Partenza

IN CASA
Ciao zia Paola, come state? Migliorato il clima influenzale della famiglia? E il bambino?
Gianluca dove sono le tue scarpe? Ti pare l’ora di telefonare? Dove metto questa roba da mangiare? Preparati! Hai pronta la borsa?
Sì, sì… scusami zia, ma sono i miei che rompono mezz’ora prima che il treno parta, ti passo mia madre.
È Saverio che lo rompe… non dire genitori, specifica!... allora il bambino come sta? Bene! E voi scommetto che vi stanchiate molto?!
Papà, possiamo andare, le borse sono pronte, io sono pronto, mi devo solo mettere le scarpe…
E allora muoviti!

IN MACCHINA      
Uffà, sempre questo ghiaccio!
Ma non è ghiaccio…
E allora che cos’è, eh!? Aiutami a pulire il vetro… bravo accendi il riscaldamento così si sbrina un po’! Che treno pensi di prendere?
Quello delle 17:28 se arriviamo in tempo ma non ti preoccupare, è meglio perdere quel treno che fare un incidente per l’ansia!
Bravo, vedo che stai maturando, complimenti!
Grazie, tu pensa a questo dannato incrocio! Quanto lo odio quando è così trafficato: peggio di un semaforo!
Abbi pazienza, chi va piano…
Ora papà, passa, passa!! Veloce! Quando vuoi passare, devi essere deciso papà, non puoi esitare, porca puttana!
E tu non puoi scaldarti per così poco!... Vieni giù martedì sera, allora? Mi fai una telefonata?!
A casa o al cellulare?
A Casa!
Sì, va bene, ma tu portati il cellulare al lavoro se no che lo abbiamo preso a fare?!
Tu non capisci: se porto il cellulare al lavoro mi vedono che ce l’ho e non posso più telefonare dall’ufficio!
Sta volta hai ragione! Comunque bsta spiegarsi!
Va bene, adesso siamo arrivati, scendi, prendi tutto, dammi un bacio e ci vediamo martedì sera!
Ok, papà ci vediamo, statemi bene!

IN STAZIONE
Treno proveniente da Milano per Bari in arrivo sul secondo binario!
Mamma mia, che fila per fortuna ci mancano otto minuti, ce la farò? Toh, che fortuna! Il treno ritarda anche di cinque minuti: finalmente un ritardo utile!
Ci sono stati gli aumenti del treno vero? Ma i biglietti comprati prima valgono?
Sì!
Bene, allora un biglietto andata e ritorno per Bologna!
Un biglietto di andata e ritorno per Bologna anche per me!
Treno proveniente da Ancona per Milano in arrivo sul primo binario. Ferma a Faenza, Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma, Fidenza, Firenzuola, Piacenza, Lodi, Milano Rogoreto, Milano Lambrate.
E quello o… Sì è quello…! Ma non doveva arrivare dall’altra parte?! Boh, non mi oriento mai in questa stazione!
Forlì, stazione di Forlì, Forlì!!

SUL TRENO
Finalmente, adesso posso sedermi e leggere… ma… ci sono troppi posti a sedere, non è che è la prima classe?!
Mi scusi, è la prima classe questa?
Sì!
Ah, ecco! Mi sembrava strano…! Lo sapevo: la seconda classe è sempre affollata! Ma a me non me ne frega, me ne sto qui fuori davanti alla porta, anzi mi siedo anche per terra, sulla valigia dei libri, così sto più comodo… se no, a che servono i libri? Per fortuna ho da leggere così il tempo passa più velocemente… però! Come corre il treno…
… « Cesco », chiamò dall’alto la voce della mamma. Tutto era immobile e caldo, un tardo pomeriggio italiano, addormentato.
Ancora una volta, invitante e giocosa: «Cesco!» Il fanciullo dodicenne era seduto in un angolino d’ombra accanto alla scala esterna della casa, sulle pietre polverose, quasi assopito…
Faenza, stazione di Faenza!
Il giovane rannicchiato per terra davanti all’entrata del treno dovette interrompere momentaneamente la sua lettura per fare spazio ai viaggiatori che salivano. Quello stacco gli diede fastidio, ma guardandosi intorno, il vecchio presumibilmente ricco col montone e le sopracciglie rattristate, la signora impellicciata, il giovane che saliva, l’alto carabiniere che proveniva dagli altri vagoni… tutto gli ispirarono l’idea di scrivere un racconto. Poi, gli veniva da ridere per il fatto che lì, seduto in quella posizione, poteva essere scambiato per un vagabondo, proprio quello che sua madre odiava di più tra le eventuali strade che lui avrebbe voluto scegliere per il suo futuro…
… Al fanciullo non venne in mente che nessuno al mondo, né suo padre né sua madre, esigeva da lui qualcosa del genere, che era solo il suo cuore a parlarne, a sognarne, a desiderarlo ardentemente. Ne sentiva l’esigenza. Si era posto un ideale. Ma perché quello che sembrava così bello, l’eroismo, doveva essere così difficile, così difficile? Perché si doveva scegliere, sacrificare, decidere?...
Ormai nessun’altra fermata del treno poteva interrompere la concentrazione del ragazzo con il cappellino di suo zio in testa e la tuta comprata il giorno prima dai suoi. Concentrazione assopita in una lettura che troppo corrispondeva al suo essere.
…Quel fanciullo avrebbe conosciuto molto amore, per certo, ma anche molta, molta delusione. Di sicuro non sarebbe diventato un cavaliere, erano sogni. Ma a qualcosa di non comune era senz’altro destinato, nel bene o nel male. Al buio, gli fece il segno della croce,e lo chiamò in cuor suo con quel nome che lui stesso più tardi si sarebbe attribuito: Poverello….
Che bello! Come avrebbe voluto far leggere quel breve racconto, che troppo lo descriveva bene, a sua madre che troppe volte non riusciva a capirlo, con grande sofferenza per entrambi!
Che ore sono? La prossima fermata è Bologna?
Si alzò, ancora mezzo assorto, in piedi e solo allora si accorse che intanto anche il cabinotto di transito del treno si era riempito di gente. Allora riesaminò velocemente quelle facce che più di mezz’ora prima aveva osservato con sguardo fugace e scocciato. Ora, il signore con il montone gli parve triste non a causa della ricchezza, ma della fatica fatta per conquistarla. Il carabiniere sembrava autoritario soltanto per la sua statura e il suo cappello, per il resto, il volto ispirava più timidezza che autorevolezza. Il ragazzo con il cappotto arancione acetato e l’invicta sembrava, sentendolo parlare con una sua amica, più esperto della vita di quando era salito. E tutte le altre persone ancora sembravano stanche e pensierose proprio come lo era lui, mentre il treno correva… e come correva! Andava velocissimo! Avevano detto che mancavano dieci minuti a Bologna ed il giovane ringraziò il suo bel racconto per aver accorciato il tempo del viaggio. Intanto pensava a cosa avrebbe fatto quella sera a casa, tutto solo, in attesa dell’arrivo dei suoi amici. Avrebbe lavato i pavimenti, purtroppo, perché per quello si era recato prima degli altri; avrebbe mangiato, visto un po’ di TV e se fosse rimasto un po’ di tempo, avrebbe iniziato a scrivere il racconto che tu hai appena finito di leggere.


Citazioni dal racconto Il gioco dei fiori: dall′infanzia di San Francesco d′Assisi di Herman Hesse

 

L'unzione di Betania
(vedi i Vangeli di: Matteo 26,6-13 ; Marco 14,3-9 ; Giovanni 12, 1-11)

Era vicina la Pasqua ed egli sapeva che non gli era rimasto molto tempo ancora da passare con quanti lo amavano. Così decise di andare per l'ultima volta a trovare i suoi amici di Betania. Per l'occasione prepararono per lui e per quanti lo seguivano una grande cena. Era anche un modo per ringraziarlo per avere restituito alla sua famiglia e alla comunità del paese la vita del caro Lazzaro, anche se in un modo del tutto inimmaginabile e ancora poco comprensibile. Un signore del posto, un certo Simone il lebbroso, aveva messo a disposizione la sua casa, così le donne apparecchiarono una grande tavolata a ferro di cavallo nel cortile interno. C'erano due o tre famiglie riunite, insieme ai quei pochi discepoli e ad alcune donne che erano rimasti con lui fino a quel momento, nonostante la maggior parte della gente che all'inizio lo seguiva con convinzione lo avesse abbandonato. L'atmosfera festosa che si respirava durante quel pasto potrebbe ricordare le adunanze delle famiglie allargate dei paesi agricoli di una volta. Marta con la sua praticità e operosità dirigeva la cucina e quanti erano preposti per il servizio a tavola. I commensali erano divisi in tre grandi tavoli: in quello di sinistra c'erano alcuni che discutevano appassionatamente tra loro, le donne che tenevano compagnia a sua madre stavano in quello di destra, mentre nella tavolata centrale lui, insieme a Lazzaro, al padrone di casa e a quei discepoli come Pietro, Giovanni e Matteo che più desideravano stare attenti alle sue parole. Il brusio delle voci amalgamava la scena, insieme alla polvere che leggermente si alzava sotto i piedi dei bambini che correvano dietro gli animali domestici. Inoltre c'era la presenza indiscreta dello sguardo dei passanti che a turno si affacciavano dal cancello che dava sulla strada per poterlo vedere, ma soprattutto per verificare che Lazzaro, da tutti considerato ormai morto dopo quattro giorni di sepoltura, fosse tornato in vita come la gente andava dicendo.
Lui, Gesù, era l'unico che sembrava non turbato da ansie o condizionamenti. La sua serenità e la sua gioia nello stare a tavola con i suoi amici era quello che maggiormente lo rendevano credibile. La sua autorevolezza proveniva da tutto il suo essere, egli appariva in tutto come uomo realizzato, felice, compiuto. In lui si poteva ammirare quella libertà che ogni uomo sogna. Lui era un uomo davvero libero, dal giudizio degli altri, dalle ansie sul futuro, dalle proprie aspettative. Parlava in maniera gioviale, rideva e scherzava con quanto gli stavano a fianco. Ogni tanto si assentava divertendosi a far cadere per terra qualche briciola di pane e ad osservare come i cagnolini ne andavano ghiotti, proprio come aveva appreso dalla donna Cananea.
Eppure, più di tutti aveva chiaro a cosa stava andando incontro. Egli stesso aveva messo ripetutamente messo in guardia i suoi discepoli su quello che doveva avvenire. Ormai con il suo insegnamento pubblico aveva definitivamente attirato su di sé l'odio delle autorità politiche e religiose di Israele. Queste avevano deciso che sarebbe stato meglio per tutta la nazione che si procedesse alla sua eliminazione, e per questo cercavano chi potesse dirgli dove egli fosse per poterlo catturare il prima possibile. Inoltre la durezza dei suoi discorsi escatologici aveva allontanato anche quanti all'inizio avevano accolto con fervore il suo messaggio che sembrava promettere un agire rivoluzionario, per così dire. Molti avevano sperato che lui fosse stato colui che avrebbe guidato la nazione di Israele dall'oppressione dei romani verso la libertà e l'instaurazione di un nuovo regno terreno. Anche Giuda Iscariota era rimasto affascinato da questa possibilità e per questo aveva scommesso tutto su di lui, lasciando per lui ogni cosa. Era certo che il guadagno, quando fosse giunta l'ora della vittoria, ne sarebbe valsa la pena. Tutto prometteva ai suoi occhi per il meglio: la gente lo ascoltava e lo seguiva, egli sapeva parlare e insegnare come uno che ha autorità. Ma lui nulla fece per pretendere il potere che avrebbe potuto facilmente ottenere, anzi sembrava che fuggisse l'ardore delle folle. Poi, invece di cercare l'appoggio dei capi della nazione, iniziò a dirigere le sue polemiche contro di loro, accusandoli di falsità e ipocrisia. Per Giuda era totalmente irrazionale questo suo comportamento, ma decise di rimanere con lui fino alla fine, perché era troppo tardi per tornare indietro. Ma la delusione e l'amarezza crescevano dentro il suo cuore con l'osservare che la comunità dei fedelissimi andava sempre più assottigliandosi, mentre crescevano le insidie e i pericoli. Pieno di questi sentimenti, egli era colui che quella sera a tavola discuteva più animatamente con un gruppetto di discepoli per farli ragionare su come ormai la situazione era irrimediabilmente a loro sfavore. Cercava di calcolarne i rischi, ipotizzava possibili soluzioni, ammoniva gli altri che per strada aveva sentito vociferare che addirittura su Gesù pendeva una taglia, promessa dai sommi sacerdoti a chi lo avesse consegnato. 
Ad un certo punto del banchetto un urlo interruppe i pensieri di tutti e creò un silenzio pieno di attesa: «Maria è ritornata!» In mezzo al cortile era comparsa inaspettatamente Maria, la sorella più piccola di Marta e Lazzaro che da qualche giorno non si faceva più trovare. Ella da sempre era stata una bambina sensibile e sognatrice, che amava perdersi nella contemplazione delle cose belle, della natura e dei sogni d'amore. Ma tutti la consideravano ingenua e stupida, tutti la sgridavano perché, sebbene era quasi una donna, perdeva ancora tempo a fantasticare, non sapeva fare le cose e non si rendeva di nessun aiuto. Ella soffriva molto di solitudine. L'unico che sembrava capirla ed amarla così com'era, era proprio quel Gesù, amico dei suoi parenti, che ogni tanto veniva a visitare la sua casa e che a lei tanto piaceva ascoltare. Quel Gesù che parlava della la legge di Dio inscritta nei cuori degli uomini era l'unico che sembrava corrispondere in pieno ad i suoi desideri di amore incondizionato. Ella sentiva un grande trasporto verso di lui, ma si rendeva conto che egli non era come tutti gli altri uomini, non poteva venire amato con la pretesa di possederlo. Egli aveva uno sguardo d'amore su di lei come nessun altro aveva mai avuto, uno sguardo limpido che meraviglia ed incanta, disinteressatamente, come davanti al più bel tramonto. Quando suo fratello Lazzaro era stato male, lei aveva sperato tanto in cuor suo che Gesù potesse arrivare in tempo perché era certa che lui e solo lui poteva fare qualcosa e guarire quella malattia mortale. Ma egli non giunse e suo fratello morì facendo sprofondare nella tomba più oscura anche la sua mente, attanagliata come era dallo strazio e dall'angoscia. Quando l'amico tanto atteso arrivò anche lui rimase turbato di fronte alle sue lacrime. Fu allora che richiamò alla vita Lazzaro davanti agli occhi increduli di tutti. Lei rimase senza parole: la gioia che provava nel vedere suo fratello tornare a sorridergli era incontenibile. Una gioia piena di vergogna per aver dubitato della sua potenza, ma ancor più essersi arrabbiata con lui dandogli la colpa del suo lutto. Il regalo inatteso era così grande che desiderava ricambiare ma non riusciva neppure ad immaginare come.
Fu così che quando seppe che Gesù sarebbe tornato da loro per l'ultima volta, uscì di casa con la cosa più preziosa che aveva, decisa a darla in cambio di un regalo che gli sembrasse degno del maestro. Stette via tutto il giorno, girando i mercati del suo e dei paesi vicini, fino a quando trovò una bancarella di profumi. Presi in mano una boccetta di nardo autentico, quella più pregiata che era esposta. Il venditore era sospettoso che non potesse comprarlo ma quando lei gli mostrò la collana di perle preziose che sua madre gli aveva lasciato in eredità alla sua morte, strabuzzò gli occhi e si stropicciò le mani: infatti a guadagnarci in quell'affare era sicuramente lui, in quanto quella collana doveva costare come minimo dieci talenti d'oro, senza tenere conto il valore affettivo che essa rappresentava. Ma Maria non ragionava secondo una logica economica, era solo in cerca di un gesto di gratitudine che potesse fare per il suo maestro, e quella boccetta di nardo l'aveva ispirata. Così con questa in mano si presentò al banchetto, apparendo all'improvviso in mezzo al cortile, con i capelli spettinati e l'abito impolverato, rivolta esclusivamente verso Gesù. Sembrava che gli altri per lei non esistessero intorno. Si avvicinò decisa a lui, ruppe il flacone e ne cosparse il contenuto sul suo capo e sui suoi piedi. I suoi furono gesti riverenziali compiuti piano, in atteggiamento di preghiera, nel più totale silenzio. Un profumo intenso riempì immediatamente tutto l'ambiente, tanto che tutti ne rimasero estasiati. 
 Passato quell'istante di stupore contemplativo, però, iniziò il mormorio dei presenti che si domandavano il significato di tale evento inaspettato. Alcuni si cercavano di capire che cosa l'avesse spinta a fare ciò, altri provarono a immaginare quanto fosse potuto costare un profumo così buono e a valutare se era proprio il caso di usarlo in quel modo. Il più risoluto fu proprio Giuda che si alzò in piedi sdegnato accusando: «Perché questo spreco? Si poteva venderlo per molto denaro e darlo ai poveri!» A quelle parole pronunciate con una certa violenza la povera Maria scoppiò a piangere: ancora una volta aveva fatto la cosa sbagliata, ancora una volta ella non andava bene agli occhi degli altri. Nascose il suo viso sul petto di Gesù che l'abbraccio compassionevolmente. Egli guardò serio Giuda e gli altri rimproverandoli con fermezza: «Perché infastidite questa donna? Ella ha compiuto un'azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Ella si rasserenò, ancora una volta il maestro era l'unico che la difendeva, e non solo. Infatti egli continuò dicendo: «Versando questo profumo sul mio corpo, lei lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che lei ha fatto». Sembrava che in quel semplice gesto di gratitudine egli riuscisse a cogliere un segno dei tempi e per questo le diede un merito grandioso in vista dell'annuncio del Regno, che lei non aveva cercato e né, di certo, pensato di poter avere. Lei aveva compiuto quell'azione soltanto mossa dall'amore che provava per Gesù e questo le bastava. Il cuore di Giuda al contrario si indurì definitivamente: egli uscì arrabbiato, deciso di non voler più niente a che fare con quell'uomo. Fu allora che prese la decisione di tradirlo per guadagnare da tutta questa storia, durata fin troppo, almeno quei pochi denari promessi da chi lo voleva morto.

Questa è la logica dell'amore senza misura di Cristo,
che disperde i superbi nei pensieri del loro cuore mentre esalta gli umili.