Se vita è quella

Grida vendetta
il tuo dolore,
vecchia,
un dolore immane
incomparabile
inumano.

Formano grumi le lacrime
ai tuoi occhi stanchi
innalzano stalattiti
di ghiaccio
dentro il cuore.

Ma c’è ancora un cuore?
Batte ancora?
S’è spento con quello
di tuo figlio,
lui innocente,
tu che gli usurpi gli anni,
ormai inutile a tutti,
sterile e stento sterpo.

Potrà reggerti il cuore?
Si spezzano le braccia
che l’hanno sostenuto,
sanguina il seno
che gli ha donato il latte
ed ogni parte del tuo vecchio corpo
si contorce nello spasmo
al pensiero che il tuo frutto
non vive più,
l’ha ghermito la morte,
se l’è preso quel Dio
che pur ti lascia vivere,

se vita è quella
che ormai conduci

folle di ricordi.

 

La voce dei ricordi

Perché mi chiami, sguardo,
e m’imprigioni nel lago
chiaro della tua memoria,
abbassi prepotente la cortina
su le sembianze che trattengo a forza,
il cuore colmo di tenera incertezza,
malinconia soffusa di rimpianti,
dolcezza amara della nostalgia?

Si tacita la voce dei ricordi.
Scompare nella sera che s’avanza,
con l’ombra che sovrasta ormai la luce,
la mestizia che il cuore imprigionava.
Una pienezza calma mi completa,
sicuri scaleranno la salita
cammineranno attenti verso l’alba
quei cuori che ho forgiato alla speranza.

 

La noia

Un’anafora è la mia vita
una continua ripetizione
di eventi, ansie, malesseri

l’eco di metafore morte
che colorano di grigio
giornate, mesi, anni.

La noia danza sovrana,
s’insinua tra i risvolti
dei trascorsi, bisbiglia

nei silenzi della mente,
respinge gli entusiasmi
del mattino, quando apro

il cuore alla speranza
e affronto la giornata
col sorriso, decisa a

contrastare lei, la Noia!

 

Scarpette alla bebè

Eri lì, nella vetrinetta
del museo cittadino,
piccola amica della mia
infanzia dorata, scarpetta
spaiata, consunta dall’uso,
dagli anni, dai miei ricordi.

                         Unico reperto testimone
                         del mio passato fra quelle vie.

Eri il segno, in quegli anni
di guerra, di uno stato sociale,
segnavi il limite tra me e i piccoli
coetanei di quel paese ospite
di una delle tante famiglie
in fuga dalla guerra.

                          Essi calzavano zoccoli
                          o vecchie scarpe più grandi
                          dei loro piccoli piedi.

 Noi avevamo le scarpe!
 Ed erano tanto più preziose,
 ultimo regalo di papà dalla Grecia,
 ultimo legame coi suoi pensieri.
 Venivamo additati da occhi stupìti
 e invidiosi e le lasciammo in dono,

                         convinti che la sorte
                         ci avrebbe arriso in eterno.

Furono le ultime scarpe
per lungo tempo. Ne ritrovai una
in quel museo, mentre peregrinavo
in cerca di me, quasi a caso.
Racchiudeva le memorie, gli affetti,
le speranze deluse, i rimpianti,

                          leniva il dolore di una vita,
                          medicava le ferite ancora aperte

                                                                    e le sanava.

 

Michy

Dove sei finito,
serico batuffolo argentato,
occhi di more,
tartufo color della notte?

Sei fonte di dolcezza
e teneri ricordi,
tepore al tatto,
scrigno palpitante di affetti.

Mi danzavi attorno
un minuetto
avido di vezzi e di carezze.

Il Tempo ti ha ghermito,
impietoso e perituro
ma la mia mano
ti cercherà per sempre
a carezzarti.

 

Di mare i tuoi capelli

Quali brune vele
di galeone
fluttuano i tuoi capelli
nel vento della sera

Catturano la luce
del tramonto,
del salmastro s’imbevono
del mare

E onda si fanno,
flessuosa e lieve,
impetuosa e suadente,
eterna adescatrice

Mi sfiorano lo sguardo
il volto la mente il corpo.
I sensi e le passioni riaccendono
rovesciando l’incendio del tramonto

                dentro il cuore.

 

Come petalo

Leggera come petalo
       di mandorlo,
avanzi fra i miei pensieri

ne guidi sovrana i percorsi,
       ne devii il corso,
quale fiume gorgogliante

indi ti plachi, sazia di misteri,
       percorsa da brividi
d’infinito, sospinta verso

altre trascendenze, ormai
       persa per me,
che resto ombra dei tuoi
           sospiri.

 

Per Aida Stoppa

Cetre eolie,
aedi,
rive ionie
evoca
il tuo nome,
Aida,
giocoliera della parola.

Impasti lettere e miele,
le imbevi di sangue
e ne fai cibo
alle menti,
stillante Poesia.

Lontananza

                Centellinava l’uomo
                le ore della lontananza.

Le sbriciolava in lacrime
di casa, volti, voci
ormai confusi nella
proiezione degli occhi
e nel furore dei ricordi.
Occhi di ghiaccio che
recavano ancora
immagini di morte.
Provocava bagliori,
che marchiavano a
sangue la sua cella,
divampavano fiamme,
poi incendi in quel suo cuore
incancrenito dal rimorso,
lacerato dalla nostalgia.

Immagini di casa,
di affetti ormai dispersi,
petali amari di crisantemo.

               Lontananza dal mondo,
               lontananza da Dio.

L’aria del cortile gli
riempiva i polmoni
di rimpianti,
il cielo che baluginava
oltre le mura recava
una luce che non
gli apparteneva e
lo fiaccava sempre.

                Sempre.

Intorno cresceva
una vita tradita,
in lui anelito di morte.
O forse di Vita?
- gridavano i suoi sensi,

mentre aumentava,
ad ogni respiro, il pianto
per la lontananza:
da se stesso, da Dio.

Ancora non udiva
la Sua voce.                                                       
Con l’incendio del cuore
confondeva tuttora
la Sua luce.

 

Roccia di mare

Mare che muti
le tue onde in roccia
onda su onda
spuma di cristalli,
anfratti, guglie
cattedrali di pietra
a difesa del tuo respiro

Roccia affiorante,
quale sentinella,
dell’arcano mare
custodisci i segreti,
grande la sua pena,
lieve l’abbraccio,
rude la passione

con cui ti cinge
e schiuma la sua rabbia
nei tuoi fianchi scarniti
Roccia di mare
alcova di segreti
mistero d’ombre
specchio di tragedie

tendi le braccia al naufrago,
giacigli regali a innamorati,
nido agli stanchi uccelli
sulle cui alate braccia
il mare ha deposto i suoi messaggi
Roccia di mare,
bacio impresso
           
            all’alba d’ un mattino
            sulla gota del Tempo.

 

Eremo Michetti

M’implode il mare
nelle vene
rovesciando luce
da un oblò

un azzurro di mare
i sensi inonda
pervade l’eremo,
conchiglia di ricordi,
e nel mondo
riversa il mio sentire

Sullo sfondo
un nuovo oblò
regala l’oro
dei suoi agrumeti

Selvaggio il chiostro,
muschioso anfratto di ricordi.
Tra stinte ortensie appassite
e celesti gelsomini
che anelanti allungano dita
alle finestre liberty,
quali occhi offesi
spianti la nostra dissacrante
curiosità

Misteri e storie
parlano dai muri
catturano pensieri

cullandoti a ritroso
nel tempo
finché… respiri l’arte

E ti plachi,
grata per il dono
d’un dio pietoso
che lancia briciole di cielo
alla tua mensa.

 

 

Kabul, cupole d’oro

Un’urna di lacrime
accoglie il tuo cuore,
donna

ombreggiano
gli occhi velati
intrico di rami
nerastri

pallore di marmi
cela il rossore
del sangue che urla
l’affronto dell’uomo

            Kabul, cupole d’oro
            Cuori di pietra

Furtive strisciano,
lampi di luce saettando,
le vergini nere murate

            Kabul, giardini olezzanti
            coltelli taglienti

Ventre di donna dolente
che maledici il frutto
se, a te simile,
generi donne

e maledici il frutto
se, a te madre,
generi il boia

            Kabul, terra di fiaba
            inferno muliebre

 

Nei miei giorni d’azzurro

Disegnano le tue parole
peripli nei meandri
del mio animo

Percorrono a ritroso
le volute della mente
dipanando una rete d’oro
ad accogliere la segreta purezza

                              della mia poesia

Scheggia figure terse e spietate,
lucenti filetti,
la mia poesia, dal silenzio
cullata di musica onirica.

                              La mia amica, la sola vera
                              compagna dei miei giorni.

 

Poesia di farfalle

Di bianche aeree farfalle
si disperde uno sciame
qual nevicata d’agosto.
Agita frenetico le ali
ripetendo il rito
eterno della migrazione.

Le superstiti del lungo esodo
si poseranno a vestire tronchi
in brulichio ritmato di ali.

Deporranno le uova,
preziosa semente,
indi, spossate, si lasceranno
catturare dal famelico ragno,
serica creatura ingannatrice
o, ancora radiose, senza più peso,

si lasceranno andare,
quali petali di ciliegio,
a illeggiadrire la terra.

La bicicletta dell’angelo

A Lorenzo, volato con la sua 
bici contro un’auto in transito

Un angelo
ci aveva prestato il Cielo,
un piccolo angelo
a rallegrare i nostri giorni.

Aveva donato sorrisi
rapito sorrisi
dispensato baci
e baci rubato.

Il suo sguardo
anelava al Cielo,
spuntavano ali a
sollevarlo lieve dalla terra.

Come un bimbo,
aveva imparato a giocare
e fra i giochi cercò una bici
per tornare dal Padre.

Fiammante, cromata,
era l’astronave perfetta
per volare fra le stelle,
e diede ali al vento.

Si sollevò su le umane miserie,
lasciò con un sorriso i suoi cari
benedicendoli mentre tornava al Cielo.
Solo in parte, solo il suo animo

si perdeva nell’infinito spazio,
mentre lasciava alla terra
il suo corpo e la bici perché
altri bimbi gioissero attraverso lui.

                                  Stelle si frantumavano dall’alto
                                             come nella notte di San Lorenzo.

 

Oltre alla nostalgia di sé,
lasciava una donna, giovane
madre anch’essa, strumento
involontario nelle mani di Dio.

Il tuo piccolo bolide si schiantò
contro la sua vettura innocente.
La sua mente conserverà
la tua immagine in eterno.

                                 Benedici anche lei, dalla casa del Padre
                                            perché Lui la scelse per richiamarti a Sé.

 

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