Mio inferno bagnato*
Sul bordo dell’avello di casa, due tazze a bagno; una scura e una chiara, divise da una bufera che non sbaglia. Una donna, che persevera e non torna sui suoi passi trasparenti farsi ghiaccio, e non può permettersi altro che sentire il presente stretto tra le gambe come un’ascia, e andare avanti, inesorabile, allo scopo che ha creduto fosse suo … uno scolo buio, dirupo del secchiaio è legge di gravità. Liberi di decidere … la disperazione è scolpita negli occhi lascivi dei dannati e così le troppe fauci dei diavoli da perderne il conto alla fine di un sogno. Ma l’incubo concede un ricordo: due corna, una fredda e una calda, cresciute ai lati del collo stagliarsi allungato sul volgo coi piedi nella melma; due mani che aprono e chiudono il conto dei giorni, i ritorni ad essere uno e il tempo degli storni. Eterna necessità di un contrario.
* Pubblicato su Il Giornalaccio di giugno 2011
Sfumature*
Il corvo rassegnato gracchia nella gabbia stretta. Lo sguardo dell’uomo si perde intorno al tatuaggio sbiadito impresso sulla spalla destra; un numero è diventato egli stesso, e più non ricorda che quelle sei cifre. Sembrano essere state incise con violenza, che per quanto egli cerchi di ignorarle, pesano troppo sulla pelle nuda. Lo sguardo è ancora lì, non può allontanarsi. È un peso senza tregue né silenzi.
Ho ucciso la sua forza d’esistere e i colori sono colati via dal mio mondo. Sotto il freddo neon che riflette le crepe profonde delle piastrelle lucide, il bianco vitreo si sostituisce al nero della cenere, e spengo così l’ultima sigaretta della giornata, l’unica. Il debole tizzone soffre contro il muschio del cemento, schiacciato sulla sbarra di ferro immobile. La cella è vicina ad un albero, un giovane pioppo. Condannato a sopportare nella sua fragile forza gli sputi e i bisogni frustrati di tanti uomini a righe. Autunno è la stagione che odio di più; da quando sono qui poche sono le cose che sopporto, e ancora meno quelle che mi ricordano la felicità sprecata; sopravvivo. La cella è piena di foglie, rosse, gialle e arancioni. Rammendano le pagine della mia vita, della mia vecchia vita. Pagine di natura che forse l’albero amico immagina, e tra tanti sospiri in silenzio mi vuole donare. Le raduno con dolce cautela in angoli bui, lontane dalla luce del neon, lontane dall’occhio freddo e fermo che pende perenne sulla mia testa, come un giudizio di marmo. La vita che ho perduto è solo mia e a nessun altro voglio che appartenga, che la manipoli, che ne sciupi il ricordo. Ecco lì quel vecchio corvo. Possiede ancora tutte le piume nere: il colore non riesce ad evadere. Il gracchiare insofferente, canto monotono e lamentoso, accompagna le lunghe notti, mentre osservo la luna e i sogni svanire dietro l’impronta della libertà mancata. E le giornate faticosamente se ne vanno.
* 1° premio per la Narrativa Dante Alighieri 2006