TESTI POETICI
Da Colpo d’ala ( C.F.D. Avellino, 1978 )
NEBBIA
In un breve momento
il ricordo di tutto
svanisce improvviso
nell’opprimente languore.
Il ricordo degli altri
si confonde scipito
nella nebbia d’intorno:
ci si perde distratti
nel languore funereo
di sera noiosa
ci si sente protetti
da strane figure
che solo ci danno
il conforto soave
di voluta cercata
indifferenza.
D O N O
La terra
che nessuno
ha mai inventato
i cieli
mai esplorati
sono gemme
di corona
che dolce
adagio
sul tuo cuore.
PEREGRINUS DEI
Spoglio d'armi e offese,
ripete l'onda e il mare
sulle vie d'Oriente,
e rifulge la luce
che ivi prima esplose.
Dall'ansia d'infinito
nutrito, s'adopra a ricucire
lacerazioni, morti e saccheggi:
forza è la speranza,
il perdono non dato
ma umilmente richiesto.
Si staglia tra ombre brevi
un'anima sola con tante colpe,
non sue, e tanto desiderio
di affogare nell'amore
l'ansia della ripartenza;
e la tiara ha riverito la kippa,
e l'uomo nuovo macchiato
di bianco lungo il muro
del pianto ha deposto
il seme dell'abbraccio.
Con forza ha contato le note
stonate di condanne
di fuoco e minacce,
e l'occhio è tornato a distendere
sereno sul sole e sui mondi lontani,
e nella comunione dei giusti
si placano torti e offese.
Sull'ara del dio ignoto
gorgoglia la fede comune
e nel Cristo ritrovato fratello
la riconciliazione riparte.
I sandali non impuri ha deposto,
ed all'Onnipotente ha affidato
il coraggio di amare
il diverso, il nemico di ieri,
il fratello di domani.
Con la forza del perdono
e la tenacia della concordia
ha acceso un lume
ad illuminare secoli di odii,
rancori, ferite ed offese,
ad orbitare congiunti
sul filo dell'Assoluto
Yahvè, Cristo, Allah.
E il pellegrino riparte.
Da In Gurgite Vasto, Genesi Editrice, Torino – 2004
IL MIO REGNO
Tintinna e provoca in mani audaci
la moneta che tanti passaggi
ha vissuto e che sperano, quando che sia,
prospetti ai signori del tempio
la carica di forte potere
e senza esitazione alcuna
risuona: " Date a Cesare….."
Inseguono i suoi silenzi
azzardando inutili complotti
e mentre il Verbo
integra e supera la Legge,
tra invidie celate
e attese invitanti,
rimbomba solenne:
"…non è di questo mondo".
Si mutano in cangianti
secolari parvenze
i facitori dell'ordine umano
e sono decisi a costruire
destini di felicità eterni,
come se d'ogni cosa
si potesse disporre all'infinito
su questa esile trama
di nude volontà e vuote, che è la nostra vita,
la vita del mondo e dei grandi imperi.
E sillabando cadenza:
"…non è di questo mondo".
Affamati, lebbrosi, derelitti
s'inerpicano sulle supposte
esplosioni rivoluzionarie
ed alla serena montagna
sostituiscono palchi di fuoco
che tuonano fiumi di veleni
e aspettano rabbiosi
la benedizione, smarrendo il senso:
" Beati quelli che soffrono
perché saranno consolati".
Tutti in coro disposti,
potenti e diseredati, furbi e semplici,
vittime e predatori,
tenendosi forti per mano
inneggiano con accenti diversi
e tante graduate variazioni
ciascuno la sua canzone,
e un botto echeggia ordito
di ragioni e recriminazioni.
E lontanando insiste:
"….. non è di questo mondo".
(dalla silloge In Gurgite Vasto, 2004)
OLTRE IL VUOTO
Lunghi e forniti i reparti
dove in accorta compagnia
ricerco abiti nuovi
per la nuova prossima stagione.
Dal piano superiore abbordo le scale
e inizio la discesa ai piani bassi;
pure lo sguardo volge a terra
e mi smarrisce tra i riflessi
opalini del vetro che mi sorprende
e mi spaura.
E siamo su una torre gemella!
Mia sorella mi prende la mano,
scorata a tanto vuoto,
e reclamando la sosta al bagno
si discosta dall'orlo imminente
sulla città, e vola il suo sguardo
lontano, oltre le cime dei buildings
e l'acque tranquille dell'oceano.
Anche il mio plana
sui ponti in ferro vicini
e sull'acque del mare lontano; e piccola appare
la statua grande di Marianna.
Volteggiano lievi elicotteri nell'aria
e scie d'aerei in rotta a Newark
tramano di bianco la seta
azzurra del cielo di Manhattan.
Turbinano i pensieri
e mia sorella sbanda nel vuoto,
s'inchioda al mio corpo,
scudo sicuro di innocenti timori;
non baluardo però fatto alle fitte del male
che a marce forzate ti hanno sospinto,
sorella, tra corsie d'ospedali,
cure perenni a domicilio e guizzi
rapidi del cuore ai cari lontani:
ti hanno sospinto, sorella,
a sorte immeritata e presaga.
E neppure baluardo alla folle pira.
Nel vetro deformato, fuso
infumato e incenerito
si è dissolta e azzerata
la vita di tanti.
A te, sorella, nessuno
ti ha fatto del male!
Voi, polvere sparsa sulle acque dell'Hudson,
vi siete scontrati con mano assassina
che gronda sangue e semina morte.
Ed è la tua mano, fratello,
che occorre fermare.
La vita di tanti non puoi, Caino,
bruciarla per capriccio o per scommessa…
...ed è sangue innocente!
Da In Gurgite Vasto, Genesi Editrice, Torino, 2004
AMICI PERDUTI
Se da remote distanze
plani su zolle ben note
un abbraccio ti avvolge
di gioia e di pene.
La pista si apre interminata
e i sobbalzi a singhiozzo
squaternano la carlinga,
e buche sempre più profonde
aggrovigliano il terreno
devastano la marcia.
E ogni buca è il cuore
che trema, non tanto,
o non ancora, il mio;
di quanti invece, a dispetto
di calcoli e attese, sono
ghermiti dal vortice che
non perdona e tutto inghiotte.
Solo, intatta, resiste la pietà.
Da Dacruma, Genesi editrice, Torino, 2001
DACRUMA
Tenero un rivolo
s’intride di memoria,
e l’amico bambino
sognando l’America
il cuore mi stringe
e se ne parte.
Si dilata l’orizzonte
sui raggi della cupola
e un rigagnolo
riverbera, sulle palpebre
distanti dalla mano
che saetta e che accarezza.
Dileguano a frotte
le presenze dei cari
ed ancora una memore
linfa m’inchioda all’attesa,
al presentimento che altri,
ed io con loro,
tra breve dissiperà
l’evento senza dubbi;
e mi sorprende, lenta,
una lacrima d’attesa.
Da
Dacruma, Genesi Editrice, Torino, 2001
MATTINO
Svaporano
le caligini dell’Erebo
e si dissolve il torpore della carne…
lenta sul tuo volto scivola
la carezza,
ed inebria di luce
il sole
noi due.
(da Era Il maggio odoroso, Genesi Editrice, Torino, 2010)
ALBA A L’AQUILA 7 aprile 2009
Volti pietrosi
disseminati lungo il Calvario
che s’apre silente
tra cumuli di macerie e presenza di morte
nei cui pressi sarà alzata
la Croce del figlio dell’uomo
e a lui corona
le tante croci
del vuoto cittadino e della pietà.
Si rintana timida tra le cime vicine
la luna e sul volto suo di sale
all’approssimarsi della luce
piove l’ombra dell’addio.
Intanto che si contano le croci
s’aspetta che arrivi
e non importa se non sarà fra tre giorni
che arrivi
per tutti
l’invocata resurrezione.
(da Era Il maggio odoroso, Genesi Editrice, Torino, 2010)
NAUFRAGIO
Affiora sull’orizzonte verde sognato
carcassa dilaniata dal pesce
sorpreso al pasto inusitato
e leccandosi i baffi stende
pietoso il guizzo dell’addio
su chi, senza vele e triremi,
sfidando il destino confidava
nel dio della buona occasione…
non buoni invece, rapaci
e senza cuore, avventurieri dalla mente
insana e immersi senza freno
nel limo viscido del denaro
che ghermisce e acceca, ti hanno
venduto, ingenuo piccolo Ulisse,
l’illusione di patria
nuova, di terra madre e t’hanno
invece abbandonato tra la schiuma
che lenta s’è richiusa e in pasto
t’hanno dato all’affamato di turno.
I tuoi resti scomposti, e a pezzi,
invocano una mano pietosa
che ti colga con cura e t’affidi
al buon dio della triste occasione,
ancora sognando verdi litorali
e irraggiungibili paradisi terreni;
quello celeste è, forse, per te
la patria intravista.
(da Era Il maggio odoroso, Genesi Editrice, Torino, 2010)
VERTIGINE
Si sporge la tortora dalla cimasa
e a dispetto dell’altezza la mente
sua non vaga stordita per il vuoto,
ma la vista aguzza a carpire
in basso il cibo da beccare.
Su altro precipizio per poco
s’affaccia l’animo turbato
del giusto e spaurito si ritrae
perché forte è il moto che s’avvita
su se stesso e vortice si fa
che a terra stende confusa la mente;
e non è l’altezza a covare paure
e dispensare vertigini, è il quadro
che s’anima nella strada vivace:
e s’ode l’eco della mano assassina
che invisibile scivola tra amici e parenti,
il sibilo della fuga del furbo con il malloppo
sottratto all’ingenuo di turno
ed alla cassa comune, il sospiro
dell’agguato teso a fiondare sull’inerme
vecchiaia, la suadente voce a salvare
la vita dietro lauto compenso alla mente
mercenaria e il lamento diffuso
dell’uomo comune che denuncia soprusi
ed è lui in persona che ne dispensa
a iosa e sullo sfondo non tanto
lontano di cannoni e scie omicide
di missili e bombe.
Nel mulinello che senza posa si scatena
e ripete si dissolve e sbriciola stordito
l’equilibrio dell’uomo che scruta la vita;
ben diversa la sorte dell’ingenua tortora
che serena osserva nel basso,
adocchia il chicco, lo divora e torna,
serena, a volare di qua e di là,
senza vertigini e senza malori.
(da Era Il maggio odoroso, Genesi Editrice, Torino, 2010)
TSUNAMI…RIPARTENZA!
Tutto è consumato:
fiumi di case e persone nude
sorprese nell’ora calda
del mattino smottano
all’impazzata, di qua di là;
senza pietà dileguano
il canto in gola all’adulto
che lamenta il figlio lontano,
il grido strozzato del bimbo
sfuggito alla morsa del padre,
il lamento inespresso del vecchio
anzi tempo ghermito,
la forza leonina del giovane
impotente rivelatasi in tanto
turbinio di furie rapaci.
Silente e cupa risuona l’onda
che quasi paga si richiude nel mare
e come per usate movenze
rimescola alghe, spasmi di pesci
e corpi fasciati di sabbia tenace,
obbediente e tacita sirena
dell’ira di Nettuno.
Altre onde sommersero il mondo
l’umana presunzione e il peccato,
e dopo l’interminabile diluvio
la vita rifiorì, riesplose il mondo,
e ripopolò Noè la terra.
S’è la clessidra capovolta
e là dove nuovo paradiso
felicità largiva a buon mercato,
e a umili e grandi
sempre più lontano appariva
il futuro, senza preavviso
ha diluviato e sovrano regna
arcigno lo spettro della morte.
Severa la vendetta divina
muta è rimasta e senza scatto;
non hanno le colpe dell’uomo
pur vere armato l’ira celeste,
ché Sodoma e Gomorra riposano
altrove e, per una volta almeno,
non è stato Caino a scatenare il Giusto;
è esplosa autonoma la natura
serva cieca del lento moto
che pervade le viscere profonde
e sotto i fondali marini
posa in agguato, pronta al balzo
che tutto sommuove e rapisce.
Ad altre inenarrabili imprese
aggiunge ora la sfingea natura
lo scalpo di morte ed orrore;
anche fumarono un tempo
i vulcani e sotto le coltri
cineree e laviche del grande
Vesevo sterminator, dissolta
fu un tempo la gloria di Pompei
e dei forti romani gaudenti;
altre impreviste catastrofi,
senza l’aiuto dell’uomo
macerie e morte han seminato
ed a larghe mani, signora
incontrastata, la natura distratta
pene e tormenti ha largito.
Timido prima, più chiaro poi,
spunta dalla cima dell’albero
il vessillo dell’alba
e di nuovo è tornato il sereno,
silenti fattisi nubi e baleni
e irrefrenabili tremiti;
anche sulla pena un tempo
issata del Golgota
si è diffuso il bagliore
del corpo ricomposto e dritto
libratosi nell’alto.
Sulle ondeggianti tristi carezze
dell’incolpevole oceano
oscillano ancora mani impotenti
e dalla riva distanti;
avanza lento il drappo consunto
dell’umanità ferita,
dell’arca approdata
all’ormeggio sicuro della vita
nuova che, col favore dei venti
e dei cuori… riparte!
( da Come per acqua cupa, Delta3edizioni, Grottaminarda, 2008)
VIA GUARDIA, LE MIE CASE
La sfioro ad ogni tornata
per la strada antica
e so che è la mia casa, e resiste,
quella in cui venni al mondo
e che lasciai presto con i miei
per scendere in breve volger
di tempo al fondo
quasi della via.
Nitido a tratti si slaccia
e si stampa guizzo
della mente e del cuore
- ed è sogno o audacia? –
e piccolissimo sono pronto
per il bagno in un mattino di sole
nella secchia grande
d’alluminio al centro
della strada sicura e illuminata.
Fui portato nella casa nuova
in cui sono cresciuto
e che ho visto divenire
dalle mani paterne
sempre più acconcia, da buco
pur grande che era, così mi sembrava;
e prima il pavimento in cemento,
poi l’acqua in casa, il vaso
per i bisogni correnti ed una cucina
riattata degna prova diedero di sé.
L’ho amata e l’ho lasciata
all’eco della voce che mi voleva altrove
sulle ali della santa passione
e della curiosità del mondo,
e sulle rotaie cigolanti svanivano
gli squittii notturni e i miagolii
decisi nel cuore del sonno;
ad ogni tardo ritorno,
grande con sorpresa mi rivelavo
ed essa s’incartapecoriva;
ma l’anima sua dilatava
sulle fughe in avanti
del tempo all’orizzonte.
Ne ritrovai un’altra,
poi che la natura ribelle
la scosse e poi che s’affievolì
la voce che mi voleva a Roma,
più vicina al nido
dove bozzolo mi dischiusi
e dove più maturo e deciso
si fece l’affondo nel futuro.
Mia non era; era, però, allora
di famiglia, come più mai
poi sarebbe stata.
Poco da essa discosta
ci ospitò, divenuto famiglia,
un’altra piccola nostra casa,
stamberga un tempo
stalla e giaciglio:
ci adagiammo in attesa di meglio
che infine venne e ci sbalzò
in periferia, alla luce, allo spazio,
all’oggi.
Ed altre case ho abitato per il mondo
e sono poi tornato alla casa
disposta all’abbraccio
del figlio errante.
Di rado ritorno alla via
delle mie antiche case,
ed oggi solo mi appartiene
l’eco di un sogno che fu
e lento si discioglie.
( da Come per acqua cupa, Delta3edizioni, Grottaminarda, 2008)
GUAZZABUGLIO
Snudati volti ilari
e giocondi, riluce
a balzelli nella mente
intima l’anelito proteso
a decorticare la scorza
rude dell’aggrovigliato viluppo;
atri e ventricoli ho rivoltato
pretendendo scoprire
nascosto in un angolo
il talismano artefice
di vita, datore di sorrisi,
di brandelli di bene facitore;
ho preteso irrompere nei guizzi
fecondi delle menti audaci
e, se pure s’illumina
di bagliori la scoperta
del vero, sommerso rimane
dall’acutezza viva
il conato di bene che
a tanto ardire soccombe;
disseminate croci di propositi
eroici e di scontate sconsolate
conclusioni trapuntano
la piana sterminata delle fallite
insistite occasioni di bene
ed aleggia su tutto l’ombra
bigia del particulare,
della carriera ad ogni costo,
della promozione immeritata,
del premio ad altri sottratto,
del privilegio fiorito sulla pretesa
che, come si ripete, male
non fa a nessuno,
e l’orgoglio menomato ci dà
di onestà dimezzata.
E siamo tutti corridori,
nella turba confusa,
sicuri che il nastro ci consacri
vincitori, arrivati finalmente
a serrare a doppie chiavi
aneliti di freschezza
e liberare invece maldestri
propositi di particulare.
E volti, menti, cuore
su per la funerea campagna
osservi naufragar
e nero svolazza, gracchiante,
il corvo.
( da Come per acqua cupa, Delta3edizioni, Grottaminarda, 2008)
DAGLI INEDITI:
NEL FOLTO DEL BOSCO
Tra il folto nero del bosco s’apre
il varco che mena al lago sempre
più grande fatto e alimentato
da piogge di dolore e di rabbia.
E sono in tanti a versare lacrime
d’inutile attesa nelle case vuote
e senza vita per un ritorno impossibile
della giovane figlia decisa a resistere
alla furia del maligno che s’avventa,
sbava, ed ella non cede pur se prevale
la forza sull’innocenza indifesa
del bene e dell’onore.
Il suo corpo sacro scompare
tra le pieghe del monumento un tempo
benedetto e mentre il mostro lontano
si gode la gioia beffarda del successo,
per caso riaffiora il corpo restante
dell’anima forte; ed il lago si dilata
per lacrime di segreto infine svelato.
Tra altre pareti e sono tante schizzano
spruzzi di sangue e l’assassino
è un fantasma che corpo non ha;
s’aggira silente nelle pieghe serrate
dell’animo che morte ha dato
e che nessuno osa disvelare e certo
rimane il dolore che umore si fa
e nutre il lago nel nero del bosco
il dolore dei cari che pace non ha.
E sempre di più sono i cari sottratti
all’affetto di madre, di padre e di figli
ora per colpa di follia che esplode
senza preavviso, ora per calcolo minuto
eseguito con freddezza e, pur confessi,
dopo lucida prova tutto si rimescola
e l’acqua torbida confonde vittima
ed assassino e spesso l’assassino beato
e spavaldo irride non visto
alla giustizia ingannata.
Alla follia argine non è dato frapporre,
scrupoli a difesa ne sgorgano a iosa
e pure l’evidenza si tinge di dubbio
e anime innocenti talvolta si mutano
in nugolo di cenere per il fiore deposto
dalla pietà e dall’affetto;
ma spesso il corpo è ancora nascosto
e non si sa dove. Resta, sempre più largo
e salato, nel buio più fitto del bosco,
il lago del dolore e della disperazione.
IL CILIEGIO DI FEBBRAIO
L’ho notato vivo e in fiore all’improvviso,
come talpa che rapida irrompe
dalla tana, e profuma l’aria d’intorno.
Incombe sempre in agguato il pericolo
dall’alto delle fredde nubi e della nebbia
radente che, morsa tenace, i fiori
disposti a calice, svilisce in flaccidi
petali e prossimi all’ultimo respiro.
Su altre invisibili colline raro talvolta
un fiore s’erge e pare proteso a farsi
frutto duraturo, ma nebbia fitta
della mente e del cuore imprigiona
i teneri conati e li riduce in polvere,
residuo inconsistente di ogni anelito
di bene. Al fiorire della speranza
subentra frequente la facile certezza
del cedimento e dell’abbandono.
VIAGGIO
Lunga e sconosciuta la via che s’apre
davanti, e bastanti le forze a superare
le insidie di tanta lunghezza; per balze
e dirupi il sentiero si snoda e precipita,
risale a fatica, si distende poi diritto,
fin che tortuosi nuovi percorsi ancora
separano dalla meta ignota e lontana.
S’accodano compagni di viaggio torme
confuse e sterminate di gente che corre;
qualcuno sparisce e s’occulta intento
a sotterrare tesori e ricchezze sottratti
con garbo a poveri e ricchi; altri nel folto
del bosco s’inoltrano e violenze, rapine,
assassinii presumono coprire di verde
fogliame; altri ancora e tanti, chiusi
nel guscio dell’accecato egoismo
e accecante, rimettersi a nuovo pretendono
e belli apparire agli occhi di tutti, fingendo
bontà e apertura di mente.
Con compagnia di strada siffatta spesso
il rischio è stato reale di battere il passo,
di nuove conquiste neppure l’ombra:
unico raro e prezioso conforto la stella
cometa dall’alto che incurante di nembi
e procelle additava ed addita il punto
lontano dell’orizzonte, la fine del vario
peragrare e s’innalza dall’inconsistente
sabbia mutevole il tempio modesto
dell’affetto domestico e sul frontone
dimesso s’è posata paga la stella.
Brilla in alto decisa e intanto di là
dai muri si scioglie dolce il conforto
dell’amore condiviso e schermo si fa
alla pioggia di meteoriti che picchiano
forte, scuotono il tempio; giacciono a terra
impotenti e nel cuore del tempio
stordimento e fatica lenti si sciolgono:
vigila su dall’alto la stella cometa.
TRITTICO: A MIA MADRE
I TUOI OCCHI
Due conchiglie venate
di marmo, scolpite
sulla neve
che a stenti si scioglie,
i tuoi occhi
di vita
che lottano con il silenzio
che azzardano segreti
e s’incarnano di morte.
Altri remoti momenti
rapprendono,
intrisi di vigili attese,
di rombi di aerei sognati;
riecheggiano srimati
palpiti assenti,
un rantolo strozzato,
una stella che cade.
I tuoi occhi
un sogno interrotto.
Dalla silloge Rari Nantes, Bastogi FG, 1988
LA SBILENCA
Un’onda avanza
franta, scomposta
e a fatica la donna
recupera spazio.
Rapido il moto s’allinea
e la tua presenza
forte e viva si ricompone
stabile e compatta.
Non colgo rifatti
anche e femori
bensì ritrovata
la tua anima bella,
più forte e integra
della debolezza della carne
e del male
che ha prevaricato.
Che tu sia mia madre
poco conta, è che
la mente tua e il cuore
fanno ancora oggi
volare alto
e la miseria mia
congiungono alle altezze.
Sei tanto grande, madre,
e mi riconosco indegno;
ma tu perdoni
e mi riscatti.
Da In Gurgite Vasto, Genesi Editrice Torino, 2004
TI RIVEDO, MADRE!
Ti rivedo intenta all’ago
ed alla macchina veloce che con destrezza
usavi a completare l’opera che in tanti
da te reclamavano; ed il lavoro tuo
su camicie, abiti e corredi, pane forniva
e companatico alla tua non piccola famiglia:
e c’ero anch’io!
Ed ora a distanza di tempo, rivedendoti
curva allo scatto del pedale a te leggero
scopro che altro vestito mi hai cucito
addosso alla pelle e dentro l’anima,
l’abito dell’onestà e dell’affetto.
Ora per allora ed usque in saecula saeculorum
grazie, Madre! e che il Signore semper
ti abbia accanto.
Da Era il maggio odoroso, Genesi Editrice, Torino, 2010