Lettere agli dei, Libroitaliano,1994
Ancora un medico che trova nella poesia la propria serenità e il proprio sfogo.
Gabriella Pison è triestina e questa sua raccolta, con composizioni contrassegnate da un asterisco e senza titolo, è dedicata, più che agli dei, alla notte. Quindi il tono è sostanzialmente cupo e crepuscolare, come frutto di un'assoluta solitudine. Si intuisce la presenza -se così possiamo chiamarla- di un dio assente, che non chiarisce il perché della sofferenza e non conforta. Cosa resta, quindi, all'uomo se non trasformare se stesso in una divinità oscura, oppure rivolgersi ad una serie di dei, sperando di poter individuare quello giusto che sta ad ascoltare chi ha bisogno. Ma quello che prevale è il rapporto dell'io con se stesso.
Un io lacerato che cerca continuamente di ricomporre un'unità mai posseduta.
Nell'ultima lirica della raccolta la spiegazione del problema: “Orrendo è il maleficio. / La bocca del serpente / che si spalanca piano, / il pianto del destino / e l'aria che mi manca / e Iddio che brucia le sue croci. / ...è il sogno che già muore, / e la bocca che mi parla / è quella del serpente, / e il bacio del Futuro / è vuoto di promesse / E' l'uomo delle croci / un miraggio / che scompare.”