*
Qui piove
Non smette mai
Oltre la cortina sbiadita
Delle vecchie cose
Sogno di una nave che parte
Grigie nuvole ne preannunciano la partenza
Sarò lontano domani
A crogiolarmi del tuo amore
Dove spioverà
Dove saremmo asciutti
E non tormentati dalla rabbia di quest’acqua.
Oltre il destino che ci ha resi prigionieri
Sirene da nebbia
Tra marcire d’alghe
Tracciano il vuoto
Della tua assenza.
Mi imbarco
Passeggera di uno strano viaggio
Per ascoltare dalle tue parole
La voce della tua giovinezza
Per ripercorrere i tratti
Del tuo caro volto.
Ma la pioggia continua a imputridire
Tra le onde
E il Gran Pavese
Issato per te
Giace come un cane sul ponte.
Il fumo dei camini e’ spento.
La nave non parte più.
Dedicato a Mia
Piccola creatura
che insegui nel prato
le farfalle e le formiche
stai tessendo la trama
della mia nuova vita.
Porti le chiavi
di cripte
in cui mi sono nutrita del veleno
di infinita solitudine.
Oggi ci sleghi dai nostri cuori logorati.
Danzi di gioia
che solo tu conosci
e i tuoi occhi liquidi
reinventano in noi
palpiti commossi
di tenerezza
che giacevano sopiti
nei ricordi.
Averti accanto,
udire il tuo respiro innocente
che bagna le mani,
mentre smuovi le zolle umide della terra
e fiuti
fragranze che svelano a te il mondo
a noi la tua natura,
il desiderio di un dileggio
che credevo bambino,
ci accarezza oggi l'anima.
*
Una piazzetta
sospesa nel tempo
lontana dagli echi furiosi
dei polverosi giorni
ubriacati dalla pioggia,
dalla nostra fatua labilità quotidiana.
Ora è qui
florilegio di case variopinte
nell’ozio della pigrizia meridionale.
La strada si diparte in discesa,
il sole ghermisce i vicoli
col suo tiepido e malinconico
umido alito d’autunno.
Profumo di limone
e di conchiglie macerate
sulla sabbia di quarzo,
levantino silenzio
appena sfiorato
dal canto di maestrale
e dai gozzi
di ritorno dalla pesca.
Un tramonto insanguinato
affonda le sue braccia
sui ciclopici scogli
e nella fragorosa potenza di queste luci
scopro un’isola
di sfrontata bellezza.
*
Ti ricordo arrampicato
sul ciliegio,
quello vecchio,
che già da anni figliava poco.
Tu ridevi,
avrei voluto essere una farfalla
per appoggiarmi sulle tue labbra
e gustare l’asprigno
di quei piccoli avari frutti.
Ridevo pur io,
abbracciata alla terra ricamata di giallo,
ebbra di ombre e fiori,
di frumento e rosmarino.
Oh amato amico mio,
sentivo già l’alito freddo dell’inverno,
che spirava,
sillaba dolorosa,
da nord e che non ci avrebbe più abbandonati.
Nelle mie retine
la tua fotografia,
il pullover sui fianchi,
la camicia rossa aperta fino a metà,
come goccia di sangue
sulla neve.
Piantato come una croce, croce saresti diventato
e la goccia rossa
l’ultima immagine di te.
*
Il fantasma del tempo
muto al mio fianco
accompagna i miei passi
nell’impietosa valle
delle stagioni passate.
come mantello di nebbia lunare
occulta la mia ombra
al sortilegio del presente.
Domani
il travagliato demone
poserà ancora il suo freddo artiglio
sulla mia candida e setosa pelle.
Domani
l’eterna Nemica
si sarà implacabilmente nutrita
della mia palpitante e tenera carne
e un passo in meno
mi avvicinerà alla nuda terra.
Domani.
Non come risorta Cadmo,
non dimenticherò dolcemente
di esser diventata vecchia.
*
Pietrosi gli anni
e le stagioni
tra gli afrori gelidi di estati piovose
dissezionando la vita
centellinando gli umori.
Le voci silenziose degli ultimi Dei
smarrite nella nebbiosa ombra dell’orizzonte.
Sospesa al respiro del mondo
la magica alchimia
di ineffabili desideri
tramuta l’inganno del vivere
in raro volo d’aquila.
Assaporando primavera
con i suoi giochi di mimose
nella mutevole tiepida brezza,
la feroce geometria della pietra
si anima di inconsueta rotondità.
*
Ora sei arrivato
portando cibo per me
una coperta di fili d’oro
rubata ad un arcobaleno
che dici di aver trovato
per caso.
Verrò con te
per scoprire giorni rossi
e accesi come questo,
mi perderò nelle tue mani
che mi stanno versando il vino.
Si stamperà sulle labbra
un sapore rugginoso
che sembra fatto di terra
e vento.
Sembra dolce questo banchetto.
Il pane è croccante,
lo spezziamo,
il profano ciborio
che mi hai preparato
trabocca dei fiumi inarrestabili
delle tue parole di velluto.
Musica sul nostro giorno,
riposiamo all’ombra di queste note.
Miele quest’armonia.
Se tu ci fossi davvero…
Potrei anche amarti.
*
Lapilli incandescenti
schiamazzano nel camino di casa,
rosse pennellate
si specchiano sulle pareti.
Malinconia d’autunno,
è il primo calore che cerco,
vellutati bagliori
che narrano la sera
di avventure,
frammenti di farfalle di fiamma
mentre ascolto storie di lupi,
la neve immacolata
e i boschi immersi nel chiarore lunare,
fameliche fauci
selvagge e seducenti,
nella voce del vento
il loro urlare alla luna.
Le chiacchiere all’ombra del fuoco,
dalla pipa le nuvole di fragrante tabacco,
penso alle abetaie frondose
dell’estate,
ai ciocchi succulenti
che ci hanno regalato
e in sere come queste,
intristite dalla sottile morte
dei giorni assolati
appena trascorsi,
il profumo del legno che brucia
un’ala d’agosto
che dolcemente mi accarezza.
*
Avrò il profumo della tempesta
quando aprirai quella porta
e ti tufferai nel mio mare
e chiuderai gli occhi.
Acque incantate
dove sospirare l’anima.
Corallo e madrepore
per cercare la via.
Smeraldo e turchese
per intorpidire i sensi.
Blu infinito
dove la notte non giunge mai
e mai reca terrore.
Il mio nettare
dolce e ingannevole
come il mare al chiarore dell’alba.
Silenzioso come il canto
di sirene impietrite.
Avrò il profumo
dell’onda
che muore.
Tre ballate semiserie per musica quasi blues (I)
Fare il buffone
Ridere tutto il giorno
Sorridere a chi sta intorno…
Sognare un mondo dalle fattezze di circo
Dove il rosso naso del clown
Riesce sempre a strappare un consenso.
Fare il buffone
E sembrare felice
Asserendo che tutto procede
Quando al bimbo che piange
Il buffone mostra i suoi occhi incrociati.
È davvero un po’ pazzo
O almeno così si crede…
A chi sta male
Il buffone offre speranze
Col suo allegro e ispirato conforto.
Toglie la maschera solo a carnevale
E in mezzo al corteo festante
Lacrime amare scorrono
Sul suo viso ormai stanco.
Piange il buffone
Per i sorrisi elargiti col cuore,
col cuore che scoppia,
col cuore in subbuglio…
Tre ballate semiserie per musica quasi blues (II)
Lo stress.
L’ipertensione.
Il cervello che fugge,
la mente che scoppia.
La moglie impazzita.
L’amante arrabbiata.
I figli senza quaderni.
Il cane che ha preso le zecche.
Collasso,
tachicardia.
Brivido freddo
e pelle sudata.
Ho smarrito la via.
Ferale notizia,
l’idraulico non sa cosa fare
e intanto che pensa
mi costringe a pagare.
L’impiegato postale senza parole.
La rata del mutuo scaduta da un mese.
Il marito che reclama soddisfazione settimanale.
La testa è piena di gente che parla.
Il cuore non conosce riposo.
Lo stress.
L’ipertensione.
Succhio compresse
e ritorno felice…
Il treno va…
Ti troverò là, al limitare della pensilina
In una panca che attende la fine dell’estate
La valigia tra le gambe
Un filo di fumo dalla tua bocca
Che si incrocia con l’odore acre
Delle rotaie surriscaldate.
Un’attesa come uno strepito di piccoli ricordi
Dove il vocio degli altri viaggiatori
Corrode la nostalgia,
l’altoparlante che gracchia di destinazioni inutili,
la tua che sembra non svelarsi mai
nell’aria fosca di pomeriggio inoltrato.
I facchini in gran fretta
Rossi in volto
Come cavalli attempati
Sfiniti dall’ultima corsa
Afferrano bagagli di gente sconosciuta
Destini che per un attimo si incrociano
Poi una voce annuncia
Che il tuo treno e’ in partenza al binario 6.
La tua panchina diventa vuota.
Una cicca per terra
Fumata fino al filtro con avidità
Dalla tua bocca annoiata.
Neppure le carezze dei nostri sogni
Prolungheranno all’infinito il tuo allontanarsi.
E dietro un finestrino
Già sorridi al tuo vicino di viaggio.
*
Le bocche di Cattaro
È l’alba.
Il silenzio dilaga
interrotto solo dallo sciabordio delle onde
in un luminoso
cielo d’estate.
Entriamo nel fiordo,
trattenendo le voci
per non contaminare
l’eco di questa pace
tra verdi ed alte pareti scoscese
che si tuffano nel blu.
Il sole riempie della sua luce
le minute gocce d’acqua
rannicchiate sul ponte,
figlie della fresca notte
appena trascorsa.
Perast.
Ci viene incontro
come spiraglio di Venezia,
tra suono di campane a festa
e tripudio di bianchi lini
alle finestre.
Sono le madri, le mogli, le figlie, le sorelle
di uomini per mare
che ne cavalcano gli infidi flutti.
Dalla coperta della nave
un palpitante sventolio di risposta,
tra occhi commossi,
e l’antico rito si ripete
uguale e struggente ad ogni passaggio.
Perché qui si rinnova
la mesta tristezza
di chi attende e sogna
i lontani e preziosi affetti.
La zanzara
Non danzatrice e non ballerina.
Culex pipiens dal morso tremendo
i tuoi salassi hanno segnato i miei anni infantili
nelle pinete della Versilia
sulle dune sabbiose e salmastre dei lidi adriatici
mentre imperversavano le palline clic clac.
I tuoi pomfi malefici
hanno piegato le mie tenere carni
d’adolescente
nelle pigre sere d’estate destinate all’ozio.
Costretta a scalfirmi la pelle
per non sentire quel tuo dannato bruciore.
Non incanti con le tue movenze
il tuo sfarfallio è irritante.
Sei un mostro in miniatura
una falsa piccola cosa di proporzioni soavi
che sulla pelle candida leggiadra si posa
e scateni l’orrore, il sangue, il dolore…
gli aloni pruriginosi…
In certi momenti della tua vita ti chiamano ninfa,
ma dei boschi ami solo le foglie morte…
molesta ed eccitata
continui ad attendermi ancora
famelica
nascosta tra le tamerici
sferri l’ultimo attacco
quando sfinita dal sole
sognando l’abbraccio di pace del tramonto
ormeggio sul molo
nel vecchio villaggio marino.
*
Un rosario di barche
sgranate
fino a ripetere all’infinito
nuove Ave Marie,
in una placenta d’acqua
che sembra contenere tutto
in un eterno
e confortevole abbraccio.
Una lenta teoria di vele
va spiegandosi
magiche pennellate di colore
sulla distesa
placida e seduttrice dell’onda.
Poi sole.
Scompare in un attimo.
Poi vento
come algido brivido.
La processione si scompone,
si spalancano bocche d’acqua.
Pater noster, Pater noster
Pater noster, Pater noster.
Ogni grano si dibatte
impietosamente graffiato
da artigli d’aria.
Rande gonfie e tese
si contendono l’altare,
si rincorrono
furiose
e madide d’acqua.
*
Rossi papaveri
lungo la strada
nell’aria aulente della campagna
il tuo respiro
come fresco gioco di brezza
bacche di ginepro
tra le mani
profumo di te
del tuo generoso amore
arditi girasoli
nel ventoso luglio
stordito
dal salmodiare ripetitivo
e affabulante
delle cicale
perle di rugiada
sulla tua fronte
ti asciugavo il sudore con la mia bocca
mi dissetavo
all’ombra dei tuoi occhi.
Quel tempo mi sorride ormai lontano
la fosca luce dell’afosa serata
come un mortale velo
disegna
le frontiere della tua natura
imperfetta.
Ogni parola
giace
come corrotta bava
sul limitare delle tue labbra.
Non parlare.
Non dire.
*
Sono cieco in quest’ora di grazia
incerto in questo Nulla
che attinge vivezza dalla mia anima pietrificata.
Sono ricco lungo questo sentiero
che non porta in alcun luogo
ma che vive in me
e mi inonda della sua dolorosa fragranza.
Sono l’ultimo fiato del vento
che si è appena assopito,
ultimo sogno non ancora frantumato.
Sono una fiaba sospesa tra i fiumi delle speranze
E le nebbie dell’esistenza,
raccolgo conchiglie che hanno perduto il mare,
sono una storia che ha smarrito il futuro
e non ha più nulla da raccontare.
Sono musica di effimere note giocose
che non ricordano più
come far ballare qualcuno.
da: RACCOLTA DI POESIA CONTEMPORANEA DI AUTORI TRIESTINI, a cura di V. Miani e R. Davì, Trieste 1996
*
Amore.
Questo amore.
Un seme amaro
un frutto fatale
ci illude oggi la sua vana esistenza
ci stringe tra le sue spire
la sua sconsiderata precarietà
spegne per un attimo inutile
la nostra sete
e poi torna
un tormento dell’anima
che non trova mai pace
a stuprarci la mente
e quella sete che credevo saziata
è viva e vera
e quel frutto si copre di colori
cangianti
e ci inganna
la sua dolorosa fragranza.
da: AMOR SACRO, AMOR PROFANO, a cura di V. Miani, Edizioni Parnaso 1997
*
Gli anni sono trascorsi.
Hanno aperto nuove rughe.
Ragnatele
come marmoreo velo,
ineffabile peso
dei turbolenti affanni.
Ci hanno dato
bellezza
e strepitosi amori.
Ci hanno assordato
di sogni.
Ci hanno concesso
voglie e desideri.
Come Dei cananei
hanno perpetuato
l’insana e fatua
nostra natura.
Gli impetuosi solchi
una bestemmia del creato.
Da: DIZIONARIO DEI POETI, Edizioni Pagine, Roma
Tre ballate semiserie per musica quasi blues (III)
La Scienza Ufficiale
mi dice che devo guarire dal male,
anche sono soltanto
uno stregone col camice bianco,
ma di fare miracoli impossibili
non sono mai stanco…
Se amassi lo yoga
e la prosopopea dell’alternativo,
sarei sereno gustando cornflakes,
sarebbe gioioso il paziente ammorbato
infilandosi tra le fauci
rospi stizzosi
invece che amare compresse.
Sarebbe rosea e splendente
la strada per la guarigione,
se bastassero le mie mani
appena appoggiate ai toraci tossicologi
e sui petti ansimanti.
Sarebbe geniale
se la mia voce suadente
potesse inibire
lo scricchiolio dell’artrosi,
beando l’ascolto di membrane timpaniche
sclerotizzate.
Devo invece ogni giorno
guardare negli occhi
di chi non sta bene
e capire il messaggio criptato
dell’organo che urla il dolore.
La Scienza Ufficiale
mi consente di liberare dal male
e il mio camice bianco,
sciamano metropolitano,
di dare speranze non è mai stanco…