Marcella Battig: PRESENTAZIONE di “Canzone senza musica”
Uno che, come Mario Manfio, si presenti alla ribalta letteraria con una raccolta di versi, autodenunciandosi come “nonno in fieri” sin dai primi endecasillabi (il suo metro preferito) può lasciare un po' perplessi: e fino ad ora dove stava? ha scritto mai prima d'ora? com'è arrivato a questa pubblicazione? Tutte domande legittime, rispondere alle quali può essere contemporaneamente facile e difficile. Facile per la scansione temporale: Manfio ha sempre scritto, con più o meno convinzione, sin dai tempi in cui, giovane e innamorato, dedicava alla sua fidanzata elegie d'amore e di speranza; poi è venuto il tempo della radio privata e della trasmissione dialettale di cui era conduttore, nella quale una delle rubriche più attese era quella della poesia dell'”Ignoto”, infine il fortunoso e fortunato incontro con la Casa Editrice Clinamen che, al di là delle mode e della preferenza per versi ermetici o sgangherate imitazioni, ha scelto di pubblicare le descrizioni serene, le riflessioni pacate, i repentini scatti che subito si dileguano di un uomo non più giovanissimo, in bilico tra ricordi, rimpianti e tremule, patetiche speranze. E qui il discorso si fa più difficile: Manfio è un uomo di eclettica cultura che cita appropriatamente, ma con semplicità e precisione Esopo e Fedro, Dante, i grandi della lirica e della pittura e lo fa con convinzione, con la partecipazione viva di chi sa di che cosa parla, perché lui stesso traduce i classici, spiega Dante e da lungo tempo sfoglia spartiti lirici, impasta colori per tratteggiare vecchie case carsoline, mari placidi o cieli tempestosi, o ritratti, usa con abilità le stecche da scultura per dare alla creta le forme del Bello. Sono, tutte quelle citate, attività gratificanti, gioiose. Pure, non sono gioiosi i versi di Manfio, se non quando guarda, con occhi pieni di speranza, ad Andrea, il nipote che adora. Nella maggior parte delle sue liriche, egli si pone in equilibrio instabile tra ricordi, sogni, rimpianti: quando era bambino, le cose ch'egli vedeva erano diverse, più semplici, ma al tempo stesso più spettacolari per gli ingenui occhi del fanciullo; i sogni erano altrettanto spettacolari, stimolati dalla presenza di naturali, tangibili talenti e dall'ammirazione degli altri. Dai sogni sono nate le speranze di realizzarli, di lasciare un segno concreto di sé, per sé e per coloro che gli stavano attorno e continuavano a stimolarlo, ad approvarlo... in fondo, ad illuderlo. Infine la natura matrigna si ri-mangia le sue promesse, sgretola ad una ad una le illusioni, distrugge le speranze, sommerge Manfio di rimpianti e anche di... paura, paura d'essere passato sul terreno della vita senza lasciare alcuna impronte di sé. Il rimpianto è il costante leit-motiv della stragrande maggioranza di questi versi; è un rimpianto che riesce però a mantenersi sereno, pacato, anche grazie all'uso di un dialetto (abitualmente utilizzato nel rapporto con gli altri) semplice e colorito, gradevole nel suono e nella scansione ritmica dei versi. E anche quando il cielo sembra farsi più cupo, quando i fili argentei della pioggia, che legano terra e cielo, paiono sbarre di una triste prigione, anche allora compare all'orizzonte un barlume di speranza... piccole speranze, ormai. Ma è bello essere capaci, nonostante tutto, di sperare ancora.
Carlo Ventura: RECENSIONE a “Canzone senza musica” su “La Voce libera”
“Canzone senza musica” (...) è la raccolta di poesie, tutte in dialetto triestino, che segna per così dire l'esordio letterario ufficiale di Mario Manfio, multiforme personalità finora conosciuta dalle nostre parti quale – di volta in volta e spesso contemporaneamente - garbato intrattenitore radiofonico, autore e critico di arti figurative, attivo pressoché da sempre nel teatro lirico e in quello amatoriale di prosa e in altri settori ancora. Adesso, non più giovane, esce impavido allo scoperto in sede nazionale (per ciascuna poesia in vernacolo c'è a fianco la versione in pure cadenze toscane) anche per un'esigenza, che il lettore avverte subito, di tracciare il bilancio delle sue esperienze e quindi di fornire la conseguente, personale visione del mondo. Impresa certo non facile, così come difficile poteva sembrare in partenza la scelta del dialetto, ancor oggi definito espressione minore da certi tromboni della critica. Ma crediamo che Manfio, senza darci delucidazioni in merito, abbia fatto tesoro delle lezioni dei grandi, per esempio, Marin o Giotti. I versi di Manfio non sono gioiosi, avverte subito nella presentazione del volumetto Marcella Battig, l'affettuosa ed instancabile coadiutrice e consorte di Mario, da poco scomparsa. “Nella maggior parte delle sue liriche egli si pone in equilibrio instabile tra ricordi, sogni, rimpianti... Il rimpianto è il leit-motiv della stragrande maggioranza di questi versi; è un rimpianto che riesce però a mantenersi sereno, pacato, grazie anche all'uso di un dialetto (abitualmente utilizzato nel rapporto con gli altri) semplice e colorito, gradevole nel suono e nella scansione ritmica dei versi”. Quindi sogni, speranze, rinunce. Un caleidoscopio, se così possiamo dire, dove passano in apparente rinfusa un brulichio di immagini, figure, tipi: da quelli ingenui ma spettacolari della fanciullezza (ad esempio, la lunga poesia “Piccolo mondo antico” e le più brevi “Nonno” e “Andrea”, quasi un rapporto fra la propria infanzia e quella del nipotino) a quelli più fermi e meditati sui propri cari scomparsi (“La borsetta”) e sull'incanto sempre ingannevole delle stagioni (“Presagio di primavera”, “Malinconia d'autunno”, “Giorno fuori norma”); e su su attraverso una ragionata distribuzione anche temporale – e tutte rigorosamente in endecasillabi – fino alla contemplazione di quell'Enigma (che può stare nel Cielo ma anche soltanto in noi stessi) chiamato volta per volta Universo, Tempo, Spazio, Dio. Ecco qualche piccola gemma, dalla tentazione giovanile dell'ignoto al soprassalto per la corsa che deve concludersi, alla cantata elegiaca per la fine: tre composizioni tratte rispettivamente da “Verso l'orizzonte”, “Lo sportello” e “Dalla collina”. “Andar lontan, là, verso l'orizzonte,/ senza saver coss' che dopo se trova,/ xe 'l più govine sogno che me resta, / perchè 'sto desiderio de vie nove,/ de strade, dove no xe più passado/ de 'ssai tempo nissun, lo go provado...” “El sportel, dove i dà le informazioni/ sul treno che ne porta ala stazion/ ultima nostra, el xe sempre serado.../ nissun de drio che sapi dir l'orario/ dela partenza... Epur saria importante/ saver, per prepararse le valise/ (se se ga qualchecossa de portar)/ per ciorse un libro de leger in viagio,/ per saludar quei che ne xe più cari...” “Me par d'esser sentà su 'na colina/ e soto xe 'na strada che va 'basso,/ facile, se un se lassa zo sbrissar./ (...)/ E, mentre che te cali zo la testa,/ se fa scuro e se cala anca la tela:/ la tua comedia ormai la xe finida.”
Claudio H. Martelli (?): RECENSIONE a “Canzone senza musica” su “Trieste Arte & Cultura
Mario Manfio del quale ci era nota l'eclettica attività nel campo della pittura, della scultura, della musica, del teatro e dell'intrattenimento radiofonico, esordisce ora in poesia con un volume di liriche in dialetto pubblicato in quel di Firenze per i tipi dell'editore Clinamen. Una nota di prefazione porta la firma di Marcella Battig, moglie dell'autore, scomparsa di recente, autrice essa stessa di vari lavori in dialetto tra i quali anche la “traduzione” di moltissime opere liriche tra le quali ben ventisei del solo Giuseppe Verdi. La poesia di Mario Manfio non è, come potrebbe sembrare, una vocazione tardiva poiché, anche sulla base di sporadiche presenze con alcune composizioni apparse su giornali e riviste, si intuisce che si tratta di una passione segreta coltivata per lungo tempo alla quale ultimamente si è dedicato con maggior costanza così da essere ora pronto per la pubblicazione. Si tratta di poesie che raccolgono impressioni e riflessioni tra passato e presente sulla base di varie stimolazioni quali, ad esempio, il rivedere i luoghi dell'infanzia, la presenza tenera e stimolante del nipotino, l'attività artistica, i ricordi. Anche se, come nota la Battig, spesso emerge una vena di rimpianto, tuttavia le composizioni di Manfio non appaiono né sdolcinate .- come spesso accade in questi casi – né connotate da quel pessimismo con il quale frequentemente le persone anziane eludono le gravi responsabilità della loro generazione per molti disastri del tempo presente. In genere l'approccio di Manfio è positivo ancorché riflessivo, a volte addirittura umoristico anche su temi verso i quali non è usuale né facile scherzare. La lingua usata è il dialetto corrente, il tono colloquiale, a volte sommesso, quasi un parlare tra sé e sé. Opportunamente l'editore fiorentino ha inserito a piè d'ogni poesia una traduzione in lingua italiana che, pur non rispettando evidentemente la musicalità del verso, tuttavia concede a chi non conosce il dialetto triestino di avere a disposizione il contenuto. Dal volume proponiamo una breve composizione:
SOLITUDINE. Quei che iera davanti xe za 'ndadi./ Quei dopo devi farse la sua strada./ In mezo semo noi che, cola fiaca,/ prontemo la valisa per andar./ Ve prego: fene un fià de compagnia,/ perchè anca se zerchemo de far veder/ d'esser sicuri, de no 'ver paura,/ 'sto viagio verso 'ndove no se sa/ ne meti in ansia. Ma forsi più 'ncora/ xe forte la paura d'esser soli,/ de viver coi ricordi e coi rimpianti/ de no 'ver dito le parole giuste,/ de no 'ver fato quel che 'ndava fato,/ de No 'ver tempo più per rimediar.
Marina Moretti: PREFAZIONE a “Tonalità minore”
“La poesia è una cosa imbarazzante. Ha origini troppo contigue a quelle pratiche che chiamiamo intime...” qualcosa di simile alla vergogna di denudarsi, di mostrare in pubblico un difetto fisico, così ci dice il grande poeta polacco Czesaw Miosz nelle riflessioni dell'estrema vecchiaia. Mi pare un'onesta definizione del disagio che spesso ci assale di fronte ai versi, ai propri e a quelli altrui, e anche a queste poesie di Mario Manfio, a questa disarmata e disarmante confidenza – fatta innanzitutto a se stesso – in un disincantato bilancio di vita. “In t'un confessional senza gradela/ e senza prete, mi go messo in piaza/ tuti i mii sogni e le mie delusioni./ Nei mii versi mi go contado tuto,/ come se fussi inginociado in cesa...” ...recita l'incipit di “Confesionale”, una dichiarazione di poetica che orienta l'intero libro nelle sue cinque sezioni, quasi dieci anni di produzione in versi.
La poesia chiede sempre un sacrificio di umiltà e lo impone a chi ascolta. La rivelazione interiore nello scavo accanito delle domande, nell'effusione dei sentimenti appena tenuti a freno – in questo caso dalla contenzione dell'endecasillabo -, nell'esibizione inerme della corporeità della creatura – perché non si può estrarre dalla poesia la coscienza del corpo e ciò suscita imbarazzo nella finzione che essa appartenga ad una sfera autonoma, quella dello spirito... – interpellano al di là di qualsiasi orientamento letterario la nostra responsabilità di accoglienza e di ascolto, e alla fine di riconoscimento. L'edificazione è per ciascuno in questo identificarsi con l'umano dell'altro: il dischiudersi di un senso familiare della nostra specie: fratelli, sorelle! Ecco, nei versi anche l'ingenuità priva di mistificazioni ci palesa il prossimo, come la disgrazia e la confessione. E questo prossimo è fratello per la precarietà dei suoi possessi che sono anche le sue perdite: carne, sogni, speranze, relazioni. Quello che non deve mancare è il coraggio dell'onestà, la cui assenza non può esser occultata da alcuna perizia artigianale o ricercatezza d'effetto, come già ci ammoniva un secolo fa Saba col suo famoso confronto fra Manzoni e D'Annunzio nell'articolo inviato alla “Voce”. E in questa silloge a Manfio non manca il coraggio dello sguardo interiore. Le sue scoperte sulle proprie inadeguatezze, sui fallimenti e sui rimpianti, come sui valori autentici della vita sono esplicitate con uno schietto prendere atto. La scelta del dialetto avvalora la vocazione alla confidenza, cifrata opportunamente anche nel titolo: “Tonalità minore”. L'uso ricorrente dei pronomi collettivi, il noi, il voi, in cui l'io poetico si conferma e si specchia, allestisce il senso di una coralità fraterna dell'esperienza e del destino. D'altra parte Mario Manfio è su quella trincea dell'età in cui si avverte più netta la transitorietà dell'esistenza e pare di perdere la gara col tempo.
“A un zerto punto inveze 'l tempo scampa,/ Ma noi no se trovemo più la voia/ da far gara con lu': za trope volte/ lu' 'l ga vinto e no sempre ne ga parso/ che 'l gavessi zogado senza truchi...” Questo momento è fisiologico e psicologico, a volte scandito dai cambiamenti fisici, a volte dai processi interiori, a volte dalla perdita di riferimenti essenziali. “Life -event”, come li definiscono gli analisti, che innescando l'elaborazione del dolore alimentano una ricerca di senso attraverso la terapia della parola. Per questo urge di più fissare un significato sovrapersonale della testimonianza, ridirsi le cose importanti della propria vita, per meglio capirle, per farle parte di tutti, per ritrovarle in tutti. “...Forsi go solo capì qualche roba...” o forse, diventando vecchio “...i sogni, tamisadi dentro i versi,/ ga ciapà 'na parvenza de ragion...” E' questo il dono della poesia ci dice Mario Luzi, questo integrare ciò che proviamo come dolore e come offesa personale in una sofferenza che li trascende, in una legge universale. Il sentimento del tempo pulsa come una ferita dentro il corpo della raccolta, al metro inesorabile della sua corsa in avanti si valutano fatti, comportamenti, credenze, affetti. E dietro la fuga si annuncia il vuoto. Il vuoto della morte, di cui il giorno di festa, il giorno di vacanza – etimologicamente connesso con il vuoto: vacare, essere privo, mancare – è simbolo e prefigurazione. Momento in cui la sospensione dell'attività quotidiana spalanca le porte del nulla. “No so se a voi ve capita 'l istesso,/ ma ogni tanto me sento qua de dentro/ come se me mancassi un qualchecossa./ La roba la me capita più spesso/ nei momenti che stago a no far gnente,/ in giornade de festa, quando vanza/ più tempo perchè bulighi la mente...” Un tema ricorrente nella letteratura, anche in quella triestina – così in Claudio Grisancich – che ha precedenti illustri, dagli scrittori solariani fino a Vittorio Sereni. E cosa sopravvive al vaglio implacabile dell'autoanalisi e della corrosione? Dei sogni di gloria che si fanno in gioventù, delle speranze, dei progetti condivisi con le persone più care? Soltanto l'amore, dato e ricevuto, e i ricordi sembra dirci il poeta Manfio interrogandosi sul senso di un'eredità. L'immagine di sé da consegnare al nipote, dopo svariate ipotesi mondane, la bella presenza, il talento artistico, il carisma della simpatia, si incardina al senso più vero, quello del nonno affettuoso, fra tutte le cose “la più bela/ (e la più vera)”, “che 'l se ricordi/ che a lui ghe go voludo tanto ben”. Amore e ricordi sono anche i temi centrali della raccolta, le sezioni dedicate ad Andrea e alla moglie scomparsa, tra le più intense del libro. Costituiscono l'escatologia d'un territorio vivo e incorruttibile da opporre alla minaccia del nulla, anche oltre la morte, per dirla orazianamente come il nostro autore perché “non omnis moriatur”. Ma come la morte amore e ricordi sono al di là della nostra comprensione, parte del grande mistero che ci sovrasta, di fronte al quale non resta che un moto di reverenza, un passo indietro della logica. “Cossa go fato mi per meritarme/ tuto 'sto amor?...” si chiede l'anziano di fronte alle manifestazioni d'affetto d'un bimbo... e può solo ringraziarne Dio, perché sono “gioie senza pari”. E della memoria della donna amata può solo assaporare l'inafferrabile sottrarsi a un qualsiasi atto di volontà: “...come un libro che gabio sui zenoci,/ ma girar quele pagine no posso/ come volessi... come se gavessi / le man ligade de drio dela schena,/ devo spetar che un sufion de vento,/ al posto mio, le giri un pochetin...” Il sortilegio lirico, fa anch'esso parte del grande mistero, come l'amore e la morte. Non il fatto di dirci il suo bisogno, non la ricerca di verità che è un atto consapevole, ma la capacità di ricomporci in armonia con le cose, di ridarci unita l'anima del mondo, come alle origini. Orfeo oltrepassa le porte degli Inferi, il suo canto per un attimo rende Ade umano e pietoso. Ma è solo un attimo, all'uomo è concessa solo l'intuizione di questa superiore “sympatheia” con la morte, la sua fragilità, la sua finitezza d'individuo si rivoltano ad una tale armonia. Oltre è il territorio della fede e dell'infanzia inconsapevole, essere fanciulli seduti a terra a giocare in un rettangolo di sole, come ci dice Manfio in una delle sue metafore più belle. Da millenni il tentativo umanissimo dei poeti ci addita contro ogni logica la strada a una pienezza originaria e mai dimenticata, anch'esso un atto di fede. Voci amiche, di chi ha già provato e patito, e non si è arreso passivamente alla condizione umana, voci antiche, prive di una rivelazione divina, di una buona novella della speranza, perciò più tragiche, le voci dei fratelli maggiori, greci e latini, che Mario Manfio pone tra i suoi versi, a guida del suo percorso, come echi e richiami da mete invisibili di lontananze smisurate.
Grazia Palmisano: “I rimpianti di Mario Manfio, raccolta di versi dialettali” - “Il Piccolo”
“Me son trovado vecio tut'in t'un/ ... Iero sempre/ tuto ciapà nel corer drio dei sogni/ e me pareva d'esser sempre un mulo...”: è questa consapevolezza che ha il sapore del disincanto a ispirare le liriche in dialetto di “Tonalità minore” (....) del triestino Mario Manfio. Raccolta di versi che è stata presentata da Marina Moretti e Marina Silvestri, con letture dell'autore, i giorni scorsi alla libreria Minerva di via S. Nicolò 20. E' una consapevolezza, quella di Manfio, che ha i colori dell'età matura, di una vita che s'avvia al tramonto nutrendosi non più di sogni e di speranze, ma di ricordi e rimpianti, e di una saggezza velata di malinconia e di rassegnata accettazione. Puntualmente datate, queste poesie sono dunque un specchio di vita, una vita che è quella di tutti, con le tante illusioni, le promesse tradite e quelle rinunce che Manfio conosce bene, come il sogno irrealizzato in campo musicale da cui era stato sedotto sin da giovanissimo. Ma nei versi di questa silloge – segue di tre anni “Canzone senza musica”, premio per la poesia dialettale al concorso internazionale “Città di Salò 2005” - trovano spazio anche gli affetti familiari, certo interloquire complice con il lettore, e talora una sottile ironia, che tuttavia non riesce a scalfire quel malessere che Manfio – attivamente impegnato in pittura e scultura – ben esprime con la confidenziale familiarità del dialetto.
Edda Serra: PRESENTAZIONE di “'Sto strofal...”
Amore per la propria realtà presente e per la parola del passato sembra essere la motivazione di fondo che ha spinto Mario Manfio a ricordare a far ricordare al pubblico alcuni termini del dialetto triestino ormai desueti, ed in parte poco comprensibili. Nulla più del dialetto, la lingua della comu-nicazione e dello scambio immediati, dà il senso della continuità e nello stesso tempo della sparizione e del mutamento di una comunità. Quando poi ci si trova a fare i conti con espressioni ancora vive per alcuni anziani specie se enfatizzate da una densità emozionale che le rende intuibili, ma a noi estranee, subentrano il sorriso, ed alla fine l'incomprensione e l'abbandono, mentre nuovi inserimenti si infiltrano, si adattano o si plasmano pescando dall'attualità del vissuto. Su un mannello di vocaboli desueti si è fermato l'autore, direi affettuosamente, anche se il titolo dimostra, con la dose di ironia propria della parlata dialettale, una certa reverenzialità, tant'è vero che il titolo originario del libretto avrebbe dovuto essere in latino: Maiorum sermo. L'atteggiamento colloquiale nell'esposizione della materia, di note e riflessioni, ci dice anche l'intenzione dell'autore, di semplice richiamo, non già di trattazione scientifica, anche se si compiace più volte di riferirsi con familiarità al “Doria” ed alla glottologia, dando per noto all'universo mondo dei suoi lettori l'autorevolezza del dizionario del dialetto triestino. Dietro il quale dobbiamo riconoscere parecchi decenni di ricerca del prof. Mario Doria, nel contesto di una scuola che, risalendo nel tempo, rimanda ad Alfonsina Braun, e agli studi di grammatica storica e dialettologia, glorie serie del nostro Ateneo. Nel volumetto i lettori troveranno invece di che divertirsi e soddisfare la propria curiosità. I termini e le espressioni citate sono perlopiù contestualizzati o spiegati e tradotti, ma non sempre, lasciando margine all'intuizione. E troveranno l'invito a riflettere sullo spessore economico e socia-le di riferimento, di che cosa sul totale del dialetto parlato dagli anziani, anzi dagli antenati, è andato perdendosi e snaturandosi. In fondo, a guardare bene il materiale presentato, si tratta di termini di provenienza diversa, spesso appartenenti al mondo contadino, subentrati in momenti diversi, per l'apporto di chi e quando non ci viene detto, e comuni ad altri dialetti del territorio. Ma non è il triestino il dialetto usato per la nascita di un grande porto di mare con genti provenienti da ogni dove mediterraneo e parlato da tutti i ceti sociali? Sono cose che l'autore non ha voluto dire, perché il volumetto nato “zogatolando” con le parole vuole collocarsi con le sua agilità nel genere della letteratura di consumo e passatempo sollecitando la curiosità. Ma per la curiosità si può ben vedere di ricostruire un tassello della storia della città. Per intanto buon divertimento.
C.H.Martelli (?) “MARIO MANFIO IN DIALETTO TRIESTINO – Trieste arte e Cultura
Mario Manfio ha dato alle stampe due volumetti che hanno in comune l'amore per il dialetto trie-stino. Si tratta, rispettivamente di una raccolta di versi in vernacolo dal titolo “Tonalità minore”, edita dalla Ibiskos di Empoli, e di una serie di divagazioni sullo snaturarsi della parlata popolare intitolate “... 'sto strofal ga fato un remitur!”, uscito a cura dell'Ist.Giuliano di Storia, Cultura e Do-cumentazione. Un volumetto di formato tascabile, scritto in modo leggero e spiritoso, che consente all'autore non solo una ricognizione sull'uso del dialetto in questo tempo di globalizzazione ma anche un viaggio tra le parole che vanno scomparendo dalla scena e i relativi contesti. Diviso in sedici capitoletti, più una presentazione di Edda Serra e una conclusione dell'autore, il libro si arricchisce di un glossarietto che elenca vocaboli e modi di dire a rischio di “estinzione” che sono probabilmente del tutto sconosciuti dalle nuove generazioni. Condividiamo in pieno con Manfio la necessità di sostenere la conoscenza e l'uso della lingua dialettale in ambito famigliare perché essa rappresenta un patrimonio importantissimo che caratterizza come nessun altro l'identità locale senza per questo intaccare l'importanza della lingua nazionale che, semmai, ne esce arricchita. Ba-sti pensare all'intraducibilità di certi termini che, proprio per la loro efficacia, diventano patrimonio anche di altre regioni, vedi ad esempio la parola “cocolo” entrata ormai nell'uso corrente di molti italiani. La raccolta di versi, accompagnata dalla traduzione in lingua dello stesso autore, porta una prefazione di Marina Moretti e assembla una quarantina di composizioni su argomenti di vario genere, resi con toni intimistici e immagini evocative.
Liliana Bamboschek: Presentato un libro di Mario Manfio che analizza i più recenti mutamenti della parlata in vernacolo - IL DIALETTO TRIESTINO SI EVOLVE E PERDE PAROLE. “Il Piccolo”
“'Sto strofal ga fato un remitur”è il titolo di un agile e spiritoso libretto edito dall'Ist. Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione che Claudio Grisancich ha presentato recentemente nella sede triestina del sodalizio. Autore del volume è Mario Manfio, cultore appassionato del dialetto fra le altre sue numerose attività (pittura, scultura, canto lirico, ecc). L'argomento è spiegato nel sotto-titolo “divagazioni semiserie sul dialetto triestino che si sta snaturando”. Manfio non si pretende glottologo ma ama molto giocare con le parole e in questi ultimi anni si è accorto come il dialetto che si sente parlare intorno a noi sia mutato e per naturale evoluzione e per una forma di omogeneizzazione col linguaggio televisivo. Per cui oggi tutti parlano una specie di romanesco, un dialetto italianizzato che ha perso tutto il sapore di quello autentico. E così per rinfrescare la memoria su quelle che sono (o anzi erano) le espressioni nostrane più tipiche non gli resta che entrare in medias res con due termini classici ma di etimologia incerta come “strofal” (persona sciatta) e “remitur” (confusione) che fa pensare al francese “demi tour” (mezzo giro) e forse allude al disordine creato dalle reclute nelle loro evoluzioni sulla piazza d'armi. Ma al di là dei problemi linguistici rimane intatto il piacere di assaporare certi termini che credevamo orrmai dimenticati perchè relegati nelle vecchie case d'un tempo. Chi chiama più “picatabari” un attaccapanni, “absur” un paralume, “spetime un poco” un fiammifero per accendere lo “spargher” (il focolare)? Anche l'abbilgiamneto è del tutto cambiato e non ci sono più in giro “scartozeti”(bellimbusti) vestiti di tutto punto con “sacheto” (giacca) e “bagolina” (bastone da passeggio). Fra i mestieri beati “el nonzolo” (sacrestano) e “el pizigamorti” (becchino) che non saranno mai disoccupati. Altri ancora hanno ormai cambiato definitivamente nome, poiché oggi non si chiama più “scovazin” un operatore ecologico e nemmeno “marangon” un falegname. Raramente, infine, ci rivolgiamo a un “becher” (macellaio) o a un “porziter” (salumiere) chiamandoli col nome originale.
Graziella Semacchi Gliubich: PREFAZIONE a “Cantata per voce sola”
“La poesia non è fatta di queste lettere che pianto come chiodi, ma del bianco che resta sulla carta”: queste parole di Paul Claudel sembrano scritte per Mario Manfio. Il poeta infatti, versificando i fatti della vita, le sensazioni, le passioni, le riflessioni e i sentimenti con parole limpide e chiare, lascia trasparire dal gioco del chiaroscuro delle pagine rivelazioni interiorizzate che egli ritiene personali ma che il lettore riconosce come proprie. E toccare il cuore e la mente dei lettori significa fare poesia. “Cantata per voce sola, finalista al Concorso nazionale Ibiskos 2007, è una raccolta di liriche parte in lingua e parte in dialetto, nella quale si avverte la maturazione dell'artista che in Manfio si manifesta nelle forme della pittura, del canto e della recitazione, oltre che in poesia. Raggiunta la soglia degli ...anta, il poeta considera la sua esperienza esistenziale con la lucidità della realtà presente comparata all'esperienza degli anni trascorsi. E lo fa con una malinconia velata
di rimpianto che però mai ripiiega su se stessa in una sterile visione nostalgica. Egli accetta la vita che ha avuto, riconoscendo di avere ricevuto tanto anche se non proprio tutto quello che da giovane aveva sognato. Questa logica che permea tutta la silloge, dalla quale sprizza spesso un vivo senso dell'humour che la rende particolarmente godibile e nello stesso tempo positiva e concreta, dotata com'è anche di una forte carica di ottimismo. Ed è proprio questo che dà rilievo a ogni lirica, pure in quelle più dolenti che parlano di persone care e di affetti scomparsi. Mario Manfio dice di scrivere soprattutto per se stesso, confessando con grande apertura mentale i suoi sentimenti con la commozione che gli viene dalla gratitudine che prova per il grande dono della vita, ma porgendo i suoi versi alla lettura regala agli amanti della poesia momenti di vera, toccante umanità. “Cantata per voce sola”, dice Mario ma la sua è una voce che si fa sentire lontano.
Serena Grillo: RECENSIONE a “Cantata per voce sola” su “Poeti e Poesia”
“Cantata per voce sola” è un'opera-confessionale, uno scrigno di versi nel quale quest'artista a tutto tondo, tenore, pittore e scultore nonché poeta, ripone se stesso. L'intera silloge si dispiega sotto il segno del carpe diem oraziano, del resto non a caso il motto del poeta latino fornisce il titolo al quartultimo componimento; la fuga inesorabile del tempo e il senso della caducità umana, acuiti dall'avvicinarsi di una vecchiaia serena seppur venata di sottile e irriducibile malinconia, ci lasciano disarmati a fruire di questa poesia dai toni garbati e colloquiali, talvolta incline al sorriso e al gioco e talaltra più sollecita alla meditazione, di indubitabile impatto emotivo sul lettore che sappia cogliere il fascino di determinati luoghi tematici. I desideri mai realizzati e le speranze disattese compiono la loro metamorfosi in ricordi; ciononostante il cuore continua a nutrirne e a nutrirsi, senza perdere un fondo di ottimismo filantropico a bilanciare la consapevolezza che, se l'andamento delle stagioni costituisce un ciclico eterno ritorno, le stagioni dell'uomo non godono della stessa sorte. Orazio può figurare come ideale patrono di questo libro, scandito da precisi e numerosi richiami alla cultura letteraria classica e volgare, ospite di citazioni dell'altrettanto vasta cultura musicale dell'autore , il quale fa ripetere a Turandot che la speranza la deludi sempre, salvo poi ammetterne l'irrinunciabilità. Una lirica dal ritmo agile e cadenzato, che procede sul doppio crinale della lingua italiana e del dialetto triestino, concedendo il piacere di un viaggio attraverso due vie parallele che sanno condurci, in modi e strategie differenti, nella medesima direzione. Se a dominare la scena sono il tempo perduto e “la memoria xe là, par che la disi: / “Vedi giudizio uman come spesso erra”, voglio concludere con i versi di un'altra lirica in triestino, un'efficace esortazione a non cadere vittima di parametri sbagliati nel giudicare le Cose grandi e piccole, poiché ...savemo tuti che in 'sto mondo / pol vignirne più gioia dal soriso / de un fioluz, dai sui oci grandi e lustri, / dal nasar el profumo de una rosa, / dal color dele nuvole al tramonto, / che no de tante robe de cui parla / le riviste e i giornai.