L’EQUILIBRISTA INNAMORATO
I
- Fissa bene il palo!
- Tira a destra e stringi
- Fatto… ora non dovrebbe cedere.
- Così sembra perfettamente equilibrato
La tenda enorme a strisce colorate è fissata nel terreno ancora bagnato dalla pioggia abbondante di questo mese di marzo che prelude una primavera ricca di boccioli nuovi.
C’è tutto un da farsi, un’agitazione e un rumorio di carri e passi, di voci e versi di animali nella carovana circense appena giunta dai lontani paesi dell’est nella verde campagna emiliana.
Uomini e animali, corde e gabbie si alternano e scivolano in questo andirivieni suggestivo e nuovo agli occhi dei poco attenti passanti, indaffarati nel proprio tram-tram quotidiano.
Il linguaggio del circo è tutto diverso. È proprio un altro mondo fatto di leggi e scene nuove. Qui non sembra arrivata né globalizzazione, né telematica, né scienza genetica e bioetica.
Che cosa orribile sarebbe un circo tutto computerizzato! Un equilibrista tenuto in alto da cip elettronici o pagliacci robotizzati. Davvero uno spettacolo poco affascinante.
Nel circo di scena stasera il mondo sembra ancora paralizzato…tutto è ancora e sempre in perfetto equilibrio.
Eppure cigola la carrucola dei sentimenti e scorre la vita coi suoi misteriosi e sempre nuovi cambiamenti sotto la tenda grande e a strisce.
Fred è ancora una volta lì. Ripensa i luoghi della sua i infanzia, della sua patria, della sua Romania, terra di sangue e d speranza, di energie sempre in volo e in fuga. Anche la sua è una storia di fuga con l’intera sua famiglia scampata alla guerra per miracolo e approdata ad un passo da una gabbia di scimmie e leoni. Da quel giorno il circo è divenuto la nuova famiglia di quei profughi, artisti di strada.
La nostalgia fa capolino ogni volta che la festosa carovana approda in un paese nuovo. Ogni volta che inizia un viaggio nuovo Fred rivive i suoi viaggi interiori. Ogni saluto e ogni partenza è sempre un ritorno alle solite cicatrice e ferite. Fred pensa al suo pubblico esigente; una folla che aspetta le sue esecuzioni brillanti, i suoi voli da un trampolino all’altro che lasciano il fiato mozzo in gola e fanno sognare gli occhi stupiti dei bambini stretti al braccio dei propri genitori.
Non è facile partire ogni tanto e approdare. Non è semplice ricominciare sempre da capo, come se fosse sempre la prima volta e ritrovare, intatta la tenerezza e l’entusiasmo.
Fred ha imparato a volare fin da bambino dal suo papà, mister Jimmi, il più noto equilibrista del secolo. È insomma figlio d’arte; l’arte del volo e dell’equilibrio gli scorre nelle vene. Ciò che maggiormente affascina di questo mestiere è imparare a volare senza paura, a sfidare la gravitazione eppure restare sempre in equilibrio.
Questo è il mestiere di Fred: equilibrista.
Fred è accanto alla gabbia delle tigri. Le osserva nella loro tristezza prigioniera. Vorrebbero essere libere e correre nella savana d’origine proprio come la sua anima. Sì, anche Fred ha voglia di volare non più da un trampolino all’altro, ma nella valle e nel monte del so cuore sognatore infranto. Ruggisce l’animale per la fame e Fred si risveglia dal torpore del momento e corre a preparare i suoi strumenti.
Il tempo corre veloce e le prove sono necessarie prima dello spettacolo pomeridiano.
Un raggio di sole penetra da una crepa scucita della tenda e si flette sulla pista dove un gruppo di pagliacci prova e riprova le battute e le scenette per il loro breve ma tanto atteso numero. Sulla destra, nell’angolo buio, una delicata figura perfeziona il trucco e sistema il rossore al naso.
È Rebecca, la più giovane clown della compagnia. Ama disegnarsi al viso una luna e il sole tra stelline e gocce.
Fred la guarda e un sussulto lo pervade. Pensa di essersi innamorato di quella dolce creatura ma non riesce ad esprimere i suoi sentimenti così preferisce tacere e osservare da lontano ogni impercettibile movimento della giovane donna e attende il tempo propizio per esprimere i voli dell’anima sua.
Intanto sale suoi trampoli e gli attrezzi circensi per esercitarsi e comincia a volare da un estremo all’altro dello spazio. Conosce ogni angolo e crepa della tenda perchè, solo, la contempla da così vicino. Vede nidi di rondini nascosti e ben curati che nessuno da giù riuscirà a vedere mai. Una file di rosse formiche avanza nella parte più alta vincendo ogni legge di gravitazione.
Fred è l’uomo che sfida la gravità perché non ha paura di volare. La rete sotto i suoi piedi lo rassicura e lo conforta ma, nel suo cuore, sa bene che si deve liberare dell’ultima rete per essere davvero libero.
Sotto i suoi voli i pagliacci si esercitano e continuano il loro numero. È il tempo anche di Rebecca. Entra in pista come un saltimbanco spensierato e fannullone. Come riesce bene a mascherare e a fingere; ad essere sorriso mentre il cuore sanguina.
È il destino del circo. Imparare a mentire per vivre. D’altronde anche i suoi voli sono la ricerca di quella libertà che non possiede.
Intanto i domatori portano gli animali ruggenti. Tigri e leoni allineati sotto i colpi furenti di fruste e l’illusione di un pasto vorace. Nel giro di poche ore tutto è pronto. Ciascuno ha provato la sua parte e ogni cosa sembra essere al suo posto. Tutto è come al solito, lì dove sembra deve essere.
In realtà da quell’equilibrio fittizio ciascuno vorrebbe scappare.
II
Stasera lo spettacolo si preannuncia davvero caldo; la platea è colma come succede nelle grandi feste. Il pubblico freme e si vedono miriadi di luci colorate: sono i palloncini che i bambini lasciano volare in alto tenendoli stretti per il sottile filo che li lega sospesi tra libertà e prigionia, in equilibrio perfetto. Tutt’intorno è un profumo intenso e dolce di zucchero filato e arachidi snocciolati. I numeri si susseguono rapidi e perfetti come sempre, secondo lo scorrere della consueta scaletta proposta e riproposta nei diversi luoghi sempre identica.
Fred è già pronto con il costume di scena. Aspetta il suo turno facendo esercizi con le mani per riscaldare i muscoli e le prese. Una solo imprecisione e il sogno dell’equilibrista va in frantumi. Forse non rischia la vita perché la rete di protezione è ben fissa. Ma rischia il senso della sua carriera, quello sì. Rischia ogni volta che è pronto per uno slancio e per il prossimo volo sublime. Rischia di rendere ridicolo il sogno di un’ebrezza di libertà. Questo non potrà mai permetterlo.
Si affaccia dal tendone dove gli artisti aspettano il loro turno e vede quelli che lo precedono: i pagliacci. Rebecca stasera è davvero favolosa. Sorrisi e risate sguaiate si odono nell’aria densa di forti profumi. Le sue movenze, quelle stesse che lo incantano e lo imprigionano nella gabbia dell’amore, agli occhi degli altri si fanno ridicole, e tutti i suoi movimenti, mentre suscitano l’inondazione della passione amante nel suo cuore, nell’animo del pubblico, attento ed intento a poco più di un’apparenza, effimera, si fanno ilare giostra di divertimento.
È proprio vero che la vita è strana, pensa Fred, è proprio vero che è un viaggio lungo o breve ma pur sempre misterioso. Sa bene di trovarsi in quel circo avvinto ai legacci dell’amore solo per la gioia di poter contemplare quella meravigliosa creatura. Vorrebbe evadere ma non ha il coraggio di manifestare la fiamma del cuor suo furente e allora si lascia trasportare dal vento e vola, vola di trampolo in trampolo, aspettando l’equilibrio dell’amore.
Termina il numero dei clown, un successo come al solito. Il presentatore prepara il pubblico per il numero mozzafiato che deve seguire. È proprio giunto il suo turno. È il momento di volare e lasciare che il sogno si incarni ancora nel breve battito d’ali di una colomba fuggitiva. Entra in pista. Sente sguardi attoniti puntati sul suo corpo ma che nessuno di essi sonderà mai il moto dell’anima sua.
Comincia il numero.
Ohhhh….ah… ohhhh….
Lo stupore è di scena. La paura. La tensione. L’adrenalina sale. Poi tutto è finito. Bello come sempre. Un equilibrista perfetto: Fred il mago volante. Scroscianti applausi risuonano e grida di incitamento lodano la magnifica prestazione. Fred ha lo sguardo basso. Le altezze le ha già sondate tutte. Ode e tace. Ritorna nelle quinte, si asciuga il sudore madido che gli bagna l’intero costume mentre osserva le gabbie delle tigri entrare in scena. Dopo l’illusione della libertà volante è l’ora delle prigioniere. Fred saluta con il cenno educato della testa il domatore russo e, in cuor suo, gli augura il meglio, di riuscire ad incantare ancora, come sempre, attraverso quelle creature.
Ritorna nella sua carovana. Per stasera lo spettacolo è finito. Smette i costumi di scena e rientra nell’ordinarietà del suo aspetto. Va a fare una doccia assaporando fin alle ossa il freddo dell’acqua gelida. Si asciuga e si riveste bevendo un bicchiere di fresca Wodka… i pensieri volano come al solito. Poi un rumore lieve come di picchia all’uscio della porta lo riporta al senso reale dell’immediato. Si appressa ad aprire e un sussulto lo assale. È lei. È proprio Rebecca, struccata ma ancora lievemente imbrattata di astri e pianeti sui lineamenti giovani e belli.
- Salve Fred!
- Salve…
- Posso entrare?
- Ma certo
- Complimenti per lo spettacolo di questa sera, mi sono emozionata più del solito… si avvertiva un’ebrezza particolare
- Complimenti anche a te.. non te l’ho mai detto ma sei davvero in gamba
- Non preoccuparti, in realtà le parole contano ben poco. A volte basta uno sguardo e un silenzio colmo di voci per capire tanto di più.
- È proprio così… ma entra, accomodati pure.
- Grazie!
Rebecca entra nella disordinata e semplice carrozza-stanza di Fred. Si avverte un certo imbarazzo nell’aria condito da brividi di emozioni. Volano sguardi e silenzi… Fred offre anche a Rebecca un goccio di Wodka, poi ancora un altro e un altro ancora. L’effetto dell’alcolico bevuto li rende particolarmente allegri e poco vigili. Sarà stato perché poco vigili e ubriachi o forse per l’essenza vera del momento ma i due iniziano a scambiarsi effusioni e dolcezze. Si baciano. Si amano.
Lo spettacolo termina. La folla lascia il circo e le luci calano. Solo in una carovana la lanternuccia a petrolio non si estingue e brucia, brucia di luce flebile e rosso intenso.
Le tigri ruggiscono insonni nella tristezza della loro prigionia.
III
Mio caro Fred
Poche righe per dirti addio… per dirti grazie.
Ti ho sempre amato e ti amerò ancora ma il destino della mia vita mi chiama a compiere il mio dovere di fede.
Sono musulmana e questo tu lo hai sempre saputo.
Ho imparato l’arte del mascheramento per sfuggire alla verità. Ma dietro il trucco e il naso rosso la verità ha sempre fatto capolino. Ho studiato in una scuola estremista che mi ha esercitato all’arte della guerra e al valore supremo del martirio per il mio Dio.
Non mi chiamare terrorista, me ne offenderei.
Sono solo una donna pia, cioè obbediente ai precetti e ai doveri. Obbediente al suo Dio.
Mi costa guadagnarmi il Paradiso… Ho cercato per anni di mentire a me stessa ma qualcosa mi agita le vene. Scorre in me il sangue di Allah e mai sarò felice se non assecondo il mio dovere così come mio fratello, mio padre e mia madre.
Ti ricordi il mio trucco? Ebbene sul volto ho sempre portato inciso la mezza luna, segno della mia religione. Era circondata da sole e stelle, il sole dell’amore e le stelle della notte che spaventa.
Poi ho deciso… mi è giunta ieri una lettera. Tutto è pronto. È la mia ora. Sono chiamata a compiere la mia missione di fedeltà.
Non potevo andar via, però, senza aver vissuto anche la mia verità segreta.
Ecco perché ieri notte ho bussato alla tua porta e ho scelto di amare…
Ora vado a morire ma, credimi, il martirio più grande non è perdere la vita ma sacrificare il mio amore per te.
Uccideranno il mio corpo ma mai estingueranno la fiamma del mio amore.
Allah ti benedica e con Lui benedicimi anche tu.
Addio amore mio…
Rebecca
Fred legge quelle scarne righe.
Piange.
Le butta nelle pozzanghere della gabbia delle tigri che accorrono pensando di aver ricevuto un pasto succulento.
Corre voce nel circo che Rebecca è scappata. Si dice che c’è stato un attentato nelle prime luci dell’alba e che il terrorista sia una donna.
Fred comprende.
Corre sulla pista e inizia a volare. Salta e risalta da un trampolino all’altro.
In equilibrio si ferma con le mani sospese nel vuoto.
È un’artista dell’aria. Ma adesso sa che il vero acrobata è solo il cuore.
Spira una brezza e dondola la fune della rete di protezione leggermente infranta dall’usura…
Pongo e la Grande Foresta
Spira una lieve brezza nella foresta, verde di vita, tutta fremito e allegria, nel vispo vociare dei suoi tanti piccoli amici. Ondeggiano le foglie carezzate dal bacio del vento e per un insolito fremito che rende più viva l’aurora, mentre borbotta mamma merla, disturbata dall’inconsueta agitazione di questa mattina primaverile.
- Ma cosa avete oggi da schiamazzare tanto? I miei piccoli cominciano ad agitarsi nei loro gusci avvertendo tutto questo frastuono.
- Ma come, siete ancora lì, mamma merla? Non avete saputo…
- Cosa scoiattolino Bill, cosa devo sapere?
- C’è stato l’ordine di evacuare subito la foresta, dobbiamo scappare in fretta!
- Scappare? E dove, perché?
- In cerca di un altro posto, questo tra poco… Bum!… sarà tutto infiammato e poi….tatapumm…. tutta cenere!
- Ma cosa dici Bill, fiamme, cenere, sei sempre il solito esagerato!
- Si, signora Merla, il presidente della nostra foresta, gufo Magister, ha già sottoscritto l’ordine ed ora, sorvolando la zona, sta dando a tutti personalmente l’allarme. Ah, lupus in fabula, eccolo sta arrivando anche qui…
Subito un tonfo riempie l’aria che sembra più cupa per l’imminenza della notizia bomba. Un po’ tozzo ed impacciato, tra i folti rami verdi, colmi di uccelletti, di scoiattoli e farfalle, sbuca uno stanco gufo dalla sguardo profondo, la frante torva e l’aria autorevole…
Tutti lo stimano più saggio persino di nonna tartaruga e gli tributano il rispetto che si deve ai grandi artisti, tanto che l’hanno eletto persino presidente!
Gli animali tutti gli chiedono consigli perché, in effetti, un po’ profeta lo è davvero. Ma stavolta la sua voce tuona sventura:
- Presto signora merla, non c’è tempo da perdere, i suoi piccoli vedranno una terra nuova!
- Cosa accade presidente?
- Lì all’orizzonte rosseggiano le fiamme, il vento le alimenta e l’incendio da est si sta propagando fin qui. Solo poche ore e sarà terra bruciata.
- Su le penne – grida lo scoiattolino – bisogna scappare!
- Ma dove, dove ora?
- Esiste sempre una Grande Foresta pronta ad ospitarci; spetta a noi trovarla, accoglierla e poi…poi il tempo, solo il tempo la rivela!
- Ma qui non abbiamo più tempo presidente e poi io non ho più l’età, l’entusiasmo per cercare…
- Allora segua me signora merla. Anch’io sono vecchio ormai, assiso come il naufrago sullo scoglio in riva al mare… attendo una zattera amica pronta a salpare… assaporo la brezza e parlo col vento, questo è dato alla mia età… un avvento di passi nello scorcio della vita e poi la contemplazione dell’orizzonte dove i giovani gabbiani imparano il volo. A loro posso donare un patrimonio: questo è il mio compito! Ed anche il suo che è prossima madre di quella nidiata…
Venga con me!
La merla fissa negli occhi il saggio gufo, un po’ confusa e un po’ impaurita, mentre dalla Grande Quercia, cuore della foresta, si innalza un nero fumo.
- Ecco l’incendio che avanza,- grida la merla – signor presidente mi aiuti a salvare i miei piccoli.
Si stringono al nido e unendo le loro forze, fuse dallo stesso intento, vincono la gravitazione e alzano, in volo, la bianca covata. Lentamente, tra due bige ali, l’una di merla e l’altra di gufo, la concava culla di fili di paglia ed erba intrecciata, passa la riva…
Oltre la fonte, lì, infondo alla foresta, un ultimo scorcio di vegetazione, protetto dalle placide acque, verdeggia…
Un tronco, piccolo e basso, accoglie il morbido atterraggio e proprio lì, accanto alla nidiata, la merla ed il gufo osservano, nostalgici, le fiamme furiose rubare alla vita il dolce rifugio dei loro sogni.
Fuoco e fumo avvolgono tutto e, tristemente, gli occhi fissano impotenti l’avanzare dello strepitio.
- Ed ora? – esclama la merla –
- Bisogna attendere… - sentenzia il gufo – Nasceranno questi piccoli e noi gli trasmetteremo il desiderio e la passione della nostra foresta, la speranza della loro casa distrutta dal vento e dal fuoco e poi… la freschezza del loro volo li porterà ad un nuovo approdo.
II
Dietro il tronco, a pochi passi di cicala, Pongo, il più giovane passerotto della foresta, giunto prima degli altri a quel rifugio, per il rapido ardore dei suoi verdi anni, osserva, ascolta, pensa…poi grida con forza:
- Io qui non ci voglio restare! Ho sentito tutto quello che avete detto, spetei? No, proprio non voglio accontentarmi di questo piccolo angolo di mondo. Voglio ritrovare una foresta, la mia Grande Foresta!
- Bene, giovane cuore, - sentenzia nel suo sorriso di luce il saggio gufo - allora è tempo che prendi il volo con lo sguardo fisso alla meta!
- Ma dove posso trovare la Grande Foresta di cui sempre mi ha parlato mio padre e che tu prima nominavi, saggio gufo?
- Lì dove ti spingerà la voce di dentro… quella stessa che ti guida sempre… ed ora ti dice di andare!
- Vuoi venire con me? Mi aiuti?
- Quello che posso soltanto farò… il segreto del grande saggio ti rivelerò!
- Qual è questo segreto?
- Pongo, ecco, arriva un tempo in cui i fiori perdono i loro colori, sembrano morire, ma poi, miracolosamente, si tramutano in frutti succulenti, coi loro semi e maturano col bacio del sole non dimenticando mai quei petali che li avvolgevano.
- Ma io sono solo un piccolo passero, perché mi parli di fiori? Io non ho corolle, petali e semi…
- Ma un desiderio vivo di volare e scoprire l’Oltre…
- L’oltre?
- Sì, la Grande Foresta, la tua Grande Foresta.
- Oh quella sì…proprio quella.
- Parti dunque, ed ascolta il sussurro lieve che ti spinge ad andare… ricorda la greve mia voce e conserva negli occhi il fuoco di oggi che mentre distrugge ti apre il sentiero. Ora ascolta, alzati in volo, sicuro del mio appoggio e di quello dei miei padri. Poi prima di tuffarti negli azzurri abissi del cielo, vola alla Grande Quercia, cuore della nostra Foresta, stacca una ghianda dai suoi rami anneriti dal fuoco e portala via con te… quella sarà per te la strada, certezza di approdo, ancora di salvezza: quello è il segreto, stringilo a te… Spiega le piume sulle ali del vento e vai, vai Pongo, la Grande Foresta t’attende.
Con le lacrime che luccicano negli occhi, infiammati d’ardore, Pongo, senza spiegarsi nemmeno il perché, si slancia subito in volo e in un batter d’occhio sorvola il fuoco e le fiamme, va al centro della foresta e raggiunge l’alta Quercia. Si adagia sul grande ramo e col becco stacca la ghianda che lì pende, la adagia sotto le piume dell’ala e la lega ben bene perché non cada nelle picchiate e negli atterraggi del volo.
- Eccoti piccola ghianda, adesso conducimi incontro alla mia Grande Foresta.
Ancora uno sguardo all’indietro… mamma merla saluta con l’ala, il saggio gufo, immobile e fiero, annuisce. Subito un volo e via… via verso la meta.
L’azzurro del cielo, terso e cristallino, accoglie l’esile corpo dell’ardito passerotto, il sole indora le sue candide piume e tutte le sue penne, rigonfie dal vento, scivolano nelle nubi bianche, morbide come bambagia.
Vola lontano. Per quanto tempo? Verso dove? Nessuno può saperlo ma solo il suo piccolo cuore obbediente ad un’arcana voce, al quel desiderio che gli è fisso innanzi. Vola per giorni e notti senza mai stancarsi, dissetandosi a piccole fonti o fortuite pozzanghere incontrate lungo la via.
Poi, improvvisa, una macchia verde scura irrompe all’orizzonte e un sussulto gli balza nell’intimo.
- Ecco la mia Grande Foresta, deve essere proprio questa…finalmente l’ho trovata!
Più rapido e felice balza, batte e ribatte le ali, drizza e punta la coda controllando, di tanto in tanto, che non vada dispersa la piccola ghianda che serra al cuore.
Il posto è veramente incantevole; alberi fitti e fiori a miriadi, farfalle danzanti e allegri animaletti giocano a nascondino. Pongo si guarda intorno compiaciuto e meravigliato. Si posa su un verde virgulto e lì decide di costruire la sua nuova casetta.
- Sono proprio contento di averti trovato, Grande Foresta, è stato un po’ faticoso ma meno difficile di quanto immaginassi…ora, qui, su questo ramo costruirò il mio nido.
Saltella felice giocherellando con una fila di rosse formiche mentre raccoglie fili d’erba per preparare la sua nuova casa.
D’un tratto un batter d’ali lo sorprende:
- Che fai moccioso! Chi sei? Questa è casa mia!
- Sono Pongo e vengo da molto lontano, la mia foresta è andata in fiamme ed io sono in cerca della Grande Foresta. Ho volato per giorni e giorni ed ora, eccomi qua, pensavo di essere arrivato…
- Macchè stupido passerello! Questa è la Foresta del Monte roccioso e qui non c’è posto per te! Io sono un torvo e questa è casa mia…passeri qui non ce ne sono e non possono starci.
- Allora devo andare via?
- Sì, e anche in fretta, la notte è vicina ed il viaggio che t’attende è ancora lungo.
- Tu conosci, torvo, la strada che conduce alla Grande Foresta?
- Conosco una foresta lontana, aldilà del mare… un vero e proprio Paradiso Terrestre.
- Sarà proprio quella, allora, voglio andarci subito.
- Questa è la direzione, prosegui fino all’azzurro e lasciati guidare dal sapore della brezza.
- Prima di andare, però, lasciami prendere qualche seme come provvista per il viaggio.
Così Pongo, con lo stesso entusiasmo di sempre, becca tanti piccoli semi e li custodisce accanto alla sua ghianda segreta, certo che lì staranno al sicuro.
- Sono pronto per ripartire, arrivederci amico torvo…
Un balzo e di nuovo il piccolo passero plana la volta celeste incurante del tempo, dei giorni, degli sforzi e delle fatiche… ciò che conta è realizzare il su desiderio: approdare all’ambita meta.
III
Nere nubi si addensano in cielo ed il vento si fa più intenso. Si inasprisce l’aria annunciando la tempesta e subito un rombo squarcia le nuvole colme di vapori ed acqua. Precipitano le gocce, vorticose, divertendosi a danzare e disegnare acrobatiche traiettorie.
Pongo non si arrende sfidando i venti contrari e la fitta pioggia che lo bagna appesantendone il volo. Colpo dopo colpo batte e ribatte le ali con più forza e risente nel cuore la voce del saggio presidente, gli risuonano dentro le parole cariche di affetto e la storia dei fiori e del tempo in cui sembrano morire e poi… poi divengono frutti… Così riprende coraggio, vigore, fiducia e speranza. Ripensa alla ghianda e si dice …passerà, e anche per me verrà un tempo nuovo, le lacrime si confondono con le stille del cielo e subito un raggio apre il sereno.
Sì, l’orizzonte si fa azzurro, opalino, una lieve brezza asciuga le piume e il sapore della salsedine si avverte intenso e chiaro. Quell’azzurro lì in fondo è proprio il mare, immenso nel suo tremolio schiumoso che ritempra i corpi e ridona energie nuove.
Pongo è felice, stupito, non aveva mai contemplato l’infinita azzurrità delle acque marine. Conosceva solo la fonte della sua antica foresta e il sapore della pioggia, ma quella distesa gli sembrava veramente infinita. Vola tra bianche gabbiani che stendono le loro ali verso il sole. Li osserva. Li segue ed approda con essi su una ciottolosa spiaggia, costa di un’ignota isola fitta di vegetazione.
- E’ questa la Grande Foresta amico gabbiano?
- La Grande Foresta? Bè… non so, per essere grande è proprio grande, bella pure…forse sì, ma noi qui la chiamiamo Foresta del mare!
- Vivono passeri come me in questa vostra foresta?
- Passeri? No, no… tartarughe, granchi, gallinelle di mare e tanti gabbiani, ma passeri proprio non ne ho mai visti!
- Dunque non posso restare qui con voi?
- Per me, fai pure, ma saresti solo tra la folla! Io, al tuo posto, me ne andrei altrove.
- Altrove? E dove? Sono così stanco…
- Vai lì dove fioriscono le tue antiche radici… dove ti aspettano i tuoi simili per condividere con te la vita… dove puoi costruire case coi pezzi della tua storia.
- Ma è quello che cercavo nella Grande Foresta!
- E allora non arrenderti e vai! Segui la brezza azzurra e passa all’altra riva, perché c’è sempre una terra aldilà del mare anche se ora è invisibile agli occhi e salato ne è il sapore.
- Dunque proseguo?
- Lo devi a te stesso… ma prima di andare, piccolo passero, porta qualche seme con te delle nostre piante… te ne ciberai lungo il viaggio.
Così il gabbiano consegna a Pongo tanti semi diversi che pone insieme agli altri semini e alla grande ghianda tra le sue umide piume. Ancora un sorriso, qualche sguardo intorno e un attonito silenzio dei momenti importanti.
Poi l’ennesimo slancio, la ripresa del volo e ancora il viaggio.
Questa volta Pongo è più stanco e un po’ appesantito. Non è facile ripartire ogni volta e conservare lo stesso entusiasmo, la freschezza e la speranza del primo giorno. Il cammino ci segna, ci appesantisce e si è più fragili e soli, pronti a cadere nell’indifferente terra straniera.
Vola e vola ancora senza più pensare né al sogno che insegue né la voce del saggio gufo. Gli occhi si appesantiscono, il sonno lo assale, la fiacchezza lo vince, così, lentamente perde quota, precipita e cade in aperto oceano.
Le piume si gonfiano d’acqua ma non affonda… riesce a galleggiare grazie alla grande ghianda e ai tanti piccoli semi raccolti lungo il viaggio, che gli formano come un morbido cuscino che lo tiene a galla. Si addormenta…trasportato dalla corrente…
Quanto tempo è passato? Chissà!
Pongo si risveglia e non è più nell’acqua, tanto lontano dalla foresta del mare. Le onde lo hanno trasportato, dolcemente, in un luogo nuovo ma dall’aria tanto familiare. Riconosce la terra bruciata dal fuoco, gli alberi anneriti dalle fiamme…
Ma dove è arrivato?
È tornato proprio nella sua antica foresta… ma stavolta solo un’immensa distesa di terra, mista a cenere e polvere, si apre dinanzi allo sguardo. E dov’è la Grande Foresta tanto bramata? È solo un sogno di un giovane cuore? No! Pongo non vuole smettere di credere e di sperare nel suo ideale, nella forza segreta che gli avvampa l’anima. Il saggio gufo gli aveva predetto che sarebbe giunto in quel luogo e non poteva averlo preso in giro. Ma perché, allora, adesso è ritornato in quella terra di fumo e colma di silenzio?
Raccoglie tutte le sue energie e, ancora, tenta di alzarsi in volo per lasciare quel deserto triste e silenzioso. Un salto alto, un secondo salto e un altro ancora… e… oplà… riesce a prendere quota. Dritto dritto verso il sole che brilla lassù!
Mentre sale, nello sforzo immane di vincere la gravitazione e la stanchezza, sente qualcosa scivolargli via giù dalle piume.
No! È proprio lei, la Grande Ghianda che cade seguita da tutti i semi raccolti in terra straniera.
Precipitano in picchiata mentre cresce la velocità. Ed ecco che toccano la bera terra carbonizzata e…tic…tic…tic… si conficcano, uno per uno, nel terreno tutt’intorno.
Pongo osserva, zitto zitto. Piange di un pianto fitto e infinito, amaro e inconsolabile.
Le lacrime cadono rapide ed irrigano quelle zolle appena seminate…
Una magia inizia!
Ma…cosa accade?
Improvvisamente, piccole gemme spuntano, teneramente, dalla terra. Crescono e crescono rapidamente.
Dalla Grande Ghianda tanto amata, caduta nel terreno, nasce una nuova Grande Quercia, possente e robusta, maestosa e forte, bella e solenne come mai una prima s’era vista.
Ed anche tutti i semi, uno ad uno, tutti diversi e vari, crescono intorno in verdi virgulti.
Alberi nuovi, fiori colorati, piante verdi, erbe infinite… la vita esplode sull’incendio del tempo passato.
- Ecco la mia Grande Foresta!
Grida Pongo tutto giulivo e subito trilla nell’aria un volo di gioia. Chiama forte intorno i vecchi amici, canta di gioia e ride, come un matto…
Ma dov’è il presidente gufo?
E mamma merla?
Chissà quanto gioiranno nel vedere il miracolo di un piccolo e volitivo passero.
Intanto, dal tronco aldilà della fonte, da un piccolo nido, lì adagiato, quattro giovani merli osservano e ammirano.
Pongo sorride. Li saluta con l’ala e, fiero, esclama:
- Benvenuti nella Grande Foresta!
MONOLOCALE
(Sesta stazione: Gesù asciugato dalla Veronica)
I
…081 4083822
Da questo numero inizia la mia nuova storia qui a piazza Bellini. Cerco un monolocale, una camera ammobiliata, qualsiasi soffitto mi possa dare un po’ di autonomia. Sono stanco alla mia età di vivere ancora coi miei genitori, sono un trentenne, appartengo alla generazione degli eterni precari, figli degli uomini e delle donne del ’68, e voglio un angolo che sia tutto mio. Dove invitare chi mi pare e piace, dove fare i cazzi miei. Svegliarmi a quell’ora e non a quell’altra. Mangiare o non mangiare, lasciare mutande in giro o accappatoi bagnati sul bidè. Nel mio disordine voglio vivere la mia libertà senza schemi prefissati. Senza più lamentele e litanie angoscianti, deprimenti. Non è che stia male coi miei, con mia mamma. Per carità. Guai a dire una cosa del genere. Si offenderebbe a morte. D’altra parte la amo profondamente, soprattutto e di più da quando si è ammalata. Ma come si può spiegare che il proprio corpo, ad una certa età, cerca e ricerca uno spazio bianco in cui poter lasciare tracce che siano tutte personali e non contaminate dall’infanzia? Un adulto ha bisogno di crearsi i suoi territori come il cane che piscia intorno per segnare del suo odore la strada che ha percorso. Anche io lascio tracce di sperma e vorrei delle lenzuola tutte mie che me lo ricordassero quando mi gira… ecco cosa voglio un rifugio dove spogliarmi non sentendomi nella casa del Grande Fratello. Voglio la mia intimità privata e non solamente o esclusivamente quella pubblica.
Così mi sono messo in cerca di una tana…e stamattina l’ho trovata. Ero a piazza Dante in attesa della metrò per Piscinola e ho letto un volantino mezzo stropicciato e inumidito: “monolocale a piazza Bellini, prezzo conveniente” sotto una serie di striscette con tanti numeri telefonici che si ripetevano sempre identici 081 4083822 081 4083822 081 4083822 081 4083822 081 4083822….e così via.
Ne ho strappato un pezzetto pensando “telefonerò”. Poi mi son detto “e perché aspettare? Ci vado subito”. Detto fatto.
Salgo le scale che portano sulla piazza dalle cavità della terra mentre passa il treno che perdo, col suo rumore infernale, e io vado…più su…verso la luce. Mi incammino per la strada e giro verso porta Capuana fermandomi alle bancarelle dei libri. Vecchi, nuovi, usati o celofanati. A prezzi stracciati, pochi euro per un libro. Che grandezza un libro: la mia passione. La mia croce. Si, sono un insegnante, precario di professione, ma ancora di più amo essere uno scrittore. Scrivo poesie, racconti, romanzi. Amo parlare attraverso il gioco delle parole. Che fascino un libro…il suo profumo, il suo tatto, quello scorrere le pagine e avidamente mangiarle per assaporarne il gusto…la ruvidezza della carta che si avverte sotto il polpastrello bagnato di saliva…che si attacca giusto un flash, il tempo di girare pagina, e poi si stacca subito. Come le idee che deglutisci, ti entrano dentro, le mastichi, le maciulli e poi chissà se le digerisci veramente. Io credo che un bel po’ di idee altrui poi le espelli. Le cachi via come dopo un gran mal di pancia. Una grande indigestione o una forte emozione. Ma qualcosa pur sempre ti resta dentro e tu sei costretto a digerire.
Dopo aver letto un libro sei un po’ più grasso. Inevitabilmente. Ti sei nutrito di qualcosa…un qualcosa che ti hanno imboccato dolcemente o per forza. Ma comunque tu non puoi fare più ammeno di avvertire…di sentire.
Sentire l’attrito che ti rode dentro…perché in ogni libro, anche il peggiore del mondo, senti un palpito che emerge, una voce che grida, o che canta, piange o ride…quello che cazzo vuoi tu. Ma c’è. E nessuno può negarlo. Leggo tanto. Sono laureato in lettere e quindi non potrei fare diversamente…diciamo pure, deformazione professionale. Insegno lettere…parola amorfa, strana, nessuno ti capisce quando la dici, lettere, insomma una specie di grande insalatona, insegno italiano, latino, storia e geografia. Almeno dovrei…perché a dire il vero non sono e non potrei mai essere un tuttologo. Ma questo mi si richiede dal sistema…il sistema. Che angoscia entrare in un sistema. Quello scolastico, poi, te lo raccomando!
Intanto insegno e scrivo…scrivo tanto…scrivo poco….scrivo e basta.
Ecco perché, a maggior ragione, ho bisogno di questo monolocale piovutomi improvvisamente dinanzi come un goccia di pioggia sulla zolla arida. Da porta Capuana a piazza Bellini impiego circa 20 minuti per le soste continue tra gli amici libri. Non ne acquisto nessuno. Per non attardarmi. Poi finalmente arrivo proprio nella suggestiva piazzetta dove al centro troneggia la statua del noto musicista mentre nell’aria umidiccia volano le note di un pianoforte dolcissimo dal vicino Conservatorio San Pietro a Maiella. Suggestivo il posto e, ancora di più, l’atmosfera. Mi guardo intorno e vedo la piccola Si loca scritta a mano attaccata ad un balconcino malconcio che protende proprio sulla piazza. Leggo bene il numero, è proprio lo stesso…081 4083822 oramai l’ho imparato a memoria e potrei giocarmelo al lotto. Non si sa mai, una botta di culo…
Ecco, è il posto giusto penso tra me e me. Libri a due passi e musica dal Conservatorio, non potevo sperare e desiderare di meglio anche se fosse un po’ fatiscente, come preannuncia quella veneziana mezza sgangherata e l’imposta non proprio nuova, mi accontento perché sono conquistato dal posto. Prendo, allora, il mio Nokia e digito i numeri, uno a d uno…081… 4…0…8…3…8…2…2… libero, bussa. Mi risponde una voce doppia, di donna rauca, accanita fumatrice. Chiedo informazioni circa il monolocale dicendomi nei paragi. Mi dice di salire subito a vedere. Il monolocale è ancora libero e lei, la proprietaria, abita proprio lì affianco. Basta salire al primo piano e dare un’occhiata. Accetto e dico di arrivare tra dieci minuti nonostante fossi proprio lì sotto. Volevo un po’ di tempo per fumarmi una sigaretta e pensare…pensare chissà a cosa, forse a niente, come quando cammini per strada distratto con la sigaretta tra le dita e sembri immerso in mille pensieri filosofici mentre dentro covi il nulla. In realtà è proprio in quei momenti che nascono le idee migliori perché covo…aspetto, con la sigaretta che mi brucia i polmoni e il cervello, che nascano idee. Perché nel fondo ci sono, da sempre, e la vita le tira fuori, un po’ alla volta, nella stagione matura. La scrittura poi le palesa e le fa vivere. Le stimmatizza su un foglio. Come su un lenzuolo unto di vita, in cui si spiaccicano i segni del volto bagnato di sudore. È nelle pieghe delle lenzuola che ci sono tracce della notte trascorsa protesa verso la tremula aurora.
Intanto si consuma la sigaretta e butto la cicca che cade in una pozzanghera e subito si spegne friccicando nel tuffo, al contatto con l’acqua, come il capitone che frigge, mezzo vivo, mia mamma la vigilia di Natale, mai morto seppure tagliuzzato a pezzettini. Così si contorce il tempo nei miei pensieri e intanto…salgo le scale e giungo alla porta tutta marrone. Busso. Apre una donna in pigiama brutta e goffa, grossolana in ogni movenza che non nasconde lividi e segni di poca cura e igiene precario. Mi fa entrare e con voce ferma e mascolina dice:
- Giuvinò, chist è locale, song 450 eur o mes.
Senza mezzi termini bada al sodo, partenopea decisa e verace mi offre un caffè mentre do uno sguardo in giro. Decisamente fatiscente ma, nell’insieme, accettabile. Le pareti sono spoglie a patto per un quadro antico, posto sul divano blu, raffigurante la Veronica che asciuga il viso al Cristo del Calvario. Mi avvicino e osservo. Mi piace e dico alla signora, di getto, che sono interessato.
- Va bene, lo prendo io.
Domanda diretta, risposta diretta.
II
Sono qui al monolocale da pochi mesi. Mi sveglio ogni mattina, sotto il solito sguardo della Veronica sul divano blu, con le note del Conservatorio e mi addormento col vociare confuso della gente, soprattutto ragazzi e ragazze, accalcati a bere birra e fumarsi una canna ai piedi di Don Vincenzo Bellini, ogni notte, e ancor di più il sabato e la domenica. Pullula di gente questa piazzetta, proprio quello che mi ci voleva perché se riesco a scrivere ancora qualche rigo tra la correzione di uno schifosissimo compito in classe ed un altro, è solo perché incontro, ancora, la diversità della gente, dell’altro, senza frapporre barriere e me ne innamoro, e cerco di detergere coi lini della scrittura frammenti di verità strappata alla vita.
Certe serate, poi, non me le posso perdere proprio. Domenica scorsa c’è stata una serata di “free love” amore libero…d’altronde è risaputo che piazza Bellini è la sede storica degli incontri gay. Io lo sapevo bene, e forse, proprio per questo ho scelto il mio monolocale tra gli altri.
Diverse bandiere tagliano il cielo nero e lo colorano di rosa e tinte pastello delle più delicate e belle. Mille volti si accalcano, e dita si stringono, indifferenti a certi sguardi pungenti di inquisitori. Io sono solo uno scrittore e non sono chiamato a sparare a zero. Il mio dito indice non si punta…sposa il pollice e impugna, a forza, una matita, traccia segni imprecisi, da completare.
Una coppia si distingue dalle altre, magari troppo esuberanti ed eccessive per i miei gusti, e mi intenerisce. Due ragazzini, credo appena ventenni. Nulla di speciale, ma è proprio questo che mi affascina di loro. Quegli occhi parlano d’amore e di sofferenza: il segreto del mistero d’amore. Una capacità di avere occhi nuovi, puntati sull’aurora sempre. Prendo il mio taccuino e non riesco a scrivere che poche righe…dinanzi ad alcune meraviglie la parola si fa superflua e il silenzio stupito è l’unica verità che regge. Mi addormento col cuore innamorato e sogno… anche io.
Ogni mattina apro la finestra e vedo lo stesso spettacolo: George, il barbone che vive lì sui cartoni di piazza Bellini bere la sua birra giornaliera, almeno la prima e iniziare a chiacchierare, parlare, discutere da solo. Se ne sta lì per ore, fermo impiantando enormi e interminabili discorsi mentre gesticola con vigore e si diverte a spaventare i ragazzi, ritardatari, che corrono veloci verso le scuole.
In particolare, questo lunedì, fischia ad un gruppo di ragazzine, che avranno certamente fatto filone, me lo dice il mio sesto senso di insegnante, anche perché sono quelle stesse, le riconosco bene, che spesso scorgo nei pressi del Convitto Vittorio Emanuele mentre ciarlano tra loro di inutilità varie, come tutte le mie alunne imbellettate.
Si fermano su una panchina ed accendono una sigaretta facendo dei tiri a vicenda, poi, infastidite dagli sguardi indiscreti di George, si allontanano rapide in cerca di qualche altro muretto, perché la vita, a quella età, è trascorrere le ore appollaiate sui muretti o a cavalcioni dei motorini pippando schifezze varie che radono il cervello e l’anima. George sorride, sicuro, forse, che il suo stato è meno precario del loro e si lava la faccia con la birra mentre sputa, infastidito, il suo muco in aria.
Rientro dentro e sul divano blu, sotto le mani di lino della Veronica, scrivo un racconto sulla disperazione dei giovani contemporanei, drammaticamente soli nel fluttuante mondo multimediale… facce straniere di face book eppure sempre in “contatto” telematico fra di loro… mentre George se la ride di gran gusto.
Come amo questo foglio su cui incidere le rughe del mio volto!