Prefazione di Roberto Dall’Olio

La poesia di Matteo Bianchi, nella sua volatile essenza, è sacrale, ma di una sacralità del tutto particolare che la rende alquanto originale e avvincente : sa volare alto quanto capace di atterrare, chiudere le ali e camminare. Poesia viandante che cammina nei meandri di una città – la città del poeta – che è la sua culla. Ferrara. Ferrara considerata in Italia l'urbe metafisica per eccellenza e tale resta non solo in questa ultima raccolta di Bianchi, ma direi, in tutta la sua produzione poetica. In tutta la sua poetica. Non appaia pretenzioso il paragono con il Montale di Ossi di seppia, ove notorie sono le levigate astrazioni intrecciate con la specifica quanto lucida territorialità di quella Liguria trasfigurata in difficile trama esistenziale. “Codesto solo oggi/riesco a dirti/e macchiato di realtà...” scrive Bianchi ponendoci di fronte subito alla rarefazione della parola e alla gigantografia della realtà che incombe. La realtà di una Ferrara metafisica e fantasmagorica : “Mi sento un fantasma/privato della carne/sua profana”. Dunque ecco la dialettica tra sublime e carnale, tra sacralità e dimensione profana, spirito volatile e caduta terrena attraverso la città, le sue vie più impensate e impensabili, esse stesse appunto carne che profana l'immobilità stessa dell'urbe : “le nuvole “dove qualcuno ha dipinto/il marmo”. Poesia sacrale l'ho definita certamente, poesia esistenziale aggiungo, quella di Matteo Bianchi , che fa riecheggiare la tradizione petrarchesca anche nell'uso di termini aulici, quasi “vietati” da un certo linguaggio poetico contemporaneo. Coraggioso l'Autore lo sa e va per la sua strada oscillando tra speranza e senso della vanità, quel “vago” vagare così classico da dipingere il testo come un Wanderbuch senza viaggio, immobile e nostalgico dei “vecchi tempi”, fatti di fumo e nostalgia, cenere che brucia il presente e spazza via il quotidiano. Nostalgia “perché tutto ruota intorno al cuore” , anche la ragione, lo sforzo di capire. Forse vano , ma doveroso. Il mondo del cuore é avidamente surreale nella mente e nelle parole, in versi come questi : “il fumo odora di braci/innevate/pescate/dalla tasca del nonno. E' invernale l'humus del cuore pulsante di questo autore significativo e audace, tra silenzi di domati dissensi, stanchi dell'uomo, la dignità del grigio senza luna “sparita” , in un buio marcio e “stramarcio”, nutrito di ombre. Anime morte che rimbombano miti nel ghiaccio della folla muta. Così scende il dolore anche sugli angeli che passano a trovare il poeta, anche loro “contagiati” dalla vita, dalla domanda fatale cui prodest? “a chi servono i poeti?”. A far parlare le anime morte, a ridare memoria ai sogni, a reincarnare le ombre. La condizione umana non basta al poeta che prova ribrezzo per essere “solo uomo” e l'ansia metafisica che risale viene subito riportata alla tera :” i fili d'erba/avvertono la debole brezza/solo quando accarezza il suolo. Così noi avvertiamo il mistero della nostra finitezza nel tanto azzurro sparso nelle pagine e gelo , abissi e sottosuolo in questo giovane poeta maturato al colore dell'eterno. Nel segno della croce, come una farfalla stampata su un vetro, in questa mancanza di equilibrio sta “il dolcissimo eccesso di vita” che qui si canta. La felicità appunto, la volontà di salire “volando dal suolo”. Poesia d'amore infine, con la follia che l'amore inietta. Leggiamoli allora questi versi, che abbiano giusta e meritevole eco.

Saletto di Bologna,  dicembre 2010.


 

Quarta di copertina di Mario Specchio

Non sono accattivanti queste poesie di Matteo Bianchi, al contrario. Graffiano con la precisione di un diamante la cui luce trascorre sulle cose prima di abbagliare gli occhi di chi le guarda. C’è una saggezza amara e antica in questo giovane poeta che sembra aver diluito il futuro prima ancora di averlo vissuto e mostra la maturità di cui parlava Mauriac quando scriveva che si ha l’età delle proprie sofferenze. Matteo Bianchi ha introiettato la lezione di Montale e gli “schiocchi di merli” del poeta ligure sono divenuti ‘fischi’, suoni prossimi alla vocalità eppure sempre trattenuti in un al di qua della coscienza dove la città e le sue strade sospese in una magia dimessa, gli amici e gli amori, i ricordi e i presagi parlano solo quando tutto è stato detto e le parole sono chiamate a testimoniare, attraverso un gioco di echi e di rimandi analogici, ciò che resta di quel silenzio: “Ciascuno nasconde un lupo / che schiva la vista altrui / e si ripara alla penombra, / nell’armonia dei sensi bui.” È questa dimensione ‘notturna’ che colpisce in queste liriche, ma proprio perché il buio non arriva mai ad annullare la luce bensì ne rende più perspicua la trasparenza: “Si impara a masticare / pure la polvere lunare: / il peso dei sogni caduti.” Matteo Bianchi si è sottoposto ad un duro e periglioso apprendistato, quello che prende le mosse dal segno meno, dal negativo della vita e della storia e lo ha fatto con determinazione e consapevolezza. Consapevolezza anche di possedere strumenti espressivi già straordinariamente affinati e resi lucidi da una sapiente miscelazione di passione e rigore entro cui la sordità della vita e il crudele arbitrio della morte si annunciano minacciosi, ma altrettanto vigorosa è la difesa apprestata dalle parole, una corazza morbida come la pelle e resistente come cristallo di rocca, “ma la mia pelle sarà dura / la mia pelle sarà di ghiaccio.”


 

Recensione di Claudio Cazzola*

«Prologo è l’intero elemento di una tragedia, che precede l’ingresso del coro; episodio è l’intero elemento di una tragedia, che interviene fra canti corali; esodo è l’intero elemento di una tragedia, dopo il quale non c’è canto del coro. Della parte orchestrale, l’ingresso è la prima esibizione dell’intero coro, e lo stasimo è canto del coro che non ha ritmo anapestico né trocaico. Il compianto è una lamentazione eseguita in comune dal coro e dalla scena». Codesta è la classificazione fornita dalla Poetica aristotelica relativamente alla tragedia, la forma più alta, insieme con la poesia epica, della cultura greca classica (nella traduzione di Carlo Gallavotti per i tipi di Mondadori-Valla 1982, al paragrafo 2 del capitolo 12): ebbene, per il lettore ivi abbeveratosi non sembra affatto esagerato ritrovare il medesimo impianto su cui si sorregge il volume Fischi di merlo di Matteo Bianchi, dato alle stampe quest’anno per le Edizioni del Leone. Il conseguente esercizio di lettura possiede il proprio incipit esattamente nell’esergo (p. 9), che ricopre funzione di prologo, laddove si apre al lettore la porta di ingresso alla cattedrale testuale, con tanto di dichiarazione programmatica: «A primavera // Da noi, in pianura, i merli / sono i primi uccelli a cantare / e gli ultimi a salutare le giornate.»: esattamente come un autore classico, che ambisca ad essere annoverato in un catalogo consolidato, allude esplicitamente ai propri modelli di riferimento non per piaggeria bensì in atteggiamento di sfida (i Latini adottano il termine aemulatio), anche il Nostro non si perita affatto – nonostante la verde età, anzi, forse proprio in virtù di essa – ad evocare il monumento Montale. Già i due augusti mallevadori della raccolta poetica, in introduzione l’uno ed in quarta di copertina l’altro, suggeriscono autorevolmente la memoria di Meriggiare pallido e assorto quale viatico utile e necessario per l’itinerario di esplorazione; eppure chi scrive osa richiamare anche una dichiarazione montaliana esattamente uguale, nell’estensione fisica, alla nostra (quattro righi), tratta dalla sezione «Appunti» della raccolta «Quaderno di quattro anni»: GINA ALL’ALBA MI DICE // il merlo è sulla frasca / e dondola / felice. Attraverso gli infiniti presenti «cantare» e «salutare» si è autorizzati ad intravedere, nella filigrana dell’aemulatio, la marca connotativa «felice» che chiude, vero e proprio fulmen in clausula, la comunicazione della fedele governante del Poeta ligure. La sezione testuale corrispondente al prologo aristotelico (parte informativa priva della presenza del coro, quindi ancora spettacolo non è vero e proprio), è contenuta alle pp. 10-21, ove campeggiano – il che è tutto dire – merli ( p. 10) e corvi (p. 13), i quali più montaliani di così non possono figurare, corroborati come sono da una esplicita citazione di poetica a p. 15 Codesto solo oggi, che rinvia al celebre incipit Non chiederci la parola; né deve sfuggire, qui e sempre da qui in avanti, la profonda complicità che si instaura fra la riproduzione fotografica ad inizio di sezione ed il testo poetico collocato a fronte. Si tratta di immagini della città pentagona, nella fattispecie riproduzione di indicazioni viarie urbane: si comincia con «Via Assiderato» (p. 11), proposta commentata in basso dallo stesso Autore con la didascalia (ancora e sempre teatro classico!) Un freddo da Santo Sepolcro, / Una poesia di mancanza, il cui primo rigo richiama esplicitamente, sublimandolo con sacralità, il nome della strada, mentre a seguire una antitesi ossimorica invita a rileggere la chiusa del testo a sinistra, metalinguistica quant’altra mai, afferente come essa è alla attività medesima di scrittura poetica (così la penna alla carta, /alla schiena del merlo, / rovente si stacca.). Passati attraverso il timore lieve / o la speranza greve (scambio di aggettivazione alla maniera, per esempio, del poeta latino Ovidio), giungiamo alla parte corrispondente alla parodo (è il canto di ingresso del coro, vero e proprio inizio dello spettacolo tragico), contenuta fra le pp. 22-29, ove si accampano, al posto dei volatili, altri esseri montaliani, le «formiche» (Quando il sogno / al ricordo si scambia // le formiche raccolgono / briciole di pane, noi contiamo / gli anni passare p. 26): anche in questo caso l’attenzione si concentra preliminarmente sulla indicazione toponomastica e, di concerto, sulla pagina a fronte, in un ruolo scambiato rispetto alla coppia precedente. Qui infatti precede l’immagine di «Via Buonporto / già Strada dell’Inferno», chiosata in basso con Bentornati vecchi tempi / da cui ricominciare. / - Ad interim - : raffinato gioco men che meno ozioso, responsabilmente serio, terribilmente serio anzi nella sua leggerezza pesante. Il passaggio infatti della denominazione dal «Male» (l’Inferno) al «Bene» (il Buonporto, riedizione dell’Eden primigenio) è salutato con gioia sì, ma ben controllata (- Ad interim -), nella coscienza della limitatezza umana del tutto effimera (come da etimologia: tale che possa durare un giorno soltanto). Ebbene, a cosa e a chi fa appello questa volta il testo che accompagna codesto annuncio di speranza per una palingenesi messianica? Ad un secondo monumento della cultura del nostro Novecento, Giovanni Raboni, che nel 1966 pubblica presso Mondadori la raccolta poetica intitolata, appunto, Le case della vetra, palesemente rievocata con «Nelle case della vetra / non ci voglio entrare» (p. 23), laddove la negazione lega intimamente questa memoria con il Non chiederci la parola di cui sopra; che sia questo il suggerimento offertoci dall’Autore per individuare il varco che consenta di procedere oltre è confermato dalla sequenza scritta sulla medesima pagina in basso a destra, tutta da assaporare con la vista (Aspiro dagli occhi gli altri poeti / con devozione), con l’udito (Ascolto riempirsi i polmoni), con il gusto e l’olfatto e il tatto (Sono un fumatore: / avido accosto le parole), una chiusa generosamente affidata alla simpatia (ancora etimologia greca: il soffrire insieme, il condividere il peso della nostra esistenza) del lettore. Ed eccoci giunti all’episodio (corrispondente alla sezione dialogica del teatro greco: pp. 30-43), popolato da gabbiani (pp. 34 e 37), ramarri(p. 35), colombe bianche (p. 42), interamente dominata da intimità di intrecci con l’Odissea omerica, a partire proprio dalla coppia testo-immagine in apertura. «Via Porta d’Amore» recita la targa marmorea a p. 31, con relativo scolio: Morto un cane da riporto, / è caduta la mia razione, ove l’andamento fonosimbolico allitterante della liquida “r” è tale da forare autenticamente le orecchie – non dimentichiamo che la tradizione poetica è, per sua genesi, auricolare, oralmente trasmessa ed alle orecchie destinata (gli occhi, quelli, meglio non averli: come Omero). Ebbene, che vi sia qui una scoperta allusione al prototipo dei cani che amano fino alla morte, Argo cioè, è svelato palesemente dall’intera lassa di p. 30, che propone una ennesima odissea da inserire nella lista che inizia con l’Odissea  appunto (Buonsenso naufragato / fiaccato di continuo, / compagno di avventure / e di trambusti … / […] Sono legato a proseguire / su zattere di legno sottile, / su accenni, umori storti / e talvolta deboli sorrisi / disciolti elisir di salvezza / i miei raggiri), in una composizione «ad anello» chiusa tenacemente dal participio passato naufragato (lo «status» di Odisseo) e dal sostantivo raggiri (gli strumenti di Odisseo). La fermata presso la quarta tappa (lo stasimo, il canto del coro accompagnato da musica e danza: pp. 44-59), ci solleva in alto, grazie alla presenza di  volatili che allargano il cuore a buone novelle, come le mille farfalle di p. 47 (ma già presenti a p. 45 a guisa di didascalia fotografica) e la rondine in volo di p. 49 (e vedi anche nella pagina successiva Le rondini accaldate); che ci si trovi nella dimensione dantesca del «trasumanar» è confermato dal luogo urbano in cui ci troviamo, «Via del Paradiso» (p. 45), così chiosato: Lo scheletro delle farfalle, / la forma essenziale che traspare / contro il vetro, è una croce. Ora – oltre all’arcobaleno che anticipa la salita a p. 44 – è il modulo la forma essenziale a rinviare compiutamente al canto 100 e ultimo della Commedia, laddove il Pellegrino dichiara: La forma universal di questo nodo / credo ch’i’ vidi, perché più di largo, / dicendo questo, mi sento ch’i’ godo (vv. 91-93), per annunciare il proprio «indiarsi» totale attraverso il riconoscimento, già avvenuto in precedenza, della croce: esattamente quello che avviene qui, in un momento storico che di paradisiaco ha ben poco, e di magnifiche sorti e progressive ancor meno. Il magistero dantesco poi, rotto ogni argine di demarcazione, travalica i confini e inonda di sé anche l’esodo, vale a dire la sezione ultima che contiene, insieme al commiato dal pubblico, la «morale della favola» (pp. 60-61): di nuovo la medesima targa precedente, ma questa volta con diversa inquadratura. L’obiettivo del fotografo scende in basso senza toccare il suolo, per riprendere a mezzo busto l’Autore in persona, il quale, leggermente (sì, con la medesima leggerezza che incarna di sé tutta la raccolta) cerca complicità con il pilastro d’angolo formato da massicci quadrilateri di marmo (l’edificio è, come si sa, quello che ospita la Biblioteca Ariostea, un tempo sede dell’Università di Ferrara) e, sguardo verso l’alto, ammicca al cielo attraverso il filtro del nome della via: una vera e propria tensione verso l’alto, ma non spasmodica né incontrollata, bensì soppesata con sapiente autoironia, propria di colui che sa benissimo di non possedere le ali, ma, nonostante codesta aporia e, nello stesso tempo, proprio in virtù della consapevolezza di codesta menomazione, non cesserà mai di intessere fili di parole, viatico per la battaglia da combattere in comune, in nome della condivisione della meravigliosa e terribile insieme (è il significato dell’aggettivo greco «deinòs») trincea della vita. Il testo a fronte (p. 60) è un autentico prosimetro, un misto cioè di prosa e versi secondo la pretta tradizione greco-latina: pur stampato senza soluzione di continuità, possiede una musicalità indiscutibile, grazie a clausole metriche ben udibili, per esempio così: L’empatia / che mi spinge a Lui, / una simpatia / vera, traghettata / nel corso di certe notti / insonni,  di carenze / e fumenti  / di filosofia, è / il suo essere / insostituibile /  al mio: è / diventato, lo è / sempre stato, / inseparabile / da me. Si afferma, e forse a ragione, che il più difficile da scrivere sia il secondo libro: ebbene, dopo l’inaugurale Poesie in bicicletta (Este Edition 2007, ora ristampato pure), è lecito adottare la formula tucididea, secondo la quale Fischi di merlo non costituisce una «gara per il presente», bensì un «possesso per sempre». 
Poscritto. Quanto al «compianto» di ascendenza aristotelica, neppure questo segmento manca dalla raccolta, se la parola significa, come significa, «compartecipazione»: ringrazio tutti i compagni di strada si legge alla volta estrema, e senza numero di pagina, a suggellare la tensione, verso l’infinito. Per il Lettore non meno che per l’Autore.

* Pubblicata su l’Ippogrifo di settembre 2011


 

Dalla presentazione di Roberto Pazzi

«Io attacco subito dalla poesia più alta del libro: la poesia, in una delle sue accezioni – si può parlare tanto di che cos’è la poesia – è sintesi di pensieri, lontani fra di loro, improbabili e non legati da nessi così facili come sembra nella prosa; […] cioè l’associazione di improbabili parentele e fili di collegamento con un’anima della realtà che alla corteccia superficiale non appare nel linguaggio tout court, quello del quotidiano, e deriva da un dono: tra i grandi doni dell’esistenza c’è questo, la Vista con la “V” grande e il saper vedere quell’anima della realtà è degli artisti, è degli scrittori, dei poeti. […] Quello che ha questa poesia di Matteo Bianchi è che veramente ti prende e senti che è scritta in stato di necessità. Una volta sentita la voce di Edoardo Sanguineti, che la condizione della poesia è di stato e di statuto; di statuto significa per chi ha studiato anche tanto, di stato è un fatto nativo, elettivo, di natura. Se c’è e lo stato e lo statuto è l’optimum! Ora mi sembra che tu stia studiando lettere, poi abbiamo parlato di letture insieme, abbiamo anche alcune ossessioni in comune, “Il deserto dei Tartari”, ad esempio, che ritroveremo qui, uno dei libri che io ho adorato e che mi ha aiutato a capire la vita quando avevo vent’anni, perché era la metafora prefigurativa di un’attesa della felicità che non ha la felicità esterna a se stessa, ma è nell’attesa stessa che è la felicità – è poi leopardiana questa cosa e tu l’hai messa al centro di una delle poesie che leggerò. Ma adesso voglio leggervi quello che per me è l’acme di questo libretto e sta a pagina 34: Un pesce volante/ nuota l’esistenza/ anche nell’aria. L’immagine di questo pesce volante che unisce nella sua natura, nel suo destino biologico, di vivere in acqua e per un attimo in aria, cosa che lo fa di due regni, che sono il Tempo e l’Eterno - se volessimo - L’’istante di sollievo/ dal respiro/ senza ossigeno/ né bollicine/ lontano dalla schiuma/ e dall’onda/ non lo tradisce. Non lo punisce, non lo uccide. L’anima si rigenera/ vicina alla morte/ di pochi attimi salati. L’analogia con quel pesce che sta col salto mortale - non a caso del portale - fuori del suo elemento, rischia la morte, ma invece in questo modo ha un altro palpito di vita, è un pesce volante non può non seguire il suo istinto. Come che l’anima nell’appressamento alla morte sia come il pesce che fa il salto mortale ed è già parte di due regni: e la Morte che è già imminente, c’è già quasi dentro, e la Vita di cui è il pregresso di tutto quello che c’è stato prima, come l’aria e l’acqua di quel pesce. Non si stupisce./ Per poi tornare/ alla gabbia incostante/ della risacca. Quindi ritorna nell’elemento della vita, perché poi il pesce rientra nella corrente grande e la carnalità nostra rientrerà nel flusso del divenire - nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma - la materia di cui siamo fatti si trasformerà e diventeremo altra cosa rispetto a quello che eravamo nella forma, che è definitezza, ma è anche prigione! Soma sema in greco! Il corpo è una prigione: soma significa corpo in greco, ma sema significa prigione! Bene, questa è una poesia che per me è segno di un’intelligenza molto alta».

Libreria La Feltrinelli di Ferrara, 15/05/’08


 

Prefazione di Rita Montanari

L’affettuosa conoscenza che mi unisce a Matteo Bianchi - nel comune amore per la poesia - mi rende ancora più gradita una breve riflessione sui suoi versi.
Parallelamente alla sua crescita fisica, durante i cinque anni della sua formazione liceale ho visto lievitare letteralmente la sua straordinaria inclinazione alla poesia, sostenuta anche da letture extrascolastiche che hanno affinato progressivamente le sue tecniche espressive. Tant’è vero che si è aggiudicato diversi premi importanti: uno per tutti, il Caput Gauri ’06 per la poesia inedita.
Poesie in bicicletta (così recita il titolo curioso e fresco insieme) contiene un atto di grande coraggio qual è quello della scelta del genere poesia, tanto disatteso e desueto soprattutto tra i giovani. Oggi più che mai.
Pare di vederlo, Matteo, in bicicletta attraverso le vie della città, mentre le ruote sull’asfalto scandiscono il ritmo dei suoi versi. Certo i suoi occhi sanno cogliere un oltre e un altrove nella realtà esterna,m che viene introiettata e rielaborata con attenzione, musicalità e stupore giovanile.
Sono sinceramente grata a Matteo per questo dono che egli riserva alla nostra città e gli auguro di cuore di non gettare mai via il ricordo del bambino che egli è stato e di continuare il suo cammino verso altre e sempre più alte espressioni poetiche.

Ferrara, novembre 2007


 

Recensione di Lauro Manni

Qual è la chiave interpretativa di questa raccolta di liriche? Che cosa sta a monte e si spinge a valle? Quale intima necessità provoca Matteo a poetare? Perché vuole scandagliare il mondo sommerso che sta in fondo al suo animo?
È chiaro che l’Autore intende fare luce dentro di sé; è sua ferma intenzione dipanare i fili di quella intricata matassa che ha nome “esperienza” e dare ad essa un ordine che sia frutto di intelligenza critica. Le sue coordinate geografico-spirituali necessitano chiarezza. Ecco quindi che, novello Diogene, egli con la lanterna in mano anche di giorno va alla ricerca dell’uomo, un uomo che si identifichi in lui, nel suo essere più intimo e segreto. Che cosa mostra di avere trovato lungo il suo faticoso cammino? Spesso le tenebre da cui il mondo è circondato, tenebre che hanno il loro corrispettivo oggettivo in due polarità qui identificabili in Assuefazione e Finzione. La prima è data dall’incontro con il male di vivere che per Matteo è sinonimo di noia, di stanchezza. Il termine “noia” ricorre ben tre volte nel breve arco di 42 pagine (9, 27, 51); mentre la finzione, che ha nel termine “maschera” e “mascherarsi” i suoi sinonimi, appare nel testo ben sei volte (10, 16 e 16 bis, 22, 30, 52).
Detto questo ci pare che il nostro poeta in erba non abbia una visione molto ottimistica della vita. Intervengono le “lacrime” a lenire le ferite più gravi (p. 10; p. 42; p. 43) e cioè la commozione, che funge da valvola di sfogo e di provvisoria pacificazione e conciliazione/accettazione del proprio destino.
Segue, infine, come ultima tappa una sorta di estraniamento riscontrabile nei termini di pagliaccio (p. 10); mendicante (p. 10); vagabondo (p. 11) e (p. 19); zingaro (p. 15). Ecco ci pare che in nuce qui stia racchiuso il segreto di Matteo, un segreto di cui egli ci mette a parte con semplicità, candore e anche con un certo coraggio. Al lettore di questa breve silloge poetica non rimane che attendere certi nodi si sciolgano, nel tempo, da soli e che il dire poetico di Matteo si stemperi in una visione meno auto limitativa e opprimente. La luce finirà per erompere trionfante là dove sembrava che ci fossero solo tenebre.

Vignui, 27/04/’09