Michela Arancino

Lunedì 9 ottobre 2006
ore 15:04

Ero seduta sulla spiaggia, lo sguardo rivolto verso l'alba che accendeva il cielo di luci e colori differenti.
Pensavo, così assorta in quella meravigliosa visione, a cosa era la mia vita, a come stavo in quell'istante in cui l'alba mi appariva come l'unica cosa bella di una vita spenta e solitaria.
Passai li tutta la mattinata, così come vi ero stata per gran parte della mia tormentata notte.
Oramai nulla mi impediva di farla finita, ma quell'alba, così stupefacente, mi fece concludere che, infondo, se fossi andata avanti a cercare in questo mondo, qualcosa di bello lo avrei trovato,come quell'alba che mi aveva incantata.
L'autunno era appena iniziato e le foglie iniziavano a cadere lente e delicate dagli alberi rivestendo le strade del loro marrone pallido.
I turisti avevano ormai preso il largo verso le loro caotiche città e io restavo quì, ancora una volta, a vivere di    questo piccolo mondo che mi circondava, che mi faceva sentire così sola e disarmata.
Ma, nel profondo del mio cuore sapevo che non volevo andare via, ma trovare qualcosa che mi aiutasse a vivere una vita migliore accanto al mio sempre cristallino mare.Infondo, tutto quell'ardore che provavo quando vedevo le mie albe e i miei tramonti, era ciò che continuavo a cercare anche in tutti i giorni della mia vita.
Non volevo abbandonare il mio piccolo e segreto paradiso, mi sdraiai sulla sabbia e sentivo che penetrava nei miei vestiti.
L'aria fresca del mattino carezzava il mio viso dolcemente, il calore dell'estate era ormai un ricordo lontano, che sapevo non avrebbe tardato a tornare.
Chiusi gli occhi, il sole di ottobre scaldava leggermente il mio viso pallido, quasi senza vita.
Mi rialzai, anche se non ne avevo nessuna voglia, ma ormai il sole era alto nel cielo, qualcuno si sarebbe preoccupato per la mia assenza, non volevo che succedesse.
Lo squillo del mio cellulare mi informò che era mia madre, entrata in camera mia e non vedendomi nel mio letto si era preoccupata, già, come sempre d'altronde, anche se ormai sapeva che l'insonnia che mi impediva di dormire la guarivo con l'alba.
"Lo sai che non devi sparire così!"mi urlò dall'altro lato del telefono.
Le dissi che stavo bene e riattaccai.
Mi incamminai verso la macchina senza alcuna voglia, era tutto grigio nella mia mente, nel mio cuore, nella mia anima.
Presi il telefono e lo chiamai, gli chiesi come stava, gli dissi che avevo visto l'alba stamattina, lui rise dicendomi che non cambiavo mai.
Avevo bisogno solo di vederlo per un attimo, per accertarmi che stesse bene, per capire se lo amavo ancora o se erano solo i ricordi che mi stavano distruggendo. Gli diedi appuntamento alla spiaggietta dove eravamo soliti andare insieme a guardare il tramonto.
Mi raggiunse mezz'ora dopo, lo sguardo cupo, il volto pallido, i suoi capelli così neri lo facevano apparire ancora più bianco: no, non stava bene come voleva farmi credere, lo vedevo, era per questo che era finita, anche lui non cambiava mai.
Mi strinse forte e mi disse che gli mancavo, anche lui mi mancava ma non potevo dirglielo.
Restammo in silenzio per un'ora, eravamo stretti in un abbraccio che mi faceva venire voglia di piangere.
Gli dissi che dovevo andare, che comunque lo avrei chiamato di nuovo per sapere come stava, mi baciò la fronte e io mi sentii tornare indietro nel tempo, a quando eravamo davvero felici.
Scappai via, non potevo trattenere più le lacrime. Guidai senza meta sino all'ora di pranzo, quindi decisi di tornare a casa, mia madre capì subito come stavo ma non mi domandò nulla.
La pace che bramavo non sarebbe mai arrivata e lo sapevo, fu allora che decisi, che finalmente tutto mi fu più chiaro.
Il mattino dopo, quando mia madre entrò a svegliarmi trovò solo un mio biglietto e un saluto che le diceva che andavo via, per trovare un nuovo inizio da qualche parte. Le scrissi, per la prima volta che le volevo bene.
Scappai, è vero, ma la malinconia che avevo dentro non passò mai e continuai a guardare l'alba anche lontana da casa.

Michela Arancino

sono quello che nn puoi immaginare esista eppure cè, rinchiuso in un angolo in attesa di uscire a brillare, sono luce, ombra, oblio e delirio, sono arte, dolcezza, passione, immagini distorte, sono uno spekkio che riflette un anima multicolore, sono colei che vaga e cerca


 

Il folletto e la principessa

Un giorno, tanto tempo fa, quando i sogni erano ancora vivi nel cuore, due sguardi si incontrarono, cosí nacque una leggenda, quella di un amore tormentato, è la storia di un grande amore che superò i poteri del tempo. Due vite diverse, due anime tormentate, due sguardi che si sono trovati nel buio di questo mondo. C'era una volta un grande bosco dove vi era una bellissima fontana che aveva la forma di una splendida sirena. Gli animali andavano spesso ad abbeverarsi in quel luogo meraviglioso, si narrava una leggenda, che la fontana fosse incantata e chiunque esprimesse un desiderio e poi bevesse della sua acqua vedeva il suo sogno diventare realtà. Ma era solo una leggenda, o almeno tutti credevano cosí. Quel bosco faceva parte di un grande regno dove vi era sempre pace e amicizia, ma non per la povera e tormentata principessa che si sentiva sempre triste e sola, solo i suoi sogni le donavano gioia perché quando si addormentava sognava un ragazzo, un giovane dall'animo sensibile che la faceva sentire felice. Ma erano solo dei sogni. Un giorno, triste e sconsolata, decise di avviarsi nel bosco, ma stava per fare buio e lei si perse. Continuò a vagare finchè non sentí dei passi dietro di sè e, credendo fosse un orso, si mise a correre. Cadde e i passi dietro di se si fecero piú vicini. Vide un ragazzo, lui le tese la mano e la aiutò a rialzarsi, era il folletto dei boschi. Iniziò a guardarlo con attenzione, si rese conto che era il principe che le faceva visita nei suoi sogni. Lui le disse: "Sono Amyr, folletto dei boschi, voi chi siete?" "Io sono Yara, principessa del regno di Alhazyr." "Ti incontro sempre nei miei sogni, mia dolce regina, ricordi chi sono?" "Certo, sei il mio amato principe!" "Sapevo che ti avrei ritrovata, vieni, ti racconterò tutto." Si avviarono verso la fontana incantata, increduli di essersi ritrovati nella realtà. Lui le narrò una storia che tutti credevano fosse una leggenda. Due secoli prima, un folletto si innamorò di una principessa. La famiglia di lei osteggiava questo amore tanto che vi fu una guerra e i folletti vennero esiliati nel bosco. Ma i due giovani si amavano e si incontravano sempre nella fontana incantata e piangevano perché erano stati ripudiati dalle loro famiglie. Ma si fecero una promessa, si sarebbero ritrovati due secoli dopo, proprio in quel bosco. Bevvero l'acqua magica nella speranza che il loro sogno diventasse realtà. La principessa, un anno dopo, morí e quando il suo amato lo seppe, triste e sconsolato, viaggiò per il mondo e così scomparve senza lasciare traccia. Amyr le disse: "Quel folletto sono io, ho vissuto duecento anni in attesa di ritrovarti, ho ancora molto da vivere, ma non potrei passare piú un altro giorno senza di te." Si abbracciarono ritrovando il loro amore proprio li dove si erano promessi di ritrovarsi. Fuggirono lontano perché non volevano piú guerre e morte a causa del loro amore. Si dice, ancora oggi, che abbiano viaggiato in tutto il mondo e siano morti insieme, nella notte, perché questo era il loro desiderio, non vivere mai piú un istante l'uno senza l'altro.

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