*

non metto data, non metto giorno.
a che scopo segnare il tempo, consegnare il tempo al tempo?
perché preoccuparsi di queste futilità?

 

*

Questa notte ho dormito male. Quando mi sono alzata ero assonnata, ho preparato del caffè, alla turca, come piace a me, facendo bollire il macinato nell'acqua.
Poi si lascia che depositi e poi si beve.
E poi si sorseggia un piccolo bicchiere d'acqua fresca.
Con la sigaretta accesa sono andata sulla veranda, la vestaglia sulle spalle: non ho visto niente di nuovo.
Sono rientrata.
C'era un po' di sabbia sull'assito della veranda.
Sono ritornata a riguardare le fotografie: ma l'ho fatto di malavoglia, rosa da uno strano tedio, da un fastidio la cui ragione non sono ben sicura di conoscere o capire.
Oggi queste immagini mi inquietano, mi infastidiscono: riemergono questioni irrisolte, insofferenze, impazienze.
Sono i miei perché i dubbi sono loro che mi masticano la carne: sono loro anche i miei più amorevoli compagni.
Non mi abbandoneranno mai.
Adesso incomincia una nuova giornata: adesso incomincio a pensare a come occupare il mio tempo.

Ho girato un po' per casa.
Ho preso in mano qualche libro, l'ho rigirato, l'ho sfogliato.
Sono svogliata.
Mi siedo.

*

Ho aperto la scatolina di latta della curcuma e ho cercato di capire la tonalità del suo colore.
Gialloocra, giallooro.
Polveroso.
Ho preso un cucchiaino da caffè e ne ho presa un po' e l'ho messa su di un piattino.
La sto guardando.
Che colore è?
L'ho assaggiata ha un sapore un po' amaro e un po' piccante.
La consistenza è sabbiosa: qualche volta la sabbia e un po' anche la terra possono avere il suo
colore. Dopo una leggera pioggia, ad esempio, come capita che accada qui.
La curcuma è una pianta originaria dell'Asia che è possibile trovare anche in Polinesia e Micronesia.
E tu non sai certamente che Sangli che si trova in India è forse il centro commerciale più importante per questa spezia.
I mobili sono ancora quelli vecchi: vecchi e scuri come nelle case di campagna che avevamo portato qui e ai quali avevamo fatto rivoltare le ante perché trasportandoli s'erano rovinate.
Questi mobili hanno di bello che nei loro legni conservano profumi odori sapori sentori: basta aprire un'anta rivoltata e mi sento avvolgere da un altro mondo.
La curcuma, a parte la cucina, viene usata per il suo colore gialloscuro-ocraorointenso per tingere le stoffe: il sapore della curcuma terroso amaro piccante dato dalla curcumina non permane molto, però le stoffe così tinte mantengono a lungo il loro colore.
Forse uno di questi giorni proverò a tingere.
Il tempo così mi passa senza troppa difficoltà : cerco di occupare la mente.
Vado anche a passeggiare.
Mi sono dimenticata di dirti che la curcuma ha un fiore di colore rosa che mi pare di aver già visto da qualche altra parte oltre che qui.
I fiori di curcuma e anche gli altri mi fanno compagnia, mi occupo di loro me ne prendo cura.
Fanno passare il tempo.
Il tempo della reclusione.
Quello che mi spinge a guardare avanti senza sapere perché.
Guardo e basta.

 

*

Farà ancora caldo.
Le goccioline di sudore si raccolgono sopra il labbro, sul mento e sulla fronte vicino all'attaccatura dei capelli. Ci passo sopra il dorso della mano, nell'altra ho il ventaglio.
Mi fa sorridere questa situazione.
Mi pare che improvvisamente la vita sia più leggera.
Il sole è molto forte, bisogna che mi metta in testa un cappello di paglia a tesa larga se voglio uscire.
E lo stesso non so se realmente mi riparerà .
E un vestito dai colori chiari, non troppo aperto perché ho paura di scottarmi.
Non sono più abituata a questo sole così forte che rende tutto più intenso.
I colori i sapori le risate i suoni le parole nei discorsi tutto sembra amplificato, in qualche modo mi stordiscono.
Vado lungo la spiaggia a raccogliere le conchiglie.
Sai, la cosa strana è che, improvvisamente, guardando le conchiglie che avevo raccolte e messe in grembo mi sono messa a piangere.
Poco lontano da me c'era l'oceano.
Non lo stavo ad ascoltare .
Non lo ascolto più.
Non nuoto più al chiaro di luna.
Troppi ricordi.
Troppi addii.
Troppe cose da dimenticare...
Più vasto di un oceano.
Sono tornata in casa con le conchiglie chiuse in un fazzoletto.

 

Il cane

Ho ereditato un cane.
E' un cane di taglia grande, nero con gli occhi color del miele.
Non è di razza come sarebbe piaciuto a te.
Me lo hanno regalato i nostri vicini di casa che hanno deciso di trasferirsi da un'altra parte perché questo è un paese di troppa luce, di cieli troppo azzurri, così hanno detto.
Non sapevano a chi darlo così l'hanno regalato a me, hanno detto che mi avrebbe fatto compagnia.
Non so mai che cosa ben pensare di questi slanci che mi ostino a considerare patetici...
Ho solo in più un cane a cui badare e al quale dare un nome perché non mi hanno detto nemmeno come si chiama.
Tanto per dire.
Me ne torno dentro casa: il cane mi segue.
Una casa e due solitudini.
Come dire due piccioni con una fava.
Non ho più voglia di scriverti: forse di questo grande cane nero ti ricordi anche tu: magari lo hai visto girovagare appresso ai suoi precedenti proprietari ma di certo non ti sarà piaciuto perché non è di razza.

 

Il porto

Il porto è un insieme di barche le une accosto alle altre.
E' un piccolo porto: le barche all'interno sono di un azzurro turchese, qualcuna bianca, ci sono cordami che fuoriescono, c'è un nome Karima.
L'acqua del porto non si vede coperta dalle barche: c'è un pescatore in canottiera a righe multicolori e berrettino bianco in testa che sta lavorando forse a sistemare una rete.
Nell'insieme il colpo d'occhio è gradevole: si sente quel particolare odore che ogni piccolo porto ha: di sentina, di acque un po' ferme, di alghe con quello sciacquio sommesso di piccole onde contro le carene delle barche ed il molo ricoperto di mucillaggini un poco sopra ed un poco sotto della linea dell'acqua.
C'è il sole.
La mia famiglia non era di qui.
Nemmeno io sono nata qui, ma in un altro dove.
Altrettanto casuale.
Non mi sento legata a nessun luogo in particolare: qui o là non fa differenza.
La terra, una nazione per me sono astrazioni.
I déraciné sono così.
Lontani dagli altri e da tutto come sei lontano tu.
Il cane mi segue gentile passo passo.

 

*

I pensieri
E' un sovraccarico di pensieri.
Tutte le cose che mi passano per la mente.
Tutte le cose che vedo.
E che non si possono rimediare perché per loro non c'è soluzione alcuna.
Nell'agendina stanno i diversi fogliettini ben ripiegati.
Tutti pensieri: tutti i miei pensieri nero su bianco.
In case of loss, please return to:...
Restituire a chi?
A me?
Non a me: perché in caso di smarrimento dovrebbero essermi restituiti i miei pensieri?
Forse per ricordare
Ma io non voglio ricordare.

 

La casa

La casa è grande.
C'è una veranda che la circonda quasi del tutto il vento che oggi soffia leggero gonfia le tende al suo interno. La zona giorno è ampia: da una parte porta in cucina dove si può mangiare, ci sono i pensili, le madie, le sedie e il tavolo grande. Dall'altra parte la zona giorno porta allo studio con la libreria scura, le lampade, il tavolo con i molti cassetti, le due poltrone, i soprammobili. Poi ci sono le camere da letto: una per gli ospiti, spaziosa con il suo bagno, le finestre. E la camera da letto dei proprietari, cioè noi una volta, solo io, adesso. Anche qui c'è il bagno d'uso quotidiano: la vasca da bagno, la doccia, il lavandino, la porta-finestra ... Le rubinetterie sono di foggia un po' vecchiotta ma comunque interessanti.
La zona giorno ha delle grandi porte-finestra praticamente lungo tutta la facciata danno luce alla casa il vento gonfia all'interno le tende sulla veranda si accumula sempre un po' di sabbia, anche oggi.
Intorno alla casa c'è il giardino con i fiori e le piante, le aiole, l'annaffiatoio, un rubinetto esterno per l'acqua, tavolo da giardino, sedie, cuscini, un gazebo, tazzine sul tavolo, la teiera, nelle tazze del the s'è raccolta dell'acqua è stato certamente a causa dell'improvviso piovasco di ieri pomeriggio.
Ogni tanto arrivano di questi piovaschi così improvvisi e così violenti in un attimo si scurisce il cielo e comincia a piovere fitto fitto tazzine e tazzine si riempiono d'acqua e noi scappiamo dentro casa ridendo.
Dopo passa tutto e resta nell'aria l'odore della pioggia e di terra bagnata si sente spiovere da ogni grondaia da ogni tetto o tettoia, da ogni foglia di ogni albero e fiore chiazze di pioggia si sono formate anche sul tavolo da giardino.
Un po' esterna rispetto alla casa c'è la lavanderia.
Nella zona giorno che fa da salotto ma anche da sala da pranzo c'è il divano di cuoio.
Ci dorme il cane.

 

*

Delle grandi cose si ricorda la fatica di ottenerle
Delle piccole cose si ricorda il piacere che hanno dato
Le chiacchiere davanti a una tazzina di caffè fumante
le risate sommesse
lo scorrere dell’acqua nel risciacquarle,
la caffettiera capovolta ad asciugare
lo zucchero nel piccolo pensile
Una finestra luminosa, gli alberi che incornicia
le piccole piantine
il presepe di fortuna in un angolo del davanzale

Un silenzio

Lo spazio ridotto della stanza con i calendari, le cartoline, le fotocopie appese al listello di legno lungo il muro
Il saluto dato al nuovo venuto
Lo squillo del telefono: la voce dalla dolce e lieve cadenza dialettale

Si perdono, svaniscono con l’aroma del caffè nel sapore di un biscotto
Si nascondono nell’armadio di ferro addossato alla parete che tutto poteva contenere


 

Oceano - Mente

Domani.
Poco nuvoloso
+4/+9
Vento da O-SO
2 nodi
Domani.
Molto nuvoloso o leggera pioggia
0/+5
Vento da NE/E-NE

Il tempo che rincorre il tempo,
che rincorre il tempo, che
riprende il tempo
Il tempo che ritorna su se stesso
In un cerchio eterno il tempo
che ritorna sul tempo
Nella ruota infinita delle possibilità,
qual è la possibilità che porta ad un esito positivo?
Sarà un pensiero, una goccia, nell’Oceano-mente che porterà all’approdo?
Il tempo che rincorre il tempo, che precede il tempo, che soverchia il tempo.
Un tempo, una volta, c’era…
In un mare, in un oceano c’erano
Tante parole come onde
Tanti pensieri come pesci
Tante possibilità passate come coralli
Un tempo c’era una volta Rosaspina che si punse un dito e si addormentò.
Per questo il tempo si è fermato.
Rosaspina dorme nel castello addormentato e tutto intorno cresce un roveto.
Nessun fiore solo spine.
E a difendere il roveto ed il castello c’è un Drago.
Rosaspina nel suo sonno sogna che il Drago diventi un Principe.
Quand’era piccola la nutrice le raccontava di un uomo che era diventato una bestia e di una ragazza che si chiamava Bella. La nutrice diceva che Bella era andata sposa della Bestia.
Bella e la Bestia.
E che dopo, dal momento che Bella era anche molto buona, la Bestia era ritornata l’uomo che era.
Rosaspina / Proserspina nel suo sonno si chiede se lei che sta dormendo sia abbastanza buona e silenziosa da far sì che il Drago si trasformi in un uomo che poi sarà un Principe.
Proserspina sa che c’è anche un’altra fanciulla che dorme in una bara di cristallo.
Tra i denti ha un pezzettino di mela avvelenata. E’ stata la sua nutrice, che era una strega, a dargliela. Adesso Biancaneve dorme con un pezzetto di mela tra i denti.
E Proserspina sa che un principe sta cercando di lei, Biancaneve, pallida e dolce come la Luna.
Un Principe la cerca o una Bestia?
E’ il Lupo che nel bosco osserva una ragazza camminare.
Era Proserspina: e adesso il Lupo guarda attraverso il roveto.
Nel suo sogno Proserspina guarda il Lupo che si muove inquieto oltre il roveto.
Attraverso l’occhio del Drago lo considera.
Il Drago pensa se mai potrà diventare un Principe e se mai Proserspina si sveglierà o se si desterà Biancaneve prima di lei.
Il Drago è incerto, il Lupo osserva inquieto, Proserspina dorme.
Nel suo sogno sente ululare il Lupo, la Bestia che cerca Biancaneve?
Proserspina è pallida come la Luna.
Il sogno di Proserspina giunge al roveto.
Il Drago sibila. Agita le grandi ali di membrane iridescenti. Inarca il lungo collo. Scuote la testa.
L’occhio dilatato.
Il Drago è nel sonno, nel sogno di Proserspina. E’ nella sua mente.
Nella mente e nel sonno di Proserspina c’è un Principe.
C’è un Drago.
Oltre il roveto c’è un Lupo accucciato.
Nella mente di Prserspina il tempo che rincorre il tempo, che rincorre il tempo, che precede il tempo che soverchia il tempo.
Il tempo del sonno.
Il tempo del sogno.
La Mente-Oceano porta con sé il Drago e accarezza il Lupo.
Dov’è il Principe per Proserspina?
La Nutrice che racconta non sa decidere la fine della fiaba.
Lei è il Drago, lei è il Lupo.
Pensa che lei è il Sonno, è il Sogno che avvolge Proserspina, che addormenta Biancaneve.
Nell’Oceano-Mente della Nutrice ogni cosa si ricompone.
Si quieta.


 

*

Alisei.
Sulla mappa geografica della vita i venti spirano costanti.
Alisei.
I venti caldi della bonaccia.
Calma piatta.
Nulla si muove.
Sull’Oceano stregato di azzurro.
Nel vetro, nel sole, nel sale tra la sabbia, tra piccole onde , sugli scogli, sul bagnasciuga.
Nell’acqua di solesale che scompare tra la sabbia che lambisce scogli di maree dimenticate, nello stravolgere del tempo, nello stravolgersi del tempo, nel nulla, nel forse, nel quando dove.
Possibilità.
Conchiglie di parole calcinate dal sole, sognate dalla luna.
Soffiate all’orecchio di Ulisse: gridate da Polifemo: stravolte dal dolore di Achille.
Sussurrate da Calipso: incantate da Circe: sciolte dalla limpida Aretusa.
Conchiglie di Venere: dolci di inganni, come uva, come miele.
Come nettare come ambrosia: disseta il lupo, abbevera i leoni di Gilgamesh.
Tante gocce di sangue: tante perle rosse: una sola mela-granata.
Come Proserpina.
Disseta i cavalli d’inferno di Plutone.
Insuffla la vita di Sirene d’alghe, di voci nel vento, stormite dal nulla.
Conchiglie di mare raccolte considerate catalogate da nostalgie perdute, frantumate dai ricordi, accarezzate .
Tra piccole onde schiumose, che raccontano viaggi d’Oceano, profondità di mari stellati in pianeti sconosciuti, lunari.
Il Mare della Serenità, il Mare del Senno Perduto, il Mare della Pazzia, il Mare di Giada perduto da un Impero Celeste.
Stelle marine  cadute da un cielo primordiale per annegare in un mondo che il loro rispecchiava.
Un altro inganno dolce di Venere: per bocche divine.
Nulla si muove.
Calma piatta.
Freya considera che Fenrir divorerà il mondo, divorerà l’universo: disseta il lupo.
Con l’Oceano: incanta il lupo con leggende dell’Oceano Pacifico con le Tempeste dell’Oceano Atlantico con l’ululare di altri venti.
Alisei.
Conchiglie.
Stelle marine: tante piccole gocce di sangue sinuose sensuali.
Gocciagoccia: guttate,scagliate.
Scaglie d’argento raggiate di sole disseccate disperse sono nell’universo pianeti galassie polvere cosmica nebulose.
Nebulose di perle bianche-gocce.
Universi.
Scaglie d’argento rubate per le corazze di altri eroi: per il regale cerchio viridescente cinto al capo di Nettuno perle mani di Freya perle diafane braccia della Notte.
Calma piatta tutt’intorno.
Solida: inamovibile: viva.
Nulla si muove.
Eau d’été.
Profumo d’ambra e di mare.
Intenso liquoroso denso.
Cannella e vaniglia.
Eau d’été.
Versato dalle mani del colore del the occhio di tigre voluttuoso.
Tropici.
Scivola tra i capelli segna il viso e la bocca: ruscella le spalle il petto le ascelle.
Ambra .
Calma piatta .
Oscillano le onde e il tempo.
Conchiglie.
Spezie.
Cannella cumino cardamomo anice stellata coriandolo  pepe zenzero quanto basta.
Non basta mai.
Sandalo vaniglia  ambra e vaniglia ambra e gelsomino patchouli l’oriente.
Rosa centifoglia.
Tropici.
Barriere del tempo luogo di Sirene.
Pelle di smeraldo splendente di vanità ambigua d’indolenze.
Conchiglia accostata all’orecchio: per ingannare Ulisse.
Per frangere Ulisse.
Tropici di lontananze volute che si disperdono nell’aria greve di tuberosa come il fumo delle sigarette che mai si negano che nemmeno si vogliono.
Tropici di mondi capovolti di divieti infranti.
Di superbie punite.
Ruggire di oceani schiumati di bianco.
Polveri d’acqua iridescenti di madreperla.
Freya pensa al lupo che divorerà i mondi.
Gocce di lacrime gocce di sale.
Salmastro.
Come nettare come ambrosia: disseta il lupo.
Disseta Fenrir.
Parole stravolte dal dolore
Sbrana Achille.
Disseta il lupo.
Uccidi Achille.
Nell’iride nell’occhio d’ambra del  lupo riflesso Achille messaggero degli dei offeso dagli uomini.
Proserspina ha una mela-granata per te.
Dalle sue mani.
Rossa sulla tua bocca.
Versata dalle sue mani.
Scivola tra i lunghi capelli  segna il viso e le labbra: ruscella le spalle il petto le ascelle.
Il sesso.
Dalle sue mani  rossa  sulla tua bocca.
Alisei.


 

*

Donne-moi un verre d’eau
Oui, mon coeur, mais tu dois pas rire...
Il pleut pas

Sono certa che un giorno vedrò spuntare il sole da dietro l’orecchio del tuo viso.
Perché il tuo viso sta nascondendo il sole?
Perché il tuo corpo si nasconde tra la schiuma delle onde dell’Oceano?
Perché il tuo respiro ha il fiato possente dell’Oceano?
Il fragore della tua voce che si perde tra le impervie scogliere del Nord
Il fragore della tua voce che si perde tra la sabbia delle sinuose spiagge del Sud
Io sono una palma che ti guarda dall’alto delle sue chiome: svettante di delicatezza: che fa ombra alle tue acque chiare di riva
Io sono un piccolo ippocampo che galoppa silenzioso le tue acque profonde
Io sono una barchetta che con la sua chiglia fende le sorelle onde che le mandi incontro
Che cosa mi raccontate sorelle…
Che cosa avete visto lontano? vicino?
Abbiamo visto Nausicaa , abbiamo visto Calipso, abbiamo visto Penelope, abbiamo visto Elena e Cassandra, abbiamo visto Medea
Eri tu nelle loro voci
Io sono una polena che corre incontro all’Oceano
Avvolta nell’azzurro del tuo mantello
Che distende le sue bianche braccia nell’iride di ogni piccola goccia
Ridente
Nell’assenza del tempo il mio tempo
Io mi specchio  e vedo il tuo viso
Io allungo le mani e vedo il tuo corpo
Le onde tranquille lo portano
I miei capelli sono le alghe
I miei denti sono piccole conchiglie bianche
I miei occhi sono di profondità scure
Il mio corpo è il tesoro più prezioso che ogni profondità può custodire
Li ho rubati a te
Il mio corpo che ha il tuo profumo di Oceano
Le tue braccia mi stringono e mi proteggono
Io sono il viso che si alza
E’ mattino
Spalanco la finestra: entra il profumo della ginestra, del fico, dell’alloro e della lavanda
Io sono gli occhi che vedono spuntare il sole da dietro l’orecchio del tuo viso


 

*

S’addormentava.
Vedeva un altro mondo con l’erba verde brillante e la tranquillità delle mattinate di maggio.
S’addormentava per dimenticare la malinconia.
Quand’era sveglio, l’accompagnava la malinconia.
Usciva a passeggiare con la malinconia, incontrava casualmente un amico con la malinconia.
Andava a far la spesa, al supermercato sotto casa in compagnia della malinconia…
La malinconia lo accompagnava anche ai giardinetti, quando, seduto sulla panchina si scaldava al primo sole, il giornale piegato accanto
S’addormentava nelle prime ore del pomeriggio con un libro in mano, gli occhiali in viso:
sognava di un altro mondo con giornate di sole splendente, mare e vento alberi, una casa con il suo giardino, i fiori, l’orto di pomodori, un fico enorme e profumato poco lontano.
Si svegliava di soprassalto, si vedeva pendere a destra la testa poggiata sul petto, si raddrizzava sulla sedia, s’appoggiava alla meglio, metteva il libro sul tavolo, si riaddormentava.
A volte era la gatta a svegliarlo: miagolava, si strusciava contro i pantaloni.
Allora si alzava, la chiamava, parlava alla gatta, puliva la ciotola con acqua e detersivo, le dava da mangiare, la guardava, le parlava
Sapeva che la gatta si sarebbe accoccolata sulla sedia vicina alla sua, lisciandosi il pelo, guardandolo per avere una carezza
l’avrebbe accarezzata
Avrebbe ripreso in mano il libro
Avrebbe continuato a leggere: avrebbe cercato il giornale per le parole crociate
Avrebbe desiderato di più, qualcosa di meraviglioso e speciale per i suoi pensieri
Aveva imparato a cucinare e a tenere in ordine la casa
Sempre più spesso pensava che la vita in qualche modo l’avesse tradito.
Anche prima era così.
Un’attenzione particolare per le piccole cose.
Per i meccanismi che girano piccoli lenti e inesorabili
La “sindrome dell’ orologiaio”, la chiamava così.
Anche quand’era giovane si ricordava ed osservava particolari ai quali altri non davano bada
Una piega quasi nascosta in una gonna, al collo di una camicia, un filo che pendeva dalla manica di una giacca, il movimento brusco di chi si sentiva chiamato d’improvviso.
La pagina gualcita del giornale al bar che con ostinata lentezza si intestardiva a lisciare, premendoci sopra il palmo della mano.
Il filo di polvere sulla superficie di un tavolino.
Non aveva mai seriamente pensato di sposarsi: la quotidianità lo inorridiva, l’inaridirsi di persone e sentimenti lo spaventava: così ricordava a se stesso i fallimenti altrui.
Sognava grandi viaggi: pensava a spazi sconfinati
Anche adesso sapeva ancora individuare e riconoscere le costellazioni nel cielo
 Ma a chi poteva interessare o riconoscere le costellazioni, la Stella Polare o Venere, considerare le fasi della Luna,
i quarti che si succedevano regolarmente gli uni appresso agli altri,
serenamente, tranquillamente, con quella sicurezza eterna che sta nel ripetersi consueto delle cose
Non si considerava un vecchio: camminava ancora senza bastone
I gradini li faceva appoggiandosi appena al corrimano: contava nove gradini un pianerottolo, altri cinque gradini un pianerottolo, altri nove gradini ed arrivava alla porta di casa.
Ieri, la signora che è la dirimpettaia del suo pianerottolo, gli aveva regalato una piantina di basilico.
Oggi avrebbe meticolosamente sminuzzato due foglioline da mettere assieme ai pomodori.
Per il pranzo.


 

*

La sfera
La sfera è davanti agli occhi.
Di un colore lattescente che tende vagamente all’avorio.
Sospesi e sospinti verso la superficie ci sono tre alberi.
E’ inverno.
Ai lati della stradina di campagna c’è uno strato compatto e uniforme di neve: in un angolo una macchia rossa, sembra un fiore.
In basso a destra un piccolo cespuglio dai rami spogli, un po’ discosto il primo albero.
Guardo meglio: l’albero è piccolo, dal tronco nodoso si dipartono quattro grandi rami, uno dei quali si suddivide ulteriormente…e poi, tanti piccoli rametti di lunghezze diverse, spogli, contro un cielo di un grigio tenue.
Dietro di lui un verde indistinto, da sottobosco.
La stradina di campagna è stretta, così l’ attraverso d’un balzo
Solo silenzio
E’ l’inverno.
Davanti a me s’innalza l’abete coperto di verde solenne e neve e, vicino a lui il secondo albero.
Il secondo albero si trova un po’ più all’interno, sorge su di un piccolo dosso.
E’ snello, il tronco affusolato, di un colore marrone reso scuro dall’umidità.
Una massa di rami come capelli si diparte dalla sommità del fusto, sottili, ancor più sottili, alle biforcazioni piccoli cumuli di neve gelata
Ai suoi piedi un altro cespuglio che si allarga da terra in un groviglio di rametti spinosi, qualche foglia morta, neve e un terreno scurito alla sua base, vicino c’e il terzo albero.
Il terzo albero e’ il più grande  di tutti, il tronco è possente, striato di chiaro e di scuro, due rami si dipartono a metà della sua altezza, altri ramoscelli su di loro, ancora tronco, ancora tre grandi rami che sostengono una fitta trina di rametti, un irreale delta che sfocia nel cielo che adesso ha il colore di un pallido giallino…
Forse spunterà il sole.
C’è una staccionata costruita con legno di riporto e il fiore rosso sono bacche di agrifoglio, nascoste tra  foglie brillanti e coriacee
Dopo c’è un ampio slargo e l’orizzonte  che si perde nel bianco confuso di altri alberi e cespugli.
                                             Seta seta seta
                                             Di umidi fili di seta
                                             Intesserò il mio mantello
                                             E sarà un incantesimo
Muso a terra: la bocca aperta: la lingua molle che pende di lato
i fianchi tesi-contratti di fiato ansante
Muso a terra-tenace-
Già la mia bocca ha bianche zanne taglienti che sa crudelmente usare
Già la mia gola si tende in un ringhio profondo, irato
Muso a terra: lascio il segno , la mia traccia per farmi ricordare: per segnare luoghi e sentieri
Qui sono nata, qui sono stata, qui sono passata.
Di qui sono passata.
Muso a terra: ho artigli di lupo alle mani, bianche zanne taglienti tra le mie labbra.
Rapida come una folata di vento
Inquieta.
E passo per luoghi e sentieri con il passo leggero e felpato della lupa.
Passo per luoghi e sentieri con l’ampia falcata della lupa.
Giro e rigiro incapace di fermarmi.
Tanti continui, infiniti, continui, immensi, interminabili ghirigori.
Per luoghi per sentieri sconosciuti e ripercorsi
                              Amore mio,
                              vieni  presto
                              il tempo ci fugge
                              che resterà altrimenti di noi?
Struggente struggente struggente  è il mio desiderio.
Che sale dal profondo: dal mio sesso, dalle mie viscere, cuore sangue carne.
E torce e stringe e stritola.
E ringhia angoscia, solitudine, disperazione, ira.
Tutto fugge: tutto si allontana.
Il corpo si libera: a fatica: con dolore
Vive. Vuole vivere.
Desidera: vuole: pretende.
Ma tu aspettami.
Non lasciarmi.
Non mi lasciare.
Pensami come ti sto pensando.
Senti che ti sto pensando.
Ho solo parole, ho solo pensieri.
Le parole e i pensieri
sono uno dei miei più segreti incantesimi.
Già la tela dipanano lentamente,
con pazienza
Già seguono l’usta
Inflessibili
E io seguo e inseguo e mi danno l’anima.
Per mordere per avere.
Con dolcezza con infinita, estenuante dolcezza.
Amore mio,
La notte è inondata dalla luce della Luna.
Ho quattro zampe, folto pelo, un muso, un naso e sono a zonzo per boschi a fiutare tracce, a sentire l’autunno che viene.
L’autunno, l’inverno così freddi fuori, così caldi di calore dentro.
Nevica.
C’è una grande lupa grigia, del colore dell’argento.
Che corre.
In silenzio.
La corsa del lupo, della lupa.
Silenziosa.
Corre in una tundra gelata: in fondo le montagne: sulla mia destra una massa d’alberi a semicerchio.
Alle mie spalle la Luna.
Quante notti di Luna, tanto desiderio.
Tanti stretti abbracci: tanti baci.
Corro nella tundra gelata e mi disseto con grandi boccate di neve.
Corro tenace, instancabile.
Tante carezze infinite: tanto infinito, estenuante piacere
Allora aprirò la bocca e avrò zanne affilate per sbranarti.
E mi disseterò con sangue e neve.
Amore mio,
Potrò, allora, sedermi ed ululare felice alla Luna?

La sfera è davanti agli occhi.
Di un colore lattescente che tende vagamente all’avorio.
Sospesi e sospinti verso la superficie ci sono tre alberi.
E’ inverno


 

Ascolta…
Listen me

Nell’aria si sente che è arrivato l’autunno
C’è nell’aria il profumo della legna che brucia nel camino,
la nebbia  nel giorno che sta nascendo: fa freddo.

Non  dà fastidio.
Mi piace.
Sto sulla soglia scalza con un maglione addosso che guardo la nebbia
tra poco spunta il sole da dietro l’angolo della casa
E’ l’autunno del mese di novembre
Quello delle lunghe passeggiate in campagna  dei pantaloni di velluto e delle giacche di fustagno, delle scarpe ben calzate delle sciarpe calde intorno al collo rimboccate tra i baveri del giaccone, dei passi misurati con le mani in tasca
dell’alito che si condensa: i gatti vicini alla stufa, il cane irsuto
che trotta a casaccio, muso a terra, alla ricerca di invisibili tracce.
Dei cavalli che annusano l’aria scuotendo la testa, soffiando fiato dalle froge: rumori nel maneggio.
L’autunno dell’arrosto con le castagne e del vino rosso nel bicchiere: delle trattorie che portano in tavola salsicce e polenta.
Chicchi di mele granate  rossi nella ciotola, sgranati, cadono con un piccolo suono ovattato
Listen me.
Quest’autunno che attendo con pazienza ogni anno: solo nel mese di novembre con un amore speciale per la morente estate del settembre…
Ma, ascoltami, non mi togliere il novembre.
Fuori dalla città, nei paesi di campagna con la libertà dei giorni di festa che solo il freddo sa regalare
Il cuore frizzante nel petto.
Le risate degli uomini al bar, donne ancora in casa a preparare da mangiare dopo la messa della mattina: i ragazzini in bicicletta.
Piccoli chicchi rossi cadono dal sapore asprigno come le promesse del novembre: a fior di labbra in un mezzo sorriso, in uno sguardo lucente schermato tra palpebre e ciglia, nel movimento suadente dei fianchi, nello tuo sguardo complice dell’uomo che guarda ed intende.
Mangio chicchi rossi….sovrapensiero
Ridi?
Rido anch’io.
Continui sgranare la mela granata…
Ti ricordi delle tue promesse?
Sorrido pensando al novembre al fuoco e alle braci: alla cannella e ai chiodi di garofano infilati nelle arance che profumano la casa

Con i chicchi facciamo il tacchino o l’anatra?
Se tu potessi capire e ascoltare l’autunno del mese di novembre.
Listen…
                                                                       *

 Questo è il bar che ha un quarto di circonferenza di maniglia d’ottone che tiene unito lo stipite della porta ad una sottile barra di ottone, posta di traverso al vetro e che serve ad aprire la porta stessa, in legno e vetro.
E’ il bar con il caldo che ti avvolge, le patate lesse con il prezzemolo e il salame cotto messo nella vetrinetta che sta sopra il bancone, le sigarette ben allineate dietro la cassa.
Dove danno piccoli bicchieri da liquore, come una volta, in vetro.
I bicchierini di vetro  e la bottiglia da un litro con sopra scritto cognac: da bere lentamente, un bicchierino dopo l’altro, con tenacia, testardamente.
Buttato di traverso, nella penombra di un angolo, la spalla appoggiata al muro, stretto nel cappotto, una mano in tasca , l’altra libera per bere.
Un pezzetto di vetro color dell’ambra scura o del the: un pezzetto di vetro riempito dopo l’altro, testardamente.
Lo straniero accanto.
Il sesso nascosto, straniero, pudico.
Altri sogni, altri desideri.
Le mani nodose, screpolate, nel caldo del bar, la sigaretta sottile appoggiata al posacenere.
Fuori c’è un sole dolce e lontano.
Questo è il mio tempo.
Sono la donna dell’autunno e dell’inverno.
Della malinconia, del languore, dello struggimento.
Dell’inverno.
Del gelo.
La pelle bianca, esangue, gli occhi del colore degli stagni, le labbra come le bacche della rosa canina.
I capelli rossi dell’autunno che scaldano il cuore.
Del sesso fatto davanti al camino, tutto il resto fuori: oblio, dissoluzione, sfinimento.
Lontano, nelle sere che arrivano presto.
In compagnia della notte, al caldo nel riverbero del fuoco.
Nelle case antiche, in giardini dominati da alberi umidi di pioggia.
Nel silenzio.
Sono la donna di picche.
Che se va quando sa che l’altro ritorna.
Le liaisons d’amore sono pericolose: nascono per morire.
Le picche uccidono.


 

Debba

Sono partita di casa che saranno state le 15,30: ho preso la bici. Ero senza sigarette. Così ho preso e sono uscita.
Vacanza: primo giorno dell’anno . Vado.
Comincio la ricerca, tutto chiuso.
Mi viene in mente che a Porta Monte c’è un bar che vende anche sigarette: vado e trovo.
Il bar è caldo: un’atmosfera di cioccolata e vin brulé.
Due negri, extracomunitari, sono seduti in fondo al locale: parlano sottovoce.
Sembra di stare in Francia.
Il luogo inviterebbe alla chiacchiera: un’altra persona gioca con “video-games” o chi per essi.
Le porte sono verniciate di bianco: una parte a vetri, le maniglie in ottone che hanno una forma di “S” scivolata.
Forse scricchiolano quando sono entrata: cigolano quando sono uscita.
Prima di me due slavi, sigarette alla mano, parole sconosciute.
Con i gestori parlo del prezzo delle sigarette: aumenteranno di 10/20 cent di Euro tra due/3? settimane.
Non mi ricordo più.
Ho la mia piccola “cloche” gialla in testa e la sciarpa gialla intorno al collo: infilo guanti gialli.
A tracolla un piccolo portamonete rosso: cerniera in acciaio, anche la catenina.
Vicino c’è la pista ciclabile.
Non ci sono gli USA soldiers che corrono la scalinata.
Loro, solo alle 7 del mattino: in piccoli gruppi, maschi e femmine, in tenuta grigia, banda carta rifrangente a tracolla o in vita.
Li vedo alla mattina, quando prendo la corriera.
Monto in sella: un piede sul pedale, la punta dell’altro sul selciato.
Marlboro Light da 20 in tasca una ventina di Euro a tracolla.
La ciclabile mi aspetta.
Pedalo:  mi viene incontro la fredda umidità di strada e muschio, di siepi, di prati in pendio ancora brinati, di case ristrutturate in rosso pompeiano, di case abbandonate e chiuse, alte sul mezzo crinale della collina.
Pedalo: supero strettoie frangi-velocità e persone che camminano e chiacchierano in gruppo, che si voltano e si spostano quando sentono il frullo sonoro del campanello: cappotti, cappelli, sciarpe, guanti, pantaloni e stivali, lana e pellicce, scarpe e occhiali da sole visti d spalle.
Pedalo: incontro persone che mi guardano come io le guardo; famiglie, bambini roller ai piedi, piccoli cani al guinzaglio, un doberman nero-focato, ansante, correggia rossa, collo taurino da sforzo, petto largo, zampe forti, robusta la mano che lo tiene, oltre il cancello un altro cane, richiamo dei proprietari.
Pedalo: a lato, discoste, le macchine si muovono e corrono, sopra il cavalcavia dell’autostrada, una bambina trecce nere e berretto in testa ride.
Pedalo: l’aria comincia ad imbrunire, davanti a me, per una trentina di metri, un ragazzo una ragazza?, in bicicletta  manubrio nero appoggi da ciclista fa da battistrada: mi ha superata ad uno dei frangi-velocità.
La ciclabile porta a Debba.
Sono a Debba.
Di lato la statale: l’aria più bruna.
Mi fermo: mi guardo intorno.
Traffico.
Decido di tornare per la statale: la ciclabile è poco illuminata non mi fido non conosco bene la strada.
Mi giro con la bici: penso che se trovo un bar giusto mi fermo e prendo qualcosa fumo una sigaretta.
A Debba: tutto chiuso.
Torno indietro.
Con la coda dell’occhio “Osteria” “Fischer”.
Proseguo
Rallento
Proseguo
Freno
Torno indietro.
“Osteria”: “Fischer” è la réclame della birra, lo scoprirò poi, una volta entrata.
Di fronte alta e sopraelevata, si erge un’imponente chiesa bianca come il campanile: cattedrale nel deserto di case piccole, un lato della chiesa dà su una strada laterale destra, Via Grancare, indicazioni di trattorie e un agriturismo su tabelle gialle, bianche?
Mi tolgo i guanti: chiudo la bicicletta lo spiazzo è piccolo un paio di sedie all’aperto un paio di tavolini da bar in ferro rotondi.
La bicicletta è appoggiata al breve muro che regge la scritta “Osteria”.
La porta è piccola rettangolare marron scuro, vetri rettangolari, tendine bianche?, la maniglia è  piccola d’ottone.
Apro.
Entro.
Mi tolgo la “cloche” dalla testa: spettino i capelli brizzolati.
Mi guardo intorno: la stanza è rettangolare le tavolate e le panche marron scuro, le finestre strette, la TV in fondo.
Il bancone marron scuro: un uomo seduto che sorseggia del vino: la ragazza si muove dietro il bancone mi saluta.
Saluto.
Chiedo un cappuccino e un toast.
Normale, Sì, Normale, No niente pane toscano, Formaggio? Sì, Mozzarella? Va bene.

  • E un cappuccino-
  • E un cappuccino-

Mi guardo intorno: intravedo un’altra stanza rettangolare più piccola.
C’è odore di fuoco e di legna che brucia: c’è il calore delle case calde nell’inverno delle contrade nei paesi in mezzo alla campagna.

  • C’è il fuoco acceso nel camino-

Un camino grande.

  • Sì – Raro: mi posso sedere qui?- Dove vuole

Appoggio la “cloche”, tolgo la sciarpa di tracolla il portamonete, slaccio il giubbotto.
Mi siedo.
Arriva il cappuccino come due caffè con la panna: arrivano altre persone, c’è un giro di bianchi, uno tagliato con l’aranciata, si chiede un caffè: Liscio? Liscio.
Chiacchiere di persone anziane.
Sorseggio il cappuccino: la ragazza mi porta al tavolo tovaglietta e tovagliolini di carta.
Biagio Antonacci canta di matrimoni di convenienza, Elisa di cuori spezzati, altra di essere in alto mare tra le parole degli anziani, il rumore da bar: bicchieri spostati, macchina del caffè a pressione.
Arriva il toast: da bere? un cappuccino come due caffè con la schiuma.
Mangio il toast sorseggio il cappuccino che sono andata a prendermi al banco.
Finisco: porto tazzina e piattino al banco.
La trattoria è a conduzione familiare: auguri alla madre, risate, chiacchiere.
Mi vesto chiedo quanto devo?
La ragazza, Scuola superiore, usa una calcolatrice tascabile rosa: do il dovuto.
Saluto.
Esco.
Percorro un tratto a piedi.
Fumo e accompagno a mano la bicicletta.
Monto in sella più o meno alla deviazione per il Tormento: la statale è scura.
Pedalo a lato: traffico lento e costante.
Fanalini bianchi e rossi tracciano la via: fari bianchi in senso contrario.
Fa freddo   c’è vento.
Non sento freddo: il giubbotto tiene caldo, il maglione di lana, la polo a mezza manica, la canotta di lana –cotone: il vento leggero in viso.
L’aletta della “cloche” scherma la fronte.
I jeans  i calzettoni azzurri  le Timberland.
Il passo è regolare, medio sostenuto.
Due cappuccini come quattro caffè con panna scaldano le vene.
Gira la ruota, scorrendo la strada, nel breve arco del fanale nei tratti oscuri della notte.
Goodnight Stelle e Luna e cielo scuro viola e nero.

La sera del 1° gennaio 2005


 

Sono seduta

Sono seduta con occhiali da sole  e un gomito appoggiato al tavolino.
Tra le dita una sigaretta che il passare dei secondi sta fumando.
Guardo.
Aldilà delle vetrate del bar.
Fuori piove.
Le persone passano.
C’è della musica d’accompagnamento.
Naturalmente aspetto.
Naturalmente ho anche un numero di telefono: il solito cellulare.
Che rigiro tra le mani.
In un angolo c’è un flipper: la bilietta gira intervallata dalla suoneria.
Sono seduta al tavolino della “Fortuna perduta”.
Sul tavolino c’è un giornale, vicino la tazza del tè, la teiera, il cucchiaino, le bustine di zucchero.
In realtà non so cosa fare.
Che rifaccio qui?
La “Fortuna perduta “ dove?, quando?
Entra una persona, l’ombrello lucido di pioggia una folata d’aria umida e fredda.
Mi guarda.
Guardo.
Occhiali da sole a schermare lo sguardo.
Accendo una sigaretta.
Ho i capelli pettinati come amy winehouse.
Labbra da dior 22, matita in tinta.
Indosso un tubino come audrey hepburn.
Ho scarpe con i tacchi a spillo, un sottile braccialetto al polso, una borsetta con me.
Palpebre perfettamente delineate dall’eye liner nero.
Mascara bleu intenso.
Devo uscire?
Appoggio il mento all’interno del cavo della mano.
Mi guardo allo specchio.
Fuori piove.
Il mio ombrello confuso in mezzo ad altri.
Le mie scarpette hanno le punte bagnate.
Ahilsoleilsoleilsole…
Mi stiracchio elegante ed indifferente seduta al tavolino di un bar in compagnia di una tazza di tè
Il so-le!
Le estati calde.
Il mare.
Le stanze fresche.
Le giornate pigre.
Le giornate dense.

Suona un telefono…
E’ il mio, no è il tuo, o di chissà chi altro
Il suono è  piacevole, la musica è gradevole, né troppo né troppo poco di
Che t’importa se pioverà o ci à sarà il sole?
Oggi, per esempio c’era il sole, e allora?
Siamo a maggio, e allora?
quelle che ti rimangono fisse in mente
A chiedere della mia vita che cosa ci guadagni?
Il suono è piacevole, una musica gradevole, né troppo né troppo poco di quelle che ti rimangono fisse in mente
Prova a suonare ancora
A chiedere se…
Una notte come un’altra: le parole vanno e vengono
Le sigarette fumate trascinano nell’aria il loro sapore, ristagna il fumo si mescola al greve sentore del profumo
Lentamente gìrano le pale del ventilatore appeso al soffitto
Il denso colore rosso, my lipstick, è rimasto ad orlare la tazzina il filtro delle sigarette
La canna della pistola
Quello che suona è un vinile gira nero e lento ipnotico
Quello che sta sopra è un soffitto
Quello che vortica lentamente al suono del ventilatore è il fumo delle sigarette
Quello che dovrebbe chiedere e parlare è un uomo
My lipstick è rimasto ad orlare la sua spalla la sua tempia il suo petto
Un cerchio perfetto: la canna di una pistola
Quello che ti rimane fisso in mente è una stanza, né troppo né troppo poco
Non sono troppo felice
Mente
Quella che mi resta addosso è una sottoveste nera seta nera
Quello che mi resta in viso è un sorriso sghembo da ubriaca
stampato in faccia come un francobollo
e altrettanto stupido
Non esistono lettere sulle quali potrei piantarlo
Non esistono occhi che potrebbero leggere né gola pronunciare parole
Che vanno e vengono piombate in treni di pensieri senza destinazione
Quello che resta è il mio sorriso sghembo
Il suo l’ho cancellato: destinatario sconosciuto: lettera al mittente:
My lipstick… forse era il colore sbagliato o il meno adatto
Lancome rosso ex 50
Yves Saint Laurent rosso 02
Quello che mi resta   quello che mi resta
Quello che mi resta è un pensiero e un desiderio vago la penombra
Il sole che filtra come un ladro tra le stecche della persiana
Quello che mi resta da fare è di ripassare my lipstick sulle labbra
Con molta concentrazione e perfezione assoluta
Ex50/02 mescolati assieme
Quello che mi resta è voler ritornare indietro con un’ altra tazzina e altre sigarette, altre stanze altri posacenere altri ventilatori altri francobolli
Stampati in faccia
Altri uomini altrettanto infelici
Il sesso ha il costo di un pacchetto di sigarette con filtro: marca estera
My lipstick nella borsetta
4euroe20centesimi: pacchetto da 20.
Ho calzato le scarpe.
Le mie bellissime scarpe nere con i tacchi che ticchettano sul pavimento, mentre scendo i gradini due rampe di scale lungo il selciato della strada:
ho un foulard di seta in testa che mi copre i capelli raccolti.

Mi sono persa qualche puntata
sotto il mio cappello come audrey hepburn in colazione da tiffany
tra le perle ai lati del viso
Le gambe accavallate nel nero trasparente delle calze
A guardarmi le punte delle scarpe o alternativamente le unghie smaltate delle dita
Quante puntate mi sono persa?
La scarpa che oscilla infilata in punta al piede
Il gomito puntato sul bracciolo la sigaretta accesa la schiena poggiata alla sedia
lo sguardo assorto
la fronte corrugata:
sono qui che sto contando le mie colazioni da tiffany
Sul tavolino accanto c’è una scacchiera tutti i pezzi ben allineati:
c’è un vecchio che attende qualcuno
E’ un luogo grande con tante luci, piante verdi nei cache-pot di ottone opacizzato dal tempo
Le mie per esempio sarebbero le pedine nere
Il pezzo degli scacchi che preferisco è il cavallo perché ha quello scarto di movimento che sorprende sempre
Il cavallo nero
C’era quella puntata in cui avrei dovuto essere felice come un bacio perugina e quell’altra in cui avrei dovuto mangiare con compostezza tipicamente english after eight dalla mattina alla sera
Cioccolato e menta
Altre puntate avrebbero dovuto portarmi in giro per il mondo
I luoghi non hanno una collocazione precisa sulla mappa geografica della mente.
Poi, all’improvviso, l’occhio vede…
E diventano tetti aguzzi case campanili fiumi laghi mari campi coltivati
pascoli colori tenui alberi fiori rovi distese
Strade
Asfalto
Piazze
L’ottocento di altre costruzioni divorate dal cemento
Giardini misteriosi di rose centofoglie aiuole fontane abbandonate
Sommerse le piccole edicole sconosciute
Chiusi gli alti cancelli in ferro battuto da pesanti lucchetti
dal nulla
Piazze
La corriera passa lungo la stretta strada in discesa del paese
Dai vetri attraverso le finestre  il negozio della parrucchiera che lavora in casa
La tavola preparata per la cena nella cucina illuminata
Una camera da letto
L’uomo in slip e canottiera che dal terrazzo guarda la pioggia cadere su tetti lucidi
La locanda con uso di alloggio
Gli alberi piegati dall’acqua ininterrotta
Il sordo impatto del vento contro la corriera e la fatica dei tergicristalli
Accendo un’altra sigaretta socchiudendo gli occhi
Mi guardo intorno: qui tutto deserto: è l’ora stanca del primo pomeriggio
Il vecchio è ancora seduto malinconico alla sua sedia il viso inclinato poggiato al palmo della mano
Canticchio tra me e me spengo la sigaretta
Do un piccolo tocco con i polpastrelli delle dita alla sommità del cappello
Mi assesto il bolerino rosa shocking
Mi alzo raccolgo borsetta sigarette e accendino
Mi risiedo con calma
Gioco a scacchi con un vecchio che mi sorride.

DE – FLAGRA


il suono nella mente
uccide tutto quello che gli sta intorno
Presso le mani sulle orecchie
L’eco rimbalza lungo le pareti del cranio stanza
Rintrona
Non sono io
Non sono stata io
Io qui non c’ero
I’m not there

Sento che sto piangendo
E chi è che urla?
E chi è che chiama?
E chi è che corre?
E dove sta andando e dove sta correndo?
Non sono io
Un’altra corre, un’altra grida
Un’ altra fugge
Le strade sono oblique le case sono oblique
Ruotano
L’orizzonte scudiscia l’aria
Non sono sicura di capire quello che mi stanno dicendo
Come? Che cosa?
No, non ho visto
Non sapevo che ci fosse qualcuno, no, non lo conoscevo

de – FLAGRA

Non credo di capire
Ma che cosa sta dicendo
Perché mi scuote?
Ho paura: voglio andare via: mi divincolo
Ma che cosa chiede

de – FLAGRA

Mi scuote

de – FLAGRA

Le mani prendono la testa, scostano i capelli dal viso
Sbavato il rossetto, rigato di nero e bleu intenso il viso


 

*

Non so.
Non saprei che cosa potrebbe succedere…
Andiamo, usciamo
Via di qui, lontano.
Mi par di sentire ancora il mare
Ne siamo lontani
Non ci sono le onde?
Perché dovrebbe
Mi par di sentirle ancora
Non vuol dire nulla e niente.
Non c’è nessun pontile: dimentica.
Non so…Non saprei che cosa potrebbe succedere
Lo sconosciuto potrebbe aver visto, potrebbe aver capito
E se avvertissimo…
NO, no no no, NO
Dove?
Non so.
Non so che cosa potrebbe succedere
Non succederà niente e nulla
Ma non ti fidi di me?
Perché non mi ascolti quando ti parlo?
Andiamo via
Facciamo un viaggio eh, cosa dici?
Facciamo un viaggio?
Va bene, come vuoi: facciamo un viaggio
Non so
Non avremmo mai dovuto…
Forse
Non parlare
Ogni inizio deve aver sempre una fine, no?
Non credi?
Non credi
Non credi
Non credi