Di francesco
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Irrora

Irrora quell’alitar sereno ivi
nei campi ove gravida il grano…
da pergolati gli acini di
platino maturandosi
a lauto sole…

                         rese a quel levigar memore sponde…
                         sperduto in tremule onde il vento.

 

Pertanto

Pertanto
l’atavico richiamo
ripercorse goccia
a goccia secolare
le pietre
l’essenza
nel tempo
tessile
dell’oggi.
Angoli offuscati
dal respiro del tempo
indefinito e lontano.
Proclama sublime…
l’udire delle stelle
e dell’universo
volto a sera.

 

Giganteggiano

Giganteggiano palpitanti
oceanici universi
e sulle cosmiche terre
gli aspersi variabili umori.
Lo spazio consacra
di colombe in volo
la vergine radice dei ricordi
varcando così di rimpianto
nell’imponderabile silenzio
ancestrale il ritorno.

 

La Volontà

La Volontà
germinando va cheta e solenne
di grazie invade labili memorie.
Specchi lunari inverte verso l’Antico…
lacustre stolto richiamo arretra
a quel lento sfilar di mansueto i greggi.
Tarde sospese le stagioni attese
mulinano storie di nobiltà e d’Amore.

 

 

Mai furono

Mai furono più rifulgenti
nell’etere serafici gli astri

                        del Disegno il Mistero.

Esiguo il mondo
al di fuori di esso e
nel magico dischiuso
altro…

                        Evoca
                        di quel lieve salir remoti canti
                        l’Antico e l’Amore
                        vibrandosi archi tesi nel tempo.

 

Lontananza

Mi violenta
il desiderio incalzante
dei suoi baci
non posseduti
in quest’ora
malata di tramonto.
Negli occhi
il colore
dei gelsomini
assieme al pianto
fisso sulle ciglia.
Forse
le lacrime più vere
sono quelle
che si nascondono
fra i battiti
del cuore.
La lontananza
è un punto fermio
nell’anima consapevole.

 

Osservo le mie mani

Osservo le mie mani,
raccolto più non ho
lievi i tuoi bacio
nella piccola coppa
di indifese
mani timorose.
La tua posizione
eloquente, orgogliosa
affronta il domani
per noi incerto.

            Allontanarsi vedo l’amore
            che non fu…
            e si fa addio
            con il male il giorno.

 

Si adagiano sul colle

Si adagiano sul colle
bianche campanule
sparse le case.
Battuti sentieri
polverosi nel sole
cingono i giardini
profumati
perdendosi lungo
filari d’uva e orti.
Monelli chiassosi
lanciano grida.

            Statue malinconiche
            i vecchi,
            sull’uscio della loro casa,
            rivivono perdute ombre.

 

La tua lettera d’amore

Avverto una sorta di rimpianto
per i tuoi occhi marroni
simili alle castagne del bosco
e per il modo di fare,
di dire, di pensare.

Dischiuso il buio luci lontane
Intravedere lascia strade silenziose,
addormentate giacciono le case.

Sul balcone,
aspro
l’odore dei gerani
ricorda
quello dell’erba viva
sotto i nostri corpi…
e vado reprimendo
i desideri.

A sera, nella timida luce delle stelle,
muto l’incerto pianto
la tua lettera d’amore
stretta fra le dita stinge.

 

Segreto di donna

Dissi all’infinito nel palpito di stelle un segreto
di gioia, di dolore, di pace, di tormento.
Nel serrarlo geloso lo rapì la notte chiara
Per confidarlo al vento.
“Oh vento, non lo dire!” – “Lo dirò alle stelle”.

Le stelle appena seppero lo svelarono alla luna,
fu triste l’infinito, sorrise nel pianto il vento,
le stelle di luce viva caddero nel tenue.
Da dolce fu amaro il raggio della luna,
il segreto di donna rattristò la natura.

Poesie tratte da: L’Amore e Noi, Pagine 2005

 

*
Parelìo Antenata all’acqua donde
dittico qualora trepido dai lembi sciolse
errante o vegetaria femmina lunare sciami
un teosofo attento al tendine
cum – Templo – incorporeo lemnisco aureo

 

*
Ritorno fugace immagine fu tempo
il tarpar d’ali lascia
nell’oscillar di Sibari e traspare
avanzando l’onda lievemente mossa
fissa com’eco pure punto fermo
il fondersi al salir di nebulosa
iride oltre vetrarie avverte inquiete
ombre nuove che lentamente vanno.

 

*
Tra cardine ruotante sempreché fisso
se fosse o immutabile intra restauro
il de flessivo entropico convesso-concavo
o polisèma frammentaria all’irto
l’acheropìta in fieri affine l’asterisco.

 

*
Pertanto temporale l’esigenza consapevole
al principio e transitoria immutabili
trasceso consecutio trasfuse attesa
o clamide il crine equanime laddove
preferito e paziente templari
il chiostro udendosi d’ascolto

 

*
Adòreo quel dipartire settenario
apocrisiario monito solerte al capisteo
ove quiete è propria del sapere
intravisi dal vivaio il nuto.

 

*
Stoico al quesito spazio
e d’indeciso tempo
unilaterali e diversi i contrari
all’unisono aetherius verte
quiescente mostrarsi l’architrave.

da: Experimentum Crucis, Ellemme, Roma 1991

 

*
Gocciare dall’amatore oblunghi
augusto essudato aspetto
introverso cimento aequalis
carne vivente per sorte rende
messo a supplicar sommesso
in Getsemani l’avvicinarsi tempo.

 

*
Pedestre metallico suono arresta attimo
l’astratto contenuto asbesto desto
tormentarsi astruso d’anacoreta ostico
gli scribi astuzia a sacrificio assomma
l’Apolide indelebile al calvario.

 

*
Crocifiggere le pietose acuminati
batterono sordi in legno gemiti
pecca mancando amore avidi
i centurioni contar bestemmie
su bistrattati per dado tratto
panni a terra e sangue figlio d’uomo.

da: Realtà del Divino, Poesia Mistica e Religiosa, Casa delle Arti Roma

 

Primo amore

Tra ‘n vecchio libro ieri ho aritrovato
un mazzetto de viole già appassito
e mentre che lo guardo tra le mani
me ricordo ‘n inzogno ormai svanito.

Cantava l’usignolo sopra un ramo,
mentr’io sussurravo: “… amore … amore.”
Lui me strigneva a me diceva: “t’amo”.

Quante promesse dette a fior de labbra:
“Tu me voi bene? E poi… sarà pè sempre?”
“Si pè sempre – dicevi – te lo giuro”.
Er vento ripeteva tra le fronne…
“… si, si pè sempre… giuro, giuro, giuro…”

Che c’è rimasto poi de quell’amore?
… un inzogno sortanto ch’è pieno
d’amarezza e de rimpianto

Ma me sfugge accorato a ‘sto ricordo
‘n sospiro, e ‘na lagrima de pianto.

maggio 1953

da: Antologia Voce Romana, Roma