IL LADRO

  Quel piccolo uomo vestito di bianco col fare un po’ trasandato era venuto da un paese lontano, oltre il mare, un paese che si dice molto ricco. Ma di questa ricchezza a questo piccolo uomo non era rimasta che una camicia bianca e la cravatta annodata male che copriva il colletto sporco.
  Era arrivato una mattina con la corriera, nascosto in mezzo ai vecchi che ritornavano dal mercato, come un ladro, senza salutare, guardandosi in giro con aria sospettosa. Quelle facce come zolle bruciate dal sole lo guardavano, lo scrutavano come fosse una bestia rara. Una bestia forse lo era, di quelle che vivono in mezzo a un deserto e aspettano la preda.
  Era andato subito all’unico albergo per cercare una camera, per sfuggire da quegli sguardi ostili che lo avevano trafitto come lame ardenti. Aveva trovato la camera accogliente e fresca in quel torrido sole estivo. Non era bella a confronto del suo comodo appartamento di un tempo, ma quell’aria di  tranquillità, di difesa dagli sguardi della gente seduta in piazza lo confortava e lo rendeva felice.
  Era la prima volta che si sentiva felice da quando aveva lasciato la famiglia, o meglio da quando sua moglie era scappata.
  La finestra dava su un  cortile deserto animato solo da qualche bambino che giocava ruzzolandosi nel fango della fontana. Era bello guardare la montagna attraverso la luce del sole, faceva male agli occhi quell’intenso raggio di luce che costringeva a socchiudere le palpebre, ma quel leggero fastidio gli era di immenso piacere.
  Calmo, finalmente tranquillo, aprì le sue valigie, dispose con cura i vestiti nell’armadio. Si fece la barba guardandosi nello specchio con fare un po’ sospettoso. Il suo viso era solcato da una ruga profonda, uno scoglio che spaccava l’onda schiumosa del mare, ricordo delle battaglie perse. Non era ancora così vecchio e nemmeno poi tanto brutto da non potersi trovare una donna e farsi una famiglia.
  Con quel pensiero fisso nella mente scese e si avviò per le stradine del paese guardandosi attorno per poter capire cosa c’era dietro quei visi scuri che poco prima lo avevano così brutalmente ferito. Si accorse per la prima volta delle case vecchie, fatte di pietra, troppo piccole per poterci abitare. Quell’odore di fieno, di vino, di roba da mangiare, i bambini che giocavano a palla avvelenata contro il muro odoroso di edera, davano la sensazione che questa gente fosse davvero felice.
  La piccola chiesa in mezzo al paese sapeva di un buon odore di incenso e di vino che proveniva dalla vicina osteria. Il paese che poco prima gli sembrava deserto, come una cattedrale dopo la messa, era tutto lì in quell’osteria, dove quei vecchi sembravano fanciulli pieni di gioia. I loro pugni alzati, battenti sopra le tavole esprimevano la loro rabbia, il loro odio di uomini calpestati, ma anche la loro vitalità.
  Entrare in quel buco voleva dire respirare odore di cicche e di vino, di bestemmie e di urli in un piacevole marasma di vita. Il giovane cittadino non era abituato al frastuono di quegli sporchi vecchi che con villaneria impressionante sputavano per terra e sboccavano il vino con un colpo secco rivolto al pavimento.
  No, non avevano di certo la sua educazione, ma stranamente qualcosa non andava, non riusciva a distaccarsi da loro provando come sempre la sua superiorità. Sentiva dentro, non una repulsione, ma contro ogni logica una rabbia per non sentirsi come loro. Gli era di nuovo successo di sentirsi estraniato, colpevole di una colpa mai commessa. Lui professore di liceo discepolo di questa gente ignorante. Ma ancora più sorprendentemente non si sentiva abbattuto, anzi era felice se non fosse stato per quel fitto dolore di rabbia che dal suo arrivo non lo aveva più abbandonato.
  Non si era ancora ripreso dai suoi pensieri quando gli si presentò una figura di donna, meravigliosamente bella, che con un sorriso gli disse: “ Benvenuto professore, lo aspettavamo già, sapevamo che non sarebbe potuto mancare, qui si passa la maggior parte della giornata, ma via avrà visto tutto da sé. Cosa prende, va bene un mezzo?”
  Quelle parole così marcate, ma soprattutto quella voce che si rivolgeva a lui senza paura, quasi provocandolo, lo aveva colpito non poco. Il suo sorriso di donna non più bambina, segnata da rughe la rendeva forse più vecchia.
  Dalla sua finestra aveva visto poco prima le montagne brulle, martoriate dai raggi implacabili del sole, era bastato un attimo per capire come dentro a quelle montagne, a quel corpo fin troppo simile, dovesse battere il sangue gorgogliante della vita.
  “ Si certo, va benissimo il mezzo” rispose senza guardarla, rosso in viso come un peperone maturo. Lei ritornò poco dopo con la bottiglia e il bicchiere, lo appoggiò sgarbatamente sul tavolo e se ne andò senza rivolgergli la parola.
  Era rimasto disorientato dal suo fare burrascoso contrapposto ai suoi occhi dolci, dal suo viso segnato, dalla sua bocca e dalle sue mani di fanciulla. Bevve in fretta e pagò.
  Ritornò in albergo, si sdraiò sul letto stanco del lungo viaggio addormentandosi quasi subito. Si svegliò con la luce del sole che filtrava dalle finestre che era già mattino. La gente era tutta in piazza, era giorno di mercato. Voci, urla a testimonianza della propria esistenza.
  Scese trasportato da un folle desiderio di urlare, di conoscere, di dire che anche lui esisteva. Era felice dei suoni che colpivano violentemente i suoi timpani, era felice degli spintoni che lo facevano traballare.
  Stava ancora godendo della sua scoperta quando qualcuno gli si avvicinò.  “ Professore anche lei a fare la spesa”. Si voltò impaurito, nessuno lo conosceva, fu un attimo, subito riconobbe la donna dell’osteria. La sua persona gli dava fastidio per il suo modo di intromettersi nei pensieri, per la sua spavalderia, per il suo essere donna.
  Senza rispondere si ritrovò a passeggiare con lei per una strada che portava in montagna. Lei cominciò a parlare dei suoi studi interrotti in città, di suo padre che la picchiava ancora se ritornava tardi a casa. Migliaia di parole gli colavano addosso prepotentemente, disarcionando qualsiasi tipo di pensiero.
  Quasi per non farla parlare la prese per i capelli e la sbatté per terra, come per vederla disintegrarsi, diventare terra anch’essa.
  Quante volte da ragazzo aveva corso nei campi per buttarsi nella terra appena arata. Nello sguardo di lei pieno di odio rivide la bestemmia del contadino per il suo duro lavoro, lo sputo per terra per sciacquarsi la gola, la gioia di un temporale settembrino che bagna il corpo, la corsa a casa a scaldarsi accanto alla stufa.
  Fu un attimo, il suo sperma scivolò nella pancia, si mise a ridere, quante volte da ragazzo era andato a masturbarsi nei campi aspettando che dal ventre della terra germogliasse una piccola pianta. Si riallacciò i pantaloni, lei si diede una toccatina ai  capelli sfatti, si ripulì della terra, gli si appiccicò al fianco e scesero in paese. Sembrava una ragazzina che aveva appena mangiato un gelato, anche se stasera era diventata donna.
  I giorni passarono in una monotonia incredibile, il libro che aveva iniziato non andava più avanti, ma quel che era peggio era quel continuo mal di testa che da quello stupido giorno non lo aveva più abbandonato.
  Il paese, la gente gli era sempre più distante, il caldo opprimente che faceva deserta la piazza gli dava un’angoscia tremenda, le frequenti gite in montagna lo infastidivano sempre più. Come si poteva apprezzare il silenzio, la frescura, le ombre quando le parole ti colavano addosso senza poterle fermare.
  Quando si accendeva la pipa lei gli si buttava addosso strofinandogli le sue tette come una cagna in calore, e la pipa inevitabilmente cadeva e si spegneva. Stava diventando davvero insopportabile. Ma quando lo sperma si riversava su di lei ritornava il silenzio e la pace. Apprezzava quei momenti come quando un contadino stanco del lavoro si refrigera con una bottiglia di vino tenuta in fresco nella bialera. Si continuò in questo modo per almeno un mese, ma una sera lei arrivò più eccitata e bambina del solito.
   “ Devo darti un regalo” “ Vediamolo” le disse senza darle molto peso. “ Non adesso, andiamo in montagna” rispose lei. Quell’ennesima novità lo turbò, la serata era iniziata male.
  Appena lasciato il paese si sedettero al bordo del sentiero. “ Cos’è questa novità?” le disse togliendosi subito il rospo che aveva in gola. “ Aspetto un bambino, il tuo bambino” gli rispose.
  La guardò con la faccia scura e piena d’odio, era incastrato. “ Non se ne parla nemmeno, domani parto per il mare e tu devi abortire”.
  La sua faccia di bambina d’un colpo si trasformò in quella di donna, i suoi occhi luccicarono, si alzò di scatto e corse via. Rimase sbigottito da quel comportamento, forse era andata meglio del previsto. Ridiscese in albergo, preparò le sue cose, saldò il conto e come un ladro prese la prima corriera.
  Un mezzo sorriso si stampò sulla sua faccia, a mezzogiorno avrebbe fatto il bagno in mare e si sarebbe scrollato di dosso la terra di questo insignificante paese.


 

VOGLIA DI AMERICA

  Andrea era un ragazzotto robusto, ma non si poteva di certo definire un bel ragazzo, sproporzionato com'era. L'altezza non gli mancava ma quel continuo portare avanti il corpo lo rendeva parecchio instabile e persino ridicolo quando alla domenica si vestiva a festa, con la giacca sempre troppo stretta e i calzoni corti che mettevano in mostra dei calzini mai intonati al resto del vestito. Era uno spasso vederlo chino sulla terra intento a zappare con tutti quei muscoli in esibizione, tanto che le donne smettevano di lavorare per guardarlo, immaginando chissà quali scene d'amore.
  Andrea passava le sue giornate ad aiutare i genitori in campagna, godendo dello sforzo fisico che metteva a dura prova il suo corpo. Alla sera preferiva rintanarsi nel fresco della casa a leggere qualsiasi libro che gli capitasse a tiro, soprattutto quelli di avventura che gli permettevano di conoscere nuove terre che forse non avrebbe mai visitato. Qualche volta si ritirava in collina a godere dei rumori del vento in mezzo alle foglie, dei versi degli animali più strani o dell'ansimare delle giovani coppie che si nascondevano nell'oscurità, in quei momenti la terra sembrava gemere di piacere.
  Raramente Andrea usciva di casa per concedersi uno svago, solamente alla domenica pomeriggio andava nella vicina osteria per sedersi da solo a sorseggiare un bicchiere di vino che nemmeno finiva. Gli piaceva starsene in mezzo a quella gente chiassosa, allegra e carpire dalle loro voci le storie più incredibili.
  Ma la sua attenzione si rivolgeva spesso alla Luisa, la figlia del proprietario, una ragazza piccolina, forse neanche bella, ma con un corpo che sprigionava un'incredibile gioia di vivere. I suoi vestiti  troppo stretti mettevano in risalto due grossi seni da latte, passava tra i tavoli sfiorando gli uomini che andavano in visibilio. C'era per loro sempre una parola gentile, se qualcuno si spingeva oltre toccandole il sedere lei lo lasciava fare offrendo il suo corpo come una sorgente offre la sua acqua al contadino stanco dal lavoro.
  Nessuno aveva mai osato insinuare una qualche cattiveria sul suo conto, da tutti era amata di un amore profondo, persino dalle donne a cui aveva soffiato il marito per una sera e non di più, una scappatella che sapeva di una bevuta di troppo. Soltanto quando diventava seria e incominciava a parlare di andare in America, dove si faceva fortuna con poco, quando parlava del mare come un sogno di libertà da quel piccolo paese così incastrato in quelle montagne che coprivano anche il cielo, veniva considerata un poco pazza. Andrea aveva preso l'abitudine di passarle i suoi libri che divorava immediatamente durante una notte.
  Una domenica come tante Andrea si presentò all'osteria ma si accorse subito che non c'era la solita aria, musi lunghi, poco vino nei bicchieri, il padrone che girava tra i tavoli in preda a uno stato di agitazione che avrebbe sfogato volentieri con qualche cliente un po' più esigente del solito, di Luisa nessuna traccia. Venne a sapere da un vecchio che parlava troppo che era scappata di casa, aveva scritto un biglietto al padre: “Ringrazio tutti ma io devo andare in America”.
  Da quel giorno la vita di Andrea cambiò improvvisamente, non andò più per i campi a lavorare, diventò ozioso, passava le sue giornate seduto sotto il portico della casa con lo sguardo perso nel vuoto. Diradò anche le visite in collina che era diventata improvvisamente muta, senza animali, senza vento, solo gocce di rugiada che altro non erano che le lacrime degli uomini abbandonati.
  Le sue visite all'osteria diventarono sempre più frequenti, non tanto per ricercare uno svago ma per riuscire a carpire qualche notizia di Luisa. Aveva intanto preso l'abitudine di scolarsi quasi un litro di vino, lui che era così morigerato, stava diventando un ubriacone. Finalmente dopo tanto aspettare e tanto vino ascoltò una frase che lo fece trasalire: “Hanno visto la Luisa a Genova, fa la serva quella matta altro che America!” Superando la sua ritrosia si avvicinò al tavolo riuscendo a sapere persino l'indirizzo.
  Aveva deciso, il giorno seguente sarebbe partito per Genova, ritrovò di colpo il buon umore e si avviò fischiettando verso casa, mise al corrente dei suoi propositi i genitori ricevendone in cambio una scrollata di capo.
  Il mattino seguente si alzò di buon umore come se avesse dovuto andare nei campi, lo accolse l'aria fresca del mattino che lo svegliò completamente, attraversò il paese ancora immerso nel sonno, solo qua e là qualche trattore stava uscendo dalle stalle, delle donne riassettavano i cesti della frutta e preparavano la colazione.
  Arrivò in stazione con largo anticipo, c'era già gente che aspettava, infondendo in tutta la sala un forte odore di tabacco. Quando arrivò il treno, riuscì a trovare un posto a sedere scaraventando per terra un'oca che pacificamente si era seduta nell'unico posto libero. Andrea provò un senso di amarezza nel lasciare quei posti che così tanto amava, ma il desiderio di incontrare Luisa lo rendeva felice come mai lo era stato, scivolò rapidamente in un sonno profondo per combattere l'ansia dell'incontro.
  Si risvegliò quando ormai il treno stava percorrendo la periferia della città, si affacciò al finestrino, un caldo vento che sapeva di sale e di muffa lo disgustò, intravvide cortiletti stracolmi di macchine dove bambini che sembravano straccioni giocavano a chissà quale gioco. Che mondo era mai questo, senza colore e senza gioia, ma lui non era venuto per guardare ma per trovare Luisa.
  Scese alla stazione centrale con la bocca impastata e una gran voglia di sciacquarsi la gola, si fermò a bere un bicchiere di vino caldo che per poco non lo fece vomitare, doveva ritornare a casa il più presto possibile. Si tolse la giacca, si sbottonò la camicia zuppa di sudore e con la sua andatura buffa s'incamminò verso la destinazione facendosi largo tra la folla a suon di gomitate. S'incuneò nei vicoli male odoranti e troppo chiassosi e arrivò proprio sotto la pensione dove lavorava Luisa.
  Suonò un campanello dal suono stridulo, dal piano superiore si affacciò una signora grassa che gli fece cenno di entrare, salì le scale stando attento a non toccare il muro sgretolato dalla muffa. La proprietaria l'accolse con la sua aria da sergente, le mani sporche e la fronte imperlata di sudore. “Desidera una camera da letto per la notte?”, Andrea le rispose: “No signora, cerco una certa Luisa, dovrebbe lavorare da voi”. “Quella puttana l'ho cacciata proprio stamattina” gli rispose e gli raccontò tutta la storia.
  Luisa aveva veramente cercato un imbarco, ma non aveva i soldi necessari e così aveva accettato l'amicizia di un giovane, all'apparenza ricco, che le aveva promesso di imprestarle quello che mancava. Ma quando l'aveva portata a casa aveva abusato del suo giovane corpo di contadina, rubandole anche tutto il denaro. Così si era ritrovata sulla strada senza nemmeno un soldo per mangiare, ma di ritornare a casa nemmeno se ne parlava, era troppo orgogliosa.
  Aveva accettato quel posto nella pensione, faceva bene il suo lavoro, ma i clienti la guardavano in un certo modo e quando la padrona si era accorta che da quella ragazza ci poteva uscire un bel mucchio di soldi l'aveva indotta a prostituirsi. Ma le rare volte che costretta dal desiderio di comprarsi un vestito nuovo aveva ceduto, l'aveva fatto per forza e il cliente era rimasto sempre insoddisfatto e si era lamentato. Luisa quelle cose le faceva solo per amore, i soldi per lei non avevano importanza.
  Alla fine di quel racconto Andrea si trattenne dallo schiaffeggiare  quella donna disgustosa, ridiscese le scale e si mise alla ricerca di Luisa, chiedendosi dove potesse essere andata. Entrando in un bar buio che non sapeva per niente di vino, intravvide losche figure che scherzavano volgarmente attorno a un tavolino, e seduta in disparte una figura piangente, sporca in viso, il corpo deformato da una maternità fatta di violenza e di sopraffazione.
  Andrea la prese per il braccio e la trascinò fuori, fecero pochi passi e raggiunsero il mare. Luisa smise di piangere, si lavò la faccia, Andrea le disse: “Tuo padre è stanco, ieri sera abbiamo parlato, mi ha proposto di rilevare il negozio, cosa ne pensi?” “Sono contenta per te, finalmente ti toglierai da quei campi” rispose lei guardandolo in viso. Andrea le ravviò i capelli bagnati e disse: “A casa tutti ti aspettano, da quando non ci sei più tu è un mortorio”. “Va la” gli rispose. Prendendola per mano replicò: “Se vuoi c'è di nuovo il tuo posto all'osteria e per il bambino vedrai che riusciremo a tirarlo su”. Non gli rispose, ma gli si appiccicò al fianco, la sera stessa avrebbero già fatto ritorno al paese.
  La storia finisce qui ma giurerei che quel bambino quando sarà grande avrà un'andatura un po' buffa e andrà nelle serate estive a godere dei gemiti della terra che da quando sua madre è ritornata ha ricominciato a godere.


 

IL MURO

  Aveva chiuso la sua partita in una fredda giornata, dove l'unico segno di vita era il fumo che usciva dalle narici. Ora era disteso sulla neve, nemmeno una sciarpa al collo, lo sguardo teso oltre il muro appena scrostato, sembrava un bambino che giocasse. Ci si sarebbe aspettati che da un momento all'altro si alzasse a tirare le palle di neve ai curiosi che sfidando il freddo si erano assiepati intorno al suo corpo, quasi volessero scaldarlo. Ma dalle sue narici non usciva fumo, possibile che avesse deciso di dormire proprio in quella situazione e con quel freddo?
  Qualcuno si avvicinò spostando leggermente il corpo che rotolò formando nella neve fresca una sagoma un poco deformata, un rivolo di sangue scese dalla testa inzuppando il terreno a formare una macchia rossa che sembrava vino versato da una mano un poco tremolante.
  Un uomo vestito per benino e dall'aria saccente emise la sua sentenza: “E' una squallida storia di matti” e la gente come d'incanto si ricordò del tempo perso a vegliare un morto e si disperse nei negozi ad acquistare le ultime cose.
  Il corpo fu fatto sparire in fretta e furia, intanto la neve aveva fatto il resto ricoprendo con il suo candore verginale il segno lasciato dal corpo e la macchia rossa che faceva da contrasto al paesaggio.
  Un gruppo di ragazzini che abitualmente dopo la scuola si intrattenevano ad ascoltare le storie di quel vecchio, fatte per lo più di fantasmi, ombre disegnate per terra con la voce di un vento filtrato in qualche casa diroccata, incominciarono a modellare con la neve un grande pupazzo che pian piano, sotto le loro mani inesperte, assomigliava in modo impressionante al vecchio matto. Quando fu terminato qualcuno si tolse la sciarpa per ripararlo dal freddo, come stava bene quella statua proprio sotto a quella di Garibaldi, non era forse così austera ma faceva la sua bella figura. Che peccato che con la bella stagione si sarebbe sciolta e non sarebbe  rimasto più niente lasciando la piazza nuda, due statue avrebbero forse dato fastidio.
  Il vecchio era nato in un paese dominato da un castello che ancora oggi incute timore e rispetto con la sua ombra grigia che oscura il poco sole che riesce a filtrare attraverso la fitta nebbia; grosse mura un poco sgretolate dal tempo sembrano racchiudere chissà quali segreti. I suoi abitanti erano per lo più contadini che uscivano  presto al mattino per andare nei campi a lavorare, ma quando arrivava la sera erano pronti a rientrare dentro le loro calde mura, quasi avessero paura di rimanere chiusi fuori per sempre.
Ma anche in quel paese dimenticato da Dio, prima dell'inverno si verificava un evento, era la visita di un piccolo circo senza animali, né numeri spettacolari, le uniche bestie erano due cagnolini che si guadagnavano la zuppa facendo un numero tra il divertente e il patetico. Al cospetto di quelli che giravano le grandi città faceva ridere, niente luci, niente pennoni colorati, niente inservienti che giravano tra le panche vendendo palloncini colorati e noccioline americane.
  Ma quanto entusiasmo portavano. La vita del paese si interrompeva per un giorno, non solo i bambini correvano incontro sbraitando e applaudendo, ma anche gli uomini ritornavano dai campi e andavano a prendere le proprie mogli proprio come alla domenica quando si andava alla messa; si capiva che non era domenica dal vestito un poco sgualcito.
  Per un giorno quelle montagne si aprivano e diventavano pianure fertili dove anche senza la mano dell'uomo veniva su tutto quello che volevi, il gatto di casa si trasformava in una tigre pronta ad azzannarti, e si vivevano avventure d'ogni tipo prese in prestito da qualche giornale a fumetti o dalla Domenica del Corriere. Ma tanto entusiasmo svaniva quasi subito nel vederli arrivare, sembravano più che artisti dei terremotati in cerca di casa, i loro sogni di leoni, tigri, donne poco vestite si scontravano violentemente con i loro cani spelacchiati e il loro aspetto per niente rassicurante.
  Anche la proprietaria che un tempo doveva essere stata una bella donna non suscitava più nessun entusiasmo, la fatica del duro lavoro, i figli fatti con troppa frequenza per procurarsi manodopera, l'avevano avvicinata alle mogli di quel paese. Ma sulla scena aveva la proprietà di trasformarsi, si metteva una tuta color carne che la stringeva talmente da eliminare tutte le sue imperfezioni e da distante la si poteva immaginare come una Venere uscita dall'acqua e gli applausi non si facevano aspettare, e poi c'erano anche gli animali feroci che altro non erano che i figli travestiti in modo impeccabile.
  Lo spettacolo riscuoteva  un gran successo, e all'uscita c'era sempre qualcuno che infilava una mano sotto la gonna della moglie, la strada per ritornare a casa si allungava per perdersi in mezzo alle campagne, e non era raro sentire dei gemiti simili ai guaiti dei lupi delle praterie americane.
  Ma le rappresentazioni erano poche, quando i primi fiocchi incominciavano a cadere dovevano smontare tutto se non volevano rimanere intrappolati nella valle. E non c'era anno che qualcuno di quei giovani non scappasse con loro e facesse perdere le sue tracce per sempre.
  Da bambino, il vecchio matto si era appassionato ai libri tant'è che quando andò a scuola ne sapeva più del maestro che si fermava spesso per sentirlo parlare, e alcune volte era proprio lui che teneva la lezione, ma la scuola non gli piaceva un granché con quell'odore di chiuso e quei banchi troppo stretti che sembravano tenerlo prigioniero. Le rare volte che accompagnava suo padre non era di certo per aiutarlo, di sudare non ne aveva voglia, ma gli piaceva correre per i campi dietro al suo cane e sentire il linguaggio della natura, il vento che soffiava tra le foglie di un vecchio albero che chiedeva aiuto, il gemito della terra sotto i colpi della vanga assassina. Per quanto corresse veloce, c'era sempre qualche ostacolo, un muro o qualsiasi altra cosa che lo fermavano, mentre il suo cane lo superava brillantemente e lo guardava prendendolo in giro: oh come avrebbe voluto assomigliargli un poco!
  Più passavano gli anni più il paese gli diventava stretto proprio come il vestito della prima comunione che si porta ancora quando già si guardano le prime ragazzine. Un giorno all'insaputa di tutti varcò la soglia di quelle mura in cerca di un po' di luce, di sole ma non per scaldare le sue giovani ossa e s'imbarcò su una grossa nave senza curarsi della destinazione.
  Nei primi giorni lasciò correre la sua fantasia come quei gabbiani che seguivano la nave contenti degli scarti che i marinai per combattere la noia gettavano in mare, ma la barca andava via senza nemmeno un gemito, il sole sulla sua testa non disegnava un'ombra, pian piano la solitudine l'attanagliò, e quella distesa d'acqua senza nemmeno un ostacolo gli venne a noia.
  Ritornò in paese e passò la sua esistenza a sognare un mondo senza muri, e quando ormai s'era messo a parlare con le ombre delle persone disegnate per terra, l'avevano rinchiuso in manicomio. E oggi era corso contro al muro di recinzione della sua prigione. Chissà se finalmente era arrivato alla meta.


 

MUSICISTI

  Era un piccolo paese poco discosto dalla strada che portava al Santuario dell'Assunta, i pochi abitanti si erano dedicati al turismo dei pellegrini che ogni domenica affollavano la chiesa, non si sa bene se per devozione o per assaporare l'aria fresca e pura di quelle montagne. Di conseguenza erano sorti dei piccoli laboratori artigiani che producevano oggetti sacri in legno, di rado si vedeva ancora qualche vecchia scendere con la fascina in testa, ma anche questo faceva parte del paesaggio.
Certamente giravano più soldi, nelle case non mancava la televisione a colori, ma la gente era più triste quasi fosse consapevole di essere una stirpe in via d'estinzione; rare erano diventate le visite all'osteria tanto che il proprietario aveva espresso il desiderio di vendere tutto.
  Si parlava poco e ancora meno si cantava, lasciando spazio alla radio e ai mangianastri dei turisti. I nativi del luogo disertavano la chiesa, e soltanto nel giorno dell'Assunta partecipavano numerosi alle funzioni quasi volessero ringraziare la Madonna di essere ancora vivi.
  Anche quest'anno per la festa i portici si erano riempiti di mercanzie di ogni genere, il prato di fronte alla chiesa era stato occupato dalle giostre, era tutto un brulicare di gente, di suoni, di fritto nauseante.
  Era arrivato anche un carrozzone con una famiglia di zingari, il padre era un uomo magrolino con una giacca di due taglie più grossa, si esibiva in numeri spettacolari di grande acrobazia, privilegiando quelli che potevano mettere in risalto le sue qualità di uomo forte a dispetto della sua corporatura. I figli facevano lavorare una scimmietta accompagnandola con i loro rozzi strumenti.
  La gente passava guardandoli con disprezzo, soltanto Marco si fermò ad ascoltare la ragazza dai capelli neri sciolti sulle spalle, attratto non tanto dalla musica, aveva sentito di meglio, ma dal suo corpo che vibrava come le corde di un violino desideroso di essere domato.
  Marco era un tipo che la gente definisce un matto, non aveva voglia di lavorare, e passava le sue giornate a battere su qualsiasi cosa potesse emettere un suono; per lunghi periodi non si vedeva in giro e le rare notizie che giungevano al paese lo davano in qualche città a fare il menestrello.
  I due giovani fecero subito amicizia nonostante il padre non vedesse di buon occhio una perdita di tempo che gli sarebbe costata parecchio denaro.
  Una sera disertando la processione dei Cristi fuggirono in collina e prima che scoppiassero i fuochi avevano già fatto l'amore. Sull'erba umida della notte, quando una stella cadde dal cielo si scambiarono la promessa che non si sarebbero più lasciati. Trovarono ospitalità per la notte in un vecchio casolare, addormentandosi quasi subito, si vedeva che erano abituati ai giacigli di fieno.
  La mattina il padre cercò la figlia, sembrava diventato matto, se la prendeva con chiunque gli capitasse a tiro, disse che si sarebbe rivolto ai carabinieri se sua figlia non fosse tornata prima della sua partenza.
  Tanto chiasso svanì in un attimo quando decise di caricare tutta la sua roba sul furgoncino e di partire, bisbigliando fra se: “Una bocca in meno da sfamare”.
  Intanto i due innamorati accertatisi della partenza del genitore e spinti dalla fame ritornarono in paese tra lo stupore di tutti. Affittarono una vecchia casa abbandonata, era uno spettacolo vedere Marco al lavoro, sudare sul tetto e mangiare un panino in piedi per non perdere tempo, la brutta stagione era alle porte e la casa doveva essere finita prima che nevicasse. Alla sera quando il sole calava e le tenebre non permettevano più di lavorare si fermavano e incominciavano a suonare e cantare fino a tarda notte addormentandosi all'aperto come due bestie.
  La casa fu finita, tra lo stupore di tutti, prima dell'inverno ed ospitò una miriade di gente che veniva da ogni parte, la maggioranza erano amici di Marco, gente strana che proveniva dalla città, ma anche dai paesi vicini, vi erano poi gli amici di lei, artisti senza patria che si esibivano nei teatri delle piazze e all'angolo di qualche strada.
  Il paese si popolò improvvisamente e fino a tarda notte non ritrovava la sua pace, il malcontento aumentò quando quegli strani esseri presero l'abitudine di scendere in paese a insidiare le ragazze, costringendo i genitori a tenere in casa quelle giovani donzelle troppo desiderose di qualche avventura erotica. Le beghine del paese costrinsero il maresciallo a fare una visita in quella casa che ben presto aveva preso il nome di “Casa del diavolo”.
  Ma la visita non sortì alcun effetto, tutto era in regola, anzi i carabinieri accettarono di buon grado un bicchiere di vino fresco.
  Intanto il campo intorno alla casa cominciò a dare meravigliosi frutti che suscitavano l'invidia dei vecchi contadini.
  Il muro di diffidenza si ruppe definitivamente con la nascita della piccola Elisa, una bambina bellissima e piena di vita che divenne ben presto l'amica di tutti.
  La casa era sempre illuminata, e c'era sempre festa, rare erano le volte che il buio sconfiggeva le luci dei falò e il silenzio della montagna quello della musica, le ragazze riuscivano sempre più spesso ad eludere la sorveglianza dei vecchi che d'altronde diventava ogni giorno più blanda.
  Pian piano le notti furono invase da giovani coppie che aspettavano il sorgere del sole coi corpi bagnati dalla rugiada. L'osteria per fortuna dell'oste che aveva resistito ai tempi magri, si riempì di gente chiassosa e allegra e quando il vino aveva fatto il suo effetto andavano tutti alla casa del diavolo per ascoltare la musica.
  Ma alla montagna tanto chiasso e tanta luce non fa piacere, il vento ben presto riprese il suo ruolo di primo attore nell'orchestra della natura, nuvoloni si addensarono  nel cielo, era in arrivo il temporale che costringe i musici a sospendere l'esibizione.
  Fu così che un giorno, sorpassando le competenze del maresciallo venne dalla città un manipolo di soldati accompagnato dagli uomini di una immobiliare che aveva acquistato tutta la cascina per farne un albergo. Il tenente esibì l'ordine di demolizione, Marco protestò, volarono parole grosse, qualche spintone, la gente si chiuse in casa sperando che la bufera si risolvesse in un niente di fatto, ma non fu così, le ruspe arrivarono di lì a poco e compirono l'ingrato compito.
  A Marco e ai suoi compagni non rimase che andarsene, ma qualcosa finalmente successe, la gente uscì di casa, le donne andarono a baciare i loro uomini alla luce del sole, in breve tempo si mise su un gran banchetto e tra roba da mangiare e suoni si festeggiò la partenza di questi giovani eroi, anche il parroco si sentì obbligato a festeggiare e suonò le campane proprio come nel giorno dell'Assunta.
  Se qualcuno vorrà risentire la loro musica non dovrà fare altro che passeggiare in qualche strada, loro saranno lì a guadagnare qualche spicciolo per tirare avanti.


 

L'ULTIMA PARTITA

  Marco era nato in un piccolo paese del Cuneese, suo padre non era certamente ricco, ma nella sua casa  grazie a qualche giornata di terra e alle quattro bestie che avevano nella stalla sulla sua tavola la polenta e il latte non erano mai mancati.
  Suo padre usciva presto per andare al lavoro sotto padrone, la terra da sola non bastava, lasciando a Marco e a sua madre i compiti da svolgere per l'intera giornata. La madre povera donna si ammazzava di lavoro cercando di coprire le sue scappatelle in collina a rincorrere fantomatici orsi. Alla sera sulla sedia a dondolo ascoltava i rumori che provenivano dalla cucina e lo sbraitare dei
cani che stavano dietro al padre che rigovernava la stalla.
  Quando si fece più grandino il maestro disse ai genitori che aveva la testa fine e sarebbe stato un peccato l'avesse usata per coltivare grano, quello sarebbe venuto su da solo.
  Una sera sentì attraverso l'uscio della camera da letto la voce del padre: “Non ha la stoffa per diventare contadino,  per maneggiare una zappa non bisogna pensare se no ti ritrovi che a fine giornata non hai fatto niente, non lo voglio vedere morire di fame il mio figliolo”. E così qualche giorno dopo partì per un collegio di suore senza entusiasmo e con un gruppo in gola.
  Durante le vacanze Marco ritornava a casa e il padre lo portava all'osteria dove c'erano gli amici, lo faceva parlare, e loro lì a bocca aperta ad ascoltare un ragazzino, era quasi diventato un fenomeno da baraccone.
  Quando abbandonò l'università di Giurisprudenza per quella di Lettere diede il primo dispiacere al vecchio che, in una  lettera dal sapore triste gli spiegò che da avvocato un posto nell'amministrazione dello Stato l'avrebbe trovato e invece così... Poveretto non avrebbe più potuto vantarsi con gli amici, di professori se ne trovano a iosa, anche al paese ce n'era uno e per di più era considerato matto.
  Si applicò nello studio, almeno in questo era rimasto contadino, conseguì la laurea brillantemente e altrettanto brillantemente si ritrovò senza lavoro adattandosi a scaricare frutta al mercato generale, si lavorava da matti ma almeno il mangiare era assicurato e poi molta della frutta veniva dalla sua regione, sembrava di essere un poco a casa. In quelle mattine di freddo quanti amici incontrò che erano partiti dal paese con mille progetti e adesso si ritrovavano qui con una mano davanti e l'altra di dietro.
  Nel frattempo riuscì a collaborare con qualche giornale e questo gli portò una certa agiatezza, i soldi per le sigarette e un cinema infrasettimanale ci uscivano.
  Fu assunto a Tuttosport, aveva mandato centinaia di lettere, di sport non ne capiva niente, ma quando lo chiamarono fu felice del nuovo lavoro che gli avrebbe permesso di girare molto, odiava starsene seduto dietro una scrivania tra le scartoffie. Quando uscì il primo articolo fu tanto felice che ne mandò una copia al padre che l'appese nell'osteria proprio accanto alla foto sbiadita di Coppi.
  E oggi lo avevano mandato in quel paesino della sua infanzia per scrivere un articolo sulla finale del torneo di pallone elastico tra la squadra locale e quella di una piccola cittadina della Riviera Ligure, una guerra di poveri insomma, la loro battaglia sarebbe finita sul giornale sotto forma di un trafiletto nelle pagine interne degli sport minori. Non aveva dovuto far molto per ottenere quel servizio visto che nessuno ne aveva fatto richiesta, tutti impegnati a seguire le ultime battute del calcio o della corsa automobilistica che si sarebbe svolta proprio quella domenica.
  Marco si servì del treno, era troppo emozionato per poter guidare e poi era lo stesso che avevano preso quasi tutti gli uomini del paese per andare a lavorare in città o a cercarsi qualche donna meridionale vista in fotografia perché quelle del paese non avrebbero mai sposato un contadino.
  Per tutto il viaggio si lasciò trasportare dal rullio del treno con gli occhi fissi al finestrino nel vedere scorrere paesaggi presi da qualche film in bianco e nero, con quei casermoni altissimi che coprivano un cielo senza sole. Ma pian piano il paesaggio riprendeva colore e vita, stava arrivando a destinazione. Riconobbe i campi di granoturco, si sentì la faccia tagliata dalle foglie, gli occhi incrostati dalla polvere, quante volte si era inoltrato in quella giungla con una sensazione di paura, mai sicuro di ritrovare la via d'uscita. Ma altre volte vi aveva trovato rifugio, gli piaceva udire la voce del padre attutita dalle foglie che lo richiamava ai suoi doveri, e lui steso a contemplare un formicaio appena svegliato, nessuno lo avrebbe trovato perché nessuno si sarebbe inoltrato in quel castello custodito da ombre di ogni genere.
  Arrivò che il sole era già alto ed il paese era già in festa. Notò subito che si era ingrandito, era tutto un brulicare di villette e alberghi che avevano persino mangiato la montagna, oggetto delle sue scappatelle notturne. Una grande strada come non se ne vedono in pianura tagliava la valle come una ferita da coltello, girò lo sguardo e vide finalmente un'agglomerato di case fatte di pietra, si inoltrò per i minuscoli viottoli che sapevano di terra e di letame, sbucando nella piccola piazza della chiesa. C'era gente che usciva dalla messa, un forte odore di vino veniva dalla vicina osteria che era stata trasferita, forse perché l'odore di vino e di tabacco da pipa dava fastidio.
  Cercò invano il vecchio sentiero che portava in collina, durante la settimana per lavorare nei campi, e nei giorni di festa vestito a nuovo, con i gerani appesi alla finestra,  accoglieva le coppiette in cerca di un po' d'intimità.
  Il paese, come se avesse vergogna ,si era nascosto nel grembo della sua terra tant'è che dalla strada quasi non si scorgeva,  lasciando via libera ai bar stile americano con il loro inconfondibile odore di whisky  e il rumore di flipper sempre accesi. Una folla di sfaccendati, con la faccia annoiata, passeggiava senza meta, cosa erano venuti a fare? Ma d'altronde il posto era bello e l'aria buona, l'ideale per passarci una vacanza.
  Entrò nell'unico negozio che ancora riconosceva a farsi un panino. L'accolse una voce stridula che lo fece sobbalzare, lo avevano riconosciuto. “Ciao Marco, cosa ci fai da queste parti?” Era il Luigi con il solito grembiule unto che metteva in evidenza il grosso pancione e una faccia rotonda come una mela. Gli strinse la mano asciugandosi il sudore che scendeva copioso dalla fronte. La voglia di mangiare gli passò di colpo.
  “E' arrivata la stampa per immortalarvi” rispose sorridendo e spiegando quanta strada aveva fatto dal giorno della sua partenza.
  “Hai visto i forestieri hanno comprato tutto, in campagna nessuno voleva più andarci, troppa fatica e nessun guadagno, i giovani di oggi non hanno tempo d'aspettare” disse il Luigi invitandolo a sedere nel retro buio e forse troppo sporco per un alimentari.
  “Con  tutta sta gente chissà che incassi” replicò per risollevare il discorso e metterlo un po' di buon umore.
  “Lo sai mi hanno offerto un sacco di milioni per questi quattro muri” “E tu?” gli chiese. “Io niente morirò commerciante”.
  Questa  gente aveva sempre saputo cavarsela, si ricordò che il padre gli raccontava di come i suoi vecchi andassero in giro per l'Italia a tagliare le trecce delle donne pagandole quattro soldi per farne delle parrucche.
  “E la Ginetta?” replicò Marco, sorridendo nel vedere la montagna di toma bianca che vendevano ad un prezzo esorbitante ai turisti spacciandola per produzione propria.
  “Te la ricordi ancora?” “E come non potrei è stato il mio primo amore” rispose il Marco.
  Luigi rattristandosi gli spiegò: “Aveva messo su una bella fattoria la Ginetta, incominciava a guadagnare qualcosa ma una domenica scappò con un bell'uomo che era venuto fin quassù per la campagna elettorale.” Parlava della Ginetta come fosse sua figlia, Marco si accorse delle lacrime che stavano scendendo mescolandosi con il sudore e tagliò il discorso dicendo: “Lo sai Luigi le donne quando vedono un paio di pantaloni gli si appiccicano dietro”.
  Intanto il campanello della porta aveva suonato avvertendo Luigi che era entrata gente, Marco approfittò dell'occasione per salutarlo e uscire in strada. Sulla porta gli disse: “Vieni a trovarmi dopo la partita parleremo più comodamente”.
  Le bancarelle avevano già esposto la loro mercanzia, era tutto un susseguirsi di giocattoli, di roba da mangiare di palloncini scappati di mano a bambini distratti. Arrivò nella piazza, il rumore si era un po' affievolito, la piccola folla uscita dalla messa non si era ancora dispersa. I giovani e i vecchi parlavano animatamente della partita ormai prossima, un uomo più anziano  si era preso la briga di accettare scommesse, qualche ragazzino correva allo sferisterio provando le palle.
  Marco passò le ore che rimanevano all'incontro bevendo vino e spendendo gli ultimi soldi nelle scommesse.
  Lo sferisterio era ricolmo di gente, qua e là persone raffinate assistevano allo spettacolo con aria critica di antropologi. In campo c'erano atleti poco belli a vedersi, e poi un boato, una parte del campo conquistata, qualche donna con la sigaretta americana sorrideva e prendeva in giro gli uomini che ancora s'illudevano di conquistare una fetta di terra che non gli apparteneva più. Un altro boato, la palla scaraventata fuori dello sferisterio, chissà se in città avranno sentito il colpo del pallone sulla mano.
  Marco si alzò per ritornare a casa, stasera avrebbe telefonato per sapere il risultato.

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