Di francesco
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Intervista pubblicata sul nr 2, febbraio 2006 della rivista Voce Romana

Quali sono gli spiriti informatori del suo libro?

La mia anima che consapevole di essere e poi di esistere, fa da ponte fra l’interno soggettivo e l’esterno oggettivo, osserva, riflette e collega analogie tra ciò che è finito e ciò che è infinito. Viene soprattutto attratta dall’essenza della bellezza della Natura tenta di coglierne “l’attimo” che è il punto a-dimensionale tra ciò che è finito e ciò che è infinito, tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile. La porta senza porta, direbbero i “maestri”, per poter cos’ ridare ai fruitori la stessa sensazione del “bello” e del “buono” attraverso l’estensione della stessa.

Quali indirizzi d’arte pensa di aver seguito?

L’estetismo che vuole ricondurre le arti al bello ideale assoluto, mediante le forme primitive ed arcaiche. Lo strumento che uso è il meta simbolo sperimentale, del maestro in arte Francesco (Maria ) Mecarolo.

Quali sono le sue precedenti opere di poesia?

Il primo libro, “Di Gea Cosmogonia”, ed Ellemme (Lucarini). Il secondo “Experimentum Crucis”, stesso editore. Il terzo “L’Amore e Noi”, ed. Pagine.

Quali critici hanno giudicato le sue opere?

La giornalista Gabriella C. Molli nel “Secolo XIX”, La giornalista Adelaide Ceraolo su “Libro Aperto”. Varie critiche sono state trasmesse in privato dal prof. Mario Petrucciani, dal prof. Ferruccio Ulivi, dal prof. GiorgioBarberi Squarotti e dal giornalista RAI-TV Augusto Giordano.

Ha dei nuovi progetti?

Sto lavorando al quarto libro di poesia.


 

Gentile Professoressa,
La ringrazio dell’invio del libro che ho letto con moltissima partecipazione. Trovo qui una ricerca non comune, molto penetrante, di linguaggio, con esiti di notevolissimo rilievo.
Accolga le mie più vive congratulazioni con molti cordiali auguri di successo
Mario Petrucciani


 

EXPERIMENTUM CRUCIS

Experimentum Crucis di Gabriella Di Francesco mi parla di sacrificio. Dove ho letto che il poeta, quando compone, soffre? Indubbiamente Di Francesco ha una forte sinergia con temi che vengono attinti dalla arcaica forma di religione. Il contesto compare in molte composizioni. Ma perché e come? A pagina 39, compare in sintesi illativo all’ E.B.E. dicto. “Mi fermo, osservo. Intimidita. Mi sovrasta una specie di trinità”.la poetica quanto è il segno di induzione filosofica? E l’esperimento, quanto trae dal noto? “Penso al respiro”. “All’indole della preghiera”. “Al vano che contiene il miele o il farro”. “Potrebbe contenere anche le parole”.Così mi accosto a questa poetica come se sapessi in precedenza che risente di un’esigenza di preghiera”. “E respiro questo clima dall’inizio alla fine”. “La fatica del dire, la fatica del suono, il grido del portar fuori”. “Così ho vissuto questo testo”.
Gabriella Molli, giugno 1992
Lerici, SecoloXIX

 


 

L’AMORE E NOI, Pagine 2005

Anche se più nota per le sue poesie sperimentali (da anni milita nel movimento metasimbolico fondato da Francesco Maria Mecarolo negli anni ‘80), Gabriella Di Francesco è una poetessa completa che nella sua raccolta di poesie giovanili “L’Amore e Noi” ci fa parte del percorso umano e lirico che l’ha porta a rompere ogni ritmo esteriore per cercare il ritmo interiore. Già, perché per approdare agli sperimentalismi, a volte estremi, spesso ostici, del metasimbolo, c’è tutto un percorso misterioso che definisce la metamorfosi del linguaggio poetico fino a formalizzarlo nell’insieme suono-ritmo che non dice, semplicemente evoca.
La predisposizione a quest’opera di ricerca poetica è già presente nelle poesie adolescenziali di Gabriella Di Francesco che, per quanto in apparenza lineari, contengono una forma pittorica ellittica che si apre nell’ampio respiro dei versi centrali per ricongiungersi nell’ultimo verso portando il fruitore a sentire la propria presenza e partecipazione all’atto meditativo generato dall’evento poetico.

Alla fine delle poesie c’è sempre un ritorno al sé, un riflusso emotivo che sgorga dal momento creativo e che dà al lettore la coscienza di essere protagonista del momento. Questa prassi è ripetuta in molte liriche della raccolta di Gabriella Di Francesco, e culmina con la crescita privata che viene condivisa per il semplice fatto di essere pubblicata in un libro, peraltro di pregevole fattura, che rispecchia la continua crescita interiore fino ad esplodere nell’ultima poesia che svela il mistero senza violarne il segreto perché… Esiguo il mondo/al di fuori di esso e/nel magico dischiuso/altro… e quest’altro resta tale, non sarà mai la di fuori della propria essenza, per questo va intuito, va respirato, parla a modo suo ed è sì tenue che per ascoltarne la voce occorre abbandono completo e silenzioso perché… Evoca/di quel lieve salir remoti canti/l’Antico e l’Amore/vibrandosi archi tesi nel Tempo.
Claudio Fiorentini

 

L’Amore e Noi – Recensione

L’Amore e Noi è una raccolta delle poesie giovanili di Gabriella Di Francesco, frutto di un’adolescenza attenta e matura, rivolta verso ciò che la circonda: il mondo nei particolari vincolanti alla bellezza e al mutamento delle stagioni, della natura e dell’amore.
Il volume, pubblicato dalla Casa Editrice Pagine, raccoglie nei suoi versi gli attimi di un sognare e vivere l’amore nei molteplici aspetti di momenti magici, gioiosi, malinconici ed alteri. Frutti dolci-amari di un sentimento eterno, laddove l’alternativa reale rimane solamente una possibilità di scelta tra ciò che è nostro intimo ed il concederci o rinnegarci dall’aspettativa dell’altro o viceversa, poiché l’amore per l’uomo viene a significare un bisogno di completezza, di armonia, una ricerca continua più che in noi stessi nell’Altro, per cui è fatale che nulla sarà o rimarrà come noi vorremmo.
L’amore nell’esistenza non è sempre eterno, come invece lo è il concetto di amore, ma ognuno di noi non rinuncerà a ritrovarenell’esistere questo aleggiante spirito incantatore, che ci trasporta in sogni non sempre possibili o certi.
Il titolo della raccolta è stato scelto dall’Autrice con l’intento di dedicarlo a tutti coloro che amano, hanno amato e a coloro che attendono l’esperienza rigogliosa dell’amore. “In tutte le mie poesie – spiega l’Autrice – si evince che l’amore viene vissuto e respira con la natura tutta una musica a due, di un maschile ed un femminile per il suo evolversi nel tempo”. Ed ancora: “Credo che la Natura sia lo specchio dell’anima, poiché nella Natura l’anima riflette l’essenza e la saggezza ancestrale perduta, ed è proprio attraverso la contemplazione di questa che nell’anima vibra, memore nel tempo, l’antica unione di due essenze in una”.
Anche se più nota per le sue poesie sperimentali (da anni milita nel movimento meta simbolico fondato da Francesco Maria Mecarolo negli anni ‘80), Gabriella Di Francesco è poetessa completa che ne L’Amore e Noi svela il suo percorso umano e lirico che l’ha portata a rompere ogni ritmo esteriore per cercare quello interiore. La predisposizione a quest’opera di ricerca poetica è già presente nelle poesie adolescenziali di Gabriella Di Francesco che, per quanto in apparenza lineari, contengono una forma pittorica ellittica che si apre nell’ampio respiro dei versi centrali per ricongiungersi nell’ultimo verso portando il fruitore a sentire la propria presenza e partecipazione all’atto meditativo generato dall’evento poetico. La ricerca dell’amore è il tema predominante dei suoi versi, il tendere verso l’Alto sembra un invito dell’autrice che scrive: “La Natura non può trascendere se stessa perché è dimensione finita, ma l’anima sì, giacchè a lei appartiene questa meravigliosa facoltà infinita della ricerca dell’amore”.

 

L’AMORE E NOI, di Gabriella Di Francesco, Ed. Pagine 2005. Presentazione al Caffè Greco, 1 giugno 2005; intervento di Raimondo Venturiello.

Gabriella Di Francesco è alla sua terza opera poetica con la silloge “L’Amore e noi”, fresca di stampa a cura della Casa Editrice Pagine.

Nella “Premessa” l’autrice scrive che L’amore nell’esistenza non sempre è eterno come invece Io è il concetto di Amore, ma ognuno di noi non rinuncerà a ritrovare nell’esistere questo aleggiante spirito incantatore, che ci trasporta in sogni non sempre possibili e certi.
Queste affermazioni, oltre ad essere incontestabili, preannunciano momenti e moventi ispirativi che caratterizzano le composizioni della raccolta.

Nello scorrerne le pagine, l’amore come esperienza di vita – cioè non sempre eterno – prende forma in ciascuna lirica rappresentando di volta in volta un fotogramma significativo di tappe emozionali che variamente si susseguono:
- dalla reciproca scoperta, in cui un solo sguardo può supplire qualunque lungo discorso (è il caso di “Parlano i tuoi occhi”, p. 14), all’esaltazione (così come efficacemente tratteggiata in “Piccole parole”, p. 17);
- dal declino del sentimento (evidente in “Io e Te senza amore”, p. 18) al suo consolatorio ricordo (in “Certe sere”, p. 26);
- dal rimpianto (in “Osservo le mie mani”, p.30) alla rassegnazione per l’addio (in “… Mai più ti apparterranno”, p. 37);
- dall’ansia di rinnovamento (in “L’immagine del tempo”, p. 38, che si chiude con Desidero ardentemente / il domani), alla voglia di oblio (in “Indifferenza”, p. 39, con la lapidaria chiusa: L’indifferenza / per le cose di ieri / è la battaglia vinta).

Così delineato il ciclo dell’amore che, in quanto evento terreno, storicizzato, nasce, cresce e muore, non muta il concetto d’Amore indicato in Premessa dall’autrice e definito irrinunciabile, in sostanziale sintonia con un passo straordinario dei Quattro Quartetti (IV, 9-14) di Eliot:

            Amore è il nome non familiare
            di chi con le sue mani tessè
            l’intollerabile camicia di fuoco
            che forza umana non può levare.
                        E noi viviamo, noi respiriamo
                        soltanto se bruciamo e bruciamo.

Che questo divampare dell’Amore – come condizione primigenia che Eros attiva e solo Thanatos definitivamente cancella – sia incessante e che il suo ciclo si rinnovi, nella vita o nella memoria, risulta molto ben evidente nelle altre poesie de “L’Amore e Noi”.
Come si è infatti visto, tra le citate “Parlano i tuoi occhi” e “L’indifferenza” – più o meno ad un terzo dell’itinerario della silloge – si è compiuto un ciclo e ad esso subentrano il ricordo (come in “spogliati rami”, p. 40), il rimpianto (in “Il giorno ha chiuso gli occhi”, p. 42) o anche la rabbia (in “Se qualcuno”, p. 45).

Tuttavia si riaccende la speranza in “ogni stagione”(p. 54), in particolare nei versi finali: La tua mano sulla spalla / mi conforta nel segreto / di questa malinconia d’autunno / e torno a rivivere.

Va detto che da qui il poeta non segue un nuovo itinerario, ma percorre sentieri della memoria con emozione almeno pari a quella dei momenti nativi (è il caso di “Ci accoglie”, p. 63) finchè l’incantesimo si rompe (come in “Silenzio ostile”, p. 65).

La confermata consapevolezza non rompe però il tenace filo memoriale, a dimostrazione che aveva ragione La Rochefoucauld (Massime 71) a scrivere: Poche sono le persone che non si vergognano di essere amate quando non si amano più. E l’autrice lo dimostra con i versi di “Per te scrivo poesie” (p. 70) e “Amo pensarti” (p. 71).

Ecco allora, nelle liriche conclusive della silloge, sovrapporsi al diaframma del ricordo anche il filtro dell’autocritica (come in “Amore sfiorito”, p. 85) o del dubbio (come in “Avrei voluto”, p. 86). Immutata peraltro è la speranza nella penultima lirica “Altri vedranno” (p. 92).

Le osservazioni fatte su “L’Amore e Noi” – necessariamente brevi in sede di presentazione – portano ad una prima importante conclusione sull’approccio poetico di Gabriella Di Francesco. La sua silloge non nasce – come accade frequentemente – con intenti meramente liberatori, ma è il risultato di una approfondita e consapevole interiorizzazione: non di emotività dirompente, bensì di matura riflessione ed autoanalisi.

Quanto allo stile, va piuttosto in rilievo – come cospicua nota conclusiva – che la profonda introspezione sul tema dell’amore – universale sì, ma in pari tempo personalissimo – è un cammino poeticamente accidentato e può perdersi nei meandri dell’intimismo che spesso riduce o azzera gli spazi di condivisione del lettore.

Non è il caso di Gabriella Di Francesco, grazie alla costante interazione tra l’io poetante e l’altro da sé, in particolare la natura onnipresente nei suoi versi: un altro da sé reso fedele interprete dei moti dell’animo.

Se la stagione breve del simbolismo nacque a fine ‘800 e si sviluppò come opposizione al positivismo ed al naturalismo allora imperanti, il dichiarato meta simbolismo dell’autrice va effettivamente al di là ed è testimonianza di rivincita della natura come proiezione dell’io.