Da Fischi di merlo, Edizioni del Leone, Venezia 2011
*
Mi fissavi dal basso verso l’alto
– strano a dirsi –
teneramente vacui gli occhi tuoi
sciupati dal malanno.
Il caso non ha pietà,
sarebbe un mondo eterno
sarebbe troppo bello.
Devi uscire dalla mischia!
A tentoni, con fatica
trascinata per il bavero,
se necessario.
La bruma non attende,
fosca, bussa all’entrata
che circonda nella fretta.
C’è la calca all’ingresso
della vita stirata
dal peso di questo eccesso,
strano accatto di esistenza.
– Non mi aprivi –
non aprire, spenta …
forse provavi invidia
per il mio stare al tempo
sempre lo stesso, attento
davanti al nostro specchio
d’infanzia … che importa,
abbiamo pure smarrito la costanza
di volerci bene,
di stringerci insieme al tempo
bizzarro … – e sminuisco –
fatico a riconoscerti l’anima.
Ho buttato le sigaretta.
Butterei anche il presente.
Ad Adriana
*
Alla Morte non piace
chi le rida a fianco
e la trattenga per spasso;
ella ci affatica, ci sfinisce il fiato.
Un fulmine a caso ci priva del passo.
Taglia la gente da capo a capo,
ma la mia pelle sarà dura,
la mia pelle sarà di ghiaccio.
*
«Che cosa stai aspettando?»
«Io? l’esito degli esami. E tu?»
«… che qualcuno mi aiuti da lassù».
Mai avevo compreso il muro
della mia camera d’ospedale
fosse così umido e il reale
ne corrodesse i lumi,
le nostre tremule cere.
Più non pregherò
nella cappella Sant’Anna
stringendo tanto gli occhi,
in balia del vento.
«A chi servono i poeti?»
Dietro alle svolte del reparto
c’erano rigogliosi i vasi
di ficus beniamino:
lontane dagli esuli schiamazzi
dei giovani pazienti
quelle piante si tenevano a stenti.
*
È il colore
l’ultimo bagliore
prima della sera;
come il faro
sul molo alle navi,
quell’olmo,
salice o cipresso
si tingono di eterno.
Indossano l’abito da festa
quello per l’inverno
e si mostrano al funerale
più vivi che mai.
Un loro modesto
grandioso finale
a breve disperso
nella burla del tempo.
*
Avere la via tutta per sé
possederla seppure scomoda,
ciottolata assolata
là in mezzo al paese.
Avere intorno le case
ad altezza d’uomo,
alla tua misera altezza:
quella quotidiana
che scansi davanti alla specchio
ogni mattina.
Le rondini accaldate
scendono a terra,
non giocano
sul marciapiede del viale
e la gente è ai balconi,
affacciata alle finestre ingiallite
delle case basse del porto.
Un’assurda indifferenza
ti attraversa, ti pervade
il fragore schivo del mare
frammisto all’intimo odore
degli usci delle case.
Perché continuare
a camminare?
Mi voglio fermare.
Da Poesie in bicicletta,
Este Edition, Ferrara 2007
*
Io
cervo smarrito
in un incendio infinito
che cerca un angolo bagnato
in cui salvare la vita
d’istinto impazzita.
*
Sei forse solamente
una vena mal pensata
mal riuscita
o sbadatamente creata?
In un mattino coperto
o in una notte silente
ti perderai per sempre
tra mille altre vie
di vita finita?
Un pezzetto di sangue
in un oceano d’acqua
minerale?
Un guizzo d’anima
immortale?
O di sale?
*
È bello stare
dietro la vetrina
del barbiere
a guardare la realtà
mordersi la coda.
Un giorno
o forse un altro
la infrangerai;
specchio o schermo
che sia.
Sarà la tua volta
allora
d’indossare un manto,
maschera e cappello,
e almeno un guanto;
per scendere così
nella via.
*
Amore è neve.
Non riesci a trattenerlo tra le mani
che già è svanito.
*
Mi fermavo
in un angolo di sole.
Il freddo non era intorno,
ma dentro.
I raggi mi abbracciavano la schiena
e scavavano
i confini d’ombra avanti a me.
La città a quell’ora era vuota.
Era sola
sotto un cielo limpido
di mareggiate autunnali.
Non lasciavano traccia
nemmeno di nubi erranti,
di pensieri vaganti,
di vagabondi stanchi.
Per poco più di un soffio
di brezza
quella quiete fu mia.
*
Con il volto supino al cuscino
mi perdevo nell’inseguire
i moti quieti della polvere
mentre risalivano i raggi del sole
filtrare dai ricami delle tende.
Quasi uno stormo di gabbiani
si smarrissi lentamente
nel seguire l’orizzonte
lasciandosi trasportare
e travolgere dolcemente
dalla brezza marina
senza batter d’ali.
Granelli di polvere
alla deriva.
*
Dormi dolce Ferrara.
Anche questa notte
ti ha conquistata senza fatiche.
Riposi delicata
quanto una vecchierella argentata
ricurva e scavata
dal peso degli anni,
ma giovane nel sangue.
Così i tuoi pozzi
nascosti ed ombrosi
le tue falde profonde
i tuoi canali lenti
scuri d’alghe;
scorre una linfa
che al tuo aspetto,
ahimè, più non appartiene.
Il russare noioso del mondo
ti inquieta,
sotto questo cielo
a cui manca una Luna,
ma affollato di stelle.
Insegne rade
e luci di palazzi bassi
brillano qua e là.
La pioggia ora non bagna
i tuoi vicoli mal calpestati;
non c’è nebbia
tra i muri del ghetto.
Nemmeno ci saranno parole
per ricordare
questa agognata piccola serenità
trascorsa con te
trascorsa con me
in angoli muti.
*
Parole dosate, parole aggiustate, parole scolpite.
Parole che parlano di popoli e miti,
lontani parlati
vicini parlanti.
Parole di sapone, di fango e di cotone;
bianche-nere
soffici-dure,
parole che volano su gelide alture.
Ricamano il cielo,
aprono mondi su vaste pianure.
Portano il sereno;
acquazzoni, neve o bufere;
sono brezze leggere
tra orecchie curiose
di persone golose.
Parole di ferro,
d’argento e dorate,
parole da un fabbro forgiate.
Parole che danzano tra lampi e note,
parole vuote.
Parole aggredite da donne,
da artisti dipinte,
parole tradite.
Parola di re, solenni e di dotti,
cocci di maschere e visi rotti.
Parole d’azzurro, di buio e di luce,
incise su nubi scure di pece.
Parole taciute, nascoste e pensate,
parole di bimbo trovate.
Parole di crema, calde e sognate,
sono solo parole innamorate.
Parole lette e rilette,
studiate e accurate
da un tenero ladro rubate.
Parole d’argilla, di sabbia e di creta,
sono forse parole di un poeta?
*
È un assurdo spasso
quello dei problemi.
Ti lasciano
un mezzo respiro
per illudersi
che la salita sia finita,
ma quando l’aria
non è giunta ancora
nei polmoni
quando l’ossigeno
ancora non è il tuo fiato,
è proprio allora
che ricominci a vivere,
nella tempesta
e nelle ombre;
trattieni il passo
di tanto in tanto
nell’occhio del ciclone.
*
Il limbo è
il naufrago
che più non scorge
le rive del suo mare;
tira i remi sulla barca
rassegnato alla fatica
e si abbandona alla deriva
dell’ultima corrente
per un giorno o per sempre.
Sarà meglio abitare
il guscio di una noce
in un misero bicchiere?