Samir
Pioveva lentamente, una pioggia stanca, apatica, senza convinzione. Le poche luci della stazione assomigliavano a quelle dei cimiteri, viste in lontananza.
Il silenzio era padrone di tutto, anche dei pochi visi della gente che sostava in un buco maleodorante, quattro metri di stanza, senza finestre, che si presumeva fosse la sala d’aspetto.
Eleonora, infreddolita, camminava avanti e indietro sul piccolo marciapiede che rincorreva gli striminziti binari. Una donna che pur essendo vicina alla pensione era ancora bella non passava certamente inosservata ai pochi extra comunitari che la guardavano con interesse, La stazione, con lo scendere della sera, diventava sempre più buia.
Eleonora trasalì al fischio del treno che stata arrivando, un treno composto da cinque vagoni, piccoli e con le carrozze dipinte.
Dalla sala d’aspetto non uscì nessuno e la donna respirò di sollievo. Salì sul primo vagone e si sedette accanto al finestrino. Le file dei sedili erano alternate, una fila da due posti di fronte ad un unico sedile.
Un paesaggio sfocato, quasi lattiginoso, minimizzava i contorni delle case e delle strade. Lentamente si scoprì il mare, visibile per le grosse onde biancastre che si frangevano sulla spiaggia.
Dalla parte opposta del vagone Eleonorà notò una donna d'età avanzata rannicchiata nel sedile e si accorse che stava parlando al telefono con la voce molto bassa, riuscì a capire che non era di nazionalità italiana, sicuramente proveniva dai paesi dell’Est. Il resto dello scompartimento era vuoto.
Alla prima fermata, in una stazione talmente piccola, dove non esisteva nemmeno il cartello con il nome che indicava il paese, salirono delle donne dall’aspetto piuttosto appariscente, sboccate e ridanciane.
Si sistemarono sul fondo del vagone e si misero a fumare.
Eleonora voleva intervenire, ma capì che non era il caso, sicuramente erano zingare, e la guardavano con un certo interesse.
All’improvviso, un uomo di notevoli dimensioni, si presentò nello scompartimento. Sembrava uscito dal nulla. Alto come un armadio, abbastanza corpulento, capelli lunghi, unti e spettinati, solo gli occhi erano incredibilmente azzurri.
Le zingare che fumavano, al suo apparire, si mossero sguaiatamente per attirare la sua attenzione, ma l’uomo non le degnò di uno sguardo.
Con incedere lento si diresse verso Eleonora. Il vagone era corto e con pochi passi raggiunse i due posti a sedere di fronte alla donna.
La fissava negli occhi e lei cercava di evitare il suo sguardo.
Il vetro del finestrino le rimandava l’immagine dell’uomo che non le toglieva gli occhi di dosso. Il buio fitto e la desolazione del paesaggio, a tratti, completamente deserto, alimentavano la paura che la donna sentiva crescere dentro se.
“Io sono indiano”. Una voce fievole, in netto contrasto con la corporatura, uscì dalla bocca dell’uomo. “ Sono povero e lontano dalla mia casa”. Parlava un italiano quasi perfetto.
Eleonora taceva, fingendo di leggere il giornale che aveva sulle ginocchia.
“Perché non rispondi? Non sono una bestia….Nella mia terra avevo una donna, ora non ho nessuno. Tu sei bella”!
La donna non riusciva a capire l’interesse nei suoi confronti. Anche se il fisico asciutto e l’aspetto ancora giovanile le riducevano di molti gli anni effettivi lei era prossima alla pensione e quindi molto più anziana di lui.
Il treno si fermò nella seconda stazione, le zingare scesero sghignazzando e deridendo l’uomo che non aveva gradito i loro ammiccamenti.
La signora straniera, raggomitolata sul sedile, si capiva che aveva una paura terribile.
Eleonora, d’impulso, si alzò, mise la borsa a tracolla, prese la piccola valigia e si diresse verso lo scompartimento successivo.
La situazione non era migliore. L’unico passeggero del vagone era un uomo molto anziano, che non la degnò nemmeno di uno sguardo.
La donna si sedette di fianco al vecchio.
Passarono appena pochi minuti e la sagoma dell’indiano si stagliò nel vano della porta.
Con calma si sedette nuovamente di fronte alla donna. Allungò una gamba e sfiorò la sua, con un sorriso accattivante stampato sulle labbra.
Eleonora, guardava il vecchio sperando nel suo intervento, ma l’uomo, notevolmente impaurito, si alzò di scatto, si appoggiò al bastone e cerco d farsi strada tra le due gambe. Perse l’equilibro, ma con l’aiuto della donna si rialzò e a stento si diresse verso l’altro vagone.
“Perché se va, resti qui, per favore”! Eleonora gridava, ma l’uomo ormai non c’era più.
La pressione della gamba era sempre più forte, gli occhi dell’uomo la fissavano e la paralizzavano con il loro sguardo strano e ossessivo.
Un filo di voce le uscì dalla gola “ Che cosa vuoi, denaro, ne ho poco, ma te lo do”.
L’altra gamba s'insinuo tra le sue, si sentiva stretta in una morsa, cominciava a mancarle l’aria.
“Tu sei bella, da tanto tempo non ho una donna, tu sei bella aiutami”….
Eleonora cercava di liberarsi, ma era inutile, sentiva il suo alito sul collo, una mano dura e inflessibile si era infilata sotto il maglione e le stava stritolando il seno. Il dolore la fece reagire, un calcio all’inguine dell’uomo e per un attimo la stretta si allentò. Approfittò di quel momento per liberarsi, corse verso l’altro vagone, ma l’uomo la prese di spalle e si ritrovò su di un sedile sopraffatta dal suo corpo. Cominciò a gridare, mentre l’uomo cercava di strapparle i pantaloni, le sue mani erano una piovra impazzita, puzzava d’alcol ed Eleonora cercava con tutte le forze di evitare la sua bocca.
Samir veniva dal Congo. Ogni sera, senza pagare il biglietto, faceva un breve tragitto con il treno per raggiungere la baracca dove passava la notte, e riponeva le sue cianfrusaglie che gli permettevano di sopravvivere. Il controllore era poco presente, quasi mai, e quelle poche volte che passava evitava di chiedergli il biglietto.
Sollevò il suo sacco e salì in treno.
“Per fortuna è vuoto anche stasera". Sistemò il bagaglio accanto a sé e guardò il piccolo paese che si allontanava dal finestrino.
Chiuse gli occhi per riposarsi, ma udì degli strani rumori provenienti dallo scompartimento vicino. Erano grida soffocate di donna. Esitò ad alzarsi, consapevole della propria posizione, poi cautamente, si affacciò al vagone accanto.
C’era un uomo, enorme per lui, piccolo e magro, che cercava di violentare una donna. Samir entrò in silenzio con il suo sacco, pieno di statuine di legno e lo scaraventò addosso all’uomo che gli girava le spalle, poi di corsa, si avvicinò al segnale d’allarme e lo tirò.
Il treno aveva raggiunto la stazione, l’indiano scivolò dal corpo di Eleonora e cadde a terra, svenuto, mentre il controllore giungeva trafelato per scoprire l’accaduto.
La donna, quasi svestita, non capiva, non sentiva, voleva soltanto morire.
L’indiano, portato via di peso, guardava ancora Eleonora da lontano e gridava.
“Sei bella, tu devi essere mia”!
Samir pensava a sua madre e voleva parlare a quella donna che nella sua immaginazione era bella come lei, ma non poteva farsi vedere.
Nascosto aspettava che uscisse dalla stazione di polizia. Le ore passavano e lui non si stancava, voleva vederla da vicino.
A notte tarda Eleonora uscì, accompagnata da un’altra giovane donna.
Il ragazzo le andò incontro e loro si fermarono impaurite. Un dolce sorriso sul viso giovane già provato dalla sofferenza.
Eleonora lo guardò e la sua mente era li, nel vagone del treno. Il sacco si alzava, le mani dell’uomo è il dolore, scivolavano dal corpo.
Le lacrime la liberavano e la donna congiunse la sua mano con quella del ragazzo che avrebbe voluto una carezza da portare con se e la carezza gli sfiorò il viso.
Candidi fiocchi di neve
Candidi fiocchi di neve, entravano dalla finestra spalancata, spinti da un forte vento di tramontana e si adagiavano, come piccoli occhi indiscreti, sopra l’abito nero di una donna girata di spalle.
Un’altra donna, vestita ugualmente di nero, che guardava la propria immagine riflessa in uno specchio, si girò lentamente.
“ Chiudi, sta nevicando”.
“Perché hai paura che mi ammali? Non ho bisogno di una balia, vattene”!
“Non puoi mandarmi, via, non ci riusciresti”.
“Sa comandare il tuo Dio”!
”E’ anche il tuo e io so obbedire. Perchè non vuoi rassegnarti”?
“Solo morendo potrei riuscirci, cosa ci faccio con questo cazzo di vita”?
Gli occhi grandi erano disperati, ma privi di lacrime.
“Tu sei il suo ambasciatore e la mia anima affine, chiedi al tuo Dio da dove trae l’uomo la motivazione per compiere o no un’azione determinata”….
“Vuoi morire per la paura di non poter sopravvivere al tuo dolore”…
Le auto in corsa lungo la strada sollevavano schizzi di fango. La luce del giorno moriva a rilento. Il suono di una campana lontana giungeva stanco sulla città ammantata dal silenzio di neve.
Sul lato destro della stanza un pianoforte a coda sembrava mostrare con orgoglio la foto di un bimbo, appoggiata sul ripiano.
“Si, è vero e allora perché stai cercando di dissuadermi”?
“E il mio mestiere, sono stata addestrata per questo”.
“Io compirò la mia volontà e tu potrai solo guardarmi, mentre porterò a termine il mio capolavoro”.
Dalla finestra di una casa vicina una donna con un bambino in braccio giocava con i fiocchi di neve.
“Allora io non dovrei uccidermi perché Dio non vuole, ma chi è responsabile di questa mia volontà? Forse Dio si sente innocente? Lui conosce i motivi che portano a questa mia decisione”…
La notte iniziava la sua discesa, mentre le ombre dei lampioni si stagliavano sui muri delle case.
“Ho pregato, bestemmiato, urlato e dove era Dio”?
“E’ nella mente di tutti”……
“Si, forse per divertirsi alle spalle degli altri”.
Aveva smesso di nevicare e una falce di luna sorgeva timida dietro le montagne.
“Io sono libera, ho pianto e mio figlio è morto ugualmente. Ho pregato e nessuno mi ha dato conforto. Non devo niente a nessuno, neppure a te che sei stata presente per parlarmi solo di Dio”.
“E Dio saprà giudicarti”.
Un tonfo e la notte aprì le sue porte.