GLI ARANCINI DELLA VECCHIA SIGNORA
-Pronto, sorellina….- -Pronto, sono io , fratellone…-
-Sorella mia , potresti farmi il favore di ospitare in casa tua , per il prossimo sabato, i nostri amici del sodalizio per una conferenza su Leopardi ? –
Un momento di incertezza, dovuto alle precarie condizioni fisiche, poi non aveva saputo dire di no.
- Va bene , vi aspetto…-
Le vivande da offrire? Torte, gelati ?.. Il grande professore diabetico non gradisce i dolci , ma adora i salati….il gelato ghiaccia i denti del Funzionario del Ministero dell’Educazione…. le tartine alla maionese sono deleterie al conferenziere allergico alle uova…
Si era accomodata su una poltrona per concentrarsi e poter organizzare i preparativi all’incontro. Il cervello della Vecchia Signora sembrava andare in “tilt”come un computer usurato sotto gli impulsi di un telecomando, di un convulso video-giochi.
Cosa posso ordinare? Aveva telefonato alla nipotina, certa di trovarla al tavolo da studio, per chiederle un consiglio .
I giovani di oggi hanno decisamente le loro certezze, giacché osservano , con occhi realistici, le diavolerie del mondo moderno..
-Nonnina, ti accompagnerò dal nostro fornitore, osserveremo e sceglieremo insieme….--Va bene per oggi , Simona ? - - No ,oggi sono occupata .- - Allora domani alle sedici ?--Alle sedici è presto, facciamo alle diciassette ….- - Va bene, a domani…-
Quella notte di giovedì, la Vecchia Signora non aveva dormito…. la impensieriva la scarsità di sedie e poltrone. Non appena si era levata da quel letto di procuste, aveva bussato alla parente dell’appartamento vicino. – Buon giorno, cara, avrei da chiederti la solita cortesia , mi occorrerebbero delle sedie, per sabato, alle sedici…- - Ma certo, zia, sistemerò le sedie sul pianerottolo, fra i due usci…- - Bene , grazie, ciao….-
Anche la notte precedente all’incontro era stata una notte in bianco. Aveva atteso con impazienza le ore diciassette per recarsi, con la nipotina, a scegliere il “rinfresco”. Non avrebbe immaginato, nemmeno lontanamente, come quella semplice definizione “rinfresco” sarebbe stata stravolta e commutata in una surreale “scaldata e riscaldata” nel vero significato della parola.
Ma lasciamo la Vecchia Signora ai suoi incantamenti.
Alle ore diciassette del Venerdì , la nipotina citofona, la nonna agguanta il bastone, scende cautamente, si aggancia al braccio della giovane, si avviano insieme alla rosticceria. Le vivande si offrono invitanti : pizzette, sfincionelli, calzoni con prosciutto, arancini con carne e arancini al burro.
Le era venuto rapidamente alla mente il racconto di Andrea Camilleri “Gli arancini di Montalbano”, interpretato, per il video, e con vigore, dall’attore Zingaretti, dotato di grande fascino e dalla personalità tanto singolare e prepotente , tale da cambiare sesso alle stesse arancine che , da sempre, a Palermo, erano state gustate e chiamate “arancine”, al femminile, e che aveva ritrovato sulla bocca del Commissario Montalbano , “arancini” al maschile.
Nel telefilm, tratto dal romanzo di Camilleri, il Commissario preferisce ad un viaggio sentimentale a Parigi, con la solita fidanzata, una bella mangiata , a Vigata, di arancini caldi di frittura, gustati a casa di un ladruncolo che il Montalbano desiderava redimere.
Anche la Vecchia Signora li avrebbe prescelti e, mentre li ordinava, si lasciava gradevolmente prendere dall’idea dell’acquolina in bocca degli anziani amici, dei quali, nemmeno uno avrebbe preferito una divertente gita ai fragranti “arancini” tutti al maschile. Ma , si sa, chi fa differenza di sesso, oggi ? Il piacere lo si può trovare in arancine travestite da arancini o in arancini travestiti da arancine, che vuoi che sia ! Tutti i gusti sono gusti e la gola è gola, anch’essa un peccato capitale…
Ad una certa età, però,si impone di scegliere il peccato più leggero e riposante…ben vengano gli arancini !
Ne aveva ordinato in abbondanza, contornati da pizzette ed altre curiosità di trasgressioni alimentari. Per le bibite aveva scelto un vino rosso “DOC”, succhi di frutta privi di zucchero, aranciate amare.. Benedetti voi, amici letterati che, eccezione fatta per il diabete, la pressione alta, le dentiere mobili, nell’ora sintomatica della degustazione , offrite magnifiche soddisfazioni a chi vi ospita.
Finalmente era arrivato il tanto atteso sabato della conferenza su Leopardi.
Mentre , faticosamente, tirava in casa le seggiole dal pianerottolo, cercava di riportare alla memoria alcuni dei versi famosi : -Silvia, rimembri ancora,quel tempo della tua vita…. Al declinar dell’…tu, misera cadesti….. D’in su la vetta della torre antica….Tu in cielo,dimmi, che fai, solitaria luna…..-
Desiderava intervenire al dibattito e spiegare il suo pensiero sul tanto discusso pessimismo leopardiano che, più che carattere intrinseco era vero dolore procuratogli dalla salute precaria e dalla triste vita spesa “su le sudate carte”.
La giornata ottobrina era stata serena ma si scorgeva nel cielo una nuvoletta nera, verso Sferracavallo. Alle quindici un tuono fragoroso la faceva sobbalzare, pochi secondi di “suspense” poi un diluvio si abbatteva sulla città di Palermo, famosa per la sua tanto decantata serenità autunnale. Ma i tempi sono cambiati e la Natura, stravolta, spesso si vuole vendicare della colposa smemoratezza degli uomini dimentichi del rispetto dovuto alla terra, tesi come sono, alla ricerca di vacuità. E, se fra le inutilità odierne, c’e’ pure la vanità di certi neo letterati ( la Vecchia Signora si guarda fisso allo specchio) che desiderano tramandare ai posteri le loro opere umanistiche che non stanno né in cielo né in terra ? Allora fa bene la Natura a rovesciarci addosso quel diluvio di acqua per lavarci e liberarci dalle sovrastrutture mentali e ambientali.
Preoccupata per la decana delle amiche che doveva giungere a piedi, la Vecchia Signora la chiamava al telefono. – Pronto, Anna, senti che pioggia? Cerca qualcuno che possa passare a prenderti in macchina…- -Mia cara, la conferenza è stata annullata a causa del cattivo tempo- -Annullata? Chi te lo ha comunicato?- -Lo stesso conferenziere…..mi ha chiamato al telefono e mi ha specificato che, essendo sicuro che molti amici non sarebbero venuti per il sopravvenuto temporale, aveva deciso che non sarebbe stato il caso di sprecare una conferenza per pochi spettatori.-
La Vecchia Signora sentiva un flusso bollente di sangue affluirle al cervello. In un attacco di “delirium tremens” chiamava al telefono (povero telefono) il conferenziere (poverissimo, ahi lui..).
Ancora oggi la Vecchia Signora non ricorda lo straboccare di parole che gli aveva “sdivacato” addosso, le sentiva, le sente bruciare ancora sulla punta della lingua, prepotentemente. –Professore, ti sei preoccupato soltanto dell’esiguità di uditori che avrebbero assistito al tuo sproloquio, non ti sei curato di considerare la fatica di una amica anziana nell’organizzare un degno contorno alla tua orazione e cercare di ricevere trenta persone, decentemente…. Ricordati che “verba volant” ma il “rinfresco” mi è rimasto sullo stomaco simile ad un impacco di semi di lino. Non pretendevo che gli amici uscissero sotto la pioggia, ma esigevo che tu telefonassi direttamente a me per decidere e insieme avremmo potuto rimandare la riunione alla cessazione del temporale o magari al giorno appresso. Ma tu , Professore, ti sei comportato da perfetto egoista, non hai consultato la tua ospite anziana….Metti una croce sul mio nome, non ci sarò più per nessuno ! –
Sbattuta la cornetta sul telefono, si era già pentita della sfuriata, delle frasi dure e , mentre la tempesta calava d’intensità, diminuiva anche l’ira che l’aveva travolta. –Poveri amici, è molto meglio che siano rimasti nel tepore delle loro mura domestiche !-
Quando si era definitivamente placata, aveva telefonato alla figlia ritenendo che lei avrebbe potuto, in compagnia della sua esuberante famiglia, venire a consumare tutto quel ben di Dio .
-Mamma per stasera siamo stati invitati a cena….metti tutto in frigo e domani sera arriveremo con dei cari amici….-
Alle diciotto in punto erano arrivati i garzoni con tre enormi vassoi di cartone pieni di vivande caldissime. Aveva atteso che fossero freddate,quindi aveva iniziato a sistemare la roba in frigo. “Robba”….le era venuto naturale raddoppiare la - B – alla siciliana, alla verghiana da Mastro Don Gesualdo. Le calzava a pennello l’accostamento al personaggio verista mentre cercava d’immagazzinare la “robba” nel freddo apparecchio moderno adatto a serbare i nostri tesori manducabili. Era stata costretta a ritagliare e rimpicciolire i vassoi di cartone, troppo grandi per essere contenuti negli scomparti….col risultato che le forbici si erano disarticolate, ferendola ad un dito. Un cerottino aveva tamponato il sangue, ma una goccia strampalata aveva sfiorato un arancino.
Furente, l’aveva acchiappato e spinto in bocca - Mancia d’u tò mancia…..-
Si era sentita parzialmente consolata intanto che le tornava innanzi agli occhi l’attraente viso di Luca Zingaretti “Montalbano sono!”. Ah, cara vecchiotta mia, con un arancino fra i denti, tinti del tuo sangue, lasci che il tuo pensiero sbrigliato si faccia calamitare dalla immagine del rude “latin lover” creato dalla fantasia di un romanziere siculo, che più siculo non si può….
La domenica si annunziava con promesse di grande euforia serale in attesa di piacevolezze amicali.
Intanto, durante la notte, le gustosità gastronomiche si erano irrigidite dentro il frigo, assumendo l’aspetto di quei cadaveri che, sul letto di morte, sembrano dire: -Guardate come siamo belli, sembriamo vivi!…-
Dopo aver bighellonato per tutta la giornata, nel pomeriggio si era accinta ad apparecchiare il buffet. Piatti di carta colorati intonati ai tovaglioli su una tovaglia fiorata, bottiglie trasparenti, bicchieri rossi. Alle diciotto aveva iniziato a tirare fuori dal frigo le belle salme imbalsamate, prima di reintrodurle nel fornetto della rianimazione. Alle venti, gli arancini e tutto il resto erano a buon punto del risveglio dal coma indotto, quando giungeva una nipotina, con il fidanzato ansante con, sulle braccia, un microonde, aggeggio più adatto a scaldare le vivande. Così avevano tirato fuori le ghiottonerie dal fornetto e le avevano risistemate nel microonde….
In quel trambusto, fra i sudori caldi e freddi della Vecchia Signora, si era annunciata la calata dei barbari (invitati di ripiego) : due amici nonni , due figlie , un genero,oltre un figlio della Vecchia Signora, la figlia della Vecchia Signora con il nuovo fidanzato, le due nipotine con relativi ragazzi. Come per grazia ricevuta, finalmente si erano ritrovati tutti intorno alla mensa, per servirsi.
Il fidanzato di Simona (l’Angelico), intanto che dava il primo morso, esclamava con la bocca piena :- Si sono mantenuti bene ‘sti arancini….- La Vecchia Nonna lo aveva zittito con uno sguardo feroce….Circospetta si era guardata intorno ma, per fortuna, nessuno aveva udito la battuta incauta dell’Angelico, intente come erano , moglie e cognata , a star dietro al marito e cognato ingozzandolo di “robba”.
La Vecchia Signora era stata presa da una strana sensazione di stupore - Ma cosa fanno ? perché lo imboccano in questo modo ? lo vogliono soffocare?……vogliono consumare un uxoricidio in casa mia ?-
Si era sentita coinvolta in un delitto, colpevole di adescamento per mezzo di tutta quella “robba” oscenamente offerta agli occhi deliranti di gente persa in delittuosi desideri…..Non si rendeva conto, l’ingenua ospite, che il malcapitato, gli occhi puntati al soffitto, sudava come un turco in una fumeria e annaspava con la mano dentro il piatto, fra pizzette e sfincionelli . Nella confusione generale si era levata, tremante, la voce della moglie :- E’in ipoglicemia, in coma diabetico !....-
Il figlio della Vecchia Signora aveva preso in mano la situazione . –Ragazzi, aiutatemi a portarlo giù , lo condurrò in ospedale –
Mentre il poveretto veniva assalito dalle convulsioni, i baldi giovani ,sollevatolo, erano spariti nell’ascensore. Il figlio della Vecchia Signora, con moglie e cognata, era partito a razzo verso Villa Sofia. I ragazzi erano risaliti stravolti. L’Angelico era quasi in coma anche lui, la camicia sporca di bava e arancini spiaccicati, tanto che si era reso necessario rianimare il fusto di famiglia con acqua e zucchero, ripulirlo, rianimarlo. I nonni , ospiti anziani,erano rimasti imbambolati con i piatti in mano, come in una sequenza al rallentatore di una pellicola da psicodramma. La figlia della Vecchia Signora , attaccata al cellulare, chiedeva notizie a Villa Sofia, ogni dieci minuti. Prima telefonata – E’ in coma ipoglicemica…. è attaccato alla flebo…- Seconda telefonata –Si va riprendendo….- Terza telefonata – Già parla…sta quasi bene ….- Quarta telefonata - Lo stanno dimettendo. Ha confessato che prima di uscire di casa, in previsione della lauta cena, si era iniettato quattro unità superiori alla normale dose di insulina. Era circa mezzanotte quando erano ritornati dall’ospedale. La Vecchia signora avrebbe voluto schiaffeggiare l’incauto ospite, per un’ulteriore rianimazione, tanto più che lo vedeva cercare con occhi avidi, la tavola ormai vuota.
Aveva sparecchiato , riordinato e aveva fatto sparire il resto nella bocca spalancata del frigo. Era così tanto scombussolata che aveva giurato, in cuor suo, che non avrebbe mai più voluto sentire parlare di inviti e di conviti. Il resuscitato aveva parlato a lungo, desiderando far partecipi gli ospiti delle sue emozioni per essersi risvegliato su una barella d’ospedale mentre stava per gustare la crosta croccante di un arancino.
La Vecchia Signora, stravaccata in poltrona, non aveva voluto ascoltare quel “bla bla” fastidioso; sfinita, pensava che quella “robba” fosse già morta, congelata per sempre. Eppure, il lunedì, incontrando sull’uscio la nipote, in un intreccio di sedie sul pianerottolo, aveva avuto il coraggio di dirle – Mi è rimasta tanta roba….se tu ne volessi!….- -Si, zia , la riscalderò e passerò qualcosa a zia Lina ,dal balcone, con il panierino…-
Alle ore quattordici del lunedì, una telefonata raggiungeva la Vecchia Signora -Cara, sono zia Lina, ti ringrazio di aver pensato pure a me ….gli arancini erano caldi, caldi , deliziosi !….-
L’esausta Vecchia Signora si era rifugiata in bagno….. Tra un conato e l’altro, gemeva :- Montalbano, Montalbano, il tuo cranio è più appetitoso e desiderabile di un arancino, caldo o freddo, maschio o femmina che sia ! -
LA BARBONA COL TELEVISORE
Tra i barboni che orbitavano attorno al pianeta della strada e della solitudine, l’anziana donna si era distinta sin dal giorno in cui era giunta sotto il ponte sbrecciato di un fiume in secca, stanca e infagottata in un vecchio cappotto. Trascinava un piccolo tender che, in passato, era servito a portare pacchi e bagagli per brevi periodi di ferie. Adesso se lo tirava dietro traballante e cigolante sulle rotelle arrugginite, ricoperto da una tela cerata.
Il vecchio Oscar, un beone che era stato macchinista di treni e aveva girato in lungo e in largo tutto il Paese, scorgendola, si era sollevato da terra e, barcollando, si era inchinato: «Benvenuta, signora…». Lei aveva risposto con un secco cenno del capo, cercando con gli occhi un posticino ove alloggiarsi. Avvistata una nicchia nel basamento di un’arcata del ponte, si era soffermata tastando con una mano la vecchia opera muraria che sembrava cadere a pezzi. Rassicurata sulla stabilità della parete, stava per prenderne possesso quando era stata scossa da un grido: «No, no, quel posto è mio!» Una emaciata figura di donna, quasi uno spettro ambulante, le si era parata innanzi, minacciosa. Ne era rimasta atterrita e si era ritratta, scusandosi. Oscar l’aveva rassicurata: «Non temere, ti aiuterò a sistemarti. Vieni, quest’angolo è ben riparato e asciutto!» «Grazie.» «Vedrai, signora, non sari sola…» Era saltata su come morsa dalla tarantola: «Io non sono mai sola. Ho con me tutta la mia famiglia.» Freneticamente aveva iniziato a scoprire il tender, a tirar fuori una sdraio pieghevole e, con una coperta lisa, si era approntato un giaciglio. Il vecchio la guardava con un sorrisetto ironico: «Ricco il tuo arredamento, d’alta classe, ma non vedo i parenti…» Lei, silenziosa, aveva tratto dal fondo del tender un piccolo televisore quattordici pollici e l’aveva sistemato alla bell’e meglio su un mucchio di sassi. La donna fantasma e il beone, sghignazzando, l’avevano avvertita: «Bada, nel nostro lussuoso residence è stata interrotta l’erogazione di energia elettrica, per un guasto improvviso… Lei, sempre muta, aveva raddrizzato l’antenna incastrata nell’apposito incavo del televisore e aveva acceso l’apparecchio. Il video si era illuminato del sorriso un po’ velato dell’amica Nicoletta. «Il mio televisore è autonomo, cari miei. Funziona a batteria come un robot, come me, come voi tutti, vecchi bacucchi!» «Io vado a vino d’osteria, cara la mia dama…» aveva ribattuto Oscar ridendo a bocca spalancata. Il fantasma donna si era accovacciato a terra, gli occhi al piccolo schermo. «Scusami se ti ho cacciato dalla mia nicchia; mi è toccato lottare contro tutti per poterla occupare, ma se la vuoi…» «Non te ne fare cruccio, mi sono ben sistemata, ma adesso, per piacere, scostati, voglio rimanere sola con i miei.» «Permettimi di assistere allo spettacolo.» «Ma quale spettacolo! Questa è una riunione intima, familiare…» La donna fantasma si era fatta accomodante: «Se mi fai rimanere ti offro una sigaretta.» «Grazie, non fumo.» «Vuoi vedere la trasmissione da sola? Sei terribilmente egoista.»
Lei aveva osservato la donna fantasma, il suo viso pallido incartapecorito solcato da una fitta ragnatela di rughe dove erano rimasti mille desideri insoddisfatti. La bocca sdentata le era apparsa come uno stagno paludoso, circondato da sabbie mobili. Nel timore di esserne risucchiata, aveva ceduto: «Resta, se vuoi, ma taci.» Infine, anche Oscar si era unito a loro.
Le prime serate si erano consumate nel rituale delle presentazioni: «Il bel signore sornione è mio cugino Corrado. Si compiace a intrattenermi fra gli scavezzacolli del parentado e li fa ballare, cantare, recitare. Un po’ tutti abbiamo ereditato lo spirito burlone e pseudoartistico di un avo dal cervello balzano e ci piace esibirci nelle riunioni in casa del carissimo Corrado. Ciao, cugino, siamo tutti tori e toreri insieme alla tua Corrida e tu sei il matador per l’ora de la verdad.» «Adesso corro a Piazza Italia, ai “Fatti vostri”, a trovare mio nipote Massimo il ricciolino, dove mi sento a casa mia con il Comitato dalla parlata sicula e lo starnazzare delle gallinelle ruspanti. Quel gentiluomo compassato è mio fratello Mike, mi strega da quando è nato con i suoi quiz. Mi viene a trovare ogni giorno, benevolo e a volte brusco se non indovino velocemente i suoi enigmi. Mi porta in dono prosciutti teneri come biscotti… Eh, sono numerosi i miei familiari e tutti affettuosi. Pippo, uno dei fratelli siculi, è il più estroverso, parla a ruota libera, suona il piano, canticchia, scopre talenti e mi offre una tazzina di caffè. C’è pure chi mi porta il pollo e il formaggio grana. La sorella Carmen mi porge le notizie su un piatto d’argento e scandisce le sillabe da perfetta insegnante di dizione. In altro sito c’è il Mentana che si fa un baffo dell’arte del ben dire. E’ una mitraglia il nipotino riccioluto e non tira il fiato fino all’ultimo secondo del telegiornale cinque. Anche io rimango in apnea fino all’ultima notizia. Non ho davvero da annoiarmi in seno alla mia famiglia.»
Il vecchio Oscar aveva diradato le bevute per starla a sentire.
C’era qualcosa in quella donna che lo affascinava, le sue parole erano così suadenti da coinvolgerlo nella storia fantastica; era arrivato, persino, a credere a quelle parentele televisive. «Signora, dimmi quando ci presenterai tuo marito e i tuoi figli.» Lei lo fissava con pupille assenti, eppure Oscar vi sapeva leggere l’arcano dei pensieri, dei sentimenti ingarbugliati, centrifugati e distillati nell’alambicco della solitudine.
Il buio scendeva con ali avvolgenti di tristezza sul sonno inquieto dei barboni. Nel silenzio si udiva lo stropiccio delle lenzuola di carta straccia sotto i corpi che s’agitavano, le ronfate di uomini soli, i sospiri di donne che soffocavano contro un sasso l’urlo di una vita delusa. Lei si rannicchiava nella sedia sdraio, avvoltolata in una coperta, e si addormentava con la mano avvinghiata al televisore, nel terrore che glielo avessero potuto sottrarre e con esso perdere i ricordi del passato e le speranza del futuro. Al mattino, appena sveglia, anchilosata e rattrappita, mentre gli altri già litigavano, rimetteva sdraio e televisore nel tender, ricopriva il tutto con la tela cerata e si avviava verso il centro della città. Sostava a ogni negozio per il consueto obolo, fermava i passanti con la mano tesa, discreta chiedeva con voce sommessa: «Solo cento lire, signore, solo cento lire.» Giunta alla stazione, affidava il tender al guardamacchine della piazza e, per cinquecento lire, aveva il tempo di scendere alla toilette pubblica, lavarsi mani e viso e, seduta sulla tazza del water, ricontarsi le monete raccolte. In alcuni giorni riusciva a raggranellare cinquanta o anche sessantamila lire, in altri giorni di magra arrivava a malapena a diecimila. Nascondeva le monete in un borsello di pezza, che appuntava con uno spillo da balia alla maglia bucata, vicino al cuore. I quattrini, oltre che per sfamarsi, le occorrevano per acquistare le pile necessarie al funzionamento dell’apparecchio televisivo: ne consumava a dozzine! Lesinava sul cibo, si accontentava di pane e formaggio e di arance di scarto, ma esigeva che le batterie fossero di qualità: non poteva togliere smalto al viso di sua figlia Donatella, così attiva, efficiente, sempre pronta ad aiutare i deboli, a ricercare gli scomparsi. Non voleva cancellare l’incarnato dalle gote delle nipotine Lorelle ed Ether, doveva assicurare la vivacità degli sguardi dei nipoti Marco, ricco di humour, e Fabrizio, ridente e pacioccone, e poi voleva distinguere in tuta luce i baffi di Maurizio, quel fratellone ben pasciuto (prima, adesso si è sciupato di molto, mi fa stare in pena), quel fratello, dicevo, che sa tenere le fila di tutta la parentela al completo, ogni notte, nel salotto aperto a tutti… a vederli riuniti era una grande emozione per lei che ancora credeva nei valori della famiglia.
Ormai i commessi dei negozi la chiamavano “la barbona col televisore” e l’accoglievano con sorrisi affettuosi. La cassiera, dopo avere incassato - ben inteso! – il prezzo delle pile, le rifilava le cento lire del solito obolo, accarezzandole il viso: «Ciao, nonna, stasera avremo il festival di SanRemo, buona visione!»
Un pomeriggio, giunta sotto il ponte, aveva annunciato, trionfante: «Stanotte vi farò conoscere mio marito. Lo vedremo apparire e sparire su Blob, fra i fuochi pirotecnici di Tangentopoli e le tette e le gambe affusolate di Alba, la mangiauomini. Volete conoscere gli altri parenti terribili? L’irascibile e aggressivo Vittorio, il provocatore Giuliano il grassone, lo sputasentenze Giampiero Muggini, il corrosivo Magalli, il sociologo D’Agostino e Maurizio Mosca che sanno mettere in piedi risse da manuale? Io, paziente, da parente anziana cerco di mettere la buona e fatico molto … (Prima della sua scomparsa, in questa incombenza di paciera ero aiutata dalla Sora Lella, mia zia, buonanima.) Proprio stasera ci sarà una chiarificazione generale nel salotto di mio fratello Maurizio. Ne vedremo delle belle!»
Oscar da qualche tempo la seguiva nel suo girovagare; premuroso, quasi galante, le porgeva il braccio, l’aiutava a tirare il tender. Qualche mangiavano insieme un piatto di minestra calda, presso una bettola, e se ne tornavano, leme lemme, mano nella mano. Lei lo sbirciava di straforo, con la coda dell’occhio… non era male il vecchio!
In una serata di Ponentino, mentre la brezza scarmigliava i loro capelli e la pelle pizzicava come sotto una carezza lontana, lui l’aveva chiamata “mia adorata” con la voce roca per l’emozione e le aveva chiesto di unire le loro solitudini. Lei, pur tremando, aveva finto di non aver udito… alla sua età poteva permettersi il lusso di essere sorda. «Vieni, Oscar, ti vorrei presentare i miei figli...» Accendeva quello strabenedetto e stramaledetto apparecchio che conteneva tutte le delizie, tutte le dannazioni, tutto il fascino, tutto il tormento, tutte le verità e tutte le finzioni dell’esistenza. Cambiava rapidamente canale, col telecomando, anch’esso avido di batterie, borioso scettro di plastica, irrazionalmente consapevole di essere insostituibile. «Il telecomando è mio, nessuno deve togliermelo dalle mani, capito? Adesso potrò volare da una rete all’altra, velocemente, per inseguire i miei cari. Così: primo canale, secondo canale, terzo canale, rete quattro, canale cinque, Italia Uno, Tele Regione, Tele Etna, Tele Scirocco, Eurovisione, Mondovisione… Il satellite è passato, non trasmette più, non potrò rivedere i miei figli, Dio mio! Donatella, Rita, Mara, Gerry, Carlo, dove siete? Li chiamerò al telefono: 0769-7933, 0769-7393, 06-8262... Le linee sono sempre occupate… sempre… lavorano tanto i miei tesori!» La donna fantasma faceva cenno a Oscar, puntandosi l’indice sulla tempia, alludendo alla evidente follia. Il vecchio, col fuoco nelle pupille, sibilando fra i denti, le intimava di andarsene, di farsi i fatti suoi, di lasciarli in pace… No, non era matta la povera donna, era soltanto un essere senza alcun affetto e se lo inventava in telecarne e in teleossa, dentro un quadrato di vetro. Personaggi forse un giorno esistiti davvero e ora materializzati dal desiderio e dalla fantasia per cogliere un motivo di vita, un appiglio cui aggrapparsi per non affogare nel nulla.
Da qualche mese era giunto sotto il ponte un nuovo inquilino, un giovane tossicodipendente magro, allampanato, spiritato. Lei gli passava spesso un’arancia, un pezzo di pane, gli detergeva il sudore dalla fronte, quando giaceva a terra con le braccia “bucate” aperte al cielo come un Cristo deposto dalla croce. «Povero figlio…» E gli faceva scivolare sotto la testa un cartone perché i ciotoli non lo ferissero quando si dimenava in preda alla crisi d’astinenza.
Una sera, al crepuscolo, se lo era sentito alle spalle mentre davanti al video si intratteneva in colloquio silenzioso con i suoi cari. Stupita, aveva avvertito sul collo il fiato rovente, le parole sibilanti: «Mi occorre denaro, tira fuori i quattrini!» «Ho solo ventimila lire, prendile.» Tremante, verga a verga, gliele aveva messe in mano, ma quello – tratto un coltello a serramanico – ne aveva fatto scattare la molla: «Ho bisogno di tanto denaro, prenderò il televisore.» «No, il televisore no, ti prego! Ti imploro…»
Si era aggrappata all’oggetto della sua passione, disperatamente, con tutte le sue forze, coprendolo con il corpo per difenderlo. Urlava il nome di Oscar, degli altri, ma nessuno la udiva. Aveva avvertito, come in un sogno, la lama colpirla alla spalla una, due, tre volte. Era scivolata a terra, supina, gli occhi vitrei puntati a uno spicchio di cielo che si intravedeva da sotto l’arcata del ponte.
Oscar la trovò già morta, tra i ciotoli del greto. In un impeto di rabbioso dolore aveva infranto sui sassi il fiasco di vino e aveva singhiozzato perdutamente. Gemeva, baciando la mano irrigidita sul telecomando, quasi saldata ad esso: «Mia adorata…! Mia adorata…!» *
*Palermo 1994 – Premio “Insieme nell’arte” A Maria Emanuele per il racconto “La barbona col televisore”