RICORDI SEMISERI DI QUEI MAGNIFICI ANNI “SETTANTAEOTTANTA

Una sera come tante. Gabri, il piccolo di casa, dorme e ahimé con lui pure Silvia. Respirano e ronfano quasi all’unisono, per cui qualsiasi progetto di una notte di sudore e forti emozioni resta mero desiderio. Un po’ di zapping in Tv mi sembra, in fondo, la soluzione migliore, per abbandonarmi anch’io alle seduzioni di Morfeo. Il caso mi fa incrociare le immagini di un vecchio documentario…Sfilano figli dei fiori in perenne Woodstock, pantaloni a zampa d’elefante, minigonne talmente mini che sembrano uscite da ripetuti lavaggi in varechina.
Ecco d’improvviso risvegliarsi sensazioni di un certo tempo, dove le cose sembravano ammantate di luce diversa e anche i profumi e i sapori erano decisamente migliori.
La sera del sabato, a differenza di altri giorni della settimana, spesso all’insegna di bastoncini e sofficini Findus (odiavo e ancora mi fa ribrezzo la carne),mia madre preparava la pizzae un profumo soaveed inebriante riempiva la casa.
Mio fratello, più grande, più grosso e soprattutto più famelico di me, finita la sua porzione, puntualmente si avventava sulla mia e divorava, con grasso compiacimento, l’ultimo trancio, il più buono, che avrei gustato con calma.
Che dire, poi, delle estati di calzoni corti e ginocchia sbucciate, retini per farfalle variopinte, corse in bici e tempo speso in strada o nei prati fioriti.
Ripenso al mio amico Geppino che, armato di un casco di plastica comprato per poche lire al mercato del giovedì, si lanciò in una ripida discesa. Sbatté la testa contro un muro in maniera così violenta che l’enorme bernoccolo si fece strada nella plastica del casco.
E’ rimasto deficiente fino all’82, quando in seguito alla vittoria dei Mondiali di calcio della nostra Nazionale, qualcosa si è miracolosamente risvegliato nei suoi neuroni ed oggi è quasi normale.
Ricordo con grande trepidazione il primo bacio...Avevo 12 anni e lei si chiamava Stefania, era magra, con occhi verdi e capelli biondo grano sciolti sulle spalle; delle lentiggini delicate le ingentilivano il viso. Poco importa che adesso è come una nave da crociera, con 5 figli e un compagno marocchino. I tempi cambiano, come insegnano i vecchi saggi. Ero talmente emozionato che corsi a perdifiato tra prati e campi e non mi accorsi di aver superato di ben tre isolati la mia casa. Sfinito, restai a dormire col pensiero di lei al fresco riparo di due pini resinosi, mentre luglio impazzava nelle case e nelle strade piene di vita.
Il giorno dopo mio padre era così incavolato che mi punì con 41 Ave Maria (per il peccato) e con 1.500 flessioni (per il mancato rientro). Nel frattempo mia madre, premurosa, sbatteva due, tre, uova fresche.
I miei anni ’80 sono stati un dolce prolungamento della libertà dei ’70, con i figli dei fiori, le manifestazioni in piazza, gli ideali strombazzati nel vento e poi miseramente falliti nel tempo a venire.
Mi tornano alla mente, con tenerezza, la tovaglia a quadri di un picnic lontano, attorno a un lago, tra famiglie di cui ho perso le tracce, l’idrolitina in una bottiglia di vetro con i limoni, i colori e i profumi del bucato steso ad asciugare all’esterno delle case, la Cremalba, la poltrona a pera rosso fuoco di un film di Fantozzi, i pomeriggi d’estate a bivaccare sotto il pergolato di un bar, rinfrescati da ghiaccioli multicolori da 30 lire, l’odore di cuoio del sellino della Graziella su cui mi scarrozzava mio fratello, il rombo e la puzza di benzina della Giulia “acqua di fonte” di mio padre, SuperGulp, con il tormentone “E l’ultimo chiuda la porta! Slammmm!!!!”, la linea che nei Caroselli Rai dava vita all’omino della Lagostina e tu ...tu che, più grande e decisa di me, sorridevi piano e nel sottoscala di un palazzo mi iniziavi a giochi proibiti, guidando i miei movimenti impacciati.
La pubblicità, in un colore sbiadito, delle mitiche MECAP, ora mi accende vivido il ricordo di quando acquistai le mie…erano blu con 2 bande laterali arancioni. Orgoglioso le sfoggiai in una partita di calcio giocata per strada come sempre, con gli amici di allora, una domenica mattina alle 9 e terminata alle 18 della sera, dopo una breve pausa per il pranzo. Erano come due pezzi di plastica, lucente e rigida, dall’odore inconfondibile; in qualche modo ressero, salvo che per numerose prese d’aria che si aprirono spontanee qui e là, non così i piedi, ahimé, che gonfi e piagati mi costrinsero per vari giorni a gambe all’aria.
La sera stessa le poggiai sul davanzale della finestra della mia stanza, dietro invito perentorio di mio padre, causa naturali effluvi, nella speranza che l’umidità della notte facesse il resto. La mattina dopo trovai sul davanzale due rondini stecchite, una per scarpa, la pianta di basilico di mio padre irrimediabilmente appassita e il vicino di casa, che abitava al piano superiore al nostro, incazzatissimo; la moglie (una vecchia babbiona di 102 chili) infatti non era riuscita a chiudere occhio e solo verso le tre di mattina aveva scoperto l’origine del problema. Lui - sentivo che inveiva con mia madre - si era salvato solo grazie a una rinite allergica cronica.
E allora, cosa avrei dovuto dire io?! Volevo urlargli in faccia che la moglie, in preda al durevole meteorismo, come una mitraglia emetteva peti a ripetizione, con tale fragore che il lampadario della mia stanza volteggiava vertiginoso e i vetri tremolavano tutti.
Una volta ne sparò un paio silenti e mefitici al postino, intento a fargli firmare l’avviso di ricevimento di una raccomandata, che questi cadde stecchito, con un’espressione contrita sul volto. Dovette intervenire la prosperosa inquilina del primo piano che mi affrettai a chiamare, un’infermiera trentenne, famosa più le doti amatorie e i numerosi round di cui si avvertiva l’eco nella rampa delle scale, che per la perizia professionale. Si prodigò, con le labbra a canotto, in una respirazione bocca a bocca grandiosa, (e in quei momenti temetti che prendesse altre pericolose direzioni), che causò evidenti alterazioni telluriche al prestante giovanotto.
Tutto si concluse con un applauso spontaneo mentre il postino si riprometteva felice di consegnarle quanto prima un pacco espresso.
Spesso gli incontri (venti persone a correre dietro a un “Super Santos”) si chiudevano con fughe precipitose quando Peppe “ Big Lasagna” (dalla passione smodata per la pasta e dall’alito micidiale), dotato di un destro potentissimo, si apprestava a calciare le punizioni: avendo le punte dei piedi divergenti, prendeva quasi sempre la finestra del terzo piano di una casa limitrofa o lo sportello della Prinz  verde oliva parcheggiata dalla parte opposta, vicino al muro che faceva da porta. Dopo la fuga ci ritrovavamo a rimpiangere l’ennesimo pallone perso o bucato.
L’arbitro era sempre lo stesso: “Pipillino” – il nome non merita particolari commenti – anche detto “u’ scienziat” in quanto iscritto al 7° anno fuori corso della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Napoli o “Manolestas” dal passatempo preferito e per il viso perennemente foruncoloso. Oggi credo faccia il primario in un ospedale di Reggio Calabria...La mia umana solidarietà agli eventuali pazienti.
Tra i compagni di gioco più estemporanei sicuramente c’era “Pinuccio o’stilista” così chiamato per il gusto, in verità discutibile, con cui si presentava puntualmente al campo di gioco: era solito abbinare ai pantaloni di colore blu della tuta “Pop 84” dei mocassini marroni Canguro senza lacci, con 2 curiose frange a mò di campanelle. Nei contrasti di gioco, novello Zorro, lasciava, o di punta o di tacco, il suo segno doloroso. Una volta la palla rimase immobile tra il mio piede (non avrei camminato per una settimana) e il suo, mentre il mocassino 44 planava come un Concorde, per fermarsi a penzoloni sui rami di un albero: col tacco aperto e uno squarcio laterale sembrava  un tordo impallinato in una battuta di caccia. Fu prontamente sostituito da altri mocassini, questa volta di colore rosso veneziano.
La colonna sonora (i famosi “Dischi per l’estate”) erano le canzoni di Gianni Togni e Umberto Tozzi, sparate nei Juke – Box dei Bar e, più modestamente, nei mangianastri delle case.“TI AMO” era tra le più gettonate. Che testo ragazzi...Faceva così: “ Ti amo, Ilaria ti amo, ma tremo davanti al tuo seno...”. Questa frase, per non dire poi di “Gloria distesa nuda sul divano”, mi ha turbato per 29 anni e tre mesi, in cui spesso pensavo con deferenza e malinconia all’avvenente vicina del primo piano.
In quel tempo andavano forte pure complessi dal nome improbabile, I Teppisti dei sogni, I cugini di campagna, gli Alunni del sole, “ I Camaleonti”,“I Beans”. Il mio amico Gino, che già allora aveva la saggezza di un ottantenne e ascoltava, commosso, Nilla Pizzi e Claudio Villa, mi ripeteva che “con tutta sta’ melassa prima o poi ci verrà il diabete”. Il suo pezzo forte era “Nel sole” di Albano, che urlava come un ossesso negli spostamenti estivi verso il mare, non avendo la Fiat 850-Sport “grigiosabbia” del padre di Pinuccio – l’unico mezzo a nostra disposizione-  lo stereo incorporato. Poi, quando nell’etere le Radio disperdevano le note inconfondibili di “Voglia di morire” dei Panda, un sentito vaffa partiva in coro, dovunque ci trovassimo. C’era anche chi faceva ampi e rassicuranti gesti con le mani, una sorta  di “taxtatio” scaramantica di gruppo.
Quando mio padre acquistò il primo televisore, con un canale solo (il Nazionale), del peso di circa 90 chili, con la sua spessa cornice di formica, su cui riponemmo in rigoroso silenzio il classico carretto con l’asino siciliano e una copertina in tinta, al primo spettacolo demmo una grande festa, con 59 vicini di casa, muniti di propria seggiola, al grido “Allegria ! ” nel “Rischiatutto” di Mike Bongiorno.
Dopo una mezz’ora la nonna russava talmente forte che la mettemmo a dormire sul pianerottolo. Trattandosi della madre di mia madre, mio padre propose la cantina salvo poi, allo sguardo in cagnesco della mamma, aggiungere che si trattava solo di un battuta, mentre di sottecchi mi faceva cenno di riporre le chiavi.
Che tempi...
Spesso la domenica veniva a pranzo da noi un vecchio zio, un uomo tutto d’un pezzo, nel senso che era talmente rigido che dormiva in piedi come i cavalli. E forse per questo è rimasto “zitello”.
Ogni volta mi guardava e poi con fare solenne sfornava la solita massima “ Tamquam non esset”. “Sono certo che ne comprenderai gli insegnamenti insiti e il senso profondo e assoluto che vi palpita”, chiudeva sempre così. Io, mentre gli sorridevo gentile, pensavo che fosse nato già rincoglionito. Dopo trent’anni ancora mi chiedo che c…avrà voluto dire?!
Mi risvegliano le risa sguaiate e i litigi improbabili dei protagonisti di un insulso reality, gente dal fisico eccessivo e che nei lineamenti del viso denuncia i troppi anni di battaglie, nonostante l’incetta di botulino e silicone. Sembrano quegli enormi baccelli dell’”Invasione degli ultracorpi”.
Mi rammarico di essermi perso la parte finale del documentario e a fatica mi alzo dal divano, dove pian piano ero del tutto sprofondato, russando in modo indegno. Mi trascino verso il letto con un sorriso un pò ebete stampato sul viso e con la consapevolezza che quel tempo è ancora vivo in me, con i suoi odori, i sapori, le sensazioni sopite nei ricordi…Quasi come una gioiosa appendice, un’estensione leggera del presente, un tonico cui affidarsi nella noia del quotidiano.
Adagio piano il bimbo in culla, riguadagno il mio spazio nel letto e nel socchiudersi delle palpebre, accarezzato dal respiro di Silvia, cui sussurro un “Tamquam non esset” pieno d’amore, ricambiato da un suono improvviso, che somiglia tanto a un grugnito di protesta, mi sorprende lieve un senso di felicità.



CON L’ETA’ E NEL TEMPO

La stanza, ora, è immersa nel buio. Nel profumo d’agrume acerbo della tua pelle, avverto il ritmo frenetico del respiro farsi più regolare e il tuo seno, appena accennato, quasi fermarsi sotto la maglietta bianca e attillata. Vorrei parlarti, consumare istanti ancora vivi, chiederti qualcosa, stupido orgoglio maschile, ma preferisco accarezzarti piano e accompagnare il tuo sonno con i miei pensieri madidi di sudore.
In lontananza l’eco di falò che bruciano giochi senza pretese, momenti di cui si perderà subito traccia nella luce dell’alba, mi conduce via, a giorni oramai persi e di cui non sai nulla…
Il treno si muoveva rapido, cullando le mie speranze chiuse in valigia, oppresse da un concorso impossibile, nascoste tra codici e libri, compagni di ore senza fine e tutte terribilmente uguali. Attraverso il finestrino le immagini di una primavera avanzata, cornice multicolore e silente, sfilavano nei miei occhi distratti. Con tenerezza pensavo all’abbraccio in stazione dei miei e al desiderio intenso di non deluderli. Con l’età e nel tempo forse sarei riuscito a comprendere la loro ansia e l’istinto di protezione, come la mia instabilità, appena celata nelle rivendicazioni quotidiane di libertà, la sensazione forte di essere costretto in una vita che non mi apparteneva.
Di fronte a me un coglione di mezza età non chiudeva mai bocca, rivolgendosi a tutti con gli argomenti più banali e scontati… dalle stagioni, non più le stesse, ai politici con i loro sporchi affari. Si sentiva quasi in dovere di parlare a getto continuo. La pelle grigia lasciava risaltare le rughe rosate mentre i baffi folti erano in netto contrasta con la calvizie diffusa. Dei capelli restava, infatti, solo una specie di corona circolare a cingere il capo, da un orecchio all’altro. Ogni tanto intrecciava le mani sulla pancia prominente, una sorta di airbag incorporato. Sorridevo immaginando i modi più diversi con cui avrei potuto tappargli la bocca, poi presi le cuffie del lettore e chiusi gli occhi sull’immagine della sua cravatta impossibile, allentata sul colletto gualcito, mentre le note della “Canzone del Sole” mi aiutavano a non pensare.
Ad attendermi una città che pullulava di storia in ogni via, eppure sommersa da un’onda incivile e fetida. Quindi giorni di tensione, migliaia di persone accomunate dallo stesso mix di angosce e aspettative, come fiumana impazzita si ammassava ai cancelli, e il futuro giocato a dadi con la sorte.
L’ultima sera mi unii ad un gruppo che salutava la fine dell’incubo in un pub. Dopo diverse ore mi ritrovai in albergo stordito dalle troppe birre e per mano ad una di cui faticavo a ricordare il nome. La mattina dopo a risvegliarmi fu il peso del suo corpo sul mio, intrecciato alle sue cosce magre cercai di trovare il modo migliore di scivolare via.
Al ritorno mi concessi qualche giorno senza meta. Mi sentivo vivo in quel girovagare impalpabile, volutamente solo, come una trottola mai esausta.
Una mattina puntai verso il mare. L’abitacolo dell’auto risuonava della voce calda di Cat Stevens, quando ancora non era Yusuf Islam. “I'm looking for a hard headed woman, One who will make me do my best, And if I find my hard headed woman...” canticchiavo stonato, senza ritegno, seguendo la musica a palla e aggredendo la strada.
Il paesaggio via via si faceva più dolce, mentre le colline sfumavano nella pianura di margherite e tigli. Erano invitanti e pensai a quando da bambino tornavo a casa con i pantaloni che, d’erba e di terra, acquistavano colori indefiniti e allo sguardo pieno di sconforto di mia madre.
Osservai la spiaggia deserta. L’odore di salsedine mi avvolgeva in un abbraccio tiepido e confortevole, mentre le onde schiumavano in rivoli bianchi sugli scogli che, in piena estate, avrebbero offerto riparo sicuro da sguardi indiscreti.
Lungo l’intreccio dei miei nervi scorrevano fiumi di caffè, rito quotidiano a cui non riuscivo a sottrarmi, neanche quando il mio stomaco, come allora, lanciava segnali di fuoco e la gola si faceva acida.
In lontananza una madre cullava amorevole un neonato e una bici, lanciata la sua corsa lungo un rettilineo, spariva all’orizzonte, macchia gialla informe, mentre la mia decisione avanzava assordante da qualche anfratto dell’ animo, vincendo ogni remora.
Avrei voluto essere come l’aquilone che roteava nel vento, sempre più in alto, sganciatosi dal filo ancora stretto nelle mani di un bimbo deluso. Contro sole, a fatica ne percepivo i movimenti irregolari e mi sembrava comunque bellissimo spiegato nell’aria tersa.
Ormai era inutile pensarci ancora. Per quanto mi sforzassi di ricacciare indietro certe sensazioni, puntualmente ricomparivano, improvvise e moleste.
Le cinque del pomeriggio. Angela mi era di fronte, silenziosa e tesa. Al telefono ero stato vago. Alzai lo sguardo e contro il cielo si stagliavano cime di alberi alti e rondini nel volteggiare leggero, in stridente contrasto con il tumulto dei miei pensieri.
La necessità mi riportava alla realtà del suo viso contratto. Il gelo si faceva strada rapidamente nelle mie ossa e un nodo in gola mi soffocava, mentre cercavo la forza di iniziare… Avvertivo la mia voce estranea e fredda, mentre parole crude fendevano l’aria e come cesoie tranciavano un sentimento “pulito”, travolgevano, inattese, le aspettative di un animo semplice. Mi sentivo fuori luogo in quel viale sereno, che tagliava una fitta vegetazione, dove il sole  faticava a penetrare l’aria umida e resinosa, ma che sarebbe sparita presto nel cemento dei palazzi, nelle fauci di una speculazione oscena.
Aleggiavano accuse pesanti nella sua voce impastata di rabbia e lacrime, mentre di quel tempo felice ed esaltante, dentro di me scorgevo poco più di niente.
“Tu non hai idea di quanto è stato difficile restarti accanto in questi anni, cosa credi?!… Sei solo un egoista, incapace d’amare…Non sai neanche cosa stai cercando, cosa vuoi veramente!”, le sue ultime parole quasi in un sussurro.
Per un attimo ripensai con tenerezza al suo corpo snello, nudo sul mio, ai seni generosi perenne meta delle mie labbra, alla lingua sottile e curiosa, agli occhi di un verde liquido in certi momenti...al viso che scompariva piano alla mia vista ed io, immerso nella cascata profumata dei suoi capelli castani, intento a carezzarla lentamente.
Nel frattempo la stanza perdeva i suoi contorni facendosi, come sempre, spazio indefinito, comodo giaciglio dei nostri incontri.
Frenai l’impulso di cingerla in un abbraccio illusorio. L’orgoglio ottuso mi impedì di aggiungere altro, di esprimere il mio disagio e riconoscere le sue ragioni, e così restai fermo ad osservarla mentre si allontanava decisa, tra sensi di colpa, nausea, e sofferta indifferenza per un incanto che non poteva tornare, che si era irrimediabilmente perso nella polvere di qualche stagione passata. Le ombre iniziavano ad allungarsi, era ora di andare.
La notizia mi colse impreparato. Erano trascorsi diversi mesi dall’ultima prova e ora  si aprivano nuove prospettive di lavoro… Avrei cambiato vita e città.
Ricordo che portai a termine gli ultimi due casi seguiti a studio, quando già sapevo di camminare sulla cenere e che avrei fatto altro della mia esistenza
Un commerciante aveva avuto una discreta fortuna, ma anche la cattiva idea di  rincasare anticipatamente da un viaggio di lavoro, trovando la moglie nel letto coniugale in dolce compagnia. In preda alla rabbia e alla confusione, pensò di chiamare una pattuglia dei Carabinieri con l’intenzione di denunciare l’ospite, nel frattempo rinchiuso in una stanza, per violazione di domicilio. Tuttavia la donna aveva confermato la versione dell’amante e dichiarato che era stata lei a farlo entrare, con tutto il resto che poi ne era seguito. Il poveretto dovette subire un processo per sequestro di persona e avendo intestato, per motivi fiscali,la casa all’ex moglie, perse pure quella. Negli appuntamenti in studio appariva sempre più trasandato e assente. Il viso emaciato, una calvizie via via più decisa, profonde borse a solcare l’incavo degli occhi, lasciavano immaginare ben più dei suoi 40 anni.
Osservandolo mi veniva in mente quanto scriveva Cesare Pavese “ Una donna che non sia stupida, presto o tardi incontra un rottame e si prova a salvarlo. Qualche volta ci riesce. Ma una donna che non sia una stupida, presto o tardi trova un uomo sano e lo riduce in rottame. Ci riesce sempre.”
E, appunto, di un rottame si trattava ormai.
L’altra situazione era del tutto differente. Una coppia di anziani, svenati e distrutti dalla carriera criminosa del figlio...Un crescendo di furti, rapine ed estorsioni, culminato con il morto. Nei loro atteggiamenti mantenevano una dignità ferma, quasi commovente. Provavo ammirazione per la sopportazione di un dolore che mi appariva, chiaro, nella tristezza dello sguardo, nel continuo tormentarsi le mani callose, da contadino, nello sguardo costantemente rivolto verso il basso. Le domande poste in un filo di voce, come a non voler dare fastidio.
Fu molto triste – e in quegli istanti odiai sinceramente quel mestiere – spiegare che tutte le carte da giocare erano esaurite ed il presente, per il figlio, sarebbe stato il carcere, e non per poco.
Trascorsi i primi tempi con l‘ansia e la curiosità tipica che ogni cambiamento porta, cercando di imparare il più possibile del nuovo lavoro e di scoprire i ritmi e gli angoli più stimolanti del posto che il destino aveva pensato per me.
La notte restava il momento che preferivo, mi appariva naturale abbandonare il mondo di luce e di regole precise, la persona concreta e razionale chiamata a decidere. I miei sensi erano pronti a risvegliarsi nel flusso di energia che riempiva le strade, vestite di un abito nuovo, calate in contesti che parevano diversi da poche ore prima.
Tiravo tardi, senza fare la minima fatica a capire dove mi trovavo allo squillo crudele della sveglia. Solo il mio fegato lanciava qualche avvertimento, con il gusto amarognolo che troppo spesso accompagnava i miei risvegli.
Pian piano le amicizie crebbero, ma continuai a custodire gelosamente i legami storici, talmente veri che la distanza contribuiva solo a rafforzare. Le persone con cui ero cresciuto erano ormai sottratte al quotidiano ma prendevano vita nel socchiudersi leggero delle palpebre. Ne avvertivo la voce, i profumi, i discorsi che continuavano ad essere parte di me.
I lunghi anni con Angela divennero invece bagaglio tenue del mio cammino come un “pezzo” musicale che, all’ennesimo ascolto, non dà più emozione. Quando seppi che si era sposata mi fece solo piacere. L’unica ombra fu il pensiero di come sarebbe stato un figlio con lei, ma durò meno di un lampo.
Quindi arrivasti tu.
Mi ritrovai per caso, in una mattina d’agosto, ospite in un casale immerso in ettari di bosco. La mia attenzione venne subito attratta dalle tue movenze eleganti, da una grazia a stento celata dalle vesti leggere. Parlandoti, rimasi colpito dal tuo modo di fare, dalle tante conoscenze, patrimonio dei continui viaggi, dal tuo lavoro, così particolare e creativo. Quante cose ti avrò detto con un filo di voce, in pochi istanti, mentre continuavi a sorridere.
Avrei voluto restare subito da solo con te e non aspettare il lento trascorrere di ore piene di sole, in un generoso banchetto nel verde della campagna tranquilla.
Ti chiesi, con un po’ di coraggio, di seguirmi. Dal davanzale di una finestra una radio disperdeva nell’aria le note di tanti successi. Un gatto, immobile in un angolo, unico curioso testimone, incontrò il mio sguardo nel distacco dal tuo seno scoperto. Mi lasciai andare su una panca di pietra, fissando le gambe slanciate, che richiamavano ancora le mie carezze, e il tuo viso, che sarebbe tornato in flash improvvisi e confusi durante la notte.
Allora non avrei voluto muovermi, allontanarmi di un solo passo dalla tua pelle chiara, dal sapore racchiuso nelle tue labbra.
Adesso sei qui con me, in un tempo che è ancora passione. Eppure già mi manca l’aria irreale del primo incontro, la voglia del primo conoscersi. Mi fa paura la totale assenza del timore di perderti, di svegliarmi e di non trovare più le tue forme nel letto, lo sguardo deciso di quando sei arrabbiata, quel tuo modo di prendermi. Vorrei tanto chiederti, ora, se anche per te è così, se ogni tanto anche tu pensi che il nostro approdo possa essere una secca improvvisa, o si tratta soltanto di fantasmi della mia mente, ma tu…Tu sei troppo lontana.
Con l’età e nel tempo speravo di essere capace di capire… di cogliere il demone che si agita dentro di me, di arrestare questo viaggio che mi pare senza fine.
E’ un attimo… Sono già per strada.
L’alba in questa stagione ha mille colori.
Un cane piscia tranquillo ai piedi di un albero, un barbone inizia a riprendere vita grazie ad una fontanella e una puttana, sfatta, rincasa ciondolando su tacchi vertiginosi.
In una vetrina scorgo riflessa l’espressione del mio volto, è indefinibile; quasi non mi riconosco, intanto che nella testa risuona l’eco di un tempo lontano richiamato alla memoria … le parole di Angela a sferzare la mia decisione.
Le strofe di Tenco “ … Ciao amore ciao…” risuonano perfette da un’auto in corsa. In quest’addio l’ebbrezza della libertà sciolta, per sempre, nel gusto acre della mia inquietudine.