Michele Ricciardo

HAITI, gennaio 2010

Occhi di furente atmosfera
di non previsti crolli a quote di pianura
onirici e disfatti
mai escussi testimoni di efferati atti
di subdole letizie, del vero apparire del nero;
viventi di rovine, adolescenti
già blasfemi nel proferire, nell’interrogare
nell’accanitamente morire.

 

Terza ecografia, prima della nascita

L’album delle foto in bianco e nero
in vacanza in quel mare tutto suo;
la placenta nella semioscurità
all’occhio acustico tradisce
quel fiore in bilico.

 

*

Nel labirinto, Signore
fugata ogni certezza
negli anfratti del cuore
la parola che vanifica
l’inedia del tuo nome.
Curvate le ferite
nel disperso, Signore
prostriamo ogni letargo
all’amore che indolora
all’invenzione del tuo amore.

 

*

Priva di alibi attendibile
la macchia ematica nella pagina dei sogni
cresce in rotondità
rossa, del codice del sangue.
Emocromo della luce
il sole ingrandito del tramonto
moneta falsa di uno squattrinato sognare.

 

Autoritratto con cappello di paglia

Sotto il sole di paglia
le terre del mio volto
le chiazze rosse del sangue inesplorato.
Ustione della mente, illusione
-ammonivi – il sole che amavo
le notti bionde, calde
della neve dell’estate.
Restano due fori
nel mare giallo indefinito
due isole grevi
dimore puntuali dello scisma
del cuore.

 

*

Dall’afta all’omega
s’instellano le labbra:
recidive di baci
castissimi fiori
da prati erosi di gengive
sentori di linguaggio.

 

*

Conservo tutti i miei farmaci scaduti:
sono il diario intimo dei malesseri del corpo
l’album fotografico della fragile dignità animale.
Potrei raccogliere monete, minerali
collezionare fossili
seccare fiori nelle pagine dei libri,
preferisco ricordare una storia minima
impressa al negativo
colma di avvertenze e controindicazioni
almanacco delle eclissi
carta sismografica dei dissesti.

 

*

Sono diventati una galassia,
allineati all’altezza dello sguardo,
i chiodi nei muri.
Vi appendo quadri d’incertezza,
vuoti d’aria,
la collera dei rossi espressionisti
acquarelli nei giorni di pioggia.
Vi appendo le linee sghembe dei ricordi
il cappotto lungo della sera
le ceramiche dei volti amici.
Resistono alla ruggine degli autunni
e ad ogni primavera
riparo i muri dai guasti dell’usura

 

*

Non si evincono segni di abbandono:
conserva intatta l’antica dignità
il suo giardino.
La cura dei fiori, la siepe
sagomata con geometrica letizia,
l’ordine trascendente dei colori.
Aleggia leggera solo un’ombra
di mestizia e attonita la sedia
nel suo angolo visuale
ormai sbilenco.

 

*

La mia bambina inforca i miei occhiali
e vede adulto: e dice sole
di un pallido bagliore;
dice mare di una pozzanghera d’azzurro
pestato e sonnolento;
dice fiore di una macchia di umido
scolaticcio; dice amore…
ma qui le oscuro la visione perché
il disinganno non diventi irreparabile.

 

Il corpo e l’ombra

La elle che trafela al sole
si muta in u sbilenca
quando rasento muri
ed ha sghembi battiti del cuore
lungo viali fittamente alberati.

 

*

Bello, lascivo d’incertezze
rotola tra di noi
il mondo non compiuto.
Notturno, chiede al sole un gemellaggio.
Sente delle mani il tremolio
della lotta, ogni corpo contundente.
Rotola tra di noi, vuole abili palleggi
dorme al nostro fianco
incompiuto, come un figlio che chiede di restare.

 

*

Si avvale della facoltà di non rispondere
quest’alba macchiata di delitto;
insonne sanguinario le concedo l’alibi:
l’universo nell’inizio, racchiuso
nel suo guscio, ebbe un cuore
pazzesco e singolare.

 

*

Come un cartografo dell’antichità
deformo le longitudini dell’anima
l’est e l’ovest delle chiarità solari.
Sfibro in smagliature le distanze
del cuore, in obesità l’amore;
traccio la bulimia di rughe
sul volto-globo che mi specchia.

 

*

Un boato:
dissero fosse Dio
e più cruenta riprese la battaglia
per stabilirne il domicilio
dall’una o dall’altra parte dello squarcio.

 

*

“Sta arrivando Dio” promette
Senza blasfemia guardo sul display
il pronostico sul tram:
già da un quarto d’ora
disattesa profezia.

 

*

La meccanica dei tuoi abbracci:
leve, muscoli, momenti.
Ma la cinetica del tuo sangue ha un cuore
che martella, che tace, che martella,
che vive.

 

Degrado

Pancia in su
o più compostamente
dopo ogni mareggiata
le conchiglie
-bianche, rosate
e di un astratto celestino-
le evito ad ogni passo
stranianti tappi di bottiglie.

 

*

Quanto fu unito si disperde:
festante, onirico, confuso;
mantenne il germe del delirio
e giunta la febbrile primavera
deflagrazioni liete, inseminati soli.
Ma se a muri d’acqua si tassellano respiri,
quanto si disperde fu progetto, costruzione,
ordine umano nelle cose di natura:
leggera e fragile protervia
della vita trafugata.

 

?

Come vela
il punto di domanda
accoglie il vento del linguaggio
-a tratti la bufera –
e quel soffio vitale che non cede
all’immediata presenza delle cose.
E dispone solerti nell’attesa
di quel doman(i)dare che è promessa
di chiaro nella sera.

Migranti

Le seppie della notte
io le ricordo sguscianti-
moltitudine nel mare dello smarrimento.
La pelle butterata dalla brace del mattino -
strada dopo strada, infine
quel luogo che chiamammo casa.
Anima e anima, noi sognammo
il mare nella solitudine del respiro
il vento acquietarsi nei capelli
giorni e giorni, il volto nudo delle acque.
Figli, io non ricordo la corsa sulla spiaggia
né la nuvola di sabbia coprire
le orme dei mai venuti.

 

(Autoritratto con cappello di paglia – Van Gogh)

Sotto il sole di paglia
le terre del mio volto
le chiazze rosse del sangue inesplorato.
Ustione della mente, illusione
- ammonivi – il sole che amavo
le notti bionde, calde
della neve dell’estate.
Restano due fori nel mare
giallo indefinito, due isole grevi,
dimore puntuali dello scisma del cuore.

 

Alberi

cresciuti come le mani dei bambini
o con la lentezza della vita inascoltata
nei giorni scuri di tempesta
semplici volti sconvolti dal delitto
nelle notti del chiaro vaticinio
incappucciati adepti di un segreto.
Potenze che leniscono l’autunno
con le pomate delle foglie, e accarezzano
l’inverno con le dita intirizzite
di una promessa d’azzurro.
Alberi cui nuoce l’incesto rapido di fiamma,
insaccati del vento del respiro.

 

*

Martellano in un punto indefinito – asincroni –
duro il muro delle pietre.
Tentano aperture, affacci
sul mare giovane, farfalle
o pallide larve di miniera.

 

*

Del nulla sceglierei la parte più estesa
perché con agiatezza vorrei disporre
tutta la mobilia del trasloco;
esposta  al verde alberato dei giardini
in lontananza il mare
e ancora più lontano
i pinnacoli innevati del cielo tibetano.
Del nulla sceglierei il “mezzo vuoto”
il lato dispari della strada
lo zero virgola della significanza.
A grande croste  staccherei l’intonaco
del nulla, fino a denudare la fiamma dei mattoni
di quell’inferno che brucia sottotraccia
di quella brace che sempre arde nel cuore.
Ma guardo al nulla come alla cosa più maldestra
mai piena del tutto che riceve
mai vuota del tutto che rigetta.

 

*

Sassi, testuggini –
martella cieli ugualmente duri,
non da tutti posseduta,
la piuma che bilancerà il tuo cuore.

 

*

Non evitabili i colpi
dei pugili che con grazia
di diritti e ganci al volto
mi tempestano, come la luna inerte
una gragnuola di sassi astrali.
Punite la carne in contumacia – esorto
quasi senza fiato.
Colpite il corpo già defunto
o l’essere indolore che proviene
dall’origine del caos fino alla nascita.
Colpite l’ombra, la nuvola del fiato.
Non discutono, lavorano instancabili –
modellano, scolpiscono
maschere  a somiglianza
del volto antico e tumefatto.

 

Google

Non compare, per quanto raffini la ricerca,
mi fa dono dell’inesistenza;
e non dipende dal motore
non c’è pagina che contenga il mio nome
neppure in pallida parvenza.
Pettegolezzi, gioie, note atrabiliari
adempimenti, la casta intelligenza
e l’ingombro sistematico del cuore,
pesano come  fumo, hanno
l’inconsistenza di una bolla.

 

*

Brizzolati, corregge l’impiegata,
non più castani i capelli
per questa lieve infarinata ai lati che consideravo
trascurabile, per questa brina che resiste
al sole delle undici.
Brizzolati, ammicca correggendo.
E sembra intenda proseguire emendando
altri aspetti fisici e morali
che sappia delle omissioni, delle inadempienze
e di quella volta che chiesi
in prestito la luna per illuminare
un sogno, e ne restituì metà.
No, resto, con la tessera scaduta,
irregolare nel consorzio dei civili.

 

*

Navigabili e azzurri – gli occhi di mio padre
alludono a venti di apertura
mutano in vele le foglie sconosciute.
Non giovane – mio padre –
ma  giovane la cristalleria delle onde
sulle pupille nere come isole
e giovane la sabbia dei naufragi.
Oceani – gli occhi di mio padre –
azzardi di più facili odissee
di smarrimenti randagi e atopie
di dolci stragi – di me
ferito a vita dagli occhi di mio padre.
Oceani, sguardi …

 

*

Forze apparenti
tumulti per un nulla
corse, respiri
dentro un’asma d’azzurro.
(scarti con lentezza un cuore
di cioccolato fondente, svolti l’angolo
come in un a capo di scrittura)

 

a E.E.

Lei stringe in povertà l’autunno
stringe le foglie per un’orbita intera
poi tace, o era già in silenzio.
Le giace accanto un’ispida rovina
e già sceglie le pietre più scure
per il muro più fermo, per il pozzo più avaro.
Nei paesi dell’estate, neri
scioglie i capelli come antica fuliggine
sopra calcinacci di neve.
Io le porto uno specchio, le porto una mela
ma chiede l’albero intero
chiede il mare dei riverberi vani.

 

*

Fotografo il volto di mia figlia –
nei suoi occhi, scaglie di colore
abbozzo di padre in miniatura
o larva di uomo nell’ambra dell’infanzia.