“...le descrizioni serene, le riflessioni pacate, i repentini scatti che subito si dileguano di un uomo non più giovane, in bilico fra ricordi, rimpianti e tremule, patetiche speranze... Non sono gioiosi i versi di M.M.... nella maggior parte delle sue liriche, egli si pone in equilibrio instabile tra ricordi, sogni, rimpianti... paura d'esser passato sul terreno della vita senza lasciare alcuna impronta di sé... rimpianto che riesce però a mantenersi sereno, pacato, anche grazie all'uso di un dialetto semplice e colorito, gradevole nel suono e nella scansione ritmica dei versi. E anche quando il cielo sembra farsi più cupo, quando i fili argentei della pioggia, che legano terra e cielo, paiono sbarre d'una triste prigione, anche allora compare all'orizzonte un barlume di speranza... piccole speranze ormai. Ma è bello essere capaci, nonostante tutto, di sperare ancora.”  (da Marcella Battig: prefazione a "Canzone senza musica")



    “ ... esigenza, che il lettore avverte subito, di tracciare un bilancio delle sue esperienze e quindi fornire la conseguente, personale visione del mondo. Impresa certo non facile, così come difficile poteva sembrare in partenza la scelta del dialetto... Un caleidoscopio dove passano in apparente rinfusa un brulichio d'immagini, figure, tipi, da quelli ingenui, ma spettacolari della fanciullezza (ad esempio, la lunga poesia 'Piccolo mondo antico' e le più brevi 'Nonno' e 'Andrea', quasi un rapporto fra la propria infanzia e quella del nipotino), a quelli più fermi e meditati sui propri cari scomparsi ('La borsetta') e sull'incanto sempre ingannevole delle stagioni ('Presagio di primavera', 'Malinconia d'autunno', 'Giorno fuori norma')... fino alla contemplazione di quell'Enigma (che può stare nel Cielo, ma anche soltanto in noi stessi) chiamato volta per volta Universo, Tempo, Spazio, Dio. Ecco qualche piccola gemma, dalla tentazione giovanile dell'ignoto, al soprassalto per la corsa che deve concludersi, alla cantata elegiaca per la fine: 'Andar lontan, là, verso 'l orizonte,/ senza saver coss' che dopo se trova,/ xe 'l più giovine sogno che me resta,/ perchè 'sto desiderio de vie nove,/ de strade, dove no xe più passado/ de 'ssai tempo nissun, lo go provado... ' 'El sportel, dove i dà le informazioni/ sul treno che ne porta ala stazion/ ultima nostra, el xe sempre serado.../ nissun de drio che sapi dir 'l orario/ dela partenza... Epur saria importante/ saver, per prepararse le valise/ (se se ga qualchecossa de portar),/ per ciorse un libro de leger in viagio,/ per saludar quei che ne xe più cari...' 'Me par d'esser sentà su 'na colina/ e soto xe 'na strada che va 'basso,/ facile, se un se lassa zo sbrissar,/.../ E, mentre che te cali zo la testa,/ se fa scuro e se cala anca la tela:/ la tua comedia ormai la xe finida.'.” (da   Carlo Ventura su "La Voce libera" -Trieste)




    “...passione segreta coltivata per lungo tempo... Si tratta di poesie che raccolgono impressioni e riflessioni tra passato e presente... Spesso emerge una vena di rimpianto, tuttavia le composizioni non appaiono né sdolcinate... né connotate da quel pessimismo con il quale le persone anziane eludono le gravi responsabilità della loro generazione... l'approccio di Manfio è positivo, ancorché riflessivo, a volte addirittura umoristico anche su temi verso i quali non è usuale né facile scherzare. La lingua usata è il dialetto corrente, il tono colloquiale, a volte sommesso, quasi un parlare tra sé e sé. Del volume (“Canzone senza musica”) proponiamo una breve composizione. SOLITUDINE. 'Quei che iera davanti xe za 'ndadi./ Quei dopo devi farse la sua strada./In mezo semo noi, che, cola fiaca,/ prontemo la valisa per andar./ Ve prego: fene un fià de compagnia,/ perchè anca se zerchemo de far veder/ d'esser sicuri, de no 'ver paura,/ 'sto viagio verso 'ndove no se sa/ ne meti in ansia. Ma forsi più 'ncora/ xe forte la paura d'esser soli,/de viver coi ricordi e coi rimpianti/ de no 'ver dito le parole giuste,/ de no 'ver fato quel che 'ndava fato,/de no 'ver tempo più per rimediar.'.” (da Claudio H. Martelli su "Trieste Arte e Cultura")




    ...In questa silloge (“Tonalità minore”) a Manfio non manca il coraggio dello sguardo interiore... Le sue scoperte sulle proprie indeguatezze, sui fallimenti e sui rimpianti, come sui valori autentici della vita, sono esplicitate con uno schietto prendere atto... L'uso ricorrente dei pronomi collettivi, il noi, il voi, in cui l'io poetico si conferma e si specchia allestisce il senso di una coralità fraterna dell'esperienza e del destino... fissare un significato sovrapersonale della testimonianza, ridirsi le cose importanti della propria vita, per meglio capirle , per farle parte di tutti, per ritrovarle in tutti. ... 'forsi go solo capì qualche roba...' o forse, diventando vecchio,... 'i sogni, tamisadi dentro i versi,/ ga ciapà 'na parvenza de ragion...' Amore e ricordi sono anche i temi centrali della raccolta, le sezioni dedicate ad Andrea e alla moglie scomparsa tra le più intense del libro. E della memoria della donna amata può solo assaporare l'inafferrabile sottrarsi a qualsiasi atto di volontà: '...come un libro che gabio sui zenoci,/ ma girar quele pagine no posso/ come volessi... come se gavessi/ la man ligade de drio dela schena,/ devo spetar che un sufion de vento,/al posto mio, le giri un pochetin...'.” (da Marina Moretti: prefazione a "Tonalità minore")




    '... Me son trovado vecio tut'int'un/...iero sempre/ tuto ciapà nel corer drio dei sogni/ e me pareva d'esser sempre un mulo...': è questa consapevolezza che ha i colori del disincanto a ispirare le liriche in dialetto di 'Tonalità minore' del triestino Mario Manfio. E' una consapevolezza che ha i colori dell'età matura, di una vita che s'avvia al tramonto nutrendosi non più di sogni e di speranze, ma di ricordi e rimpianti, e di una saggezza velata di malinconia e di rassegnata accettazione. Queste poesie sono uno specchio di vita, una vita ch'è quella di tutti, con le tante illusioni, le promesse tradite e quelle rinunce che Manfio conosce bene... ma nei versi di questa silloge – segue di tre anni 'Canzone senza musica', premio per la poesia dialettale al concorso internazionale 'Città di Salò 2005' – trovano spazio anche gli affetti famigliari, certo interloquire complice con il lettore, e talora una sottile ironia, che tuttavia non riesce a scalfire quel malessere che Manfio ben esprime con la confidenziale familiarità del dialetto.” (da Grazia Palmisano su "Il Piccolo")




    “...Il poeta, versificando i fatti della vita, le sensazioni, le passioni, le riflessioni e i sentimenti con parole limpide e chiare, lascia trasparire dal gioco del chiaroscuro delle pagine rivelazioni interiorizzate che egli ritiene personali, ma che il lettore riconosce come proprie. E toccare il cuore e la mente dei lettori significa fate poesia. 'Cantata per voce sola', finalista al Conc orso Nazionale Ibiskos 2007, è una raccolta di liriche parte in lingua e parte in dialetto, nella quale si avverte la maturazione dell'artista, che in Manfio si manifesta nelle forme della pittura, del canto e della recitazione, oltre che in poesia... Il rimpianto mai ripiega su se stesso in una sterile visione nostalgica... Egli accetta la vita che ha avuto, riconoscendo di aver avuto tanto, anche se non proprio tutto quello che da giovane aveva sognato. Questa logica ... permea tutta la silloge, dalla quale sprizza spesso un vivo senso di ottimismo... Manfio dice di scrivere soprattutto per se stesso,... ma porgendo i suoi versi alla lettura, regala agli amanti della poesia momenti di vera, toccante umanità. 'Cantata per voce sola', dice Mario, ma la sua è una voce che si fa sentire lontano.” (da Graziella Semacchi Gliubich: prefazione a "Cantata per voce sola")




    “ 'Cantata per voce sola' è un'opera-confessionale, uno scrigno in cui questo artista a tutto tondo, tenore, pittore e scultore nonché poeta, ripone se stesso... venata di sottile, irriducibile malinconia,... poesia dai toni parlati e colloquiali, talvolta incline al sorriso e al gioco e talaltra più sollecita alla meditazione di indubitabile impatto emotivo. I desideri mai realizzati e le speranze disattese compiono la loro metamorfosi in ricordi, ciononostante il cuore continua a nutrirne e a nutrirsi, senza perdere un fondo di ottimismo filantropico a bilanciare la consapevolezza che, se l'andamento delle stagioni costituisce un ciclico eterno ritorno, le stagioni dell'uomo non godono della stessa sorte... Precisi e numerosi richiami alla cultura letteraria classica e volgare, ospite dell'altrettanto vasta cultura musicale dell'autore.... Una lirica dal ritmo agile e cadenzato, che procede sul doppio binario della lingua e del dialetto...” (da Serena Grillo su "Poeti e Poesia")




    “ Per la sua preferenza nella scelta del dialetto triestino, sarebbe semplicistico annoverare Mario Manfio esclusivamente nella schiera dei poeti dialettali, perché, così facendo, si rischierebbe di perdere di vista l'autenticità di una poetica che, da personale, sa elevarsi all'universale... conosce bene l'arte poetica, tanto che le sue liriche sono strutturate sempre in modo adeguato e con proprietà ritmica e aderenza al contenuto... sa conciliare la serietà della sua ispirazione con la simpatia accattivante delle sue parole... Insomma Manfio è poeta vero, esperto ed abile, ma soprattutto è un poeta sincero, che nulla nasconde al lettore... Ottima musicalità...” (da Rina Gambini su "Il Porticciolo")




   "La dignità e la bellezza linguistica del dialetto triestino non possono essere messe in dubbio...  In questi versi, che si offrono con una loro disinvolta spontaneità di eloquio popolare e realistico, ci sembra di potervi scorgere una sicura omogeneità di comportamento vitale, che lo mette al sicuro da quelle futili sottigliezze e coloriture di termini rari e curiosità, che sono di moda in molti di quei poeti dialettali che credono di acquistare valore e importanza con l'uso di una ricercata e affatturata verniciatura generale di terminologia rara  e letterariamente elaborata; senza parlare poi di coloro che ne sfruttano le capacità affabulatorie per ottenere effetti ironici o parodistici.  Al contrario il nostro poeta che alterna con grande perizia il suo dialetto alla lingua... mantiene sempre un tono serio e dignitoso, dovuto soprattutto alla sua congeniale, come sembra, attitudine alla riflessione e al suo gusto meditativo.   Si tratta di discorsi sensati che ripropongono quelli delle conversazioni famigliari, dove si può parlare  anche di guerre o di altre paurose eventualità,, ma sempre col tono del parlare casalingo e della confessione autobiografica o della cronaca quotidiana.   A proposito di confessioni e di racconti di vita e di ricordi del passato... diciamo subito che in questa raccolta... non c'è differenza, né di argomento, né di toni, tra i versi dialettali e i versi cosiddetti in lingua. ... Dicevamo dei ricordi e dei rimpianti, detti in lingua che sono gli stessi di quelli che fanno "pianzer" anche in triestino.  La stessa cosa vale per... l'amore!   Del quale l'autore in lingua ricorda, senza esagerazioni o deformazioni, le normali sofferenze e in particolare la depressione che provoca una perdita e quindi la solitudine... allo stesso modo dice in dialetto quello che gli passa in mente, mostrando  quasi nessuna differenza nel passare da una lingua all'altra!  Anche quando gli capita di fare una citazione addirittura leopardiana in un testo in dialetto, e la fa ovviamente senza tradurla in triestino,... e poi la spiega, ne spiega il senso, e non la traduce,... non ne abbassa il tono, ma la mantiene... come se lo stesso Leopardi avesse scritto quel canto in forma dialettale.   La raccolta continua  in questa alternanza, con molta tenerezza nella considerazione tranquillamente serena del tempo passato e dei dolci ricordi... in una tonalità estesamente percorsa da un unico sentimento di lieve e dolce rimpianto...in una visione che confonde piacevolmente i due linguaggi nella continuità di una esperta e dominata poetica memoria, degna di un sicuro talento d'artiista."  (da Neuro Bonifazi: prefazione a "A voce scoperta")