Dante Girardi

PENSIERO                                       

Arca pregiata di parole e ingegno
mirabilmente chiude la ragione,
che scava sempre nel segreto regno
per scoprire bellezze e religione.

Amabile e sagace nel disegno,
per traversi dissensi ricompone
a gentilezza scontri, e con impegno
nutre calore, e nell'abbraccio pone

gl'innamorati che non sanno guerra.
Gela cocente affetto discordanza;
travolge patria e sogni tradimento.

Fulgi ancora, pensiero, sulla terra
la gente a tramutare e la costanza:
sei fiaccola, bandiera, sentimento.

 

STANCHEZZA

Chiudo il carme sudato a lume tristo.
Chi sa se vanto o deleteria lode
avrà nel corso o l'approvato visto!
Nel dubbio tedio e desolate mode

di strano orgoglio e putiferio avvìsto.
La ragione è ristretta nella frode
che rèndesi legale nell'acquisto
del prodotto falsato che si rode.

Un giro losco di morosi effetti
allarga il lucro, mentre casta gente
ancora in ansia va trovando spazio.

Italia, gemi nei delusi affetti
e l'aspro verso non commuove mente
del temerario, che delude il dazio.

 

IL GENIO UMANO                         

Scalata breve in vicolo socchiusa
spàzia nel cosmo ed i misteri affronta:
parabòlica antenna in etra effusa
che persegue nel tempo e l'arte mònta.

Fra cotanta pienezza ancora Musa
sforna e lìma trovate e le rimonta
al servizio prudente o le disusa,
se perniciose o deboli tramonta.

La storia è scuola d'arte e di pensiero
che personaggi illustra ed immortala
nelle pagine e affresco secolare.

La verità stravolge nel mistero
di singolare monte verticale...
Sei tu, Da Vinci, ancora singolare.

 

SERENITA'                                       

Nascere è dono d'alvo singolare
che materno diventa per il feto,
placenta d'alimento regolare,
culla segreta a nascituro inquieto.

E' superba la gioia al casolare
quando il primo vagito lo fa lieto:
è ricchezza d'impegno da serbare
nella sorte sicura e nel divieto.

Pòrta serenità la voce e il passo
d'una vita che muove le chiusure
e soddisfa richieste di balocchi.

Ma nel tempo secondo c'è trapasso
di vedute difficili, ed usura
tranquillità scolora avanti agli occhi.

 

AVARO

Uomo gretto di nobile dama,
che risenti nell'imo del petto?
Solamente dell'oro la brama,
e non pensi al fratello negletto?

Non lo vedi ch'è senza ricetto?
Non l'ascolti? La voce ti chiama.
E tu schifi quel supplice detto,
nel costato non pùngeti lama,

e cammini superbo, festoso.
Sta perenne, prodonda, una fossa:
è per tutti, per tutti è la sorte.

Su, non fare il maligno, focoso:
rimarranno soltanto dell'ossa;
rendi il bene... sicura è la morte.

 

LA MORTE

Chi ti sfiora leggero le terga?
Non le mani di dolce corsorte,
verme turpe, che pieghi la verga
ma le nocche di schiavi di corte.

Non pensare a lingotto che t'èrga
del turchino alle lucide porte:
quella voce segreta s'immerga
nell'oscuro travaglio di morte.

Polve sparge la nera parola
che travolse degli avi il coraggio
oltre l'arco del divo mistero.

Fìssa l'occhio, lo spirto, che vola,
non si perda in sì breve passaggio:
il morire nell'impeto è fiero.

 

MISERIA E DOLORE                    

Quattro pareti opache e affumicate
(quale castello ricaduto giù),
madre e figlia rinserrano provate.
L'èsile fiore frale gioventù

giace supino, l'ossa logorate;
l'afflitta madre, che non spera più,
le ciglia terge, lucide e bagnate,
il marito pensando, ormai lassù

Affanna, l'ègra di pallore sparsa;
a nulla valse il consumato e speso:
a fianco sofferenza è cupa sera,

che la spaventa in gelida comparsa.
E nella prova ormai di tanto reso
chiude i lumi alla bianca primavera.

 

AL SONNO

Velo di pace,alleviator d'affano,
sulle membra discendi e rechi posa
ai cuori afflitti,mentre corre l'anno.
Con la morbida còltrice amorosa,

amico sonno,copri il male e il danno
all'onesta famiglia ed operosa;
le ferite,i dolor fuoco saranno
se non càlmi la notte tempestosa.

Tu riposo dispensi alla natura,
al vigore del bove nel presepe,
a chi gela nel carcere,al morente,

alla mente profonda di cultura,
all'uccello canoro sulla siepe,
al respiro pesante della gente.

 

PANORAMA

La cecità di mente è scuro abisso:
a vedute s'oppone ed alle carte.
E' l'umano pensiero un fonte fisso
d'infinita misura che comparte

in settori diversi d'estro infisso,
immutevole in ràdiche dell'arte
levigate nel tempo non prefisso
per conquidere l'orbita di Marte.

Ogni umano è tenuto ad affacciarsi
sull'enorme scenario d'universo
a descrivere un compito con penna,

con occhi e scienza, e gli elementi sparsi.
Eterna legge l'animo converso
non può gestire con ribelle antenna.

 

RICCHEZZA

Sacro lavoro ed onorato impegno
dentro il solco degli anni e sacrificio
opulenza producono nel segno
d'intelligenza per condurre ufficio.

Ma ciò di certo è povertà di regno,
d'incremento di smercio d'opificio:
usurpati sudori senza ingegno
di valente gestore in orificio

di fortuna segnata e parassita.
Vera ricchezza è patrimonio umano
devoluto per prossimo e bisogno.

Mezzi comuni a regola di vita,
denaro e paga colmano la mano,
ma svuotano coscienza e grande sogno.

LAVORO 

Ricerca di benessere, potenza
di severo rigore e pace altera
nell'universo in crescita; valenza
di reciproca e mite primavera

l'ubertose fiorite di tendenza
all'orgoglio d'un popolo, che spèra
di piegare le guerre e prepotenza
d'egemònici lupi in dolce sera.

Pròfughi ignoti salpano su rive
per trovare del pane e refrigerio
per famiglia dimessa in altra sponda.

Ma su richieste suonano le pive
di rifiuto inumano e deleterio:
palme vuote e conserte, e nave affonda!

 

CIVILTA'

Moderno e civiltà congiunti vanno
al compasso del tempo e del pensiero.
Filosofi ed artisti l'arco dànno
di trasformismo ovale, a Darwin reso.

Depretis imitare è grave danno
d'appiattire i partiti in bianco e nero,
indi perdere immagine e lo scanno
d'identità dell'animo severo.

Mànca la volontà di progredire,
perché prona alle basse mercanzie
di prodotti sgradevoli ed imposti.

Mercato irregolare nelle spire
d'un arrivismo in cupe profezie:
benessere e lavoro fanno arrosti.

 

PEGNI  SACRALI   

Nei tomi riservati nelle chiese
si leggono gl'impegni rilasciati
da fedeli per obblighi d'intese
e celebrare in giorni segnalati

messe ed uffici di gravose spese.
Credo, Signore, ma non scorgo i dati
in verità d'insolite pretese
che spianano le scale in altri stati.

S'arriva facilmente in paradiso,
o si lavano pene in purgatorio,
o si resta negli antri dell'inferno?

Come fanno le messe a dar sorriso,
o lavare i peccati in oratorio
oppur con ceri e preci al fuoco eterno?

 

ESTASI

L'estasi induce l'anima a sognare
mondi sublimi di celesti cori:
assenza di miserie e di penare!
Oltre le stelle muovono motori

spiriti eletti nell'etèreo mare...
Ivi tu règni, o Musa degli amori,
che distacchi l'umano dal peccare
per corone purissime d'alloro.

Tu, Musa eccelsa, d'animo pudìco,
voce sonora di perenni cime.
mandami un raggio dei potenti lumi

per rischiarare l'universo aprico
e ricamar di musiche le rime
mentre l'estro mi liberi profumi.

 

VISIONE FUGACE

Passa l'amore tra sorriso algente,
mentre fragile remo alla conquista
d'ignoto core spinge la corrente.
Vanità delicata o chioma avvista?

Una sirena dalla forma ardente
labbra discioglie di pudìca artista;
un flauto strano suona dolcemente
l'antica lode,ma scompare a vista.....

Sogno lontano nìtida bellezza
tra bianche spume del rimosso mare,
e la conchiglia emerge in dolce incanto.

Musa tu sei dell'alma giovinezza,
l'estro,la fiamma delle cose care
l'arte sublime che suggella il canto.

 

Fabulae

L'EBBRO E LA BELLA

Forse è breve per casi il tirocinio
del dolce incontro di fidanzamento:
alla fine del turno lo scrutinio
non dimostra perfetto insegnamento.

Vanno in chiesa gli sposi e vaticinio
è quel giorno di festa, è firmamento.
Ma negli anni il diletto fa dominio
e sommerge nel vino il sacramento.

Giovane bella e con focosi sguardi
essa, la moglie, con profondo spacco
aspetta sopra il talamo supina...

«Scusami, cara; è l'alba: ho fatto tardi»,
spiega cadente l'anima di Bacco.
«Non ho trovata chiusa una cantina».

 

FIGLIO SOSPETTO

Fra le dìrute mura cresce a stento
grossa famiglia: in poco tempo prole,
per eludere tasse, fa lamenti
dinanzi al padre, mastro di cazzuole,

nel regime di miseri e tacenti.
E' l'era di minuscole parole
quando il dire di più separa genti
bandite e sorvegliate da pistole.

Questo padre negletto preparava
i plotoni futuri per l'impero...
Rossi capelli ha l'ultimo rampollo

e nel sospetto onore in sangue làva.
Ella svela anelante quel mistero:
«L'ultimo figlio è tuo, gli altri d'Apollo».

 

MURATORE                              

Nel concitato e solido cantiere
macchine e personale in moto stanno,
affianca il muratore il carpentiere,
e nel tradurre attento il turcimanno

è su parole e nuvole straniere.
Il complesso è modello e non capanno:
ivi compensa gli oneri il cassiere,
fugando dal principio il disinganno.

Nobìlita il lavoro quando imperla...
Un muratore vola e stuolo attento
acqua gli porge e frale sgabellino.

Flebile esclama senza arnesi e gerla:
«Da quale piano è scendere in concento
per ottenere un calice di vino?»

 

SCONCERTO                                      

In natura di cose e delle scienze
evidente compare a prima vista
un complesso di regole e movenze
di cognito principio di conquista,

non di dominio, ma di vere essenze:
ricchezze, queste, all'animo d'artista
che bilància dell'essere potenze
e le regàla all'umile umanista.

In questo scellerato anacronismo
d'umani errori e di stupendi incanti
per debellare ordigni in più disastri,

si commercia nel cùpido cinismo
sesso e bambini con feroci scontri.
Turbine è tutto negli ascosi nastri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LA  JOCCA

Quannu 'a pinna cinnirigna 
s'incalura e vattulia,  
nu' fa ll'ova, ed eccu 'ncigna 
l'ammasuni e cacalia  

tuttu 'u juornu e làssa 'a pigna 
chi friscura li spannia. 
Cìrca 'a paglia e nun si sdigna:   
queta rèsta e pigulia.   

Ghèsci 'a fimmina a truvari  
l'ova frischi mìsi 'nfila      
e ri guarda ppì nutri  
si carcati, a ra cannila, 

e ri 'mminti pari pari   
dintra 'u quartu ccu 'nna tila; 
supra 'a paglia a quadiari
cùva gàpula e trafìla.   

'Ntra 'nu misi 'a caluria  
fa 'ntrugliari lu prucinu  
chi la corchja pizzulia    
e s'azzummula a ru sinu  

di la jocca e scarminia  
'ntra li scagli, risu e linu.
Tutta allegra pigulia 
la juccata di matinu, 

ed appena scucculata 
ghesci junti a ra pinnuta
chi la scàpula ppì strata 
e la 'mpara l'arrinnuta.  

Si ricogli assazziata  
ccu ra vozza cuntinuta: 
benidica! 'A prucinata  
crisci a bista ed è carnuta. 

Curri queta a ru pagliaru; 
sula sula s'arricetta.
Marzu vèni friddu e amaru:
'n atra cuva già l'aspetta. 

Dialetto luzzese (CS)

LA CHIOCCIA

Quando le penne color cenere
sono calde e sbattono
non fa le uova, e comincia
a cercare un giaciglio

tutto il giorno e lascia il posto
dove stava al fresco.
Cerca la paglia e non si muove:
resta quieta e aspetta.

Esce la donna a trovare
le uova fresche messe in fila
e le guarda per vedere
se sono buone, controluce

e le mette delicate
dentro un recipiente con un telo;
sopra la paglia le riscalda
cova delicata e aspetta.

In un mese il calore
fa crescere il pulcino
che rompe l’uovo
e rotola sotto

la chioccia e cerca
dentro le scaglie, riso e lino.
Tutti allegri pigolano
i pulcini al mattino

ed appena nati
escono insieme alla chioccia
che li porta in giro
ma li guarda vigile.

Tornano sazi
con il gozzo pieno:
benedica! I pulcini
crescono a vista e nutriti.

Corre quieta nel giaciglio;
sola sola s’appisola.
Marzo viene freddo e amaro:
Un’altra cova già l’aspetta.

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