IL FENOMENO
Non si parlava di altro: la città era stata messa a soqquadro, i giornali, locali e non, si contendevano le prime pagine, persino il sindaco era stato investito della questione ed aveva appositamente predisposto la convocazione del consiglio comunale.
Le vecchiette, nelle loro animate e pettegole conversazioni, avevano colto il destro per non rimanere estranee all’avvenimento che tanto scalpore aveva suscitato nel mondo. I bambini, lungo le strade, in casa, talvolta perfino a scuola, avevano trovato il modo di colmare i vuoti ripetendo i versi del fenomeno, atteggiando gli occhi, il muso, le mani al procedere barcollante, curioso, pietoso dell’essere colpito dalla sventura e dalla malasorte. Molti erano stati destati dal torpore quotidiano delle solite attività e, armati, inutilmente, di cineprese, registratori, macchine fotografiche, e di tanti manuali di zoologia e di antropologia, avevano preso d’assalto i pochi alberghi disponibili, convinti in cuor loro di contribuire con i loro interventi al progresso della scienza.
La loro bramosa curiosità era destinata a scontrarsi con il silenzio stampa imposto dal signor Mercurio, a nome della sua numerosa famiglia. Per la verità, il signor Mercurio non era ossessionato dalla paura della pubblicità, ormai se n’era fatta parecchia, né tantomeno si preoccupava di dove allestire la sala stampa per le conferenze, a tempo debito: la sua casa era più che una magione, con tante sale, che ospitavano non solo la sua numerosa famiglia, ma che erano sufficienti ad ospitare un’intera compagnia di bersaglieri. Quel che lo preoccupava era l’assillo scientifico, forse anche il mal celato desiderio di essere lui il primo, di capire e rendersi conto di quanto era accaduto.
Aveva sempre, fin da piccolo, sognato la gloria, ora cavalcando furiosi destrieri nelle distese sterminate della steppa, ora pilotando aerei supersonici nei cieli patrii, ora prefigurando, con l’avanzare dell’età, un ruolo determinante nella gestione economica del paese. Non disdegnava, il signor Mercurio, di dedicarsi alle letture che ingentiliscono l’animo, affinano l’intelligenza, dischiudono i tesori del sapere, fulminato talvolta dal mal represso desiderio di volere a tutti i costi inserirsi nel circuito degli intellettuali di grido.
Tante occasioni erano andate sprecate, quando ecco, per un fortuito atto riparatore della sorte, finalmente gli cade tra capo e collo quella buona. Si era adoperato a non far trapelare la notizia, ma i casi strani hanno il potere di perforare le pareti, di sorvolare sui posti di blocco, di aggirare le censure più spietate. Più forte di tutto, anche della pubblicità, era il desiderio di tenere in osservazione lo strano fenomeno.
S’era rifugiato, il malcapitato, non si sa bene in base a quale coincidenza, nella casa del signor Mercurio; il corpo in tutto simile a quello di un uomo cadente ma in tutto regolare in quanto ad organi e proporzioni, il volto invece era perfettamente identico a quello di un maiale: un particolare strano era che due occhi bovini si stampavano sopra il muso allungato. La voce era un misto di grugniti e tentativi di articolazione dei suoni, con scatti improvvisi verso l’inferriata che il signor Mercurio, profittando di un attimo di sonnolenza dello sventurato, aveva immediatamente provveduto a disporre sul davanti del vano della porta. Ciò consentiva di tenerlo sempre in osservazione e talvolta di avanzare timidi tentativi di dialogo. Saltellava da un lato all’altro della grande sala, si allungava per terra sgraffignando e sbatacchiando il muso allungato di qua e di là sul pavimento; dopo periodi di sonnolenza apparente, riesplodeva andando a finire contro le sbarre opportunamente predisposte.
Aveva talvolta, il signor Mercurio, tentato di penetrare nella stanza, ma non appena la chiave infilata nella toppa cominciava a cigolare, crisi improvvise si scatenavano e facevano assumere al fenomeno posizioni contorte non facilmente definibili. Intimidito, richiudeva in fretta e andava a sedersi sulla sedia collocata di fronte all’inferriata. Aveva a lato un taccuino su cui registrava le reazioni dello sventurato che riteneva degne di attenzione; aveva quasi esaurito il primo blocchetto, ma quando andava a rileggere le annotazioni registrate, scopriva che tutto poteva essere ricondotto ai soliti movimenti scomposti, grugniti prolungati, qualche saltello improvvisato se tutto, intorno, invitava al raccoglimento.
Era passata una settimana e di eventi degni di rilievo, particolarmente interessanti, neppure l’ombra; un’idea fulminea balenò nella mente spossata del signor Mercurio: avrebbe lentamente fatto avvicinare alla gabbia gli animali domestici che, annoiati, gironzolavano per la casa con il ventre cadente e le orecchie penzoloni. I primi tentativi non furono felici, come del resto gli ultimi: appena il cane s’impalava, facendo leva sui muscoli delle cosce, o incuriosito guaiva, crisi isteriche agitavano il fenomeno per cui Friz correva da una parte all’altra del fronte della gabbia, fino a quando, richiamato da un leggero sibilo, non finiva con il guinzaglio, spinto delicatamente dal signor Mercurio, verso la cuccia nel cortile.
Intanto il campanello d’ingresso squillava in continuazione, gli faceva spietata concorrenza il telefono: l’unica ad essere infastidita era la signora Mercurio: non solleticata dal miraggio della gloria, non incuriosita dalla novità, lamentava la perdita della quiete domestica, nonostante un sorriso di circostanza accompagnasse ogni suo gesto, preoccupata di non screditare suo marito o peggio di intralciare il suo faticoso cammino verso i fasti della celebrità.
Purtroppo il signor Mercurio dovette assentarsi per impellenti bisogni personali; e quale non fu la meraviglia nel vedere, una volta di ritorno, il fenomeno atteggiato a filosofo, cogitabondo. I salti repentini e scomposti, i grugniti echeggianti per la reggia, avevano ceduto il posto ad un comportamento dignitoso e riflessivo. Pareva, finalmente, al signor Mercurio, di avere trovato qualcosa di stranamente interessante e s’era precipitato a riempire i fogli del taccuino, sempre a portata di mano.
Gli era parso anche, ma non ne era del tutto convinto, che il fenomeno, intrecciando convulsamente le dita, accennasse un elementare conteggio; ancora più eccitato, accostò, il signor Mercurio, la sedia alle sbarre, intento a scrutare gli arti superiori nella supposta operazione contabile.
Dal canto loro, i cronisti, i giornalisti, i cineoperatori, stanchi di sentirsi ripetere che la situazione era stazionaria, che il fenomeno si era assuefatto al nuovo ambiente, offesi dalla pervicacia del signor Mercurio a non volerli introdurre nel sacro luogo della recinzione, avevano cominciato ad armare bagagli e fare ritorno nelle loro redazioni, recriminando per il magro bottino e augurandosi di doversi presto rifare di un’attesa lunga e senza risultati.
Le autorità cittadine vedevano sfumare nel nulla un accidenti che avrebbe potuto favorire il turismo d’occasione, ed anche i bambini finirono, ognuno a modo suo, per intessere con il fenomeno strani approcci nelle ore destinate al sonno. Le immagini ipnagogiche, i sogni interrotti bastarono a soddisfare parzialmente la loro sete di curiosità. L’unico che non riusciva a stare tranquillo era il signor Mercurio: vedeva che tutto gli crollava addosso, non solo la mediocrità della sua vita passata, quanto pure l’inattesa esplosione del desiderio di gloria, tanto più coltivato quanto insperato. Riandava anche di notte frettoloso presso la gabbia, annoiato e stanco rifaceva la strada che lo riportava a letto.
D’un tratto però lo scandalo destò scalpore. Di nuovo i riflettori della pubblicità piombarono sulla cittadina e sul venerando signor Mercurio il quale, chiamato a dare spiegazioni, con tante telecamere piantate sul volto, con tanti flash che lo stordivano, non era in grado, poverino, di dire granché, ma si poteva nel suo sguardo cogliere l’insoddisfazione per avere inseguito un destriero alato e non essere riuscito a cavalcarlo.
Meno male che a consolarlo ci pensava la signora Mercurio, augurandosi per sé e per lui occasioni più intime e affidando al destino le prospettive future.
Non si è mai riuscito più a sapere come avesse fatto il fenomeno a tranciare le sbarre della gabbia, a trovare la porta d’uscita e svanire nel nulla.
Tutti i ragazzi del paese, di sera, di giorno nei luoghi più riposti, sono ancora alla ricerca, con tanto di paura e curiosità, del fenomeno e, per quanto gli adulti siano vigili e spranghino di sera le porte, immaginano facendo gli scongiuri, di trovarselo vicino, alla svolta dell’angolo di casa, o magari rifilato nel letto a rubare un po’ di calore e uno spiraglio di luce che, a fatica, illumina la stanza.
LA PREVIDENZA
La piccola tavola giace maestosa tra la porta di casa e il vano retrostante. Non è questo il suo posto solito: specie d’inverno è rincantucciata un paio di metri più dentro, spesso con la porta chiusa se fa freddo cane, ma talvolta anche socchiusa se il sole si erge a guardiano della casa e dello slargo su sui si apre la porta di casa, non una spianata immensa ma una boccata d’ossigeno per casupole e orticelli intrecciati in un affettuoso profondo abbraccio, e che la gente del vicolo chiama “chiano”.
E’ primavera avanzata, e la porta è spalancata; anche se il sole non penetra in profondità nella casa, illumina almeno buona metà della stanza dai molti usi: cucina, sala da pranzo, salotto, anche soggiorno per quella credenza antica di legno di colore cilestrino, sulla parete destra entrando dalla porta principale, l’unica dell’abitazione, e forse un tempo anche camera da letto.
Per una unità abitativa di tali fattezze è inopportuno ricorrere a parole, termini, espressioni moderne: hanno il sapore ingeneroso dell’irriverenza e dello sfottò.
A vederla sembra impossibile che in così poco spazio sia vissuta una famiglia di sette persone. Non che tutte fossero stipate nella prima cameretta; ce n’è un’altra, adiacente alla prima con cui comunica con mezza porta scorrevole e un vano finestra perché vi penetri un po’ della luce del giorno, ed è la camera da letto dei genitori, quella vera, costituita da un letto alto con due bei materassi di lana che rendono ancora più maestoso il trono dei genitori; e si tratta per davvero di un trono, perché è dal letto che più frequentemente partivano le ramanzine rivolte ora all’uno ora all’altro dei figli. Dormire voleva dire ritrovarsi, perché non si dormiva altrove mai così bene come a casa propria, pur se c’era un conto da pagare: ora la minaccia di un ceffone, ora un’abbozzata pedata, più spesso le parole di Tata, del padre, che rare volte ricorreva alla maniere brusche, più spesso all’ironica persuasiva stigmatizzazione delle debolezze della giovane età. E sul più bello, quando oramai Otino, il figlio più vivace e sbarazzino, s’illudeva di averla fatta franca, lui, Tata, con il mento fuori le pesanti coperte, apostrofava: “ Come va, Otino? Perché non mangi? Tua madre ti ha preparato una bella frittata” “ Non ho fame, Ta’!” “Non è che sei andato da zia Paolina, e con una mangiata ti sei giocato tutto?” “ E’ da tanto che non ci metto piede!” “ Per forza: non ci metti i piedi, perché ti tuffi con tutte e due le mani, specie se piene” “Ti giuro, Ta’, è più di un mese che non ci passo nemmeno davanti!” “E bravo! Non ci passi davanti perché conosci l’entrata secondaria. Bravo al nostro Otiniello, domani faremo i conti”.
L’indomani i conti non si facevano più, ma le parole di Tata, rimescolate nel magma dell’atmosfera ipnagogica, avevano già sortito il loro benefico effetto, e Otino poteva restituire alla madre quel che gli rimaneva dei soldini sottratti al suo grembiule.
Forse è stata anche la camera da letto di qualcuno dei figli, di sicuro delle figlie femmine; i maschi ancora in casa – uno, il primo, è già partito per il mondo e sta facendosi largo nel mondo della ristorazione, in cui non ha rivali ed in poco tempo s’è conquistato nella zona una reputazione di tutto rispetto – possono in ragione dell’età e della vigoria che traspare anche dal loro cognome “Vigorosi” accedere senza difficoltà per uno scalone di legno massiccio al sottotetto, che giace sulla camera da letto dei genitori, camera da letto a sua volta, in cui è adagiato un lettone dalle spalliere in metallo e dai materassi doppi e alti. Non sono un ostacolo insormontabile, specie per Otino, il più agile dei due figli maschi ancora in casa, che con un guizzo a notte fonda ritrova spesso il fratello che russa o l’eco della voce di Tata in procinto di pontificare. Una figlia, Maria, vive ancora con i genitori e spesso va in campagna, dove c’è da coltivare un piccolo pezzo di terreno, circa mezzo ettaro, in cui frutta e ortaggi sono curati con amore: non mancano granturco, legumi, una piccola vigna, il sancta sanctorum del podere.
A Zi Cola, il piccolo patriarca della famigliola, non dispiace se il lavoro è tanto, se anche a sera inoltrata o nel cuore della notte deve partire con il carro per una destinazione lontana, importa che a tavola, per il pranzo o per la cena, non manchi mai l’orcio con la razione di vino quotidiano; non è proprio la razione quotidiana, perché strada facendo, in parte per asciugare il sudore, in parte per alleviare la fatica, attinge al fiasco che lo accompagna in tutti i tragitti. La casa è piccola, però in compenso la cantina sottostante, a cui si accede da un ingresso autonomo, è capiente ed un paio di botti da due quintali l’una sono lì a puntellare la casa e ristorare il capofamiglia.
Ha apparecchiato con cura estrema la semplice tavola, la padrona di casa. Un intenso profumo di salsa e di patate fritte inonda la casa e si spande per il “chiano”, lo slargo su cui si apre la casa e su cui si affacciano quattro cinque porte, una loggia, una cancellata, che immette in alloggi signorili e nettamente separati dalle modeste casupole degli altri. In verità, i signori proprietari non hanno mai esibito comportamenti altezzosi e sprezzanti, anzi con i vicini sono sempre stati corretti ed in qualche caso anche affettuosi. Nel chiano, a mo’ di lago, si distinguono gli affluenti e gli emissari: non è chiuso, non è un vicolo cieco, è un’ampia insenatura a cui si accede dal vicolo che proviene in salita dalla Guardia, strada importante per chi vi abita, e da cui si prosegue per un breve tratto di agevole gradinata alla parte nobile della città, il castello, la villa comunale, delizia e gloria di ogni paesano, perché vi si respira aria fine, si gode la frescura nel pieno dell’estate, e – spettacolo unico – la vista spazia, dicono fino al mare, ma sicuramente è una favola. E’ vero che si abbracciano con lo sguardo decine e decine di paesi e orli indefiniti di colline e montagne all’orizzonte.
Sulla tavola sono disposti l’orcio immancabile, le posate, un piatto fumante di orecchiette che le mani premurose ed esperte di Zia Assunta hanno amorevolmente impastato, ed un tovagliolo che per le dimensioni sembra quasi un’altra tovaglia: una sorta di rivincita nei confronti della casa angusta. La vita modesta della famigliola è costellata di piccole, profonde gioie. Quando arriva sulla tavola il pranzo, si illuminano gli occhi della coppia, e se Zia Assunta facendo il segno di croce e biascicando tra sé chissà quale preghiera intende ringraziare il buon Dio, Zi Cola a suo modo in silenzio brinda alla vita e sulla tavola, oltre ai raggi del sole che piovono quasi a perpendicolo, si diffonde tanta serenità. Le amarezze hanno fatto la loro parte, ora comunque c’è da essere contenti. Il pane non è mai mancato sulla tavola della famiglia: bisogna lavorare, curare il terreno, e la fatica non è poca, però la miseria Zi Cola e famiglia non l’hanno conosciuta.
Quando vanno in campagna, e si trova lontano da casa e per giunta a fondovalle, ancora più giù della chiesetta della Madonna di Loreto, di strada ne fanno parecchia, ed all’andata si va allegri e leggeri, in discesa. Dopo le cose cambiano: la distanza, il sentiero impervio, il carico del raccolto quotidiano fanno del ritorno una dolorosa via crucis. La doppia fatica, dei campi e del peso del raccolto, se non incrementa il patrimonio di famiglia, insaporisce la tavola e la certezza che a tavola si spiana il prodotto delle proprie mani, che ciò che si mangia è genuino e a prova d’ inquinamento, produce effetti benefici, solidi e duraturi, sulla salute della famiglia.
Di poche parole, Zi Cola esprime il suo affetto per la moglie mangiando tutto quello che Zia Assunta mette a tavola e, facendole un cenno e additando la pentola, ne sollecita un’altra forchettata. Poi, impugnando con vigore l’orcio, sollevandolo a mo’ di trofeo, smorfiando come a voler sorridere, e il volto cangiante non è sfuggito alla moglie, vuole brindare al tempo, alla stupidità, al successo involontariamente colto, al risarcimento di cui dopo svariati anni, senza che lo abbia sollecitato, è stato beneficato. Ciccillo se n’è andato confuso, quasi di corsa, lui Zi Cola ci beve su con centellinato compiacimento.
E’ venuto Ciccillo un’ora fa: è una vecchia conoscenza, che il tempo ha diradato ma non cancellato né offuscato. Si trova in serie difficoltà, perché ha dovuto affrontare in poco tempo due matrimoni, ha fatto debiti, e le pressioni, i ricatti, le minacce dei creditori si sono fatti ultimamente più concreti e ineludibili. Stretto tra la morsa dei creditori e il bisogno di tranquillità pensa, riflette, escogita mille trovate per aggirare o superare l’ostacolo e da ultimo, nube peregrina che s’ingrossa, s’assottiglia, fugge lontano, ritorna, si dilata, s’impone l’ultima ipotesi, corroborata nella sua memoria da un altro memorabile salvataggio, di rivolgersi e chiedere aiuto a Zi Cola. Non è certo ricco, ma nonostante abbia pure lui dovuto affrontare un matrimonio, ha fatto sempre come e più della formica, determinato a che, quand’anche il più ricco possa andare in rovina, Zi Cola il suo modesto salvadanaio lo deve avere. La vita riserva tante sorprese e se ci pensi per tempo puoi fronteggiarle con meno angoscia e disperazione, si ripetono spesso Zia Assunta e Zi Cola, anche se il salvadanaio non è di coccio, e se i risparmi trovano una sistemazione meno canonica: l’angolo destro del primo cassetto del comò.
Simulando una occasionale passeggiata, Ciccillo ostenta meraviglia e piacere a rivedere e salutare l’amico; si abbandona ai convenevoli, ai complimenti, soprattutto per la tenuta fisica di Zi Cola, avviato per i sessanta ma gli daresti a vista e senza timore di esagerare meno di cinquanta.
“ Zi Cola, vi trovo sempre lo stesso, florido e in forma!”
“ Faccio le stesse cose di sempre: il merito è di mia moglie, che mi accudisce come un bambino”.
“ Beato te! Quanto ti invidio! Io me la debbo vedere tutto da solo, invece; mia moglie non ci vede tanto bene e i servizi di casa, se non vengono le figlie, li devo fare io”.
“ E’ brutto quando non c’è la salute!”
Convinto di avere sufficientemente fatto breccia nella pietosa attenzione di Zi Cola, Ciccillo pensa che sia il caso di spifferare tutto, di passare alla perorazione finale, ma esita ancora e poi, cogliendo d’istinto l’occasione dell’ultima considerazione di Zi Cola, subito aggiunge:
“…e se poi a mancare non è solo la salute, è bell’e fatta la frittata. A proposito, Zi Cola, mi trovo in un momento molto delicato…non so proprio come dirvelo, ma sono disperato. Ho sposato anche la mia seconda figlia, mi hanno prestato soldi dei parenti che però adesso li rivogliono subito, e non so come fare….Zi Cola, me li prestereste centomila lire?”
“ E che problema c’è?! Fai tu stesso; va, tu il posto lo conosci”.
Incredulo Ciccillo: “ Allora vado…? Tutto a posto?”
“ Vai, vai pure!”.
Ciccillo avverte nell’aria un alone di familiarità, riconosce l’odore della camera da letto, il comò si trova proprio entrando sulla destra mentre il letto è tutto spostato sulla sinistra, avverte lo stesso fresco dell’altra volta per contrasto con il tepore dell’anticamera; le mani tradiscono una sensazione di pesantezza, di fatica, forse di ostilità; stenta ad aprire con sicurezza il cassetto, infila meccanicamente la mano nell’angolo destro, immagina di essere sfiorato dallo stropiccio del malloppo di carta, addenta il lenzuolo, lo ispeziona con cura, e sorpreso della vana ricerca, invoca:
“ Zi Cola, ma qua non c’è niente!”
Senza tradire la minima emozione, anzi in tono disinvolto come a voler preludere all’esito positivo della ricerca: “ Vedi meglio, fai con calma, non si sa mai!”.
Dubbioso ma con in corpo la segreta attesa che nelle parole di Zi Cola ci sia un fondo di verità, riprende a rovistare, questa volta con più energia, sollevando e rimuovendo le lenzuola fino ad avere a vista il legno nudo dell’angolo del comò. Irritato dall’esito deludente, rammaricato per non poter più contare su una somma nella quale aveva, forse troppo in buona fede, creduto fin dal primo momento, insiste:
“ Zi Cola, vi dico che non c’è niente, proprio niente….questa volta ho visto bene!”
“ Ah….ah…ah……” fa’ Zi Cola, come a voler richiamare alla mente fatti lontani, in realtà per offrirli delicatamente all’attenzione di Ciccillo. Poi sereno sentenzia:
“ Cosa mai vuoi trovare, amico caro: niente ci hai messo, niente ci trovi”.
Ciccillo è arrossito, è avvampato, solo non si è scomposto più di tanto, ha finto stordimento e, non sopportando oltre lo sguardo pacioso ma sfottente di Zi Cola, inequivocabilmente smascherato, ha biascicato: “Non fa niente, se non ce li hai, non fa niente; chiederò a qualche altro; grazie lo stesso, arrivederci”.
Ciccillo se n’è andato e nella sua mente, nitida, si ripropone la vecchia scena: lui che chiede soccorso a Zi Cola, per un prestito di analogo valore, e Zi Cola, serafico e ben disposto, che lo invita, proprio come ha fatto poco fa, a servirsi da solo, dopo avergli suggerito dove mettere mano.
Il cantuccio poi è sempre rimasto vuoto, mai che il biglietto prelevato sia per caso ritornato al suo posto. Aveva Ciccillo pensato che tutto fosse passato, dimenticato, che Zi Cola, smarrito tra i calcoli difficili delle proprie entrate si fosse smemorato di tutto: ha capito e si è reso conto che invece Zi Cola non aveva dimenticato, sperava anzi che prima o poi l’angolo del comò potesse tornare a sorridere. Se gli avessero, all’atto di congedarsi, inferto una coltellata al cuore, forse non sarebbe uscita una goccia di sangue: impietrito è rotolato via come un fulmine in discesa.
E’ rimasto, Zi Cola, in compagnia della moglie che non ha seguito nei dettagli la conversazione e si è concentrata e distratta con la preparazione del pranzo; ora con piacere raddoppiato Zi Cola lo degusta e mostra di averlo oltre ogni legittima attesa gradito; e quasi meritasse un vistoso e sonoro apprezzamento, alzando l’orcio, esclama: “ Alla salute!”. Gli fa eco inconsapevole Zia Assunta:
“ Alla salute!”.
LA BEFANA
Se la ripassa fra le mani, una due infinite volte; ad ogni passaggio una smorfia tradisce, ma non c’è nessuno che possa sorprenderla, un accenno di debolezza, prontamente repressa per evitare alla sua spensierata nidiata l’oscuramento della loro allegria; è stata ricacciata tra le mura di casa dal repentino sbalzo all’ingiù della temperatura.
“ Sto incontrando molte difficoltà a trovare lavoro; siccome, tu lo sai bene, sono appena arrivato da due mesi, e i soldi sono pochi, non posso venire giù per Natale. Pensa tu a tutto, a mio padre ed ai bambini. I soldi che risparmio per il treno adesso, appena comincio a lavorare, ve li manderò……”.
Sempre ritornano alla mente le parole “….pensa tu a tutto!” E’ una parola! Solo per sfamarli bisogna far salti mortali, e poi ci sono gli abiti da rinnovare, allungano come fagiolini, le scarpe da cambiare perché non vanno più, si sono ridotte a brandelli, e perché la stagione è cambiata; senza contare che tutti a Natale, o perlomeno per la Befana, un regalo se l’aspettano. E’ abituata a far quadrare i conti, e poi in fondo non è così difficile: se non bastano, eviti questo, compra di meno, rinuncia a questo e a quest’altro ed i conti debbono tornare per forza.
Il Natale è passato all’insegna delle rinunce e della cinghia stretta. Se non fosse stato per il regalino, cinquanta lire ciascuno date dal nonno ad ogni nipotino, non avrebbero nemmeno avuto il tempo di accorgersi che era Natale. Per il pranzo ci s’era arrangiati con un po’ di pasta fatta in casa, questa volta abbondante, e con un sugo sostanzioso, denso e rosso scarlatto, insaporito dalla pancetta che finisce nel tegame per le grandi occasioni, e che ha tutte le pretese di sostituire la carne.
Luigi, il più vivace dei figli, reclama da mangiare; sarebbe teoricamente l’ora della merenda, ma in casa non c’è mai stata l’abitudine di consumare ad ore prefissate la merenda. E’ sempre stato il livello dell’appetito a scandire i tempi del rifocillamento, che coincidevano solo rare volte per tutti con lo stesso momento, tanto che Giovanna era costretta in un pomeriggio a tirar fuori dalla madia almeno quattro o cinque volte la pagnotta grande di pane da cinque chili personalmente preparata, portata al forno e riportata a casa. Luigi sbatte i piedi per terra e strepita: “ Mamma, ho fame! Che c’è?…. “
“ Non lo sai che c’è? Quello che hai mangiato pure ieri”.
“ Mamma, che schifo! Sempre le stesse cose.”
“Che vuoi da me? Non mi posso certo fare io a crema o a marmellata. E’ già tanto che il pane non manca; siete fortunati voi! Molti compagni vostri, i figli di Antonio il bracciante, e tutti quelli che vengono a giocare con voi, non hanno nemmeno quello“.
“Sempre con le stesse cose; non m’interessa niente degli altri. Io voglio mangiare!” e così dicendo dà a intendere che non si vuole accontentare della solita fetta di pane, fosse pure maggiorata. “Intanto prendi il pane che ho già tagliato; aspetta un po’ che prendo anche le olive che stanno nella cantina”
“U….uuuu…ffà..a..a..a! Mi hanno stufato. Ma perché la cioccolata non la compri mai?”
In coro tutti gli altri, ad eccezione della più grande, si associano alla protesta di Luigi: “Vogliamo la cioccolata, vogliamo la cioccolata!” e ritmano con concitati calpestii e battiti di mani la loro ingenua rivendicazione; viene all’improvviso zittita dall’irrompere furioso e risoluto di Michele, il nonno. “ Che è questa baldoria, vi sentite dalla casa di Zio Leonardo!”, che dista più di trenta metri dalla loro casa. Il nonno Michele, abbastanza avanti negli anni ma ancora forte e autorevole, vuole bene ai nipoti, sa che nei loro confronti deve supplire anche con la funzione di padre, ma non svende l’amore per i piccoli con la rinuncia ad esercitare con piglio deciso il duplice ruolo, di nonno e di padre. “Abbiamo fame, nonno!” ripetono in coro i nipotini.
“ E per un po’ di pane fate tutto questo chiasso? “. Ammutoliscono. Francesco, offeso dall’intervento brusco del nonno, accenna ad un lamento e va a nascondersi nello stanzino delle provviste, rimasto purtroppo a secco, in cui fanno mostra di sé, semivuoti, gli scaffali di legno. Luigi, sempre all’attacco, s’incarica di parlare a nome di tutti i fratelli e replica:
“ Noi però, nonno, non vogliamo solo il pane…..” e gli altri in coro: “….è vero, nonno, vogliamo anche la cioccolata. Perché la mamma non ce la compra mai?”
“ La cioccolata costa, figlioli; siamo una famiglia povera, e non possiamo guardare come fanno gli altri. Noi certe cose non ce le possiamo permettere…se non c’era bisogno, vostro padre non andava a lavorare in Germania. Però, ve lo prometto, appena arriveranno i primi soldi di papà, la cioccolata andrò a comprarvela io.” “Avete sentito il nonno? – interviene Giovanna – Fate i bravi e un giorno la cioccolata arriverà anche per voi. Ora venite qui, mettetevi in fila, ed ognuno avrà una bella fetta di pane”. A malincuore i piccoli accettano il compromesso suggerito dal nonno, e con rara disciplina si dispongono a ricevere la merenda che, senza companatico, Giovanna porge loro; anche Francesco si rende conto che il nonno non è arrabbiato, esce dal nascondiglio e aspetta in silenzio il suo turno. Rosa, la più grande e giudiziosa, che offre alla madre un aiuto determinante nel tenere a bada il resto della famiglia, prende per ultima la sua porzione e prima di addentarla rimette a posto la pagnotta e al centro della tavola dispone un piatto pieno di olive nere, appena prelevate dal vaso di terracotta, di produzione paesana, dove sono gelosamente custodite e sorvegliate. Dovrebbero essere mangiate insieme al pane, ma i piccoli si sono prima precipitati sulla fetta grande di pane, poi con ingordigia arraffano le olive, rischiando più volte di ingoiare anche il seme. L’appetito li ha messi tutti d’accordo, oscurando il desiderio forte della cioccolata.
C’è la stessa aria di festa del giorno di Natale; si percepisce in giro l’attesa della ripresa ora che le vacanze stanno ormai per esaurirsi, almeno per i pochi fortunati che hanno un lavoro. Per i bambini il meglio della festa deve ancora arrivare. Il brio e la gaiezza dell’attesa sono stemperati dal grigiore della nebbia e dal monotono, insistente piovischio. Nella prima mattinata si è avuta l’impressione che, ad onta dei pronostici, la giornata avrebbe potuto essere bella; l’illusione è durata un paio d’ore, perché nuvole larghe e spesse hanno coperto il cielo e steso una coltre di nebbia e di umidità sulle case sparse e disseminate lungo le strade tortuose della collina. Pochi sono i bimbi ed i ragazzi che gironzolano per i vicoli e le piazzuole; molti sono rintanati in casa, solo i più audaci o i più dubbiosi fanno capannelli sotto un arco o una loggia perché dentro si annoiano e perché sperano, dai loro compagni esperti o più grandi, lumi risolutori sulle voci disseminate in classe alla vigilia delle vacanze. “Io lo so chi è la befana – diceva Fiore, e interpellando con lo sguardo i compagni -, e voi lo sapete?” . I più grandi ormai avevano altro a cui pensare, come far fruttare al gioco il gruzzolo raggranellato con gli auguri di buone feste ai parenti e compari; i più piccoli sono stretti nella morsa del dubbio e per tutta la durata delle vacanze si sono spesso interrogati, senza risposta, su come stiano realmente le cose. Hanno preteso, invano, fare chiarezza fidandosi degli altri ma la risposta definitiva e chiarificatrice non è venuta: ognuno ha detto la sua ed alla fine, nonostante la decisione e la spregiudicatezza dei più sicuri, in molti il dubbio rimane, ma soprattutto la speranza, forte, che essa, la Befana, esista per davvero e che sia generosa con tutti i bambini e ragazzi; ci si aspetta pure qualche dono poco simpatico, ma in fondo meritato: un po’ di carbone, qualche aglio o patata, cruda e diversa da quella impregnata di cenere abbrustolita nella brace di casa o dei falò nelle piazzette del paese, lasciata scivolare nelle calze dei bimbi più birichini.
Solo gli adulti, in numero superiore alle attese, con il loro frenetico e deciso andirivieni ravvivano le strade della città; la fioca luce dei lampioni che dirada la nebbia per i primi metri, smarrendosi nella vivacità dei passanti, diffonde un’atmosfera trasognata, d’attesa, da sospensione. I più previdenti ma anche più danarosi avevano per tempo provveduto con calma alla spesa per la befana dei figli, fidando in un ripostiglio ampio e sicuro, al riparo dalle temibili incursioni dei piccoli; altri, che non disponevano di idonei locali di custodia e non potevano contare anzi tempo su risorse finanziarie certe, sono stati obbligati a provvedere alla festa dei piccoli all’ultimo momento. I negozi sono tutti aperti e molto bene illuminati; in qualcuno del corso principale non si riesce nemmeno a mettere piedi, tanta è la calca che vi si è concentrata. In qualche altro, più pretenzioso e che offre articoli più ingombranti e costosi, la gente è più rada e i clienti riescono a contrattare con maggiore facilità, a patto che lo consenta la tirchieria o l’avveduta sagacia del commerciante.
Giovanna si è sincerata che il nonno, anche lei lo chiama spesso così a furia di ripeterlo ai figli, stia in casa e che possa tenere d’occhio i marmocchi, da consentirle in tutta tranquillità di sbirciare tra le vetrine del centro e sperare di trovare qualcosa che possa far felici i piccoli. Ha sostato pensierosa davanti a due negozi, di quelli che le sembravano meno cari, e la merce esposta, non di straordinaria qualità, le pare ugualmente molto cara: piccole autovetture a pila, un’automobilina in plastica, un triciclo in metallo, una bambola di media grandezza facevano una bella somma, ben diversa dai pochi spiccioli che aveva potuto portarsi dietro. Senza estrarre il fazzoletto in cui aveva riposto i risparmi della forzata gestione familiare, facendo qualche calcolo ad occhio e croce, ha dedotto senza grossi sforzi che, anche contentandosi di poco, non sarebbe riuscita a soddisfare l’attesa di tutti. Nota con rammarico che alcune signore escono dai negozi con confezioni eleganti e pesanti, e dentro di sicuro dovevano esserci regali di qualità; non prova né rancore né invidia, avverte solo l’impotenza di far felici i suoi piccoli e di vederli sorridere spensierati. Non rassegnata, sbircia nelle altre vetrine e sempre ritorna alla constatazione consueta: modesti e di poco valore, i giocattoli risultano pur cari e lei non può acquistarli.
Non si muove foglia fuori, e dentro neppure uno scricchiolio. Si rincorrono chiari rumorosi e scomposti i respiri profondi dei piccoli che da poco, cedendo alla stanchezza, si sono abbandonati a scaglioni in braccio a Morfeo ristoratore. Anche Michele, dopo aver provveduto all’ultima infornata di legna nella stufa, ha guadagnato il letto; è rimasta in piedi solo Giovanna. Può procedere con il riempimento delle calze, che aveva provveduto per tempo a tenere a portata di mano, e distribuisce equamente dolci, caramelle, manderini, carbone, aglio, e per i più grandi dei colori a pastelli per la scuola. Luigi aveva scritto anche una letterina : “Cara Befana, ti chiedo di portarmi una bella trottinella per giocare con i miei compagni…”. Risponde in fretta che non ha potuto infilarla nel camino e che vi avrebbe provveduto l’anno prossimo…a condizione che si fosse comportato da bravo ragazzo; ora doveva recarsi dagli altri bambini del mondo. Ha sistemato tutto con ordine, come sa ben fare lei e, sfinita, depone le calze sopra la cucina ancora bella calda con tanto di biglietti con il nome dei destinatari. Mentre depone l’ultimo biglietto, la mano le trema, lascia dolcemente scivolare il pezzo di carta e la calza, e sfilano sotto i suoi occhi prigionieri le vetrine scintillanti del centro, gli sfavillanti colori delle macchinine, la bellezza ieratica della bambola dalla veste lunga e larga. Rivede il marito lontano, immagina che stia pensando a lei, ai piccoli, al padre, e poi non vede più nulla. Trattiene a stento i singulti, non vuole rovinare la festa dei piccoli, non ce la fa a tamponare i rivoli che le solcano le guance; irrefrenabile un istinto forte, l’amore di madre, la sospinge verso il più piccolo che dorme supino, lo sguardo bloccato proteso al soffitto. Lo accarezza, si china su di lui, vorrebbe abbracciarlo ma teme di svegliarlo. Si poggia quasi su di lui, che sussulta; apre confusamente gli occhi e si sorprende della vicinanza della madre. “ Sono io, non avere paura…sono mamma”. Antonio ancora in preda al sonno si passa la mano sul volto. “Che c’è, mamma? Piove?…” “Sì, amore di mamma, piove…ha piovuto tanto; per questo la mamma è bagnata…non fa niente …dormi, stai tranquillo…” e lo abbraccia di nuovo e gli stampa due baci lunghi e umidi sulle guance intenerite. Gli rimbocca le coperte, gli rassetta i capelli, lascia che torni a sognare. A fatica reprime il singulto liberatorio, spegne il lume ed aspetta, lei pure, la sua befana, la carezza lontana della luna assente sulla sua anima triste e sola.