EPITAFFIO
Questa non è un semplice visione o un sogno psichedelico venuto dal Nulla: è solo la breve storia della mia “inutile” parentesi. Sono nato nelle profonde intimità di questa sfera imperfetta che gli esseri umani hanno voluto chiamare Terra.
Non respiro, non ho mai respirato non è che mi sia perso molto considerando il buco nell’ozono e tutte quelle cose lì. Comunque non saprei darmi un nome o almeno nel senso più comune, più propriamente detto dal momento che ho cambiato molte forme.
Ho sentito la luce per la prima volta molto tempo fa, dopo un terremoto catastrofico: ho percepito la foresta pura e intatta a lungo… poi mi hanno estratto dal mio nido. Mi hanno portato in un posto strano dove faceva un caldo tremendo e mi hanno sciolto. Poi mi hanno messo in una scatola chiusa e stretta, una bara, ed io sentivo un freddo pauroso, ma dopo sono uscito. Mi sentivo molto diverso: allungato e schiacciato, svuotato internamente con due cose buffe alle mie estremità. Mi chiamavano “braccialetto” e dicevano che ero anche particolare, perché le due cose buffe erano in realtà una chiusura a calamita, di certo singolare per uno come me.
Non c’è che dire ero proprio carino!
Sarei stato messo in una vetrina, ammirato ed acquistato e avrei adornato il polso snello di qualche bella donna. Tuttavia il percorso fu proprio così convenzionale. Infatti, durante il trasporto, impacchettato insieme ad altri oggetti come me, finì in mare.
Per molto tempo sono stato scosso dai flutti, rigirato insieme alla sabbia sul fondo, frullato per chilometri e chilometri dalla corrente in tutte le direzioni.
Alla fine m sono arenato su una spiaggia deserta e sporca, come la coscienza di un ladro. Ero felice di essere finalmente fermo, poiché non era stato molto piacevole quel viaggio avventuroso, soprattutto con quelle due palle al piede di calamite che mi appiccicavano addosso tutte le cose metalliche che incrociavamo, e poi non pensavano nemmeno!
La mia quiete fu però breve. Un grosso piede di ragazzo mi pestò: “Ehi! Guarda cos’ho trovato!” esclamò alla ragazza bruna che era con lui, “Guarda che carino. Sai, in realtà, quando siamo passati prima, l’ho buttato in terra io. È un regalo per te!” proseguì. “Ma va, che ballista che sei! E poi non è neanche un gran che questo braccialetto” gli rispose. Ma si era vista quella? Comunque lui mi mise al polso della ragazza insolente che poi, nonostante le reticenze iniziali, mi portò sempre. Forse, immagino, perché per lei ero una specie di simbolo di ciò che la legava a quel ragazzo. Continuò a portarmi anche quando lui la lasciò e spesso mi baciava con le sue lacrime. Poveretta, penso ci sia rimasta molto male quando accidentalmente mi perse per la strada. Non fu affatto divertente quello che mi capitò dopo.
Fui infatti mezzo mutilato da una macchina che mi separò dalla chiusura, e detto inter nos non fu una grave perdita. Chi mi ritrovò fu un amante della raccolta differenziata, che mi schiaffò nel contenitore colorato delle lattine. Cosicché mi ritrovai da prima appiccicato di coca, aranciata, birra e simili e poi di nuovo in una fabbrica, per essere riciclato.
Mamma mia che esperienza mistica, ai confini con la realtà, come uscire dall’ “utero materno” un’altra volta!
Così inizia la mia terza vita: come lattina per l’olio delle macchine. Fui messo in vendita, ma non ammirato come avrei potuto esserlo prima. Fui acquistato, usato e finito nel cassonetto… di nuovo. Stavolta fui trovato da un barbone ubriaco, che mi utilizzo come barattolo per le offerte alle sue bevute. Per fortuna fu un incontro che durò poco. Infatti ben presto fui, nuovamente, nella cesta dei rifiuti differenziati.
Mi sciolsero ancora una volta. Forse fu proprio così che sono davvero nato: da una specie di brodo primordiale, un minestrone incredibile di atomi diversi. Lo presi come un segno di buon auspicio poiché tutte le mie esperienze erano cominciate proprio in questo modo. Diventai piatto, largo e tatuato. Ero una targa che parla così ormai da parecchi anni:
“TROPPE COSE MI APPARTENGONO ED IO APPARTENGO LORO, COME IL DUBBIO AD AMLETO ED AMLETO ALLA FOLLIA, E TROPPE ALTRE NON HO E NON MI HANNO, COME L’AMORE ASSOLUTO AL POETA ED AL POETA L’AMORE NULLIFICO”.
Credo di non aver mai capito davvero queste parole, ma chi le ha scritte doveva essere come una nota fuori dal pentagramma. Adesso, però, sono libero, attaccato ad un lastrone di marmo bianco ed ogni tanto viene un uomo vecchio a portare delle rose rosse e a borbottare le stesse filastrocche su un tizio chiamato Dio.
Comunque non mi dà fastidio. Adesso sono come quando ero molto più giovane, immerso nel verde e nel silenzio religioso, che solo in un posto come questo può essere trovato. Non temo la lentezza delle ore e l’inutile piattezza di un giorno vuoto. Io non ho mai aspettato niente.
Vedo le stagioni che si inseguono, il tempo che scorrazza come un bambino eternamente piccolo e la vita che, come una mamma, gli corre dietro.