Ernestina Garofalo

MILANO   D’ESTATE

Pochi metri quadrati, bianco accecante alle pareti , porte, tende , un balconcino che si affaccia su di un desolato panorama, in fondo una strada , dove sfrecciano ininterrottamente veicoli velocissimi, puntini luminosi, che si rincorrono in folli gare.
Da entrambi i lati dell’edificio incombono pareti luccicanti, attraversate da misteriose, enormi tubature, grandi finestre, tetti simili a lastroni.
Sono sdraiata sul mio immacolato lettino, progettato da qualcuno che, f orse, viveva un periodo di crisi maniaco-depressiva oppure era in vena di burle e tiri mancini a spese dei poveri malcapitati costretti a servirsene.
         Il letto è dunque , alto, circondato da misteriosi pannelli elettronici , sui quali è disegnato un omino, circondato da frecce e microscopici pulsanti ; timidamente ne premo uno a caso e, con uno scatto improvviso si solleva la testata del letto e mi ritrovo da supina ad angolo retto, con un notevole quanto inaspettato colpo alle reni; allora premo un altro pulsante, nella speranza di ritornare alla posizione originale e, con un altro scatto, quasi olimpionico, mi ritrovo imprigionata al centro del letto, come in un informe, impossibile angolo acuto, disperata cerco il campanello, per chiedere soccorso, ma è posto in una posizione attualmente irraggiungibile e sembra guardarmi con scherno; premo, alla cieca e convulsamente altri pulsanti , sono in uno stato parossistico e, finalmente mi libero dall’incastro; penso con rabbia a quanto mi è già costato salire su questo letto, un’impresa per me, che misuro poco più di un metro e cinquanta di altezza e con un peso, sul quale è meglio sorvolare.
         L’ardua impresa si ripete più volte nel corso della giornata. Mi avvicino al letto, immagino modalità diverse di approccio o di deciso attacco, poi rinuncio alla ricerca e mi butto .
         Prosaicamente mi arrampico in modo disordinato e disarticolato, afferro i bordi del materasso, mi isso, inarcando la schiena e facendo leva sulle ginocchia , mentre impreco contro il goffo involucro che è diventato il mio corpo, sentendomi simile all’informe bestione, descritto da Kafka ne “La metamorfosi”.
         Per distrarmi guardo oltre i vetri e leggo lettere giganti scritte su un enorme cartello fissato sul tetto: “CARDIO….”, è la parte visibile, mentalmente completo “cardiologia”, centro ospedaliero, meta del mio personale viaggio della speranza, luogo dove si portano a riparare cuori malconci, anche provenienti, come il mio, dal profondo Sud.
         Milano della Scala, tempio della Musica, della ineguagliabile Galleria , del Duomo, con la sua Madonnina, Milano dei lussi di via Montenapoleone , Milano sede dell’immortale “Cenacolo” di Leonardo Da Vinci, Milano, conosciuta universalmente, Milano delle grandi industrie….è anche questa Milano, quella che vivo tra queste mura, in questa stanza, che intravedo dai vetri della finestra, che leggo negli occhi dei tanti ospiti di questa struttura, Milano che vive e dà vita in questa calda estate.
         Grazie Milano per come sei, per il tuo essere Metropoli, che accoglie con generosità.

Milano li 21 /06/06               .


 

Il TELEGRAMMA

Quella sera, all’imbrunire, mentre giocava a calcio, con una palla fatta di stracci, insieme con altri bambini della “ruga”, Ciccio vide arrivare il vecchio postino, con la sua sacca sulle spalle .Incuriositi da quella insolita presenza, i ragazzi interruppero il gioco, in attesa di sapere chi fosse la famiglia che avrebbe ricevuto la posta: cartoline, lettere o, peggio, telegrammi.
Ognuno di loro sapeva che questi ultimi erano sempre portatori di “male nove”, con seguito di pianti e di urla da parte delle persone alle quali veniva consegnata la posta .
Il più delle volte si trattava di “cartoline”, chiamate alle armi dei figli giovani o, peggio, di comunicazioni relative a soldati già al fronte, morti o dispersi .
Il postino quel giorno chiamò a gran voce:
“Comare Angelina , comare Angelina!”.
Poco dopo Ciccio vide la nonna scendere dalle scale esterne di casa, dapprima sorridendo, come era suo costume, poi improvvisamente impallidita e sconvolta, quando si rese conto che a chiamarla era stato il postino .
Nervosamente rassettò l’ampio  grembiule che le ricopriva la gonna , tentando , nel contempo, di  mettere a posto le forcine infilzate nella crocchia leggermente disfatta dei capelli .
 Da più tempo non aveva notizie dei figli Carmelo  e Salvatore, che , nelle ultime lettere le avevano scritto di trovarsi al fronte , il primo nell’isola di
Rodi ed il secondo in Albania.
Con mani tremanti afferrò il telegramma senza aprirlo, lo infilò nel seno, vicino ai vari santini, fissati al corpetto con spille di varia misura, ringraziò il postino , ancora in attesa di sapere cosa mai fosse successo e rientrò in casa , salendo con una certa fatica le scale .
Ciccio la vide afferrarsi al muretto che fungeva da balaustra, un po’ barcollante, quasi come colpita da un lieve, improvviso capogiro e bruscamente interruppe il gioco per correre in casa, col cuore stretto dalla sensazione di un presagio di sventura .
Era una fredda serata di ottobre, un crepuscolo quasi buio .
Entrato in casa, trovò la nonna seduta accanto al fuoco, con in mano la coroncina del Santo Rosario e con gli occhi  rivolti all’immaginetta della Madonna , posta sul bordo del caminetto.
Il fuoco illuminava appena il suo viso, che per un attimo sembrò improvvisamente invecchiato .

  1. “Salve Regina, Madre di Dio, prega per noi peccatori….”, recitava, a voce bassa, tenendo una mano sul cuore, quasi a fermarne i battiti convulsi.
  2. “Requiemmaterna dona a noi o Signore et luce perpetua…”

Nella mano stringeva il foglio sgualcito del telegramma .
Il ragazzo, intimidito ed anche impaurito, sperando che gli dicesse qualcosa si sedette, senza parlare, accanto a lei, sul piccolo ceppo, posto per i più piccoli, accanto al fuoco.
La nonna si scosse da quella specie di torpore, lo abbracciò stretto e disse quasi bruscamente :
     - Non è niente, non preoccuparti, domani ti racconterò tutto , ma ora è già buio e perciò vai a dormire, ti raggiungerò tra poco.
Con l’incoscienza propria dei bambini, rassicurato dalle sue parole, andò a letto e poco dopo si addormentò, certo che la nonna lo avrebbe presto seguito nel lettone che dividevano.
     Durante la notte gli sembrò che si girasse e rigirasse nel letto ed al  suono  del suo nome, da lui sussurrato nel dormiveglia, lo attirò vicino a sè, quasi volesse cullarlo come quando era piccino .
     Era ancora notte quando Ciccio sentì la sua mano, che lo scuoteva piano per svegliarlo.
     - Su, svegliati, c’è tanto da fare !
Ancora insonnolito, sfregandosi gli occhi , guardò la nonna  e con  voce impastata dal sonno, sussurrò piagnucolando :
     - Ma è ancora notte, dove dobbiamo andare?
Lei aveva già preparato per lui una tazza colma di latte ben caldo , arricchito da grosse fette di pane scuro, la “zuppa” .
Dopo aver consumato la colazione, frettolosamente si lavò nella bacinella con acqua quasi gelata  , indossò una vecchia giacca pesante , calzettoni di  ruvida lana di pecora, scarponi chiodati .
         Sui capelli, calcò un vecchio berretto di lana.
La nonna era già pronta per partire, nonostante fuori fosse ancora buio.
Gli spiegò che dovevano andare a Muzzale, una località di campagna, distante alcuni chilometri dal paese.
Non era la prima volta che, prima ancora che facesse giorno, la Nonna Angelina si faceva accompagnare , per recarsi in un terreno di proprietà, distante alcuni chilometri dal paese .Il più delle volte erano in due, altre in tre per la presenza del nipote più grande Salvatore.
A volte si trattava di raccogliere castagne in grossi e pesanti sacchi, che i due fratelli si caricavamo sulle spalle fragili sia per l’età, che per il fisico minato dalle troppe privazioni..
Anche la nonna portava pesanti sacchi sulla testa, come usavano, a quel tempo, le donne.
In altri periodi stagionali si trattava di sacchi di grano, subito dopo la mietitura e la trebbiatura nell’aia  ricavata in un tratto di terreno pianeggiante.
Prima dell’inverno occorreva raccogliere la legna e le “frasche” o la frutta di stagione.
Solo ogni tanto il loro lavoro era alleggerito dall’aiuto di un asino, prestato da qualche contadino, che viveva in campagna ed allora era una grande festa con allegre risate :
Ihiiiiiiiii, hisciiiiiiiii!
Urlavano i due fratelli , mentre tiravano con forza le briglie al recalcitrante, sventurato asinello .
A turno la nonna permetteva ai nipoti  di salire sull’asino, in mezzo  ai  basti e spesso, come  per tutti i bambini, era un’occasione  di gioia per giochi e  bisticci che accompagnavano il tragitto.
Quella mattina si avviarono solo Ciccio e la Nonna, che non aveva paura del buio e riusciva a non smarrire la strada, orientandosi con la luce intermittente della luna, a volte oscurata da qualche nuvola di passaggio.
Nonna Angelina conosceva ogni viottolo, ogni avvallamento, ogni dosso del terreno e procedeva con prudenza, ma anche abbastanza spedìta .
Quando arrivarono vicino alla “Pietra Bianca”, il ragazzo si strinse accanto alla nonna, col cuore che batteva a mille, per l’alone di mistero che circondava quel posto, grazie ai tanti racconti di terrore, che i “grandi “ infliggevano ai bambini , per renderli più ubbidienti e calmare il loro naturale istinto di avventura.
         Un grande masso, una strana pietra marmorea, sorgeva dal terreno e, quasi in trasparenza, strani segni rossastri, simili ad un ricamo di linee sottili , si intravedevano sul biancore della pietra.    
         Quel luogo, quel marmo misterioso erano il terrore di tutti i bambini, per le storie paurose, che gli adulti  raccontavano sempre, condendo il tutto con  particolari raccapriccianti: le venature rossastre erano le tracce del sangue di vittime innocenti, bambini o  adulti che avevano osato  un inutile tentativo di carpire il mistero della Pietra magica; oppure il sangue versato dalle teste mozzate sulla pietra dai briganti: teste di “Signori”, baroni, possidenti, fattori, barbaramente uccisi per dare una lezione ai ricchi e dimostrare da che parte stava il potere.
     Solo agli innocenti, bambini piccolissimi, non in grado ancora di parlare, oppure adulti un po’ tocchi, tipo scemi del villaggio, poteva accadere  l’avventura a lungo sognata, quella di bussare e vedere d’improvviso uscire dalla pietra, apertasi per magìa, una chioccia tutta d’oro, con una nidiata di pulcini anch’essi d’oro , che zambettando si spargevano nel prato.
     Nonna Angelina , facendo finta di non accorgersi dell’ improvvisa paura  del nipote, lo incitò a camminare più sveltamente , prendendolo per mano  e, quasi trascinandolo, lo assicurò che presto sarebbero  arrivati.
Finalmente ecco il fiume, in realtà un piccolo torrente, dove erano stati ammassati alcuni sacchi pieni di luppini, messi a macerare .

  1. Dobbiamo far presto, disse la Nonna  , il tempo è completato e se restano ancora in acqua marciranno ;

  - tu immergiti nell’acqua e spingi quanto più puoi il fondo di ciascun sacco mentre io afferro la parte opposta e tiro a riva.
Ciccio fece quanto gli era stato richiesto: l’acqua era gelata ed egli tremava dal freddo, le mani scivolavano sulla tela resa viscida dal troppo permanere nel fiume; la fatica era terribile per lo sforzo cui erano sottoposte le ossute braccia da bambino, mentre i piedi , che cercavano appoggio per spingere meglio, scivolavano d’improvviso nella melma.
    All’altro capo del sacco la Nonna tirava con forza, trattenendo il fiato ed incitandolo a continuare.
Infine tre pesanti sacchi erano stati finalmente strappati all’acqua del torrente e sistemati sotto una tettoia di tegole e rami .
La nonna si asciugava con il grembiule il sudore che le copriva la fronte e sembrò, per un attimo , che il suo viso fosse come stravolto dal dolore e che quelle gocce, che scorrevano sul suo viso, non fossero dovute soltanto al sudore .
Forse si accorse del turbamento del ragazzo e, con un sorriso forzato, ma con l’energìa e la severità di sempre, lo incitò ad asciugarsi, per come poteva , col suo fazzoletto di cotone, che, lestamente si era tolto dalla testa. Poi lo avvisò che si era fatta l’ora di tornare a casa .
Fu un ritorno strano, sembrava che  la nonna  non volesse arrivare ,  i suoi passi erano incerti, in mano le era riapparsa la catenina del Santo Rosario e lei ne scorreva i grani, quasi con impazienza, alternando, con voce leggermente tremante, le Ave Maria ai “requiematerna” .
    Improvvisamente si sentì il suono “a morto” della campana della Chiesa , quel rintocco funereo, sempre uguale, quasi ossessivo, che annunciava la morte di qualcuno.
    La nonna si fermò d’improvviso, lentamente  tracciò sulla fronte e sul petto il segno della Croce, invitando il nipote a fare altrettanto, mentre un solo singhiozzo le squarciava il petto e due lacrime silenziose scorrevano sul volto devastato .
  Si accovacciò davanti al ragazzo, poi lo afferrò per le braccia e guardandolo negli occhi, gli disse:
    “E’ la campana a morto per tuo nonno , era la sua morte che mi aveva comunicato il telegramma,   abbiamo fatto in tempo a salvare i luppini dal marciume, ora possiamo andare .
    Quel nonno, suo marito, era da molti anni ricoverato in una struttura medica riservata agli ammalati irrecuperabili ed il bambino nemmeno lo ricordava più.
    La nonna continuò a camminare più sveltamente, man mano che si avvicinavamo al paese , forse sollevata per avere  svelato il  contenuto di quel telegramma .
Appoggiandosi ad un grosso ramo, come ad un bastone , iniziò lentamente il canto funebre tradizionale: un lamento fatto di parole , ricordi, invocazione del nome del marito
scomparso, aggiungendo ogni volta l’invocazione :

  1. “ Fratimma !... “ .

     Così, a quei tempi, le donne rimaste vedove invocavano, certo per pudor , chiamandoli con il nome  di fratello, i coniugi morti, ed accompagnando quella specie di rito , simile ad un racconto, da un pianto greve, sussurrato , espressione dolente di una sciagura attesa , ma  pur sempre crudele.
Era come uno strano dialogo, nel corso del quale l’altro, il morto, pur non avendo voce, sembrava potesse rispondere.
    Giunti a casa, la nonna informò tutti i componenti della famiglia .
In poco tempo la notizia si diffuse e, nel frattempo, lei era pronta per affrontare dignitosamente la triste cerimonia del funerale.
In poco tempo la casa si riempì di gente e la nonna accoglieva tutti con coraggio e gentilezza, il viso quasi impietrito dalla sventura.
    Ogni tanto osservava il nipote con uno sguardo quasi complice e forse, nell’angolo più nascosto del cuore, insieme al dolore struggente per la morte del suo uomo, la nonna avvertiva anche un inconfessabile senso di sollievo, per essere riuscita a salvare, insieme con il nipote, il frutto di un lavoro duro, ma necessario come tanti altri, al sostentamento della famiglia.
Un telegramma misterioso, una notte di fatica, paura e dolore, il coraggio quasi spietato di nonna Angelina sono testimonianza di chi, in tempo di guerra e di miseria, ha speso una vita per la famiglia, in questa nostra terra aspra, nella Calabria madre travagliata, a volte crudele, ma pur sempre generosa.
.
 
Cosenza li 08/05/2009.


 

ALTRI TEMPI

         Negli anni quaranta le mamme non usavano andare dal pediatra, che nemmeno esisteva nei nostri paesi e ricorrevano al medico “condotto” solo in occasione di malattie resistenti alle classiche cure di famiglia: una calza di cotone piena di cenere quasi bollente o di semi di lino bollito e caldissimo (a volte un urlo avvisava della presenza di una piccola brace, sfuggita all’attenzione di mia madre) veniva strettamente allacciata al collo della povera innocente creatura ed a nulla servivano le vivaci proteste dell’ammalato di turno.
         Se la febbre persisteva, niente paura, era pronto il secondo intervento:
le “pinnellature”, autentica, orrida tortura: il bambino ammalato era tenuto ben stretto fra le gambe della mamma, immobilizzato anche negli arti superiori dal ferreo, implacabile abbraccio materno, costretto ad aprire la bocca, perché gli veniva otturato il naso e  rischiava di soffocare per l”intervento”. Una mano sicura e decisa (quella della mamma), tenendo ben salda una penna di gallina , imbevuta nella tintura di yodio, strofinava spietatamente le incolpevoli, povere tonsille doloranti, arrossate ed infiammate dalla febbre.
         Soltanto nel caso in cui, malauguratamente, la febbre persisteva, allora si decideva il ricorso al medico “condotto”.
Arrivava su un calesse tirato da uno stanco cavallo, era un silenzioso, severo vecchietto, che, informato della malattia, inforcava gli occhiali e preparava una siringa di vetro, con un lungo e minaccioso ago, per l’iniezione di una misteriosa medicina (non erano ancora conosciuti gli antibiotici).
I bambini, spaventati, cercavano di mettersi in salvo, nascondendosi in cortile, ma venivano presto riacciuffati dalla madre, che conosceva ormai tutti i nascondigli segreti e portati all’esecuzione.
Ogni settimana circa, oppure, se andava bene, ogni quindici giorni, si procedeva alla pulizia dell’intestino. All’alba quando ancora eravamo intontiti dal sonno, alla scarsa luce proveniente dal corridoio, vedevamo con terrore l’avvicinarsi di mia
Madre che, a tentoni, entrava in camera, con in mano l’odiato, puzzolente bicchiere colmo di olio di ricino, il cui disgustoso sapore  cercava di nascondere con l’aggiunta di qualsiasi altro liquido, birra, aranciata, thè, latte, miele, con il risultato che, per più giorni , solo l’odore del liquido aggiunto provocava il voltastomaco.
         Allora le mamme non avevano coscienza di infliggere agli innocenti figli il trattamento, riservato dagli arroganti, violenti servi del regime, agli oppositori , anche se soltanto ritenuti tali.
         Alla cerimonia della “purga” mancavano le funeree camicie nere, ma l’accanimento, anche se per fini diversi e certamente con diversi sentimenti, era quasi simile.
 Ogni quindici giorni circa, con le stesse modalità, si celebrava il rito della somministrazione dell’olio di fegato di merluzzo, il cui sapore è indescrivibile a chi, per sua fortuna, non ne ha mai dovuto subirne l’atroce tormento .
Non oso pensare cosa succederebbe oggi nelle scuole, se improvvisamente qualche illuminato ministro ritenesse utile applicare, sia pure con metodi più solft , le disposizioni normative fasciste del tempo, che imponevano la somministrazione forzata agli alunni delle scuole elementari di quel disgustoso …sciroppo.
    La gioventù doveva crescere forte e sana, per contribuire alla conquista imperiale! Fortuna che il più delle volte, alla scadenza fissata, le maestre dimenticavano il loro dovere o facevano soltanto finta di dimenticare, per non subire la reazione delle urla ed il martirio di scomposti e violenti calci alle gambe, da parte dei malcapitati alunni.
 Cosa mai direbbero i bambini ben pasciuti, a dire il vero in gran parte obesi, dei nostri tempi, che crescono “abbuffandosi” di merendine, dolcetti, hot-dog, patatine di Mac Donalds ed altra roba , tutta dichiarata “naturale”e direttamente proveniente dal mitico, stupendo e del tutto falso “Mulino Bianco”?
         Forse, tutto sommato, sarebbe bene consigliare almeno una volta la somministrazione forzata dell’olio di fegato di merluzzo, a scuola, ai bulli, che la fanno da padroni. Potrebbe essere un buon suggerimento ai docenti ed ai magistrati costretti ad occuparsi del fenomeno del bullismo .
Nella mia infanzia la dieta obbligatoria, stabilita da regole non scritte, ma tramandate di generazione in generazione, imponeva l’utilizzazione del latte di capra, almeno due volte al giorno, al mattino la “zuppa” , latte e pane scuro, duro come una pietra, cotto nel forno a legna, di casa; per merenda, quando le capre venivano munte, si consumava il latte caldo o direttamente , tramite un gettito veloce , che era indirizzato dalla mungitrice, a volte nella bocca dei bambini più coraggiosi, oppure il latte era versato in una capiente tazza, che si riempiva presto anche di una bianca schiuma.
         A giorni alterni si celebrava l’ennesimo rito sacrificale, quello dell’uovo crudo, appena prelevato dal pollaio, che veniva bucato dalla mamma alle due estremità e poi consegnato a ciascun bambino, che doveva bere quell’intruglio viscido, scivoloso, disgustoso, sempre previa otturazione del naso e conseguente necessità di aprire la bocca per non soffocare.
         Quanto ho raccontato fa parte dei tanti ricordi della mia infanzia vissuta in un paesino di montagna, all’interno di una famiglia tradizionale, in un contesto sociale contadino.


 

ANNI DIFFICILI

Quando ero piccola, vivevo in un paesino di montagna, con i miei genitori, due sorelle più grandi di me ed un fratello, il maggiore, che studiava al liceo classico di Catanzaro. Non è facile, oggi, raccontare la realtà sociale del tempo, tempo di miseria , di povertà diffusa, ma anche di notevole solidarietà tra i paesani, quelli di condizioni più disagiate, braccianti o coloni a mezzadrìa ed i piccoli proprietari di terre. Fra questi mia madre, che non sfruttò mai i contadini , mentre li aiutava in tutti i modi possibili , partecipando essa stessa al lavoro nei campi, dividendone equamente i prodotti con le donne contadine ed utilizzando personalmente il ricavato per poter pagare le rette del collegio , per i figli studenti .Tanti erano i bisogni: comprare sementi, concimi, sacchi di jiuta , spese per la trebbiatrice , acquisto di maiali da allevare, di polli , conigli ed altri animali utili all’alimentazione.
Anche i piccoli, me compresa, avevano compiti specifici all’interno di tale organizzazione domestica e venivano impegnati nelle attività possibili e consone alla loro età.
Era spesso nostro compito riportare all’ovile le capre, che ostinatamente si impuntavano e, con sguardi di sfida, non si staccavano dal posto già occupato.
Inutilmente i bambini di turno cercavano di blandirle con richiami addolciti da una voce falsamente carezzevole:
-“thè virinè, bella, thè virinè “ (era il nome più diffuso per le capre) ma.
La capra di turno d’improvviso, con un brusco strattone, si liberava dalla mano del bambino , si inerpicava in un attimo sulla collina e poi, a distanza di sicurezza, si voltava indietro con la stessa aria di beffarda sfida, aspettando il prossimo attacco.
Di nuovo: “thè, virinè, vieni bella, dai” e poi all’ennesimo strappo, spesso una liberatoria, innocente imprecazione contro la bestia ribelle.
Una vecchia capra dalla barbetta bianca, con un corno spezzato e gli occhi grandi di un color grigio slavato, era la mia più grande nemica e quando spettava a me provvedere a farla rientrare nell’ovile, erano momenti di rabbia impotente, di ribellione e  quasi di disperazione.
Lei mi aspettava con la testa piegata e lo sguardo di sfida, immobile in attesa mentre io, facendo finta di essere impegnata in altre faccende, mi avvicinavo a poco, a poco, raccogliendo qualche fiore di campo e canticchiando a bassa voce, con finta aria indifferente.
Nel momento in cui riuscivo ad afferrare la cima della corda legata al suo collo, la capra con un balzo improvviso, tipo salto olimpionico,mi strattonava e trascinava impietosamente su per la collinetta, in mezzo a rovi, ortiche e grosse pietre.
Poi si fermava e con sguardo maligno e beffardo sembrava sfidarmi ad una nuova caccia.
Le mie gambe portano ancora i segni di quelle battaglie.
Quando, finalmente, le capre erano legate davanti alla porta dell’ovile, mia madre le mungeva e noi bambini bevevamo con gusto il latte caldo, da un gettito che , con perizia, veniva indirizzato alle  nostre bocche.
Crebbi finalmente, conquistai il mio bel diploma di maestra ed iniziai gli studi per affrontare il concorso magistrale .
Nonostante lo studio, mia madre spesso mi affidava alcune faccende di casa, perché lei era impegnata a lavorare nel negozio di generi alimentari nel paese vicino, dopo la morte improvvisa di mio padre.
Tra le tante incombenze occorreva portare il pastone ai maiali, chiudere il pollaio, dopo aver raccolto le uova fresche di giornata, raccogliere i panni del bucato, stirare ed altre amenità del genere .
Ciò che più temevo era il dover portare il pastone ai maiali:
due, a volte tre bestioni grandi come cavalli, che appena sentivano il rumore della porta della baracca, si avventavano, grugnendo impazziti verso l’esterno ed io, povera aspirante maestra, impaurita, cercavo di salvare il pastone, ma il più delle volte una gran parte mi cadeva addosso, con grande e sconsolato disgusto iniziavo a piangere per rabbia impotente mentre maledicevo i maiali e gridavo scompostamente :

  1. “Sono una maestra, non una guardiana di porci !”.

Ai porci naturalmente non gliene poteva fregare di meno..
Altra tragedia, quasi quotidiana, era l’accensione del fuoco.
La mattina presto, appena sveglia, mentre il freddo tipico dei paesi di montagna gelava le mani, la mamma era già partita, le altre sorelle e mio  fratello erano nelle rispettive sedi scolastiche (in località sperdute tra i monti) e quindi solo io ero in casa e dovevo provvedere al fuoco , anche perché  in caso contrario, sarei morta di freddo .
Preparavo i legnetti più piccoli, poi le “frasche”(rami secchi di castagni o di cerri), sistemavo il tutto sulle pietre del focolare con quasi religiosa attenzione, badando che ci fosse lo spazio necessario per far “respirare” il fuoco e per inserire la fiamma, ricavata da una carta di giornale, poi con trepidazione attendevo gli eventi .
Dapprima si sprigionava una bella, calda fiammata, che lasciava ben sperare , poi la fiamma perdeva potenza  ,fino a spegnersi miseramente in un mucchietto annerito e bruciacchiato.
 Bisognava ricominciare da capo, dopo aver provveduto a togliere il groviglio di cenere e legna.
Il rito riprendeva, ma il fuoco, dispettoso, non si accendeva ed intanto la mia pazienza si esauriva fino all’ennesima ribellione contro il Fato avverso e la conseguente distruzione a calci di quella specie di altarino costruito in mezzo al focolare .
Era una magra consolazione comunque, perché al fuoco non potevo rinunziare, la data degli esami del concorso magistrale era vicina e di conseguenza dovevo intensificare la mia preparazione in quel locale studio-cucina-focolare con una libreria fatta di sedie e di cassette di legno.
In quei mesi la chioccia, che aveva provveduto alla cova delle uova, quando finalmente i pulcini cominciarono a spuntare dai gusci, con colpevole disattenzione azzoppò il pulcino più piccolo e debole e con inaudita crudeltà non volle più riconoscerlo.
Allora, mossa a pietà per quella povera creatura indifesa, la riscaldai tra le mie mani e le offrii, come nido improvvisato la tasca della mia ampia giacca di lana, dove quell’esserino crebbe a poco, a poco .
Ogni tanto usciva per beccare qualcosa e passeggiare indisturbato sulle mie spalle di amica-chioccia , ascoltando con il capino piegato all’insù paroloni di didattica , pedagogia ,  psicologia ,  che  ad alta voce leggevo dai vari testi e commentavo .
Mi esercitavo in immaginarie lezioni, come in presenza della commissione di esami, oppure come se fissi stata in  un’aula scolastica, alla presenza attenta di tanti piccoli scolari.
Il pulcino –alunno seguiva attentamente le mie lezioni ed io ne ero gratificata, in attesa della realizzazione del mio sogno .
Non avrei mai potuto sospettare che,una volta avverato il sogno, avrei dovuto lottare con altre ancora più pesanti e stressanti realtà.

 

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