CENNI CRITICI
La levità di un'ispirazione che sa ascoltare il cuore e il cervello, che ne fissa il dissidio e che, attraverso la modulazione di toni lucidi e visionari insieme, fa decantare il suo vissuto, la ricerca di un significato al dolore, la consapevolezza dell'inesplicabile mistero dell'esistere.
Una voce che non è stanca di interrogare la sofferenza ma anche di inseguire la luce.
La parola, dapprima sussurrata, si dilata nel vortice linguistico quasi di un barocco post-moderno e riesce a liberare lo stupore. Quello di un mondo sommerso dell'anima che si fa messaggio di conforto e ricerca di una rotta su cui navigare.
Paola Cattani (Parma)
Sebbene relativamente nuova alla poesia scritta è chiarissimo che la tematica di Paola Brighenti è stata da lei interiorizzata in buona parte nell’inconscio, lungo un cielo di molte stagioni.
Non vi è nulla di artefatto e tantomeno forzato, nella sostanza e nella forma del dialogo (non del soliloquio, si badi bene) che ha con se stessa e che si estende a chi la legge.
Paola Brighenti è aliena dai cosiddetti e risaputi messaggi che inquinano le tematiche di coloro che non sapranno mai fare dell’arte per l’arte.
Sfumatissima e variegatissima eppure estremamente conscia e consapevole, ella comunica il caso suo esistenziale con morbidezza lieve, quasi con pudore.
Raffaella Bonetti (Milano)
PREFAZIONE al libro “Il dono delle primule ad ottobre”
Due elementi caratterizzano la poesia di Paola Brighenti: il primo è costituito dal tema della narratività, il secondo da quello del sentimento lirico. Questa raccolta nasce e si sviluppa proprio attorno alle ragioni che abbiamo detto, gettando poi le radici in quel “fondo” buio ma dolce e imprescindibile dei ricordi dal quale ogni poesia trae nutrimento e passione. Il dono delle primule a ottobre possiede, dunque, una naturalezza tutta sua che lo trasforma in dono prima ancora che in poesia. Nasce de una necessità, vive in essa, cava da essa la propria intensità umana e vi rimane immerso perché altri possano affidarsi a questa “onda del tempo”.
Stagioni, sentimenti, ricordi, persone,luoghi, e date, ghermiscono queste pagine che l’istinto poetico della scrittrice ha salvato dalla dimenticanza. Ma poi, quasi per incanto, e pur se la stagione inclina all’autunno, nascono nuove gemme e urgono nuove foglie, la pianta ributta, il seme fruttifica ancora e le parole nuovamente ritessono la tela di una scrittura che ricanta tutta la sua memoria. Non è un ”tornare bambini”, assolutamente no; ma è davvero, invece, un prendere coscienza che quel bambino che è in noi non è ucciso dalle difficoltà e dalle delusioni. Si è sempre in attesa, dice la poesia di Paola Brighenti: “Ogni ora ha lasciato una sua traccia/ anello fermo della mia catena/ che a volte mi imprigiona col suo peso./ Ma spesso mi sostiene e mi dà forza. / Dono prezioso che si fa memoria”.E poi si scrive così come si vive: “appoggiare all’orecchio conchiglia/ che narri con voce /sommessa l’incanto/ reale dell’intimo Io/ e gridare con forza/ nel vento e a me stessa/ che vivo./ Che vivo”.
Tutto allora si ricompone dentro questo mondo dove il racconto è anche diario e confessione; e tutto riprende – assieme al colore dei sensi e alle proporzioni della storia e della cronaca – una sua netta dimensione di autenticità che va molto aldilà della letteratura e del fare versi. Va direttamente a creare e sostanziare il piccolo miracolo della primule che fioriscono ad ottobre: che è un invito a sperare, a non arrendersi e pensare senza pregiudizi e senza finzioni poiché la natura ci sorprende e la poesia sa raccontare queste sorprese.
Giuseppe Marchetti