il cappellaccio nero che portava sempre e disse.
-Vi lascio,vado a letto.-
-Gia ci lasciate?-
- Sono molto stanco.-
-Che avete fatto mai?-
- Ho ramato le vigne e zappato il campetto dei cavoli.-
- Avete fatto da solo?-
- No, mi ha aiutato Caterina.-
- E le altre?-
- Cesira è stata in casa, Rina e’ andata via presto e mi ha dato mano solo al mattino.-
-Dovete maritarle.- disse Rufo ridendo.
-Pensateci voi ragazzi.-
- Noi, proprio noi!—Ci penseranno da se.-
-Speriamo.-
-Babbo andate a letto.-
-Vado, vado.- disse alzandosi dalla sua sedia.
-Buonanotte Morandino.-
- Buonanotte a voi, o meglio buona veglia.-
-A questa penseremo noi.- Gino disse e rise.
Il Morandino lo guardo’ di sottecchi mentre si allontanava. Cesira venne a sedersi vicino a noi, Rufo gli dette una manata nel sedere,la donna rise, io la guardai fisso e Gino le strizzò i seni.
-Piano Gino, mi fai male.-
-Le hai dure è Cesira.-
- Stupido.-
Caterina aprì l’uscio e mise avanti il secchio e lo portò con uno sforzo a due mani sull’acquaio. Tirandolo su si alzò un po’ la sottana fino a mezza
gamba lasciando così intravedere parte della stessa fin sopra il ginocchio, circa un palmo di mano. Aveva carne bruna e soda, mi piacque.
- Vuoi un aiuto Caterina?-
-No grazie Stefano.- Sorrise.
-Prendi il grammofono Cesira.-
- Vado subito.-Si alzò, Gino le strisciò intorno e salì di sopra insieme a Cesira.
-Non vi incantate.-
Gino le fece un verso. Presero il grammofono e scesero subito di sotto,lo portò Gino, Cesira aveva i dischi. Gino lo posò sul tavolo, Cesira mise un disco e insieme a Rufo e Caterina fecero un ballo. Era musica di un valzer. Giravano veloci su i mattoni rossi del pavimento, poi la musica cessò e si baciarono a lungo. Io stavo vicino al camino a sentire la musica ed ormai aspettavo solo che tornasse Rina dalla Casa Rossa. Le altre avevano già scelto i loro uomini, probabilmente avrebbero fatto all’amore con loro per quella sera. Bevemmo tutti del rosso,Rufo tastò le cosce a Caterina, lei si abbandonò un po’ ma quando vide che Cesira la guardava parlò.
- Smetti, non fare lo stupido.-
-Va che ti piace.-
-Non ora, aspetta che torni Rina.-
E che devi avere il suo permesso?.-
- No, è per Stefano, è solo.-
-Vedrai che appena tornerà Rina non lo sarà più.-
C’era musica, fumo allegria e rumore con risa e non intesi bene tutto quello che ancora Caterina e Rufo si dissero. Decisi di uscire a prendere aria visto che Rina non tornava ancora, così le coppie avrebbero potuto
essere più libere . Così feci,loro sentivano ancora musica e ridevano toccandosi, lo vidi passando vicino alla finestra bassa sopra l’acquaio.
Ero solo ora fuori e nel silenzio improvviso della notte, potevo sentire il coro dei grilli e vedere le colline sotto le stelle. C’erano dei falò per i campi delle colline, stavano spengendosi,bruciavano talli di ulivo, si poteva vedere anche le nuvole dense di fumo che si alzavano sopra le fiamme. Presi il sentiero che andava verso la fonte, da quel sentiero doveva venire Rina di ritorno dalla Casa Rossa. Il cane abbaiò un poco, poi non sentì più i miei passi e tornò quieto al suo posto. Scendevo verso i melograni. C’erano macchie di ramerino e si sentiva il profumo. Vidi ombre venire avanti, avevano una luce con loro: erano carabinieri, due uomini con il maresciallo.
-Salute.-
-Buonasera.- rispose il maresciallo. I militi salutarono portando la mano alla visiera.
- Siete qui anche quest’anno?-
- Si maresciallo.-
-Bene mi fa piacere.-
-In servizio?-
-In servizio.-rispose.
I militi guardavano con circospezione intorno: erano nuovi non li avevo mai visti l’anno precedente.
-Venite a trovarmi .- disse il maresciallo.
-Forse domenica per la festa.-
-Mi farete piacere ,berremo insieme.-
-Benissimo vedro’ di trovare un momento.—Allora a domenica.-
-A domenica.-
-Buonanotte.-
-Buonanotte .- risposero.
Anche i militi parlarono questa volta,stavano andando via.-
-Grazie a domenica.-
Si allontanarono. Vidi che il maresciallo portò la mano vicino alla fondina, i militi alla cinghia del moschetto. Per la verità, loro sempre anche durante il colloquio l’avevano tenuta alla cinghia del moschetto, ma più in basso. Seguitai a camminare per il mio sentiero, non ero ancora arrivato alla fonte quando sentii Rina che canticchiando veniva su fra gli ulivi.
-Rina.-
-Chi è che chiama?-
- Sono Stefano.-
-Vieni avanti.-
-Vengo subito.-
-Quali notizie hai?.- disse avvicinandosi.
- Sono venuto con Rufo e Gino.-
-Bene e dove sono quei due?.-
- Con le tue sorelle.-
-Quelle hanno una voglia.- disse Rina con una certa voce.
-Anche i ragazzi credo.-
- E tu perchè sei venuto via?.-
- Volevo venirti incontro, stavi ritardando.-
-Hai fatto bene a venire, avevo un po’ di paura.-
-Tu ?.- Mi meravigliai un po’, ma forse non era vero, Rina aveva certo mentito e voleva incoraggiarmi a dire qualcosa.
-Sono passati i carabinieri, sai.-
-Che volevano quelli?.-
- Non e’ bene essere curiosi.-
-Hai ragione.-
- Erano per servizio,hanno detto.-
-Dove andavano?.-
-Non ho chiesto.-
Eravamo fermi in mezzo al viottolo e stavamo ancora parlando mentre ulivi sparsi fra il campo di grano aprivano il paesaggio alle colline sotto il cielo blu notte e le stelle luccicavano e i falò lontani sulle colline andavano spegnendosi.
-Andiamo a casa.-
- No, sediamo sul fosso.- risposi
-Come vuoi.-
Rina posò la borsa ed un pacco sul viottolo e sedemmo in direzione del fiume e degli ulivi: si vedevano bene le sagome quasi nere delle colline contrastare il cielo ed alzarsi sopra i campi della valle.
-Tornerai anche il prossimo anno?.mi chiese Rina.
- Non credo..-
-Peccato mi sarebbe piaciuto averti ancora con noi.-
-Tornerò per una visita.-
- Allora sarà diverso.-
-Perchè mai, sarò sempre io lo stesso.-
-Potremo diventare più amici stando insieme.-
- Rina, penso che hai ragione tu.-
Mi avvicinai a lei guardando il suo volto e i suoi occhi ora scuri nella notte, le sfiorai i capelli con mano morbida e la baciai. Rina capì che anche io avevo la voglia dei ragazzi e delle sorelle e non si fece pregare tanto. Scendemmo di sotto fra il grano e gli ulivi e nel fremito si udiva solo il canto dei grilli ed il respiro irregolare e caldo di noi.
-Stringimi ancora.-
Lo feci e mi baciò molto forte e non vedevo più il grano e i rami degli ulivi ma solo il volto di Rina teso e fremente. La notte stava andando avanti lenta come ogni notte, gli ulivi sbattevano piano i rami sotto la brezza leggera della campagna e alta erba si muoveva morbida e lenta vicino a noi. Solo stelle si vedevano ora, non si sentivano più grilli cantare, solo un fievole suono di musica giungeva tronco e diafano a noi.
- Cosa e’?-
-Stanno suonando il grammofono.-
-Lasciamoli fare allora.-
-Si, lasciamo che la musica continui.-
-Domani verrò a trovarti .- disse Rina.
- Ma non alla casa.-
- Ti vergogni di me forse.-
- Non essere sciocca.-
-E’ per via del vecchio.-
-Che cosa ha il vecchio.-
-Mi guarda sempre di sottecchi, come se spiasse ogni mia mossa.-
-Si è strano anche per noi delle colline.-disse Rina.
Tacque per un attimo.
-Allora dove ci vedremo?.-Chiese Rina.
Aveva preso una pagliuzza e la stava morsicando.
- Al canneto.- io dissi
-Bene alle sette, ti va?-
- Certo che va, e’ un ora buona.-
-Poi vieni a cena da me.-
-No, Morandino metterà gli occhi su di me.-
-Lascia stare a lui ci penso io.-
-Devo portare anche gli altri?-
-No se le mie sorelle non li hanno invitati.-
-Non dirò niente di questo.-
-Certo che non dirai niente.-
- Al canneto staremo bene, c’e’ del prato e poi da li non si vede la casa e possiamo vedere se qualcuno viene intorno e non essere visti.-
-Cosi’ mi piaci Stefano.-
-Andiamo su ora, si fa tardi.-
- Come vuoi Rina, vieni su alzati.-
-Dammi una mano.-
-Subito.-
Mi alzai per primo e la tirai su: si accomodò le sottane. Presi io il pacco e lei la sporta e ci avviammo verso i melograni e la casa. Si sentiva la voce di Rufo che cantava dai pagliai, doveva essere ubriaco per cantare. Morandino doveva dormire grosso per non sentire tutto quel baccano. Aprimmo la porta ed entrammo. Stavano ancora ballando, la stanza aveva un tepore e una luce strana. I ragazzi avevano gli occhi affossati e stringevano ancora le donne mentre ballavano.
- Morandino svegliati.-Gino urlò.-
-Stupido.- disse la Rina.
-Se fai così viene di sotto.-Cesira osservò.
- Allora lasciamolo stare.-
-Spengiamo il grammofono.-
-No.-disse Rufo.
- Stai zitto, sei ubriaco.-
Il gatto sdraiato sul bordo superiore del camino guardava la scena, doveva essere desolante per lui.
-Bevi un bicchiere.- disse Rina.
Non la feci dire due volte.
- Ci hai messo a tornare.-
- Doveva essere buono il formaggio della Casa rossa.-
-Altro che formaggio.-
-Beppe quando ti vede diventa più rosso della casa.-
-Ho trovato Stefano alla fonte e ci siamo messi a parlare.-
- Doveva dirti molte cose Stefano allora.-
- Si, le ho raccontato una storia.-
- Lunga scommetto.-
-Siete dei maiali.- Rina urlò.
- Lascia perdere.- dissi io cercando di cambiare discorso. Rufo era quasi completamente ubriaco e non capiva più niente e non sapeva cosa dire , Caterina lo lasciò andare dandogli una spinta. Rufo cadde in mezzo alla stanza e tutti si rise forte.
Era buffo vederlo,cercava di alzarsi e ricadeva.
- Ora lo portiamo via.-
-No, prima tiriamogli dell’acqua.-
-Si, gli fara’ bene.-
-Prendi il secchio Cesira.- Rina disse.
-Portiamolo fuori.-
Lo prendemmo per le braccia e sbattendo l’uscio si portò fuori. Rina prese una sedia, lo mettemmo sopra, poi col secchio di acqua fresca gli facemmo una doccia. Si impenno come un toro dopo il colpo, ma ricadde seduto: Le ragazze ridevano, il cane come al solito, sentito il fracasso incominciò ad abbaiare e non la smetteva più. Cesira gli tirò qualcosa e si calmò.
- Ora Rufo puoi camminare?-
- Certo che posso.-
- Allora andiamo, si e’ fatto tardi.-
La serata era ormai trascorsa, salutammo le ragazze. Io guardai intensamente Rina.
- Al canneto.-
- Si, al canneto.-
Le strinsi forte la mano.
-A domenica alla festa.- urlò Rufo.
- In piazza alle giostre, portate anche Morandino.- Gino disse.
- Alle giostre.- rispose Cesira.
Caterina non disse niente ma rideva ancora. Io avrei rivisto Rina al canneto il giorno seguente e avrei ancora parlato con lei e avrei fatto ancora all’amore . Scendemmo per il sentiero reggendo un po’ Rufo. Era ancora euforico ed inciampava nei sassi.
-L’abbiamo fatta al Morandino.-
-Si, non e’ stato difficile.-
- Questa sera era stanco, doveva star male.-
-No, c’eri tu e non ha detto niente.-
-Si stava freschi se si veniva col figlio del Ricci.-
- Chi e’ il figlio del Ricci?- chiesi.
-Non lo sai?-
- No, non lo so.-
- Hai ragione, lo scorso anno non c’era.-
- Sono arrivati da sei mesi e il figlio del Ricci aveva messo incinta la Cesira.-
-Poi tutto e’ andato a monte.-
- Gli sparo’ anche con la doppietta.-
- E come fini?-
- Bene, Cesira fece un aborto e il figlio Ricci gira alla larga dal Morandino.
- C’era da ridere se c’era il figlio del Ricci.- ripetè Rufo.
Una leggera guazza stava scendendo per i viottoli e su gli ulivi, fra i filari si vedevano strane figure composte di foglie. Alle tre strade salutammo Gino che andò da solo verso casa. Rufo ed io si cantava allegri. C’erano campi intorno, non si vedevano ormai più i falò sulle colline, i fuochi erano spenti. Anche le case non brillavano più di luci. Verso il fiume si udivano le rane gracidare e i canneti frusciare lenti. Gli ulivi erano ora più scuri nei campi e solo stelle schiarivano un po’ la notte fresca di guazza. Il tenero fresco della notte e la camminata nei viottoli erano serviti
a Rufo per riprendere fiato dopo la sbornia. Ora si sentiva meglio e scende-
va a passi normali giù per il sentiero.
- Serata di fuoco.-
-Hai bevuto troppo.-
-No, sono stato allegro.-
- Ho ben visto io come eri.-
-Non fare prediche.-
-Non ho assolutamente intenzione di farti prediche.-
-Bene, quelle le fa il prete a chi le ascolta.- Rise forte Rufo parlando del prete. E rise ancora ripensandoci mentre passavamo alberi vicino ai canneti.
-Al Morandino faceva sonno.- disse.
-Che vuoi dire?-
- Gli abbiamo svegliato le figliole.-
- Quelle non avevano bisogno di essere svegliate.-
-Volevano quello che hanno avuto.-
-Certo e ti ho fregato Rina.-
-Carogna.-
Era proprio notte alta e si allungò il passo, ci salutammo al sentiero e venni verso casa. Trovai del brodo tiepido vicino al camino. Niente vino sul tavolo. Maria aveva fatto bene a lasciarmi del brodo. Lo presi, andai di sopra nella stanza, aprii la finestra, accesi una sigaretta e fumai a lungo
guardando le stelle e pensando.