SOTTO ACCUSA
Gettai uno sguardo nella culla.
Un abbraccio roseo di carne si protendeva verso di me, quasi a tendermi le braccia paffute, segnate da pieghe che ne evidenziavano lo stato di bimbo grassoccio.
Nella bocca spalancata, roseo bocciolo irrorato da una goccia di saliva scivolante lungo il mento, due minuscoli grani bianchi, avidi, si stagliavano contro la gengiva rossa, rugosa, simile a una ferita non ancora rimarginata. Una peluria del colore delle stoppie rimaste nei campi al termine della mietitura formava quasi una cuffietta protettiva sulla minuscola testa.
In un impeto di tenera curiosità, tesi le braccia verso quell'ammasso mieloso ed incontrai uno sguardo duro, asciutto, proveniente da due occhi di un grigio metallico, gelido.
Mi chiesi chi fosse quello strano essere che presentava i colori del sole ed emanava il freddo dei ghiacci.
Mi ritrassi impercettibilmente sotto quello sguardo che mi osservava implacabile, impietoso.
- Che cerca questo bimbo da me? Di che mi accusa?
Era così che mi sentivo: sotto accusa. Ma di che?
Il bimbo non distoglieva lo sguardo dal mio viso ed io provavo sensazioni confuse, d'imbarazzo ed irritazione. Avrei voluto che abbassasse gli occhi o che piangesse o si addormentasse come tutti i bambini.
Un neonato con l'espressione di un vecchio. Qualcosa di sgradevole che rasentava il macabro.
Intorno alla culla tutto era predisposto a soddisfare i capricci di un piccolo despota. Cose e persone ruotavano attorno a quell'essere particolare che sbavava e ti soggiogava con lo sguardo.
Mi accingevo ad abbandonare la stanza, ma una corrente sotterranea e misteriosa mi teneva legata a quegli occhi che mi seguivano ad ogni movimento, osservandomi quasi con un sogghigno di derisione.
Improvvisamente mi sentivo impotente, presa nell'ingranaggio di quei riti, di quelle iniziazioni.
Attorno s'affaccendavano con il bagnetto, il fasciatoio, le camicine, il biberon e lui lasciava fare, senza spazientirsi, beato come il sultano di un harem, guardando tutti con occhi trasparenti.
- Che begli occhi! Esclamavano gli astanti.
- Possibile che non vi scorgano quel ghigno demoniaco? Come possono ignorarlo?
Il bimbo schiudeva le labbra in un gorgheggio.
Ripensavo ai trilli di un usignolo che aveva allietato i miei risvegli per anni finquando Micia, in mia assenza, era saltata sul ripiano della credenza e di lì sulla gabbia appesa alla parete adiacente, rovesciandola. Nella caduta la porticina si era aperta di colpo e il povero Caruso era finito nelle grinfie della gatta che se l'era trascinato sotto il letto di mio figlio per cibarsene a suo agio.
Al rientro, la gabbia sul pavimento fece presagire l'accaduto, ma fu il ciuffo di piume rimasto ai piedi del letto che mi convinse della perdita irreparabile.
Ora ascoltavo quei gorgheggi celestiali, osservavo tenere gambe e braccine in continuo movimento, mentre tutti applaudivano estasiati e lodavano i progressi repentini ed io confondevo nel ricordo gli occhi verdi di Micia con quelli color acqua del bimbo. Mi sembrava che vi aleggiasse la stessa aria crudele, il medesimo desiderio di conquista.
I rinfreschi erano pronti in salotto, la nonna paterna in persona si era incaricata della cerimonia e gli ospiti, numerosi nella stanza, s'avviarono declamando, quasi una litania, le doti del piccolo, la bellezza e la dovizia dei regali, l'armonia e l'eleganza del mobilio.
Li seguii quasi fuggendo, mi rimpinzai di tartine e dolcetti squisiti assaporandone il gusto che mi lasciava in bocca il ricordo di altre delizie, di serate trascorse nel calore della famiglia, centellinando un piccolo bicchiere di vin cotto e lasciandomi sciogliere in bocca l'impasto fragante dei dolci natalizi delle nostre parti.
Mi unii alle conversazioni che tuttavia vertevano tutte sul piccolo, magnificandone le virtù presenti e future. In cuor mio lo chiamavo "piccolo mostro" e lo temevo inconsciamente, irragionevolmente.
Una zia sollevò il coperchio del piano posizionato contro la parete est del salotto, accanto alla grande porta-finestra, aprì uno spartito e, con mani improvvisamente agili, iniziò a suonare. Un accordo di note si sparse nell'aria della stanza dal gusto un po' retrò, quasi lievitando sulle nostre teste accuratamente acconciate per l'occasione. La figlia quindicenne di una cugina batteva il ritmo col piede tamburellando al contempo con le mani contro la tazzina di cioccolato denso ed invitante sormontato da una nuvola di panna.
Cercavo di scorgere nei suoi lineamenti segni noti che mi legassero al mio passato di parente, ma la ragazza doveva somigliare al padre perché, contrariamente a mia cugina, la madre, era esageratamente alta e snella e presentava i colori chiari della gente del nord.
Arrivava Don Emidio per la cerimonia di battesimo. In massa ci spostammo compatti verso la piccola cappella circondata dai roseti, in fondo al giardino. Era una bomboniera di stucchi dorati, di pale dipinte con gusto barocco, di lucidi banchi recanti inciso il nome del benefattore di turno.
Una pianola, di fianco all'altare, ripeteva l'incanto di una melodia sacra, inumidendo gli occhi di alcune vecchie zie memori di antichi trascorsi, mentre avanzava, nel suo candore di pizzi, il "piccolo principe" tra le braccia rassicuranti di una cameriera.
Inconsciamente chinavo la testa, temendo che quegli occhi mi cercassero tra gli ospiti comunicandomi il senso di disagio e d' impotenza che mi perseguiva dal pomeriggio.
Al pronunciamento del suo nome, allungai lo sguardo verso il festeggiato, ora regalmente adagiato in seno alla madrina, la cugina Giovanna. Sembrava aleggiare su quel viso paffuto, d'un bianco morbido, illuminato dall'azzurro degli occhi, l'ironia d'un sorriso.
Ero fermamente convinta che qualcosa di anomalo stava avvenendo nella piccola chiesa gremita, come se quel neonato vezzeggiato, d'una bellezza sconvolgente, celasse una mente aliena, memore di altre vite, di altri mondi, una mente che conoscesse i nostri pensieri più intimi e riuscisse a penetrare negli angoli più riposti della nostra anima.
Paventavo di sentirmi apostrofare d'improvviso, di venire denudata lì, dinanzi a tutta la parentela, povera donna irrealizzata, inutile rispetto ai canoni del bon ton familiare.
Il prete alzò l'aspersorio per bagnare quel capino delizioso, pronunciando il bel nome scelto dai genitori, un nome glorioso appartenuto da anni alla famiglia e i suoi occhi mi cercarono deridendomi.
Prima che l'elettricità palpabile nell'aria esplodesse bruciandomi, guadagnai a tentoni la porta e corsi fuori, nel mondo.
LA PAZZA DEL BALCONE DI FRONTE
Dopo la calura ossessiva del giorno, il sole ci dava requie e potevamo uscire finalmente a godere l’ora del tramonto iniziando a rincorrerci ed appagare la sete di movimento che era stata trattenuta per tutto il caldo pomeriggio.
Si era negli anni del dopoguerra, tra il ’47 e il ’48, quando avevo all’incirca dieci anni. Di ragazzetti della mia età ne eravamo parecchi in quel rione e, se ci mancava spesso il companatico e ci tormentava continuamente la voglia di cose buone, non era tuttavia carente la frenesia di giocare, inventando sempre nuove forme di divertimento.
A offrirci la più gustosa e succulenta di tali forme era la signora della casa di fronte, ‘gnora Rosina.
Apparteneva ad una casata dal nome prestigioso che non ripeto per rispetto, (parola a cui nella mia famiglia si dava grande considerazione), ma non rammento, e forse non l’ho mai saputo, quale ruolo occupasse all’interno della famiglia.
Né riesco ad attribuirle un’età, dal momento che quando si è piccoli, i grandi ci sembrano tutti vecchi.
Ragionandoci oggi, che sono grande da tempo, potrei azzardare che avesse una quarantina d’anni.
Dal nostro punto di osservazione non riuscivamo a stabilire se fosse bella e in che misura, ma certo aveva un fascino irresistibile.
Ogni tardo pomeriggio, nell’ora in cui il sole iniziava il suo declino, tranne che nelle fredde giornate d’inverno, ‘gnora Rosina spalancava le vetrate del balcone di casa ed iniziava il suo spettacolo.
Il nostro era un teatro privilegiato, come lo erano le nostre poltrone.
Salivamo sulla soffitta della casa del mio padrino che, non avendo figli, non disdegnava di trovarsi dei marmocchi d’intorno. La porta del solaio dava su una grande terrazza circondata da colonnine di granito e già sarebbe stato un parterre speciale. Ma no, noi non ci accontentavamo e, per rendere più avventurosa la visione, salivamo direttamente sul tetto con le gambe nude a contatto con le tegole che conservavano tutta la calura del giorno.
Da casa mia, affiancata a quella della “pazza”, mia madre ci vedeva e cominciava a urlare e gesticolare perché scendessimo.
Per qualche minuto toglieva la scena alla nostra primadonna, ma poi taceva in attesa, trasformando la trepidazione in rabbia e voglia di menar le mani. Sapevo che io le avrei certamente prese, ma per nulla al mondo avrei rinunciato al mio teatro e al mio posto in prima fila o meglio in prima tegola.
‘Gnora Rosina ci vedeva e, sapendo che la stavamo guardando in religiosa attesa, si muoveva con tutta la calma e la padronanza di un’attrice consumata.
Non so onestamente se fosse davvero pazza, attorno la chiamavano “la matta di…” E’ certo che esulava dal tipo di donne che conoscevamo e che proteggevano la nostra infanzia. Non somigliava a nessuna di loro: né a mia madre, né a nonna, né alle mamme delle altre ragazze che assistevano con me alla rappresentazione serale.
Improvvisamente scendeva il silenzio, i nostri schiamazzi si chetavano, qualche stella si accendeva nel cielo ad impreziosire la scena. Si cominciava.
Con mano lesta la donna apriva un baule che stava contro la parete della casa e rovistava con le lunghe dita ossute, rimestando gli indumenti.
Come dal cappello di un prestigiatore, uscivano dalla cassa gli abiti che la pazza avrebbe indossato. Ed ecco lunghe gonne di pizzo cremisi, gilet bordati d’oro su una lunga camicia color panna. E piccoli stivaletti di pelle a mezza gamba, che nessuno dei nostri conoscenti aveva mai calzato.
Con mano lieve si truccava il viso specchiandosi direttamente ai vetri della portafinestra. Le labbra rosse spiccavano sul bianco del viso che lei spennellava a caso formando due pomelli rosati in punti asimmetrici delle guance. A volte scioglieva la treccia che ci appariva biondastra e sui capelli liberi che le incorniciavano il capo poggiava un cappello ogni volta di foggia diversa, ma sempre legato con due nastri sotto il mento.
Quasi seguisse le note di una musica che solo lei udiva, iniziava a muoversi a passi di danza e percorreva in tutta la sua lunghezza il terrazzo che sovrastava alcune stanze del pianterreno.
A infastidirci talvolta sopraggiungeva un treno (le case erano ubicate lungo la ferrovia). Quando erano treni passeggeri, si udivano lunghi fischi che presto scemavano nella sera che avanzava. Erano pause brevi, ma al lungo serpente di ferro si sostituivano le sagome delle nostre mamme che dalle finestre ci chiamavano per la cena.
Noi le ignoravamo, gli occhi fissi al balcone di fronte.
Ora ‘gnora Rosina si cambiava gli abiti, apriva ombrellini sfrangiati, metteva sulle spalle scialli che mandavano guizzi di lucida seta, esibivano frange di perline. Uscivano dal baule, carezzate dalle sue mani, borsette minuscole che definirei da sera, alcune di osso con lunghe catenelle dorate, altre di un tessuto lucido, damascato con corti manici rigidi. Vestiti vaporosi di tulle, strette gonne di taffetat fruscianti, ventagli con scene disegnate e bordi di pizzo completavano i vestimenti di quelle che apparivano ai nostri occhi di bambini le prime forme teatrali cui assistevamo e che forse rappresentavano soltanto il teatro della Vita.
I nostri occhi immaginavano tutto, le menti si chiedevano ripetutamente chi fosse ‘gnora Rosina, come potesse possedere tanti abiti, perché chi abitava con lei la lasciasse fare.
Non sembrava una pazza furiosa, solo una donna malinconica, delusa, forse ancora desiderosa di giocare, di compensare con le recite, i dolori dell’esistenza.
Qualcuno aveva sussurrato che avesse perso un fidanzato in guerra, altri che la sorte le aveva rubato un figlio, forse perché quando ninnava le sue bambole, aveva l’aspetto di una madre, ne possedeva tutte le movenze, la struggente tenerezza di chi stringe al seno il proprio bambino.
La sera scendeva imperiosa. A volte una falce di luna la rischiarava, come se qualche dio pietoso avesse acceso una lampadina per illuminare la scena. Altre volte era una luna piena, enorme, sfacciata che metteva a nudo tutta la tristezza che abbracciava il termine della recita iniziata con l’allegria sottesa di ogni debutto.
Scendevamo in silenzio, consci che qualcosa di misterioso si era svolto dall’altra parte della ferrovia, nella casa o meglio nel balcone di fronte. Qualcosa più grande di noi, il cui senso ci sfuggiva.
Lasciavamo la pazza fra i suoi stracci preziosi, accoccolata con le braccia conserte, i capelli sciolti, come una bimba in castigo.
Tutta l’esuberanza del giorno svaniva con l’avanzare del buio, con la naturale malinconia che accompagna da sempre l’arrivo della notte.
Tornavamo a casa con la rassegnaziome di ciò che ci attendeva: qualche scapaccione e una cena deludente, l’animo colmo di immagini misteriose, i sensi persi fra le sete, i fruscii, i colori, la mente sempre più colma di domande cui nessuno sapeva rispondere.
Chi era la pazza del balcone di fronte?
Quale teatro interpretava? Quale parte le aveva assegnato quel severo regista che è la Vita?
Oggi i miei pensieri mi riportano su quel tetto, di fronte a quel palcoscenico: gli occhi della memoria rovistano tra quei poveri cenci che ci apparivano, e forse erano, bellissimi, certo inaccessibili, inimmaginabili per noi abituati ai consunti abiti delle nostre genitrici, all’assenza di fronzoli, di pizzi, di colore, di fantasia.
“…E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore…”
recita Salvatore Quasimodo.
Certo i lutti avevano scolorito gli abiti e gli animi delle nostre madri e solo la mente di ‘gnora Rosina, quel sottile filo di pazzia che la pervadeva, intrecciandole le ciocche bionde, poteva vestire di luce e colore tutto ciò che la circondava, il suo mondo, di cui, per qualche ora, ci alzava il sipario, cullandoci nel sogno.
AL GRAND HOTEL
Erano piombati d'un tratto, in un torrido, ventoso meriggio di
fine agosto, nei saloni del Grand Hotel.
L'aria si era come rarefatta. Un senso cosmico di stupore era lievitato sui volti degli ospiti, s'era adagiato sui tendaggi di velluto cremisi, sulle poltrone di pelle bianca che denunciavano lo scorrere inesorabile del tempo, sugli enormi lampadari di cristallo della hall che spandevano bagliori d'intorno gareggiando con le numerose appliques alle pareti.
Era rimasta come sospesa elettrizzando di colpo l'atmosfera un po' retrò del vetusto edificio che abbracciava al suo interno le storie di glorie e di solitudini dei suoi cent'anni di vita.
Bisbigli, sorrisi, occhiate si erano animati d'incanto.
Domande correvano inespresse a tentare di spiegare la presenza dei due.
- Forse sarà un operaio addetto a riparare uno dei tanti punti difettosi dei bagni o delle camere e la moglie l'avrà accompagnato - esclamò Francesco col sorriso ironico che lo distingue, aggiustando gli occhiali sul naso.
- Vorranno delle spiegazioni - proseguì Elvira con la sua aria gentile.
Bruno, al solito, non si espresse che con un sorriso riservato.
- Avranno vinto una vacanza-premio - riprese Francesco.
Io sgranavo gli occhi, fotografandoli. La mente si era attivata, le dita mi prudevano in cerca di una penna.
E già l'abitudine alla descrizione s'intrecciava col desiderio di penetrare più a fondo, di leggere dentro di loro.
Già la narrazione si strutturava, prendeva forma, annotava particolari, si coloriva di immagini.
Elda, la bionda signora "arbiter elegantiarum", arricciava il nasino piegando la bocca in una smorfia che le faceva comparire una ruga sgradevole e inopportuna sul labbro. Scuoteva la testa curata in un gesto eloquente.
La mente correva lungo i meandri della loro vicenda umana, faceva soste cariche di dubbi, tornava sui suoi passi, correggendo i campi, i punti di vista, la visione d'insieme.
La cena si era svolta allegramente, con occhi dissacranti che curiosavano, spiavano impietosi cercando di captare ogni gesto, ogni tintinnio di posate.
Poi … La voce sensuale della cantante che allietava le serate di noi ospiti spandeva d'intorno bracciate d'emozione e… li abbiamo visti ballare!
Si muovevano agilmente al ritmo della musica, eseguendo con grazia le figure tipiche dei vari balli. Si sprigionava dalla coppia un che di patetico e commovente al contempo, commisto a un desiderio di conoscenza, di scoperta che apparivano rari gioielli nella quotidianetà delle nostre vite.
- Quant'è bello, eh signò? Che meraviglia! Chi lo poteva di' che finivamo qua, in un posto così, in mezzo a tutta sta' bella gente!
Lei soprattutto era disarmante, fresca, genuina, vera. Ecco, forse questo termine compendiava tutte le sensazioni che provavo, che tutti noi provavamo.
Erano persone "vere", non condizionate da cultura, tradizioni, etichette, galatei. Persone con le quali riscoprivi attorno a te la gioia insita nelle piccole cose, la sorpresa di alcuni comportamenti ormai scontati, facenti parte del nostro modus vivendi, ma che loro si trovavano dinanzi per la prima volta e li sconcertavano, sia pure piacevolmente. Il desiderio di rivivere al più presto l'esperienza "magica" li portava ad immagazzinare tutte le "lezioni", a cogliere tutti i suggerimenti spesso tranquillamente richiesti.
Francesco aveva indovinato, e non poteva essere diversamente, il motivo della loro presenza, ma ancor più aveva avuto ragione la generosità d'animo e la dolcezza di Elvira che immantinente aveva avuto parole di comprensione verso il loro imbarazzo e ciò che sembrava nascondere.
Al solito io ero stata "scelta".
Sarebbe lungo e forse inopportuno spiegare l'uso di questa espressione. Dirò brevemente che forse, non per meriti personali, s'irradia da me una disposizione d'animo verso il prossimo, una voglia di sondare gli animi, un fluido che fa sentire l'altro accettato, forse protetto.
- Io ho visto che ti salutano tutti, che tutti ti baciano. Ho pensato che sei una persona importante e mi sono rivolta a te.
La donna mi ha individuata come un tramite, come il trampolino di lancio per il loro ingresso in società.
Osservandoli bonariamente a distanza di qualche giorno, ci diciamo tutti, Leda e Giorgio, Gino e Sonia e Bruno che in fondo non è mica vero che " l'abito non fa in monaco" e che " l'ambiente non condiziona l'uomo".
Siamo fermamente convinti che tutti noi siamo figli dell'ambiente che ci nutre ogni giorno con le sue problematiche e con la sua cultura, col suo clima e le sue convinzioni.
I nostri nuovi amici stanno assorbendo dall'ambiente che li circonda in questi giorni tutto ciò che è possibile assorbire. Bevono emozioni e sensazioni con l'avida curiosità dettata dalla loro indubbia intelligenza e dalla capacità recettiva che li contraddistingue. Ed anche noi abbiamo imparato a dare con più calore, a frenare l'insofferenza che a volte disturba i nostri sonni, ad appianare le prime rughe in un sorriso complice.
Complice, sì, premendo il tasto su quel prefisso "cum", così coinvolgente, così caldo. Con l'altro, assieme a, congiuntamente.
"Ognuno sta solo
sul cuore della terra…
Ed è subito sera."
cita il grande Quasimodo
Proviamo a ritardare, per quanto ci è permesso, l'avanzare di quella sera. Proviamo a riempire la solitudine dei nostri cuori con un sorriso d'amore.
CUORE DI DONNA
La piccola era prematura; non di molto, ma per quel lasso di tempo sufficiente a mettere tutti in agitazione, a far affrettare i preparativi e costringere la mamma al ricovero in ospedale e ad un continuo monitoraggio.
Serena aveva assunto un’aria rassegnata, di fronte al peso che la infastidiva, alle gambe spesso gonfie, all’immobilità forzata.
Si consolava analizzando i lati positivi. Finalmente poteva ultimare la lettura di un libro che amava particolarmente, sia per il contenuto che per la prosa lineare e coinvolgente.
Uno di quei libri che, presentandosi sotto forma di epistolario, puoi interrompere e riprendere a piacimento.
Adorava l’autrice, quella vecchina geniale e serena, elegante, che al suo solo apparire, perforava il video ancor prima di esprimere, come se recitasse una poesia, i suoi alti concetti.
Aveva sempre ammirato il grande scienziato che era in lei, la ricercatrice e, mentre leggeva, la semplicità degli assiomi espressi, la dolcezza ed il rigore che emanavano ogni parola la conquistavano ancor più.
Era felice di avere un po’ di tempo per sé e di riuscire in tal modo a prolungare i suoi colloqui con quel “mostro sacro” che è Rita Levi Montalcini.
Ad ogni pagina letta, Serena si convinceva che la scrittrice avrebbe dovuto ricevere il Nobel anche per la letteratura.
Chissà se la nascitura le avrebbe permesso di finire il volume o se, ancora una volta, sarebbe stata costretta a interromperne la lettura?
- Sii brava, piccolina, aspetta almeno un giorno.
Il dialogo aperto da circa otto mesi con la piccola si faceva sempre più intimo.
Serena le parlava come ad un’amica fidata; quand’era sicura che nessuno fosse nelle vicinanze e potesse ascoltarla, modulava la voce e scandiva le parole quasi sillabandole, come se la bimba potesse capirla meglio.
Poi sorrideva: di se stessa, di quel loro segreto, dell’intimità che si era creata fra loro. Imbastiva discorsi, faceva progetti.
Chissà come…
Chissà se…
Chissà quando…
Il suo cuore di donna (una sorta di timore scaramantico le rendeva difficile pronunciare la parola mamma) palpitava all’unisono con quell’esserino nascosto al suo interno, cullato, vezzeggiato, nutrito, amato ancor prima di vedere la luce.
- Ti condurrò per mano lungo quel viottolo dove coglievo le more dalla siepe generosa. T’indicherò le sfumature dell’alba, le increspature del mare in autunno.
Indirizzerò i tuoi giovani occhi attraverso la cortina liquida della pioggia, vi leggerai la musica che ondeggia dilatandosi come un rosario di suoni, come una carezza sul volto amato.
Aspetta piccolina, aspetta il tuo tempo.
Prendi forza da questa “donna” che ti culla nel suo grembo, sorseggia il dolce nettare della sua dedizione, cibati d’idromèle perché un giorno tu possa caratterizzare le tue parole col flusso potenziale della poesia –
Piccole, dolci frasi nate dal cuore le facevano compagnia nell’attesa.
Più tardi avrebbe dovuto dividerla con altri.
Sorrisi, voci, complimenti, doni, carezze si sarebbero frapposte fra loro.
Avrebbero mai ritrovato la complicità?
Chissà se…
Chissà come…
Chissà quando….