III
-Il canto del Cigno Nero-
Lontano, nell’Ellade, un Cigno Nero
Il manto specchia in acque sepolcrali:
Un verziere d’alghe pare davvero
Danzare al ritmo di quell’onde iemali.
Dorme nella roccia piu’ di un cimiero,
Giace con le armi degli Eroi ma i Sali
Gia’ corrodono quel metallo fiero
Gia’ lo increspano le alghe e gli animali.
“O mortali nessun ricordo e’ eterno !
Se l’Uomo vive gloria si tramanda
E il cieco bardo vincera’ l’Averno.
Ma quando finira’ la stirpe umana
Solo il Nulla contemplera’ le tombe
Obliterate e la materia vana
Consumera’ se stessa”.
Cosi’ canto’ il Cigno e alle cupe sponde
Smisero di schiumeggiar le verdi onde.
IV
Ambiguo fu quel giorno in cui percorsi
Le strade lastricate con cicuta
E passai i tramonti senza mattini
Su tappeti di elabro e belladonna;
Con cio’ non mi sfiorarono i rimorsi
E bevvi dentro il cranio della muta
Mandragora quel siero nei festini
Melensi piu’ del ventre di una donna
Pingue. Volevo fare mille leghe
Nella tundra per cingermi del gelo
Delle acque nere di Tuonela, eppure
Neanche l’Isola di Man, con le streghe
Veglianti sopra prati di asfodelo,
Mi rapi’ al gioco delle rime oscure.
VI
Direi che ho scarsa voglia di lottare
Per un domani fatto da noi stessi…
Come vorrei invece essere in soffitta,
Una soffitta con tessuti indiani
Per corollario e quattro occhi a scrutare
Nel cielo nero dai profondi e spessi
Silenzi il viatico della sconfitta.
Si , d’accordo, tappeti e incensi strani
Non nascondono il blu del ladrocinio
Lampeggiante dalla finestra aperta;
Ma, nel rifugio di coltri contorte,
Fluida come uno scialle di carminio,
La tua chioma servira’ da coperta
Per celare il baratro della Morte.
VII
Laggiu’ Cigni Bianchi sull’acqua nera,
Mentre riposo nella torre immota
Annegata dentro un lago di latte
-L’Assoluto Statico che mi opprime.-
Specchiando i vessilli contro il sublime
Alabastro delle pinne contrate
Scivola un superbo cigno e pilota
Laggiu’, Cigni Bianchi sull’acqua nera.
Vorrei scrivere dei versi col sangue
Sui fiori di magnolia dolci e tesi.
Nel grigiore vesperale mi cullo
Invece su come mi appare pingue
Il tramonto; forse perche’ da mesi
Ogni assioma si spezza o resta nullo.
VIII
Amo i verzieri sfatti e l’indolenza
Del muschio che edulcora ogni contorno
Alle note tristi di senescenti
Viali; questi templi paiono dormire
Di un sonno di rimorsi nell’assenza
Formale del gesto, ma col ritorno
Del tramonto ecco mutare i silenti
Rovi in abati inviolati e aderire
In morbide volute ove i cipressi
Indolenti deridono il languore
Dell’irta erica e dell’aspra reseda .
E la ghirlanda di petali al vento
Sembrano, nello splendore che muore,
Una danza di Alseadi affrante.
IX°
Il guanto della Notte ebbra d’incenso
Inchiostra la cimasa dei cancelli;
Orfane di luna bramano l’ombra
Le caviglie ludiche di carezze
Insolenti: sciolte le trecce e, denso
Lo sguardo ora volgi sopra gli orpelli
Nudi delle vampe di latte d’ambra
Impudiche ! Cosi’, vaghe stranezze,
l’intarsio dei rovi lega il coturno
Ai passi di cera che l’ombra mira
Sopra la chioma piu’ nera del nero
Quando l’osceno abbraccio notturno
Ti lacera la veste o Sylvanira,
Figlia del custode del cimitero !
-Fragmento-
Qui aveva dunque re Alessandro Bala
Un peristilio eretto nello sfarzo:
Nella vasca di variegato marmo
Un niveo fanciullo celto di otto anni
Faceva poi gettar tra le murene.
E mirando quel lacerar di carni
Solea unirsi in estenuante amplesso
Con la piu’ esperta delle schiave assire.
Solo cosi’ giungeva a volutta’ estrema…
( Questo frammento l’ho tradotto io stesso da un papiro originale
trovato nelle rovine dell’antica Seleucia; era scritto in greco con forti
contaminazioni di dialetto siriaco. )
-Spleen –
Piove sangue stanotte sul giardino,
piove e sfalda i nanufari del lago,
Abato inviolato. Bevo tristezza
Nel calice vuoto dei miei ricordi.
Pure le statue, crisalidi spente
E mai mutate, approvano in silenzio.
Piove sangue stanotte sul giardino.
-Fragmento-
Se vedi Lilith la ramachiomata…
Lo specchio intarsiato il collo riflette,
l’allume consuma se stesso, flette
La debole fiamma e l’ombra dilata.
Se vedi Lilith la ramachiomata…
X
-Sirena morente-
Quando la battigia, rara di schiuma,
Riflette il vaio screziato del cielo
E l’onda possente ha sopito l’ira
Nel monotono eco della risacca…
Nudo sull’algida rena di luna
Talora si nota nell’alghe a velo
Il corpo di una sirena che spira
Silente ! Tosto un curioso si stacca
Dagl’altri e mira il manto smeraldino
Del crine ambita spoglia per mortali,
E ancora le labbra, glabre e contorte
Scrigno ermetico di diaspro marino
Parto di oscure alchimie abissali
Che emanano di Volutta’ e di Morte !
XIII
-Ephymera-
Ti ammiro altera Echinopsis nocturna,
Verde indolente scrigno di piaceri
Rari e fuggenti , perla esacerbata
Da banalita’, vergine di spine
Cinta ! Quando respiri aspra nell’urna
Cesellata e quando sono forieri
Di essenze i tuoi fiori da delicata
Mano generati, sgorga alla fine
Un effluvio d linfe distillate
E di dolciastre e calde dissolvenze.
Cosi’, nel nero manto di Selene,
dormono, sul velo di vane fate
Come un lampo di diffuse apparenze,
Lembi contorti di aspidi e murene.
XV°
-Venere gotica-
Assisa, le gambe - d’avorio fine-
Incrocia sull’intarsio dello scanno
Ove l’onice si sposa con l’oro
Sotto l’abbraccio di rare volute;
Poi, tra i piedi, contro il nero confine
Dell’unghie smaltate, l’ingenuo inganno
Dardeggia di un loto, vago ristoro
Nel freddo amplesso di gemme perdute.
Cosi’ si offende, nel vergine seno,
Anche il segno infausto di un contorto
Serpente d’ebano, quasi rovente
Marchio tra efelidi –ambrato veleno
D’un vortice insonne- nel drappo smorto
Di aspri bagliori del giorno morente.
-XVI°-
Black swans
In quali flutti oscuri d’Acheronte
Vi specchiate o Cigni mentre remate
Neri e maestosi ? Voi lenti posate
Le penne remiganti nel cobalto
Fluido e palustre ove dormono un monte
Sinistro d’inganni e gigli abissali,
Quando nel lucore di vesprii iemali
Donate riflessi sul cupo basalto.
SI ombrose deita’, le vostre indolenti
Regate osano in adusti sentieri
Forzare la Morte, mentre insolenti
Larve mai nate, nuotano i pensieri
Miei come cigni d’ebano silenti
Tra l’oppio delle rimembranze di ieri.
XVII
-Vampire-
Dentro profonde selve ai raggi escluse,
Tra clivi ombrosi preclusivi mortali,
Sotto il vello di acide tentazioni,
Quando la luna ferisce la bruma
Di putridi strali con lame ottuse
Li’, nere ancelle di regni abissali,
Viandante scorgi – infide apparizioni-
Lasse vagare nel bosco che fuma
Di essenze, splendide donne vampiro !
Altere e avvolte di candide vesti
Succinte, muovono passi silenti
Nel muto segno del freddo respiro
E, simili a vacue Alseadi agresti,
Sdegnose bramano amplessi dolenti.
XVIII
-Fall’s spleen-
Ecco l’Autunno greve nelle foglie
Dolenti e avvizzite sotto il mantello
Di ermellino; ecco le guglie sontuose
Screziate di vaio su tetti fumosi
Di aromi…le chiome ramate e spoglie
Dei platani sonnolenti dal vello
Rado e chino al piombo unto di nebbiose
Albe funeree. Nulla dei sontuosi
Verzieri mi attedia dentro i contorni
Del ferro battuto di quei cancelli
Austeri di glorie passate e smorte.
Ma gia’ mi angoscia lungo i disadorni
Viali quel canto nuovo di fringuelli:
Bardo acerbo dell’estate alle porte !
XIX
-Sadness-
Dunque a Bruges come un singhiozzo austero,
Lungo un filo di lacrimosa cera;
Torno al’orme antiche dense d’avori
Spenti. Dunque a Bruges, marmoreo avello
Dai profili ombrosi, sotto il levriero
Grigio di nembi senza primavera.
Dunque a Bruges, benche’ priva d’albori
Ma iperboreo giglio dal niveo vello
Silente come tele nude e inerti
Di Memling…Spenta citta’ mai violata
Da spirto banale di oziosi incerti;
Vergine di ghiaccio, mistica e dotta,
Sempre sognata da me e sempre amata:
Prega per noi Bruges, teca incorrotta !