Acqua dolce, acqua amara

     “La mia famiglia ha sempre vissuto qui” racconta il vecchio, “fin da quando le acque dilagavano senza argini né confini, e paludi, acquitrini, fiumi e valli mutavano con le stagioni come le dune del deserto, mai ferme nello stesso luogo.”
“Qui” è per lui il mondo di acque e terre mescolate e incerte, in cui per muoversi servono barche strette e basse oppure ci vorrebbe un paio d’ali.
Qui, la natura deve essere sommessa, discreta; il silenzio è fatto di fruscii d’acqua e canne palustri, contornato dalla linea scura dei pioppi, punteggiato dalle note lunghe e brevi delle grida dei gabbiani, dei richiami delle garzette e degli aironi, coccolato dalle chiacchiere borbottanti delle anatre in sfilata, scosso dal frullo improvviso di uno stormo di uccelli in volo. Terre d’acqua fatte di materia fluida e mutevole che si mescola a precaria solidità, che riuniscono misteriose fascinazioni ed è fin troppo facile definire “magiche”.
Mi ero immerso nelle vie d’acqua che non portano a niente e girano su se stesse in un infinito ritorno uscendone stralunato e vago, con la sensazione di aver vissuto un’esperienza difficile da raccontare a parole, fatta di immagini sempre uguali e diverse, di suoni senza eco se non nell’anima, di odori che si mescolano, della palpabile sensazione del morbido delle sabbie, del tagliente orlo delle canne.
“I miei antenati venivano da Aquileia e costruivano le capanne di paglia per i pescatori; ne hanno costruite tante, scendendo fino alle foci del fiume, sugli scani del Po” il vecchio guarda verso la finestra aperta sulla sera azzurra, come se, là fuori, li vedesse passare i fantasmi evocati dalla memoria. “Qualcuno ha fatto il pescatore, pochi i contadini. La terra è dura e aspra, costa troppa fatica. L’acqua ti porta dove vuoi e si lascia penetrare per darti i suoi frutti. Tu non rubi niente al fiume o alla valle, sono loro che ti regalano tutto quello che puoi prendere.”
Rivolta sulla griglia scura di nerofumo i due pesci dalle carni bianche e profumate, la cena a cui mi ha gentilmente invitato, con la dignità di un re che riceve a corte.
“Quando ero giovane, molto tempo fa, e non c’era ancora la guerra” i suoi occhi si fanno liquidi e vaghi, “ho conosciuto una ragazza e l’ho portata con me. Lei era felice, al principio. Le facevo conoscere i labirinti di canali e lingue d’acqua in cui puoi perderti e girare all’infinito, se non sai riconoscere le più piccole tracce e differenze; le dune e le isole di sabbia fina abitate solo da nidi di gabbiani. Camminavamo in golena quando il tramonto incendiava il cielo e si rovesciava nel fiume, respiravamo insieme l’aria salmastra e toccavamo le onde che scivolano via morbide tra le dita e le cime delle canne con i loro pennacchi di piuma. Qualche volta lei si tagliava con i fusti rigidi, e l’acqua curava il dolore. Nelle notti di luna uscivamo per scoprire gli incontri delle angoane e ascoltarne il canto.
D’autunno, la nebbia la rendeva inquieta e non voleva quasi uscire di casa; i voli degli uccelli che migravano, i loro richiami la rattristavano; la galaverna sui rami le trafiggeva il cuore con i suoi pugnali, diceva.”
Gli uomini e le donne che abitano da sempre questi luoghi sono avvezzi alla solitudine, anch’essi isole circondate d’acqua, lo sanno e vivono con la terra incerta e mutevole e le acque amiche e nemiche un rapporto di fede. Il fiume, alla foce, rallenta la sua corsa, quasi per soffermarsi a godere del paesaggio che contribuisce a formare, si perde in mille rivoli più o meno ampi, si adagia nelle fosse a formare lagune e valli, a lasciar vivere tra pioppi e canneti uccelli dalle ali candide e pesci d’argento e d’oro come quelli delle fiabe.
Luoghi di malinconia indicibile, che fanno immaginare di essere marinai in perpetuo viaggio, spingono i giovani a fuggire e poi a tornare, in una specie di sortilegio, qui dove ogni certezza sfuma nella nebbia e la presenza dell’uomo diventa inutile o persino ingombrante.
“Così anche lei è partita, se n’è andata. Perché chi non c’è nato, tra terra e acqua, non riesce a trovare quasi mai un equilibrio, a sopportare questo tempo che si accumula addosso sempre uguale, a reggere al silenzio che non è mai silenzio ma rumore d’acqua e di uccelli, alla solitudine che non dà tregua, allo scorrere dell’acqua che sembra ferma ma non lo è mai, alla paura delle piene e al fetore della calura che marcisce le alghe, alla poca ricchezza accanto a tanta miseria.
Le mie parole non sono bastate a trattenerla, non sono bastati i colori e le luci che cambiano a ogni stagione. Non ho saputo insegnarle le magie del fiume e i segreti della laguna, non ho saputo farle capire che qui si vive per fede, che i fiumi sono divinità e possono dare vita e morte, che le distese di acqua ferma nutrono la pancia e la fantasia, che il tempo scorre circolare ed eterno.”
Il sorriso misterioso e un po’ malinconico del vecchio racconta tutto questo, e negli occhi si riflettono i colori e le brume e le ali degli aironi, le memorie segnate sulle rive e sugli argini, sull’argento liquido dell’acqua sotto la quale si muove silenziosa e sfuggente la vita.
Infila la lama larga di un coltello sotto i pesci arrostiti dalla brace, li depone sopra due piatti dalla minuscola ragnatela di crepe scure e me ne porge uno.
Fuori fa freddo e buio ormai, la nebbia accarezza le cime degli alberi spogli e i pochi uccelli rimasti per l’inverno hanno già trovato un riparo.
Dentro casa c’è il fuoco acceso e profumo di cena e silenzio di fiume e di notte.

La foce, fine e inizio,
mescolanza,
dove si può arenarsi
o riprendere a vivere,
trasformati.
Come l’acqua del fiume
finisce nel mare
e il mare l’abbraccia.