MORTE DAI FIORI
I suoi anni (più di ottanta) non gli pesavano troppo. Anche quella mattina di quasii primavera stava andando, in macchina, a fare le visite. Era sereno e ben disposto; ma, come sempre, in fondo al suo animo c’era la cognizione del dolore e della morte. Non era un sentimento angosciante, ma una discreta e sommessa compagnia. L’aveva avuta sempre, anche da ragazzo e da adolescente, forse per il ricordo della prematura morte della madre e delle vicende di guerra che aveva vissute, o, più tardi, per la sua professione di medico. Ora, vecchio ma ancora in gamba, gli capitava ogni tanto di chiedersi “quale sarà la mia morte?”
Oggi, per il prolungamento della vita dovuto ai progressi della medicina e della tecnologia, la morte è causata sempre più frequentemente da malattie croniche e degenerative, e diviene così un percorso lungo e tormentoso, spesso associato a demenza. Era questo che lui temeva; avrebbe voluto per sé una morte rapida e semplice. Aveva tante volte pensato, con una certa invidia mista ad ammirazione, alla morte di un suo amico, anche lui medico, che era annegato nel tentativo di salvare un bagnante. E anche quella mattina si disse: “Mah! Staremo a vedere”.
C’era un bel sole, l’erba era rinverdita e gli alberi spogli cominciavano a rifiorire. Ad un tratto si trovò davanti un lungo viale fiancheggiato da tanti susini fioriti: una meraviglia! Provò subito, intensamente, quel sentimento esaltante e consolatorio che sempre aveva suscitato in lui lo spettacolo della natura in fiore. Sì, quel lungo viale orlato da nuvole rosa era troppo bello e attirava irresistibilmente lo sguardo, perciò non vide il semaforo né il furgone che gli veniva addosso; ma un attimo prima dello schianto fece in tempo a pensare: “Meglio così, meglio così……”
BREVE INCONTRO
Mia figlia, vado spesso a trovarla al cimitero. Sono un laico, e quindi non dovrei indulgere troppo a questa abitudine, che a molti può sembrare una debolezza e forse lo è, ma non riesco, finora, a restare a lungo senza portarle dei fiori. La tradizione dei fiori recisi da portare ai morti non mi convince; non c’è nulla di più deprimente dei fiori appassiti, sfatti o secchi sulle tombe. Penso che i camposanti dovrebbero essere come giardini che ospitano solo piante vive, adeguatamente irrigate e messe in condizioni di crescere e fiorire. O forse sarebbe meglio adottare l’usanza ebraica di portare sulle tombe non fiori recisi, ma pietruzze e sassolini. Tuttavia, io continuo a comportarmi come al solito. Penso a Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”.
Anche oggi sono al cimitero. E’ un posto gradevole, pieno di cipressi, su una collina, e si gode una splendida vista sui Castelli Romani, fino al mare che sfavilla in lontananza. Sono le due del pomeriggio e fa un caldo soffocante; il luogo sembra deserto. Sono curvo davanti alla fontanella, e mi accingo a riempire i recipienti per portare l’acqua ai vasi dei fiori. “Glieli riempio io!” dice, dietro di me, una voce infantile, squillante e pura. E’ una bambina, in calzoncini e maglietta, che forse ha notato i miei capelli bianchi e il mio passo un po’ malfermo. Potrà avere dodici anni, è bella, e potrei definirla una donnina. “No, no – le dico – ci penso io, ce la faccio!”. Ma lei si è già impadronita di un recipiente e lo ha messo con precisione sotto il getto dell’acqua. Le chiedo: “Che ci fai, tu, qui?” “Ci vengo sempre, perché c’è papà” “Ma lui lavora qui?” “No, lui sta qui perché è morto. E mamma ha un banco di fiori qui davanti al cimitero”.
Sono confuso e commosso. Intanto i recipienti (sono due) si sono riempiti e li portiamo verso i vasi. Lei è perplessa. “Come faccio? Devo salire sulle tombe?” “Certo – dico io – non c’è nulla di male!”. Così, lei sale e, mentre cammina col suo passo leggero, quasi in punta di piedi, sulle lastre di marmo, la sento mormorare a bassa voce, rivolta alle tombe: “Scusate, scusate………scusatemi”. E intanto, con gesti precisi, ha versato l’acqua e sistemato i fiori; che brava!
Abbiamo finito. Le sono grato e vorrei offrirle una piccola ricompensa; le porgo dieci euro. “No, no, non li voglio! Ciao!” e scappa via, saltellando, lungo il vialetto deserto.
Luciano e Rina Balducci
PARLAVO CON TE
Premessa
Questo è il resoconto fedele dei colloqui svoltisi fra me e mia figlia Rina durante un breve periodo che precedette di alcuni mesi la sua morte. Parlavamo, noi due soli, in macchina, mentre l’accompagnavo al suo lavoro all’università. Lei non poteva più guidare e camminava solo con grande difficoltà e sofferenza, ma continuava a lavorare con un’ostinazione e una serenità che, in una persona consapevole di essere così vicina alla fine, apparivano assolutamente stupefacenti. Io provavo un forte desiderio di aprirmi con lei, di farmi conoscere meglio, di parlarle di cose veramente importanti, perché ormai avevamo poco tempo. Avevo la sensazione, e anche il rimorso, di non averlo fatto abbastanza in passato. Davo la colpa al mio carattere piuttosto chiuso, ma soprattutto al lavoro che mi aveva totalmente assorbito e impedito di avere coi miei figli, nonostante ci volessimo molto bene, la giusta confidenza. Per fortuna, il compito di stabilire coi figli un rapporto chiaro ed intenso era stato svolto in modo eccellente da mia moglie, a cui io l’avevo in un certo senso delegato, ma ciò non mi consolava dell’impressione di non essere abbastanza conosciuto da questa mia figlia che stavo perdendo. E anche lei, pur se non lo diceva espressamente, desiderava conoscere meglio suo padre, nel poco tempo che le restava. Così, in quei nostri viaggi in macchina, abbiamo parlato di molti argomenti, evocati talvolta da spunti occasionali. Ogni tanto tacevamo anche a lungo, in silenzi pieni di tensione affettiva. Io parlavo, in realtà, molto più di lei, che di solito si limitava ad ascoltare, ma poi interveniva in modo sereno o vivace, quasi sempre con quel suo delicato sorriso, indimenticabile. Le parole di Rina sono qui riportate in modo quasi testuale.
I temi che abbiamo trattato non sono tanti. Non ne abbiamo elaborato nessuno in modo esauriente, perché le circostanze non lo consentivano. Avremmo voluto trattarne altri, specialmente per approfondire quelli che lei chiamava “i massimi sistemi”, ma non ne abbiamo avuto il tempo. Spero comunque che questo scritto basti a dimostrare quanto intensamente l’amore per la vita, per il prossimo e per la scienza animasse mia figlia.
Ho aspettato a lungo per scrivere questi appunti, che si presentano come un insolito connubio fra il racconto sentimentale e il saggio ideologico. Il fatto è che sapevo di non possedere il dono della scrittura e di non avere esperienza; infatti in passato non ho scritto altro che relazioni cliniche o scientifiche. Mi sono deciso quando ho pensato che scrivere poteva forse avere un effetto liberatorio e lenire un poco il rimpianto.
Il testo riporta fedelmente tutto quello che siamo detti in quei giorni; ovviamente, usavamo un linguaggio colloquiale. Mi sono limitato a renderlo più corretto e leggibile; inoltre, ho aggiunto molte citazioni, poiché io ho questa innocente mania. Esse, però, non sono da considerare una civetteria intellettuale; io credo che i giusti riferimenti letterari, storici, filosofici e artistici siano utili per dare vigore e chiarezza ai concetti, e anche per memorizzarli.
E’ una limpida e fredda giornata di sole invernale. Da una spoglia siepe di nocciuoli che costeggia la strada pendono già gli amenti, pronti a fiorire. Sono i primi segni di ripresa della vita, assopita dall’inverno. Dice mia figlia: “Per me non vi sarà ripresa, presto non esisterò più”, ed ha sul volto un sorriso triste (perché lei è, senza dubbio, forte e coraggiosa, ma è anche sensibile e umana ed io, talvolta, l’ho sorpresa mentre piangeva in silenzio). Così, partendo da questo brutto pensiero, ci siamo chiesti, nientemeno, che cos’è l’esistenza?
Io sostengo che questo problema, che da sempre affanna i filosofi, vada affrontato nel modo più semplice e pratico possibile. Forse è meglio cavarsela dicendo che l’esistenza è la proprietà fondamentale della realtà, di cui lo spazio e il tempo sono la dimensione. Altre proprietà del reale sono la casualità, la causalità, la evolutività. In altre parole, le cose avvengono per caso e per cause (come diceva Democrito), la realtà è in continuo divenire e si formano storicamente livelli sempre più elevati e complessi in cui essa si struttura. Questi aspetti del reale possono essere constatati e rilevati dall’osservazione e dalla sperimentazione di tutti, e sono perciò oggettivamente verificabili con i mezzi della scienza e del pensiero.
E’ ormai nozione comune che la realtà oggettiva esiste indipendentemente dal soggetto pensante. Nessuno crede più, per dirla con Einstein, che la luna esista solo se e quando noi la guardiamo. Abbiamo innumerevoli prove (basta pensare alla cosmologia, alla geologia, alla paleontologia) che la realtà esisteva anche prima della comparsa dell’uomo, e quindi prima che esistessero il pensiero e la coscienza. E’ ovvio, peraltro, che anche il pensiero e la coscienza fanno parte della realtà.
Si pone a questo punto il problema della conoscenza del reale, problema che ha sempre costituito il nucleo fondamentale della scienza e della filosofia. Tale conoscenza si attua in modi e con mezzi molteplici, che vanno dalla semplice sensazione pre-cosciente fino all’uso di procedimenti mentali complessi e di metodi e strumenti di indagine sempre più sofisticati. Ma l’oggetto dell’indagine, sia esso materiale o concettuale, e persino quando sia costituito dalla stessa psiche o da ipotesi astratte, mantiene sempre un rapporto di distinzione e di indipendenza rispetto al soggetto pensante, il quale percepisce, indaga ed agisce. E’ in questo senso che bisogna parlare di “realtà oggettiva”.
Ma la realtà oggettiva è interamente conoscibile? A mio avviso, la risposta è che la conoscenza, nel suo complesso, deve essere considerata perfettibile, anche se di alcuni aspetti di essa non è possibile avere una nozione precisa ma solo probabilistica, sia per la natura dei mezzi di indagine, sia per le condizioni insite nell’oggetto stesso dell’indagine.
Questi indubbi aspetti, messi in evidenza, ad esempio, da autori come Heisenberg e Goedel, non possono però rendere incerti e inattendibili gli altri livelli di conoscenza del reale, non possono e non debbono farci precipitare nell’oscuro abisso dell’irrazionalità e del mistero.
Riconoscere la possibilità che vi siano dei limiti alla conoscenza non significa certo negarne in toto il valore e l’oggettività. I rapporti fondamentali del reale rimangono validi e definitivi, sia pure in un contesto relativistico: nessuno ha potuto mai confutare o negare il principio di causalità o la direzione del decorso del tempo. Il processo di conoscenza della realtà può legittimamente avvalersi di ipotesi astratte e persino fantasiose, ma può trarre validità solo dal riscontro di dati certi e verificabili.
Nel frattempo siamo arrivati all’università; accompagno Rina, sottobraccio, all’ascensore. Lei mi dice, sorridendo: “Sei un filosofo, magari un po’ ingenuo, o sei solo uno di buon senso? Ad ogni modo, sono d’accordo con tutto quello che hai detto”.
Ancora in vena di filosofia, riprendiamo il nostro tema. Mi sento in obbligo di chiarire un po’ il concetto di “buon senso” e mi torna in mente una strofetta che mio padre ripeteva: “Il buon senso, che un dì fu caposcuola, nel pensiero moderno è morto affatto; la scienza, sua figliuola, l’ha ucciso per veder com’era fatto”. Mi rendo conto che si tratta di un concetto un po’ banale, un po’ terra terra, che i filosofi snobbano, anche se alcuni di essi l’hanno in qualche modo preso in considerazione, come i cultori del cosiddetto “pensiero debole”. Io, però, non penso affatto che il pensiero debba essere debole nel senso che non debba interessarsi dei grandi ideali, dei concetti elevati, dei problemi fondamentali dell’universo e della mente; penso però che non si possano ignorare o sottovalutare le condizioni pratiche e concrete, ed anche i possibili limiti, in cui opera il pensiero umano.
Alla luce di queste considerazioni, secondo me, si debbono reinterpretare molti concetti che possono essere spiegati come prodotti della psiche umana, privi di una base concreta; ad esempio, il concetto di “assoluto” contrapposto a “relativo”.
Sempre, in infinite occasioni, noi constatiamo che le varie realtà si presentano articolate in un complesso di correlazioni molteplici che rendono ogni loro parte o aspetto interdipendenti fra loro. Da questa constatazione la nostra psiche trae il concetto di “relativo”. Nella nostra psiche, però, esiste anche una forte aspirazione a scegliere, unificare e rinsaldare i dati affini e gli aspetti analoghi, per un’esigenza di stabilità e di certezza che è fortemente presente nella mente umana. Da questi processi psichici, ai quali partecipa in notevole misura una componente emozionale, deriva il concetto di “assoluto” che, secondo me, è privo di una base effettiva. Penso che la contrapposizione fra relativo e assoluto sia inconsistente e costituisca un falso problema. Condivido l’opinione di V.I. Ulianov che nei suoi “Quaderni filosofici” afferma semplicemente che “nel relativo vi è l’assoluto”, e anche quella di Goethe: “La natura non ha né nòcciolo né scorza, essa è un tutt’uno, tutto in una volta”. Penso che l’assoluto non esista e che praticamente s’identifichi col relativo; penso che esista solo la realtà nel suo contesto di complesse relazioni; rifiuto però il cosiddetto “relativismo filosofico” che pretende di confutare la realtà oggettiva.
Un altro concetto che deve essere reinterpretato è “il nulla”, che a mio avviso deriva dalle caratteristiche proprie della nostra mente. Questa, infatti, percepisce i dati della realtà ed elabora i concetti ad essa relativi, ma è anche in grado di concepire l’assenza e l’ opposto di tali dati.
Vengono così concepiti il bene e il male, il pieno e il vuoto, il vero e il falso, il molto e il poco, il tutto e il nulla. Mi sembra legittimo pensare che “il nulla” filosofico, che tanto ci angoscia, non esista, e che sia solo un prodotto della nostra psiche.
La chiacchierata è finita. Chiedo a mia figlia: che ne pensi?
Ecco la risposta, accompagnata da un sorriso venato di affettuosa ironia:
“Sta’ attento a non semplificare troppo. Ora, però, posso rispondere alla domanda: filosofia o buon senso? Credo che tu sia, più o meno, il filosofo del buon senso”.
E’un’altra mattina. Le mimose del viale che percorriamo (le effimere mimose, per dirla con Cardarelli), cominciano a fiorire, e il giallo si fa strada fra il verde vivo delle foglie. Fermi a un semaforo, vediamo sul marciapiede, appollaiato sul suo trespolo, un pittore che traccia pennellate giallo-verdi sulla tela. Ci chiediamo: sarà un vero artista? E così, stavolta, parliamo dell’arte.
Secondo me, l’attività artistica è determinata da rapporti emozionali mediati da processi neurofisiologici e psichici che avvengono nella coscienza di chi crea e di chi percepisce il prodotto artistico. Ciò porta a considerare la possibilità di un’arte oggettiva, non esclusivamente legata ai gusti del percipiente, e per la quale non valga il banale detto “non è bello quel che è bello ma è bello quel che piace”. Non penso di rievocare il “De divina proportione” di Luca Pacioli, né le sezioni auree di Mondrian, né i moduli di Le Corbusier; credo però che possa esistere, al di là dei vari mezzi espressivi, una “artisticità” oggettiva, dipendente dalla capacità di provare e indurre emozioni con varie modalità (pittura, scultura, scrittura, musica, architettura ecc.). Questa capacità emozionale accomuna un graffito preistorico e un quadro astratto, una musica folcloristica e una sinfonia classica, purché esista il comune denominatore della libertà di espressione, della fantasia, della sincerità. Con questi criteri è possibile, ma non facile, distinguere l’infinita gamma dell’arte vera dalla non-arte. E in questo campo, secondo me, c’è ancora molto lavoro da fare per i neurofisiologi, gli psicologi e i percettologi.
Mi sono accalorato un po’ troppo nell’esprimere queste mie idee; ciò fa ridere mia figlia, che dice: “Questa tua smania di oggettivare tutto, anche l’arte, mi fa quasi tenerezza, ma la capisco, e sono d’accordo anche stavolta. Ma ora godiamoci le mimose in fiore: sono le ultime che vedo”.
Oggi racconto a Rina un episodio della mia adolescenza. Facevo la terza ginnasiale e avevo il cervello in costante ebollizione. Ero cresciuto in una famiglia laica e non avevo ricevuto un’educazione religiosa, ma ero tuttavia, anche allora, molto interessato alla religione, di cui mi dava lezioni il professore del mio corso, una volta alla settimana. Era un prete alto, magro, anziano, sempre vestito del suo nero abito talare, che ci parlava della fede in modo scolastico e formale e non problematico come io avrei voluto. Pertanto mi ero costruito, da solo, un complesso di idee personali sui temi religiosi, ed ero soprattutto affascinato dalla figura del Cristo, che mio padre chiamava talvolta “il compagno Gesù” perché lo considerava, nientemeno, il vero precursore del socialismo.
Provavo un forte desiderio di comunicare al prete le mie idee e così, verso la fine dell’anno scolastico, durante l’intervallo per la ricreazione, gli chiesi udienza, deciso a togliermi quel peso dal cuore. Esitante e timoroso di rimproveri e punizioni, gli confessai che amavo pensare al Cristo non come Dio, ma come uomo, il più grande degli uomini, che si era sacrificato in modo così atroce allo scopo di lasciare ai suoi simili una guida sicura per affrontare la vita, il dolore e la morte. Gli dissi anche che amavo pensare che Gesù non credesse veramente di essere il figlio di Dio, ma che affermasse di esserlo solo per fondare una nuova religione. Infatti, se avesse creduto di avere in cielo un posto sicuro accanto al Padre, i suoi immensi meriti sarebbero stati in qualche misura ridimensionati, e quest’idea mi dispiaceva. Insomma, se vogliamo rifarci ad Eschilo, ero anche allora, senza saperlo, dalla parte di Prometeo e contro Zeus.
Il prete mi ascoltava in silenzio, con le folte sopracciglia aggrottate. Alla fine sospirò e mi disse: “Figlio mio, come facciamo? Sei lontano dalla fede, ma vedo che per te queste cose sono importanti. Devi continuare a pensare e a studiare, ma soprattutto devi pregare! Vedrai che pian piano troverai la fede e i grandi benefici che essa ci offre. E anche io pregherò tanto per te”.
Questo mi disse, quasi testualmente. Nessun rimprovero, nessuna punizione. Per l’anno successivo fu destinato ad altro incarico, e così del mio professore di religione non seppi più nulla.
Mia figlia ha ascoltato il mio racconto con molto interesse ed ora, sulla via del ritorno a casa, mi chiede di parlarle di qualche altro momento importante della mia vita. Potrei rievocarne molti, se ce ne fosse il tempo. Ne scelgo uno, che rappresentò per me una vera svolta.
La guerra stava finendo. Io e i miei genitori eravamo scampati ai bombardamenti e alle difficoltà dello sfollamento, ma mia madre era gravemente malata; sarebbe morta dopo pochi mesi. Io, sedicenne e figlio unico, sentivo che per me tutto stava cambiando per sempre. Dovevo entrare in un mondo nuovo, con valori nuovi e nuove speranze; volevo entrarci con coraggio ed energia, e proprio adesso veniva a mancarmi la mamma. In quei giorni venni a sapere che diversi amici, di alcuni anni più grandi di me, erano già entrati in quel mondo, affrontando pericoli, tortura e morte nella guerra civile che allora si combatteva in Italia. Io, invece, niente. Troppo piccolo e immaturo, ero rimasto fuori. Non potevo farmene una colpa, tuttavia mi è restato, da allora, un sottile e nascosto disagio che mi ha accompagnato per tutta la vita, come per un’occasione mancata, un dovere non compiuto, un’attesa delusa. In questo stato d’animo, così sofferto e complesso, mi colse la morte di mamma, ed io e mio padre, già anziano, ci sentimmo veramente soli al mondo.
Poi, come si suol dire con frase abusata, “la vita continuò”. Trovai conforto negli studi di medicina, appena iniziati, e negli interessi politici e sociali. Ma quando ripenso a quel periodo di svolta, ancora adesso mi si stringe il cuore.
Sin dall’inizio dei nostri colloqui c’è un tema che aleggia fra noi, il tema della fede. Come al solito, io propongo di affrontarlo nel modo più pratico possibile. Per noi due, medici e pediatri che esercitano concretamente la professione, ciò significa in primo luogo considerare la funzione consolatoria e corroborante che la fede svolge nei pazienti e nei familiari nell’affrontare la malattia, la sofferenza e la morte. Esistono indubbiamente altri modi di porsi di fronte a questi eventi, ma certamente la fede è tra i più efficaci, forse il più efficace. Come medico pratico, ho sempre incoraggiato il ricorso alla fede per superare i momenti più difficili, specialmente in campo pediatrico, quando la sofferenza e la morte di bambini appaiono più che mai ingiuste, assurde e crudeli. Altri approcci possono andar bene per intellettuali o persone affettivamente e ideologicamente mature, ma nella stragrande maggioranza dei casi la fede resta il più efficace aiuto e conforto. In sostanza, io penso che sia valido il consiglio di Pascal: conviene scommettere sulla fede, perché non ci si rimette nulla, mentre se ne traggono consistenti benefici. Questo atteggiamento pragmatico, che io condivido e che molte volte ho consigliato, è però cosa ben diversa dalla fede certa, convinta e decisa tipica dei veri credenti. Per raggiungere questo tipo di fede, che è poi quello che le religioni ufficiali considerano valido, è necessario un vero e proprio “salto qualitativo” mentale ed emozionale per il quale occorrono una particolare struttura psichica e un determinato, e spesso elementare, assetto culturale. Questo tipo di fede è precluso al ragionatore coerente che ha il dovere del dubbio e può considerare la trascendenza solo come un’ipotesi; egli può essere, al massimo, un agnostico. Tuttavia esistono scienziati e filosofi credenti, anche se ciò può apparire contraddittorio. Penso che questa posizione sia rispettabile e legittima, purché le credenze religiose non interferiscano negativamente con la rigorosa correttezza metodologica delle ricerche e con l’obbiettività dei giudizi.
Concludendo, potremmo dire così: la ragione è il processo della conoscenza dell’esistente e delle sue leggi oggettive, che esistono indipendentemente dal soggetto pensante. Tale processo ha precise regole di constatazione, di indagine e di conferma, regole che, nonostante gli sforzi di alcuni illustri epistemologi, nessuno è riuscito a negare o a inficiare. La fede è uno slancio emotivo verso un’ipotesi che viene ritenuta vera dai credenti e considerata più o meno plausibile dai semicredenti o dai cosiddetti agnostici. Perciò la fede non è ragione; possiamo però dire che la fede può essere giudicata ragionevole quando consente, se bene intesa, benefici e vantaggi sia concreti che psicologici.
A questo punto chiedo l’opinione di mia figlia, ed ecco la risposta: “D’accordo su tutto. Quanto al problema di fondo, questa è la condizione umana: non puoi sapere se Dio c’è. Al massimo, puoi sperare che ci sia. Peraltro, è molto convincente l’idea che Dio possa essere solo una leggenda che gli uomini si sono inventati per esorcizzare l’ignoto, il dolore e la morte”.
Devo dire che talvolta, quando Rina si dice d’accordo con me, mi sfiora il sospetto che lo dica per farmi contento; poi però, sapendo quanto è sincera, caccio via il sospetto. In ogni modo il suo accordo suscita in me una duplice e contrastante sensazione: da una parte mi sento lusingato, dall’altra mi si rinnova, più acuto, il dolore per la perdita che so tanto vicina.
Intanto, andiamo avanti coi nostri colloqui.
Non abbiamo certo trattato abbastanza il tema della religione. Io non posso dimenticare le cose mirabili che, nella mia vita di medico, ho visto fare ad opera del volontariato religioso. Mia figlia interviene ed afferma che non solo la fede in Dio, ma anche la fede in grandi ideali di conoscenza, di giustizia e di umanità può dare senso alla vita e indurre a nobili azioni e a sacrifici eroici. Questa volta tocca a me essere d’accordo, e mi tornano in mente i versi di un autore a me caro, Giordano Bruno: “Ch’io cadrò morto a terra, ben m’accorgo; ma qual vita pareggia al morir mio?”. E mi viene spontaneo ricordare anche “Roma città aperta”, il grande film di Rossellini nel quale vengono, pur se non intenzionalmente, messi a confronto il sacrificio del partigiano Manfredi e del sacerdote Don Pietro. Entrambi, l’uno con fede laica, l’altro con fede religiosa, affrontano tortura e morte e compiono il gesto
supremo.
Mia figlia interviene ancora:”Di fronte a scelte così sublimi non è il caso di fare confronti o graduatorie”. Le do ragione, ma non posso fare a meno di pensare che la fede nella vita eterna ridimensioni, in qualche misura, il merito del sacrificio.
Stamattina, mentre percorriamo un lungo viale alberato, incontriamo un gruppo di giovani suore. Camminano svelte a due a due, sembrano serene e sorridenti sotto le loro cuffiette. Sulla scia delle suore, noi riprendiamo il nostro tema:
la religione è una cosa positiva o una cosa negativa?
Finora ne abbiamo considerato gli aspetti positivi, e in particolare la funzione consolatoria, che in medicina è molto importante, ma non possiamo trascurarne gli aspetti negativi. Dice mia figlia: “Io comprendo e rispetto le persone religiose. Chi si preoccupa della propria anima dimostra di avere almeno un certo livello di spiritualità o, se preferisci, di idealità. Ma se la religione viene intesa o usata senza un minimo di ragionevolezza e senza tolleranza verso le altre fedi e opinioni, e soprattutto se diventa simbolo di identità etnica o nazionale, può trasformarsi in superstizione e in fanatismo cieco e violento”. Brava! E a questo punto, come non ricordare Lucrezio: “Tantum religio potuit suadere malorum” (non per niente abbiamo fatto entrambi il liceo classico). Domando a Rina: “Credi che la fede religiosa sia in declino”? Risposta: “Sembra proprio di sì; nei paesi industrializzati ed economicamente più progrediti è in corso un processo di secolarizzazione che secondo molti è inarrestabile. Ho paura che questo processo sia troppo rapido. Vedo il pericolo di una banalizzazione della vita, che potrebbe ridursi solo ai bisogni materiali e alle voglie degli uomini. Vorrei che la gente (se vuole) si congedasse dalla religione soltanto quando nella mente umana (o, se preferisci, nel subconscio o nel super-io) si fossero stabilmente installati quei famosi valori umani di cui tutti parlano”.
(Banalizzazione della vita: queste parole di mia figlia mi ricordano la frase di Arthur Koestler: “Non possiamo considerare il mondo come una sorta di bordello per le nostre emozioni”).
Parliamo dunque dei cosiddetti valori umani. Secondo me, la solidarietà, l’onestà, la pietà, l’amore per la libertà, il rifiuto della violenza e della vendetta, il rispetto per la vita, la disponibilità al perdono, intesa come fiducia nella possibilità di correggersi e di redimersi, insomma tutti i princìpi basilari a cui dovrebbe ispirarsi la società, non hanno un’origine trascendente, ma si sono formati nella mente umana durante il plurimillenario evolversi della vita sociale. Sono perciò storicamente determinati e senza dubbio si sono espressi ed evoluti attraverso le grandi religioni, ma non per questo possiamo ritenerli astratti, convenzionali e contingenti. A costo di essere tacciato di moralismo o di buonismo, io li considero valori oggettivi, veri livelli di esistenza del reale, conquiste irreversibili dell’evoluzione umana. Penso che essi debbano anche in futuro ispirare le leggi, l’educazione e le attività umane in generale. Si tratta di una prospettiva con tempi molto lunghi, ma di cui esistono ormai le necessarie premesse: sia pure tra mille difficoltà e contraddizioni, ci si rende conto sempre più che solo con una nuova organizzazione della vita socioeconomica potremo migliorare le condizioni di questo nostro pianeta pieno di ingiustizia e di dolore, e far sì che nell’ambivalente psiche umana si rafforzino e prevalgano quegli istinti altruistici che, insieme agli istinti egoistici, persino Adam Smith vedeva coesistere nell’uomo. Chiedo a mia figlia: “Lo credi possibile”? Risposta: “Le cose che hai detto possono sembrare un sogno, ma senza sogni non si combina niente. Perciò rispondo di sì”.
Oggi racconto a mia figlia che ieri ho visitato un bambino Down. Anche lei ne ha visitati parecchi, e, come me, riconosce che sono bambini commoventi, che fanno tenerezza, e che in grande maggioranza sono recuperabili. Noi due siamo medici, e pertanto abbiamo, per dirla con Umberto Saba, “della vita il doloroso amore”; siamo pediatri, abituati a proteggere la vita proprio quando è più indifesa, e perciò l’idea che i bambini Down possano essere scartati o eliminati ci appare assurda e intollerabile. A questo punto, viene inevitabilmente fuori la questione della legge sull’aborto, la famosa 194.
Dice mia figlia: “Una società civile, solidale e bene organizzata dovrebbe essere in grado di accettare e gestire umanamente i propri disabili; dovrebbe anche essere in grado di fornire alle donne il sostegno economico, sanitario e psicologico che dia loro il coraggio di affrontare i sacrifici e le rinunzie che possono essere imposte da una gravidanza inattesa o indesiderata. Perché i sacrifici e le rinunzie fanno parte della vita; è umano e legittimo cercare di evitare difficoltà e disagi, ma non ad ogni costo. Bisognerebbe far di tutto, nella legislazione e nella pratica sociale, per proteggere le gravidanze e combattere al tempo stesso l’orribile piaga dell’aborto clandestino”.
Parole sante; ma nella pratica, in base alla mia esperienza professionale, la grande maggioranza delle donne, credenti e non credenti, quel coraggio non ce l’ha. Storicamente, le donne hanno sempre abortito, sfidando, e molto spesso incontrando, malattie, morte e disagi di ogni genere per sé stesse e per i familiari, nonché vicende penali. Le cause di questo comportamento sono molteplici, ma soprattutto di natura economica. E, come al solito, il denaro risolve tutto: le donne ricche possono abortire clandestinamente con adeguata assistenza medica e igienica, mentre le donne povere sono costrette a correre tutti i rischi. In un quadro come questo non è ragionevole arroccarsi in un’astratta ed estremistica difesa di princìpi impraticabili, ignorando le conseguenze dannose e spesso tragiche di un simile atteggiamento. Bisogna conciliare in qualche misura l’etica dei principi e l’etica della responsabilità, come l’intendeva Max Weber; si potrebbe arrivare a dire che si è costretti a scegliere, fra due mali, il male minore. Sosteniamo perciò tutti i provvedimenti sociali, legislativi ed economici intesi a limitare le cause che costringono le donne ad abortire, e accettiamo la regolamentazione dell’interruzione della gravidanza, per non abbandonare le donne nelle mani di chi cinicamente specula sull’aborto clandestino.
Anche stavolta siamo d’accordo, e mia figlia conclude: “Speriamo che la ricerca scientifica ci fornisca presto un mezzo veramente sicuro per prevenire il concepimento indesiderato: dobbiamo aver fiducia nella scienza”.
Ma possiamo averla davvero, questa fiducia? Dice mia figlia: “Credo nella scienza, ma sono contro lo scientismo ingenuo. Le singole scienze possono risolvere problemi parziali, ma non possono, da sole, affrontare le questioni basilari di questo nostro mondo così complesso. Penso, invece, che
bisogni agire in primo luogo sulla struttura socioeconomica della collettività,
tenendo conto, nel contempo, di tutti gli aspetti della psiche umana”. (Apprezzo molto questo invito di mia figlia a considerare gli aspetti psicologici delle situazioni e delle iniziative).
A questo punto il discorso diventa politico, e bisogna rifarsi alle vicende del ventesimo secolo. All’inizio di esso le contraddizioni della società capitalistica sfociarono nella prima guerra mondiale. Dopo il conflitto, la rivolta delle classi oppresse portò alla comparsa del primo stato socialista e della prima economia socialista, mentre in altri paesi si instauravano governi di destra antidemocratici e dittatoriali. Questa situazione portò il mondo alla seconda guerra mondiale, nella quale si raggiunse l’apice della violenza e delle atrocità, e che si concluse con la sconfitta delle potenze nazifasciste. Seguì poi il lungo periodo della guerra fredda, in cui all’abituale quadro di lotte fra potentati economici si sovrappose il contrasto fra mondo capitalista e mondo socialista al quale appartenevano ormai molti altri stati, compreso il colosso cinese.
Nel periodo della guerra fredda, mentre il mondo capitalista continuava a presentare tutti i suoi classici e cronici contrasti, si assisteva al declino e al successivo tracollo del mondo socialista, nel quale, per un pernicioso dogmatismo ideologico, nonché per ragioni economiche e politiche, era mancata un’evoluzione democratica. A mio avviso, il collasso economico, politico e culturale del mondo socialista ha avuto due cause principali: in primo luogo, la mancanza di una qualche forma di interesse individuale e di responsabilità personale nella gestione di una economia burocratizzata; in secondo luogo, la mancanza di libertà. Infatti la psiche umana, una volta passati gli entusiasmi rivoluzionari, ha bisogno di poter scegliere democraticamente fra opzioni diverse e di poter esprimere differenti opinioni; altrimenti sopravvengono il disincanto, il rifiuto, l’apatia o la ribellione.
Dopo la seconda guerra mondiale è stato riproposto su scala planetaria il liberismo economico; sono passati vari decenni, ma quali sono i risultati?
Il mondo appare sempre più diviso fra troppo ricchi e troppo poveri, masse immense di diseredati vivono e muoiono in condizioni subumane, e si approfondisce sempre più l’abisso fra il nord e il sud del pianeta. Sono comparsi e stanno comparendo nuovi potentati economici che dominano e controllano milioni di persone, e i mercanti di armi prosperano sui tanti conflitti in corso. Le organizzazioni umanitarie, nonostante il loro mirabile spirito di sacrificio, ottengono risultati insufficienti, mentre non si intravede la possibilità di una catarsi rivoluzionaria, che nell’attuale mondo nuclearizzato potrebbe avere conseguenze catastrofiche. In un simile quadro, come si può pensare che il libero giuoco di interessi contrastanti possa, da solo, salvare il genere umano e garantire uno sviluppo compatibile? Si sta sempre più facendo strada l’idea che occorra ormai un grande sforzo per creare le condizioni di un’economia coordinata, che non si fondi soltanto su un ragionevole profitto ma soprattutto sui valori umani, che non sono contingenti, ma costituiscono un livello irreversibile nell’evoluzione della realtà.
Ma perché dovremmo ispirarci a quei valori, nei nostri comportamenti, nella legislazione e nell’organizzazione sociale? Secondo me, in un quadro evolutivo globale e concreto questa “ispirazione” è nell’ordine naturale delle cose. Se poi prendiamo in considerazione la storia dell’umanità con tutti i suoi progressi e regressi, con tutte le sue contraddizioni e tragedie, possiamo ragionevolmente convincerci che quei valori potrebbero garantirci, in prospettiva, il massimo benessere possibile per il massimo numero possibile di persone. Se finora essi hanno potuto influire sulla società solo in modo parziale e contraddittorio, fino a sembrare impraticabili, la colpa non è da attribuire alla “cattiveria” insita nella psiche umana (psiche che peraltro è ambivalente ed è anch’essa un fattore molto importante, ma non primario). Ragionare così significa confondere gli effetti con le cause. La colpa è in primo luogo dell’inadeguata struttura socioeconomica: agendo razionalmente su di essa (ma non solo) sarà possibile rendere i valori umani sempre più operativi. E’ un programma a lungo termine, che i soliti scettici potrebbero considerare utopistico, e che incontra grandi ostacoli di varia natura. Nel momento presente l’ostacolo fondamentale è costituito dall’attuale struttura sociale dominata dai potentati economici, compresi quei complessi militari-industriali che, nel 1961, persino il generale-presidente Eisenhower metteva sotto accusa. La strada è lunga e difficile, ma alla fine potrà sorgere un mondo nuovo.
Dopo questa mia digressione vagamente politica, che vorrebbe essere uno sguardo sul futuro, mi vengono in mente alcuni versi incoraggianti. Pushkin: “Oh, quante mirabili strade ci apre lo spirito illuminista, / e l’esperienza, figlia di penosi errori, / e il genio, amico dei paradossi, / e il caso, divino inventore….” Ricarda Huch: “Ancora una volta risorto dal nulla, / ancora una volta rinnovato dalle fiamme, / io ti vedo ergerti nel mattino, / o splendido mondo, fedele ai fedeli!”.
Mia figlia conclude: “Io sono talmente convinta della grandiosità dell’avventura umana che persino la morte, che di essa fa parte, mi sembra a volte una cosa grandiosa”. E subito, accortasi di aver detto una frase un tantino retorica, ci ride sopra, con la sua solita grazia.
Insomma, tra l’”amor Dei” e l’”amor fati” (alla Nietzsche) noi scegliamo l’”amor humanitatis”, certi che esso possa veramente dare senso alla vita.
Alcuni giorni dopo questo nostro ultimo colloquio Rina si aggravò ed entrò nell’oscuro tunnel del coma dal quale non doveva più uscire, sino alla fine.
“Fulmineo vedo il tuo volto,
le parole, il sorriso,
il garbo del tuo spirito.
Ma sei una persona
che non c’è più.
Non ci sei più, non ci sei più,
la morte ti ha portato via”.
(Mario Tobino, 1974)
Buio, dolore, sconforto. E’ andata così. Comunque, mia figlia ha dimostrato che, anche senza fede religiosa, si può affrontare la morte con coraggio e dignità. Saprò farlo anch’io?