TRILOGIA DEL VENTO
(Da Vento Caldo, 2007, Ed. MARNA )
Eppure l’uomo
A volte negli alluvionati interstizi della città
vagano incalcolabili cortei di morti-viventi
a volte il cuore nell’ingorgo di smog di sirene
e macchine demenziali duole perdutamente.
Vanno gli alberi scomposti in processione
le nebbie fioriscono sui muri e passeggeri
presi nella rete seguono i flussi funerei
incedono verso l’inevitabile inanimazione.
Il tempo senza posa distoglie le sue carte
eppure l’uomo vincendo la vertigine
ascende le scale del cielo e segue segreti
sentieri di nuvole e a volte leva il cuore
a inseguire lontano nell’azzurro una vasta
ondata di uccelli migratori che si perde.
Racconto di settembre
Regrediva sulla mia via l’ultima fiamma,
sbiancava l’opalescenza algida della sera,
si svelava la precarietà del giorno: di colpo
il confine immoto del cielo di settembre
precipitò in una vasta processione di stelle.
Sentivo l’aria smorta, seguivo un sottile
velo di fumo che saliva lento, una luna
vagante nel cielo di ponente: tu rimiravi nel
vento quella stupefacente parata d’astri.
“È impalpabile il tempo” pensai “La sua
grazia, nel tempo suo migliore, decade
immantinente!” Era finito il nostro tempo.
Sbiancò l’opalescenza della sera, la notte
precipitò in una sorda processione di stelle.
Canto alla fine dell’estate
Torna il silenzio, si consuma nel novilunio
l’ultimo sogno dell’estate, l’incanto cade
e si fa etereo il ricordo e la notte livida
e fangosa, fiori antichi sollevano il capo,
ombre affiorano dal magma dell’oscurità.
Ci sono città dimenticate, usci malchiusi,
tetti crollati, e sento sinfonie lontane
oltre i cancelli della notte spalancati:
vasto risale il canto convulso e ostinato
delle genti in cammino verso la felicità.
Noi che abbiamo superato l’orizzonte, noi
siamo immersi nel canto, noi avanziamo
dismemorati: forse è l’ebbrezza del viaggio
che ci conduce, o un’ostinazione pervicace,
forse è la nostra candida, insensata nudità!
Ci deve essere un passaggio, ancora!
Volatili sparsi sulla città dal maestrale
rompono l’ansia dell’estate che muore.
Come carovane ad alti cieli incedono
anni iridescenti, di solitudine, così feroce
il tempo nelle tormentose vie del cuore.
L’immensa montagna impalpabile di talco
precipita traslucida trafitta dall’aurora.
Forse una vampa, o un’illusione, forse
un nuovo sogno da sognare mi trattiene:
ci deve essere un passaggio, ancora!
(Da Vento celeste, 2007, Ed. MARNA )
C’è una luce soffusa nel cielo
C’è una luce soffusa nel cielo, che langue, una
specie di soffice e azzurra gassosità, una soffice
luce che sovrasta la città: attraverso l’aria ionizzata
riesco a intravedere le supergiganti di Orione
stagliarsi nel cielo notturno. Nel vento insensato
di gennaio gemono le nuvole come in un quadro
di Van Gogh. Vento che si versa, che lento si
travasa, che accende qualche brace dimenticata,
qualche perduto ardore, vento che sbava, che
si macera e spezza l’iridescenza di tutte le vetrate,
vento che toglie la parola. Io nella luce stanca
ho camminato fino al cadere del giorno e negli
spazi angusti ho rimediato un altro disinganno.
C’è una luce soffusa che mi costringe ad un ritorno,
c’è un chiarore nel cielo di gennaio, che langue.
Essere d’aria
Nell’aria in fiamme, nel lento cadere illogico
del cielo, fra lamenti innumerevoli di cani, constato
con stupore che i miei anni se ne sono andati come
inseguiti da predoni.
Sono nato nell’aria macerata, dentro il vagito
della sera, fra tuoni di cannone e case deflagrate,
e me ne sono andato povero e silente, ho divelto
le sbarre e superato i muri.
Nei dedali segreti di musei ho sillabato scritture
bustrofedighe, in oscuri meandri ho ritrovato
continenti caduti in fondo al mare e il sentore
afrodisiaco di civiltà perdute.
Essere d’aria è stato un privilegio, è stato l’esito
imprevedibile del cuore, l’esplosione nel grembo
di mia madre di combustioni misteriose, solo una
soluzione inconsapevole.
Nell’aria in fiamme ho sensi radioattivi decantati
dalle lave: questo cadere illogico del cielo innesta
oro e argento sulle mie ferite, è un colatoio
alchemico di angeli e di lune.
(Da Vento segreto, 2009, Ed. MARNA)
Quando il tempo ebbe compiuto il suo tempo
Quando si levò il vento e all’orizzonte brillarono
i primi fili d’argento e il fiume di fuoco prese
a fiammeggiare nel buio e sul filo brumoso
della piana apparvero i primi falò e un’enorme
stella precipitò e tremarono tutti gli oceani
e la schiuma traboccò da ogni lato, un tremito
mi colpì al cuore e nella notte presi a piangere.
Quando il tempo ebbe compiuto il suo tempo
e mia madre partì nel vento autunnale per andare
lontano a morir di freddo e mi diceva “figlio mio
salva il tuo cuore” e “non dimenticare”, allora
ho abbandonato i paesi e alle mie spalle sparso
il sale e respirato anni di nebbia e batticuore.
Ho camminato tanto, attraversato regioni senza
tempo carico di sogni e di speranze, oltrepassato
il velo dell’oscurità, e ancora cerco ciò che non
si vede, qualcosa celato nel cuore della luminosità.
Ho camminato tanto nella notte
Una vita splendente nel vento degli angeli, un
cielo in cui astri elementari ricompongono il silenzio,
navigano le acque dell’universo con la loro sostanza
primordiale. Ho camminato tanto nella notte, ho
rimescolato nella terra il mio sangue, ho creato
splendenti creature. Stelle smisurate con tempeste
di gas e pennacchi gonfiano l’acqua del mare,
oceani tremanti dalle rive celesti si riversano
imperlati, innalzano frangenti, sollevano le città
dalle fondamenta. Si ricompone il silenzio, mette
radici il celeste liquido seminale, nelle enormità
abissali crescono schiere di cefalopodi, nelle sciare
dei vulcani accimano ginestre e pini loricati. Mi
sono sotterrato nelle brume autunnali, seppellito
nei buchi neri che il tempo ha seminato, ho ricontato
i passi delle genti, esaminato le stagioni, fantasmi,
scheletri e anime dissolte nell’oscurità. Chi può dire
della sua esistenza se non conosce lacrime e dolore?
Poesia prima classificata nel Premio
Città di Milo (CT), 8 agosto 2009
Considera
Considera, scavando nel respiro, nella voce,
ordinando in cerchi liquidi gli occhi e i baci,
l’incompiutezza delle linee curve, la forma
medesima dell’acqua e il senso amaro che
resta della luce, considera che i corpi presi
dal vento della metamorfosi mutano in pietre,
che certe specie d’uomini sembrano vivi
e sono inanimati, che certe specie di morti
viventi camminano vestiti in ogni forma
visibile costruita con nomi e parole, che
le sostanze prive d’anima sono persistenti.
Considera che la sostanza effimera del cuore
ha repentini cedimenti, che gli anni del suo
incedere sono polvere, i sogni che non ha.
Io vidi fanciulle inarrivabili sfiorire, vecchi
e bambini discendere le scale del tempo.
È fatto d’aria l’uomo che cammina, il suo
cuore è uno spazio vuoto abitato dal vento.
Sfibrato dalla gravità
Senza fiato, con frammenti di stelle negli
occhi, si disunisce il suono dei flauti, schiere
di gaudenti sciamano dalle porte aperte.
S’è consumata la festa, i musici estremi
son pronti alla partenza, la processione
si sperde col richiamo concitato dei taxi.
Un sibilo, guaiti lontani, dal cielo in fiamme
piovono tizzoni ardenti: sento la notte
spogliata da una guerra di devastazione,
da tutto ciò che cade l’aria profanata.
Sfibrato dalla gravità, sull’orlo del precipizio,
mi sostengo a ciò che resta dell’irrealtà,
sospeso a un sogno assillante, aggrappato
a un pensiero irrisorio. Cede l’impalcatura
che regge l’universo, piovono lacrime
dal cielo: è ciò che cade che mi sconforta,
ciò che si perde per sempre senza rimedio.
Calpestando tappeti di muschio
Calpestando tappeti di muschio mi commisero
in silenzio e i sospiri, ricordando, si spezzano
e un tremore risale dall’intimo fino alle labbra.
I morti pesano sul cuore, gli alberi e i fiori sono
più pallidi, gli uomini sembrano senza volto.
Sommerso è il cielo da rovesci torrenziali
d’idrogeno e di elio, nella tormenta siderale
la luce svapòra, una stella morente incombe
sui pianeti dormienti, estesi mari di lumi
s’accendono nella notte come cattedrali.
Calpestando tappeti di muschio constato
che sale il vento, che le acque tenacemente
ascendono, che uragani nel cielo inaccessibile
edificano nebulose e buchi neri, che onde
interminabili progettano la fine del tempo.
C’è una forza miracolosa nella vita
Poeticamente la sera giungeva imperlata
da una città celeste, fluiva tra siepi di lune
e di stelle. Mi pare ancora d’esserci, in
questa luce così densa di volti e di ricordi.
Considerando il vento, le onde vibranti nella
luce, mi ripeto che tutto quanto passa, che
tende a decadere, che tutto muore già alla
nascita, che neanche il ricordo sopravvive.
Ciò che pare più assurdo è la certezza
di riveder la luce, giacché il vento produce
una forza che tende alla rarefazione, che
sopprime il passato e il futuro del tempo.
Ma c’è una forza miracolosa nella vita, una
totale incoerenza: guardo un fiore sfuggito
chissà come al gelo, come si erge risoluto
nel vento, circonfuso di luce e di mistero.
Mentre l’estate declina
Oscilla la sera nella luce morente, l’onda di fuoco
si frange sulle case. Voci, concerti lontani, il vento
ha una consistenza fisica che fulmina le lacrime,
essenze resinose di timo e rosmarino. Pullula il cielo
di puntini fluorescenti, di stelle e di falò, mentre l’estate
declina e Fomalhaut, la bocca del Pesce austrino,
sorge dal mare e le cicale strillano sempre più forte.
*
Sfioro nella velocità ortaglie e campi, in un tempo
di fughe senza soste, di luci e di richiami. Un’onda
di nuvole m’investe, un vago sussurro iridescente,
uno sfiato d’ammonio. Eterei uccelli traversano
la sera, la marea mi copre di silenzio. Già per le
strade vendono gioia, il cuore incauto si protende,
ma non ci sono parole nella mia bocca, ma sterpi
e radici e qualche randagia stella. Nella notte
equinoziale lenta e rosata la luna ascende.
*
Una trasparenza liquida ritorna nell’aria, rinasce
segretamente nel silenzio un’esile voce. Affiora
un mare in cui s’annida un’ingannevole luce e odorose
correnti occultano la meta e sirene incantatrici chiamano
nell’informità. Nel cuore ci sono tutti i nomi, creature
affiorano nelle sperdute stanze dov’è profondo il mare
e soffia il vento e affondano le navi. È incredibile
che io sia rimasto ad aspettarti tutto questo tempo!
*
Si consumano i giorni, molto tempo non resta,
stridono più forte le cicale, qualche istante prima
della notte le Pleiadi affiorano dal mare. Cade
il presente nel vuoto del passato, rovesciando
l’origine del fuoco che regredisce fino alla scintilla.
Morta la gioventù, morta l’estate, il vento cosparge
il cielo di atomi lucenti, e tutto riemerge dall’abisso,
è un gioco eterno di vita e irrealtà, e tu che sei morta
con la gioventù, resti splendente per l’eternità.
*
Svolano uccelli dalle labbra calcinate del tempo,
montagne attonite versano miele nel mare dei
sogni, smisurati astri coprono la mia casa di silenzio,
zingari vaticinanti ripetono antichi sortilegi,
il destino è in agguato nell’oscurità. Affiorano
deformati ricordi, effetti della rifrazione celeste,
dell’onda che distorce i tuoi ultimi gesti. Raccolgo
l’incenso ch’esala il ricordo, nel mio sguardo si
macera il tempo, nei miei occhi germoglia la notte,
l’essenza del vento, le profondità del tuo essere.
*
Risalendo l’Adda al mattino, oltrepassati tutti
i ponti, giungo dinanzi al tempo nel camminare
d’uomini e di nubi, nel tramestio di passi, tra volti
e appuntamenti. È un mese di acque e di gabbiani,
e il cielo precipita nel lago con le montagne e
gli alberi. Tu mi ritorni all’esistenza lungo i fili
dell’alba liquefatta, emersa dalle acque iridescenti.
Ora si compie il tempo, nel cuore una plaga
di sogni evaporati. L’alba fluorescente nel vento
già straluce, qua e là s’aprono porte nel cielo
dove la luna eterea lentamente si scioglie.
(Da Logosphaera, inedito)
Sì, tanto l’ho amata la vita
In ascolto del tempo sento l’insetto
vibrare e nel ronzio di mille stanze,
la strategia avvolgente di mille spirali.
Cadono i fiori, la weigela si piega,
il vento getta nastri di schiume bianchi
e rosa, porta un turgore di lacrime,
una coltre di ombre. Venti implacabili
incedono sulle macerie lasciate dalla
mutazione, e una pioggia leggera
nel brillio di mille lanterne.
Sì, tanto
l’ho amata la vita, di rovina in rovina,
solo ora comprendo, ora che la notte
si svena in dettagli che non erano
visibili, visioni, forse, sogni che
solo dai vecchi si lasciano sognare.
Precarietà dei tempi
Cercando, scavando nella successione
dei tempi, al fondo del respiro e della voce,
il cerchio si compone in progressivi giri
fino all’estrema configurazione.
Procede
dall’acqua ogni forma, ogni goccia si replica
assecondando accrescimenti e diminuzioni.
È un’asprezza di desideri e divinazioni,
un calcolo mal calcolato della mutazione,
e ciò che di norma apparirebbe possibile,
svanisce nell’analisi delle probabilità, nella
precarietà dei tempi, nell’imponderabilità.
Niente resiste, si ha solo il tempo di capire,
ed è già tempo di dolersene, e morire.
Nelle beffarde città dell’oro e
dell’argento
Alla sommità di un camminare nel verde
della primavera, tornano sembianze
vaghe e un mormorare lieve nella sera
ascende di sconsolanti veglie.
Opacità
strazianti, rifrangenze, cieli offuscati,
risacche del triassico ribollenti, invasioni
di muffe sulle cose cadute, resti fossili.
Lascerò il giorno, camminerò nelle strade
del tramonto, lungo i declivi che vanno
all’inessenza, tra notti e notti sovrapposte,
nelle beffarde città dell’oro e dell’argento,
nelle strade risplendenti di lune ossidate.
Me ne vado, me ne vado
L’incerto
magnetismo genera la diffrazione
della luce, la distrazione della materia,
l’irreversibilità dell’idrogeno, il decadimento.
E questo
cruento perdersi del tempo nel vuoto in cui
tutto ha finito di bruciare e anche gli angeli
e i demoni sono morti per sempre!
Attaccato
dall’ombra me ne vado nel vento opaco
verso il cielo che declina opalescente, me
ne vado, me ne vado senza più voltarmi.
Geometrie e algebre
Nelle celesti praterie s’addensano ombre,
nelle estensioni bluastre spuntano viole,
cambiano le combinazioni, a volte ascendono
giorni di luna e notti di sole, a volte reclinano
i sogni e gli uomini in precario equilibrio
passano chiusi nel loro squallore, bruciati
dalle luci, distrutti dal fosforo, da un’estesa
inconsistenza e da un profondo non essere.
La ragion pura disputa ragioni alla sorte, ma
le movenze del tempo non s’arrestano, e c’è
ostinata una geometria senza forma, un’algebra
senza numeri, e tutto cade dalla sconnessa
città del cielo, da distanze inghiottite dal tempo,
su schiere d’ammalati e processioni in lacrime.
È così sottile e insostenibile la sofferenza,
indefinibile il confine tra realtà e illusione,
dentro vestiti di sogni gli uomini avanzano,
ma hanno il passo di un esercito immenso
in decomposizione. Ascolto la pioggia, inquieto,
considero il cammino sul filo dei miei anni
irreparabile, considero la solitudine, preso
da geometrie e algebre, da qualcosa di oscuro
e impreciso che cade, d’incomprensibile.
Un insondabile infratempo
Dappertutto, da una parte all’altra
del cielo, sul filo esile dell’ultima luce,
nell’aria tiepida, nuvole di latte e miele,
schiume e pennacchi bianchi, dinnanzi
all’oscurità incombente, scivolano
contro le case.
La notte di cristallo
si versa sulle piazze e sulle strade,
spalanca le porte dell’abisso della sua
bianchezza, è un’onda di fuoco che dilata,
e non c’è cosa che resista, neanche
il ricordo sopravvive, cammina su strade
senza uscita un insondabile infratempo,
tra ciò che non è stato e ciò che mai sarà.
Così mi spiego come cambiano le cose
nella vita di un uomo, una strada
è una strada e ogni sorta di sortilegio
non ha potere sul tempo, ogni notte
la notte indossa la sua veste nuziale
e accende nel suo giardino lumi votivi.
Conquista del tempo
Ho camminato nelle città memorabili
compiendo giri nella luce violenta
che generava un giorno all’altro
uguale e mi sono lasciato alle spalle
mille problemi senza soluzione.
E il conto esatto degli anni e dei giorni,
i fiori accesi dalla primavera, i colli
verdi e le montagne azzurre, e qua
e là qualche gabbiano che urlava.
Tutto procedeva come doveva lungo
i sentieri delle città effimere e lungo
i fiumi che cambiavano direzione.
Andavano le ragazze nella calura
e nella malinconia dell’autunno,
la notte cadeva nei sensi e nei respiri.
Ora, conquistato il tempo, ciò che resta
si diluisce precocemente, il tempo
imbianca ciò che fu il nostro avvenire,
il vento gonfia i draghi dell’inverno
e appende i suoi stracci ai rami del silenzio.