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Recensione di Marisa Cecchetti, La Nazione, 9 marzo 2008
“Fuori dal Quadro”, seconda raccolta di poesie di Marta Cozzoli, ha un verso fluido e controllato, attraversato da una malinconia crepuscolare, uno stupore doloroso, un senso del tempo che incide e travolge le forme, in un fluire di vita di cui non si capiscono i nessi logici e lascia disorientati, sospesi: “mi sento solitudine che passa”. Allora si guarda la realtà, o almeno ciò che appare, con sguardo attento, cercando di fissare un momento nel correre del fiume, in quell’eterno presente che mangia il passato e nega il futuro. Illusione rimane il ritorno, perché ciò che abbiamo lasciato non è più uguale, ma rimane nella sua dimensione di leggenda, mito, che il tempo gli ha conferito. Ogni elemento è colto simbolicamente in un continuo alternarsi di chiaroscuri. È forte il senso del contrasto, con una specie di soglia, di limen tra opposti elementi, dove non si distingue la linea che divide. O unisce? Gli elementi, letti liricamente, emanano un fascino pieno di calore, come gli scorci di strade, di piazze, di cortili, come gli oggetti, le persone. Il vecchio che siede davanti alla fine del giorno ha la solennità di un poeta antico e di una divinità pagana. Nello stupore dell’esistere che fugge, la parola rimane l’unica certezza per fissare ciò che ci viene sottratto.

In “Fuori dal quadro” la poesia si fa laica
La seconda raccolta di Marta Cozzoli raccoglie le suggestioni del ‘900
Recensione di Gianni Quilici, Il Tirreno, 8 marzo 2008
“Fuori da quadro”, seconda raccolta di poesie di Marta Cozzoli (edizioni Il Filo) raccoglie, articola, approfondisce temi e modalità espressive già presenti nel volume uscito lo scorso anno “Ai margini di me stessa”, della medesima casa editrice.
La poesia di Marta Cozzoli ha un andamento narrativo, fa vivere luoghi e situazioni, che hanno una loro rispondenza visiva, a volte sono bagliori di una nitidezza classica.
C'è di solito un io protagonista che osserva, pensa e ti fa vedere; un paesaggio e un tempo che esiste-è stato-si dissolve; una memoria delle cose e la loro vacuità; l'esserci, lo sdoppiarsi, il niente. E' una poesia senza speranze, ma senza neppure compiaciute disperazioni. E' laica. Non ideologica, perché il flusso dell'esistere, che la poesia rappresenta, tocca sempre i sentimenti, lotta con le idee, ricerca, si sorprende, si
contraddice a volte ( “Eppure, stamani/ entrava una rondine,/ nel salone,/ credendolo/ il proseguimento/ del suo cielo”). Le suggestioni che si possono cogliere sono tante e fanno parte della crisi che ha attraversato l'intero Novecento: la nudità essenziale di Caproni, la scansione metrica di certo Ungaretti, la poetica filosofica di Pessoa, o, su un piano figurativo, la metafisica del quotidiano di Edward Hopper, la solitudine atomizzata di Munch.
Marta Cozzoli, dalla scuola alla poesia
Recensione di Gianni Quilici, Il Tirreno, 29 gennaio 2007
È conosciuta a Lucca soprattutto per essere stata fino a poco tempo fa un’insegnante di Lettere di grande competenza didattica e di sottile duttilità psicologica.
Con questo esile, nelle dimensioni, libro “Ai margini di me stessa” (Il Filo, pagg. 65, euro 12,00) Marta Cozzoli si rivela poetessa vera, capace di colpire cuore e intelligenza con una poesia ricca di stratificazioni formali e contenutistiche.
Presentato a Roma, una settimana fa, “Ai margini di me stessa” racconta, infatti, sia il perdersi di un mondo contadino, dalla Cozzoli tanto amato, che la solitudine e il dissolvimento del proprio io nella società post-moderna, sull’onda di tutta la più grande letteratura contemporanea. E lo fa attraverso versi sobri nel lessico ed essenziali nella misura, che

si scandiscono secondo una musicalità centellinata parola per parola, nella suggestione forse della lezione del primissimo Ungaretti, ma con una leggerezza morbidamente femminile. Una poesia intensamente narrativa, percorsa da immagini limpide, che diventano talvolta grandi metafore sul senso dell’esistenza e nello stesso tempo illuminanti aforismi. Pensiamo a versi come quelli che sintetizzano felicemente l’evidenza e la velocità dell’immagine con la profondità intellettuale del concetto sotteso: “La traccia delle cose / si vede solo / nel lampo breve / di una luce / cruda”. La visione del mondo che ne scaturisce è disillusa, ma senza alcun compiacimento, nuda e dialetticamente aperta alle esperienze e sorprese del mondo, come in questi magnifici versi: “Voglio vestirmi / di parole, / cogliere persino / l’ombra / dei fantasmi”.
In definitiva con “Ai margini di me stessa” ci troviamo di fronte a un piccolo grande libro di poesie limpide e armoniose, realistiche e metaforiche, narrative e filosofiche, che meritano di andare oltre la nostra città, che meritano di rimanere.
Storia di un’anima in un lampo breve
Recensione di Marisa Cecchetti su La Nazione, sabato 20 gennaio 2007
Si deve vivere, ma non lo abbiamo scelto. Ci si guarda dentro, ci si osserva dall’esterno e ci vediamo uno degli elementi della realtà, col disagio di non sapersi definire, di sentirsi frantumati. Qualche volta sembra di cogliere la risposta, ciò che si cerca appare in un lampo breve che cattura l’attimo del nulla. C’è un bisogno struggente di superare la soglia dell’ombra, di fissare la verità. E con dolore si riconosce che la parola è incerta a rappresentare l’idea. Soffrono anche gli oggetti, quando sono strappati alle loro radici. Ma forse lo spaesamento può essere superato portando dentro di sé ciò che è fuori, facendolo proprio, con “un nuovo sentimento del mondo”. “Ai margini di me stessa”, silloge di Marta Cozzoli, racconta liricamente la storia di un’anima, con una consapevolezza accorata, non gridata, condivisa con linguaggio leggero, scandita dalla parola-verso che fissa l’immagine e l’idea con pause di silenzio, in una sonorità e musicalità di significanti costante e sapientemente misurata.
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