Marco Toso

Da: Variazioni sul Decamerone
Giornata seconda - Novella decima

C'era una volta un giudice, tale Riccardo Depreco che per capacità e onestà non aveva uguali, il quale viveva con agio e sposato a una donna molto bella e attraente e dotata di grande sensibilità. Così era ed appariva a tutti essere una coppia felice, e tanto più che i due figli che per questo matrimonio erano venuti al mondo, lo dimostravano sia per prestanza che per rettitudine nella vita e nello studio. Insomma, se potevasi individuare una famiglia che la felicità esprimesse come concreta condizione di vita terrena, tale era questa. Tuttavia, una intiepidita continuità nella pratica coniugale dovuta forse all'eccesso di prestazioni sociali e lavorative da parte del giudice, cominciò a intristire la sua bella e giovane moglie  la quale,  comunque, manteneva vivo e vigile il suo sentimento di affetto e ampio il margine di tolleranza verso questo, come lei reputava, momentaneo rovescio delle sue fortune coniugali. Ma posto che l'ordine e la volontà di mantenerlo lontano da insidie o sconvolgimenti è un proposito spesso aggirato dalla fortuna mutevole e dalla insondabile varietà degli accidenti, avvenne che, per suggerimento stesso di Riccardo – il quale non si avvedeva in tal modo, come si suol dire, di tagliare il ramo su cui stava seduto – la bella donna, a dire della stessa, solo per svagarsi dalla monotonia a cui attribuiva le  intiepidite esperienze di coppia, prese la decisione di organizzare un viaggio in nave intesa a riscoprire, insieme al marito, il   piacere reciproco della novità. Tuttavia, l'occasione troppo appetita di tale momento si trasformò in una deludente sorpresa, in quanto, ai propositi del giudice di “buttare a mare” le preoccupazioni, non faceva seguito, nei confronti veritieri dell'intimità, una vera liberatoria dimostrazione mascolina. Ferito da tale riscontro, per non sentirsi umiliato da se stesso, in quanto la moglie in tutti i modi si adoperava per consolarlo ed incoraggiarlo, assestò involontariamente alla sua generosità un colpo mortale e suggerì alla moglie di allargare un po' le loro conoscenze in quella cerchia di naviganti, per dimenticare il loro stato presente e darsi tempo per ristabilire le vecchie consuetudini di coppia.
E così parteciparono entrambi al gioco detto dei pirati, per cui in una tranquilla serata estiva ci si poneva in circolo con altri viaggiatori e si dava inizio a un gioco con le carte consistente nel passare o pescare le carte dei desideri con altri giocatori contrassegnati da un numero che tutti s'erano scambiati preventivamente a insaputa di tutti gli altri. E fu così che alla bella moglie del giudice capitò – forse non del tutto casualmente – di scambiarsi domande e desideri con un aitante giocatore, di nome Filodritto e tra il detto e il velato costui capì la sorte toccata a colei sulla quale già dal principio della traversata aveva già, come si può dire, posato l'appetente sguardo. E quando, alla fine del gioco, al giudice capitò un' opportuna o inopportuna nevralgia laterale del trigemino, alla bella moglie e al giocatore capitò di trovarsi – lei non sapeva più chi era – nella stessa camera di Filodritto una tra le gambe dell'altro. E questo ancora capitò, nei giorni che seguirono, tra altri giochi e intrattenimenti che trasformarono la bella moglie dell'avvocato da dolorosa in amorosa con gran piacere anche dell'ignaro marito, che  vedeva a fianco sé rinata e vieppiù comprensiva e disponibile la sua compagna.           
Felicemente contesa tra la stanza del suo amante e il tenero affetto che ancora provava per il marito, la bella moglie trascorse quella vacanza consolandosi piacevolmente.
Tuttavia, una natura troppo sentimentale e non solo vigorosamente ferina, spinse  Filodritto a dichiararsi alla moglie di Riccardo di lei perdutamente innamorato.
Al che la bella donna, posta a guisa dell'asino di Buridano tra la paglia e l'erba fresca, non sapeva che risolversi, ma propendeva, nonostante il piacere le suggerisse di cedere del tutto a Filodritto, verso l'affetto e il sentimento coniugale  e di tale stato d'animo totalmente aperse la sua condizione a Filodritto. Al che il caloroso amante decise di parlarne lui medesimo al marito prima che mettessero tutti e tre il piede in terraferma.    
La seguente mattina Filodritto, vedendo Riccardo, ricordandogli chi fosse tra quelli che alcune sere prima giocavano con lui al gioco dei pirati, con lui s'appartò e fece in poca men di un'ora una gran conversazione e una cordiale amicizia,. Ma dopo un po' di tempo che erano seduti in vista al mare tempo parve a Filodritto, come meglio seppe e il più discretamente, esporre la cagione per la quale gli voleva parlare e così gliela discoperse. Riccardo, che era uomo molto debole ma generoso, capì che di questa situazione era lui medesimo la causa e senza punto aversene con la moglie e tanto meno con il di lei amante Filodritto, si dichiarò disposto a concedergliela ma solo a titolo d'amante e che al suo amore esclusivo non concedeva alcuna permissione, dovendo altresì la moglie poi rendere ai figli ragione di una tale e inaspettata condivisione, e tale risposta diede con riscontri e puntualizzazioni che dal gran sapere giuridico a Riccardo provenivano.  
Al quale Filodritto con  viso un po' perplesso ma persuaso da tale calma ostentata da Riccardo rispose: “ Ebbene così sia, e di tale risoluzione renderemo partecipe la nostra...ehm...la tua consorte.”
E così avvenne, che alla bella moglie dell'avvocato parve opportuno assecondare la saggia risoluzione dei due uomini, anche se – fa d'obbligo puntualizzare – divenisse più il tempo che lei trascorreva con il prestante e generoso amante che non quello con il pur comprensivo ma poco energico marito.  



MALIA

Malìa, una ragazza morta da poco, voleva smetterla di sognare, di desiderare anelli, collane, braccialetti ed altro, e per farsi più carina, nell'aria leggera della sera d'Ognissanti, decise di recarsi in un negozio di bigiotteria, aperto per sempre, e procurarsi così tutti i gioielli che desiderava.
Quando Sibilla, la negoziante, vide Malìa, , le venne quasi un colpo:
“Ehi, Malìa, credevo di non rivederti, che spavento mi hai fatto prendere!”.
“Sono morta – disse Malìa – ma non mi è mica passata la voglia di rifarmi bella”.
Sibilla fece sedere Malìa davanti a uno specchio verticale e Malìa iniziò a pettinarsi. Mentre lo faceva cadevano giù dai suoi capelli foglie bagnate, rametti, aghi di pino, ragni e qua e là scivolava via,  contorcendosi, qualche vermetto...tutto quello, insomma, che si attacca ai capelli sottoterra.
Poi, con nonchalance,  si tolse un dito e porgendolo a Sibilla le chiese di farle provare l'anello con la pietra serpentina. Sibilla prese in mano il dito di Malìa e in esso infilò l'anello. Quando Malìa riprese il suo anulare, si guardò la mano e se la portò al collo accarezzandosi. Poi, salendo con una carezza verso il suo volto livido, inavvertitamente con l'indice si perforò una guancia:
“Ah...che sciocca – si disse – devo stare attenta alle mie guance semivuote” e proseguì rivolgendosi a Sibilla:
“Vorrei adesso degli orecchini con lo stesso colore delle mie pupille. Guardale bene perché devi notare quelle sfumature verdi che fanno impazzire chi mi guarda”.
Come fossero lenti a contatto, con calma, Malìa si tolse un occhio alla volta e posatili sul palmo della mano li diede a Sibilla. Poi, mentre Sibilla sedeva al bancone del negozio e come un orologiaio confrontava meticolosamente gli occhi di Malìa e le sue pietre, Malìa girava guardando le vetrinette del negozio con le orbite vuote della sua faccia, per trovare una collana che le stesse bene.
Dopo che Sibilla le ebbe ridato gli occhi – che  rimise subito nell'orbita – Malìa provò un paio di orecchini di un profondo verdemare che le stavano meravigliosamente. Nel frattempo aveva notato un favoloso giro di perle e siccome si era ferita cercando di sganciare il fermaglio, gocciolando anche del liquido nero sul marmo bianco del negozio, senza darsi alcuna pena si sfilò la testa che, come si fa con un bel vaso d'epoca, posò delicatamente sulla sedia dove prima era seduta, quindi infilò le perle direttamente nel collo. La sua testa la guardava dallo specchio e osservandola con la bocca semiaperta non riusciva nemmeno a soffiare fuori l'aria per lo stupore di come le stava quel collare. Malìa, senza la testa, fece un paio di gioiosi giri su se stessa come per dire: “Come mi va? Bene, vero?” e Sibilla esclamò contenta:
“Stai che è una meraviglia! Devi venire più spesso qui da me!”
“Già – rispose Malìa – era un pezzo che non mi facevo viva”.
E, ripresa la sua testa, salutò Sibilla con tanta simpatia continuando poi il suo giro di negozi. Entrò in una boutique dove comprò un abito da sposa,  poi un bouquet in una fioreria e in profumeria dell'essenza di muschio e ciclamino. In una vetrina d'intimo vide e s'appassionò di una sottoveste moto sexy che le cascava giù perfettamente dalle clavicole alle rotule.
Siccome aveva anche un po' di fame, prima di tornarsi a coricare, si sedette in un bistrot dove un cameriere molto attraente le chiese cosa volesse ordinare e a lei che non s'era mai innamorata a prima vista, capitò di desiderare proprio quel bel giovane.
Volle aspettare che finisse il turno fino a notte fonda per consumare qualcosa insieme a lui. L'attesa non fu eterna ma a Malìa sembrava non giungere mai il momento tanto desiderato. Anche lui pensava a lei, a come sarebbe stata quella lunga notte. Sopra pensiero si macchiò di salsa, versò il vino su una tovaglia bianca, dimenticò di servire due minestre ma finalmente entrambi, liberi da impegni e desideri, scelsero un posto molto in dove restarono da soli e cenarono a lume di candela.

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