QUELLO CHE NON TI HO DETTO……..

Entrai.
Le sedie erano disposte ordinatamente al centro della grande stanza dipinta. Ovunque affreschi, drappi e stucchi rendevano l’ambiente molto accogliente e particolarmente adatto alla lezione. Le finestre si affacciavano sul piccolo cortile interno ricco di fiori, alberi e limonaie, ma il palazzo, in stile settecentesco, si presentava complessivamente in pessimo stato ed il degrado che si osservava ovunque, era camuffato spesso da grandi tendoni polverosi che nascondevano volutamente le pareti. Stavo osservando ed ero in trepidante attesa che iniziasse la lezione. Non conoscevo ancora personalmente il docente, ma ne avevo sentito parlare molto bene.
Lui entrò.
All’improvviso un raggio tenue di sole si fece spazio tra le grandi finestre ed illuminò il suo sguardo. Da allora io, quella luce non la vidi mai più scomparire; mi è rimasta nel cuore come una carezza, un ricordo, un interminabile attimo, uno di quelli che oltrepassano la linea del tempo, incancellabili. La storia dell’arte mi era sempre piaciuta, la studiavo volentieri anche al Liceo, mi appassionava, mi stimolava, mi incuriosiva, mi nutriva; ecco perché l’avevo scelta come indirizzo di laurea. Ma con lui tutto aveva un altro sapore. Ogni sua parola, ogni suo sguardo, ogni suo gesto, ogni movimento era per me insegnamento nuovo, come se nulla avessi mai appreso fino a quel momento ed ogni cosa ebbe più gusto.
L’Arte è la nostra stessa vita, l’uomo stesso è creatura creata dal più grande di tutti gli Artisti, ma io non me ne ero ancora resa del tutto conto. Fino a quel momento. Per la prima volta nella vita incontravo un insegnante che mi parlava con l’entusiasmo di un bambino e che era capace di trasmettermi vera e pura passione; un uomo i cui occhi brillavano gonfi di emozione ed un luccichio magico avvolgeva le sue parole. Gli occhi. I suoi occhi. Quello sguardo lo ho ancora fisso nella mente. Grandi occhi scuri che si aprivano all’orizzonte ed uno sguardo buono a volte velato da una tristezza, da un leggero turbamento, da un tenero, dolce segreto che solo più tardi mi sarebbe stato chiaro. Intorno a lui si intrecciavano strane voci e risatine sommesse che spesso lo accoglievano al suo passare. Lo marchiarono crocifiggendolo, come se “diverso” fosse una colpa, una disgrazia, un errore, come se d’improvviso lui non potesse essere più chiamato Figlio.
Ogni persona che incontriamo lungo il nostro percorso su questa terra, ci trasmette una parte di sé e del suo mondo. Noi possiamo ignorarlo oppure custodirlo e farne tesoro. E di questo dovremo rendere conto solo a noi stessi.
Un giorno lo incontrai in un bar. Mi faceva molta tenerezza e nello stesso tempo traspirava tanta solitudine. “Posso offrirle un caffè?” – Fu un caffè che ci permise di imbastire un discorso e da quello ne seguirono altri cento e cento ancora quel giorno nei giorni e negli anni che seguirono. Quante volte avrei voluto dirgli che gli volevo bene, il suo bene, come lo si dice ad un fratello, a nostro padre o a nostra madre; perché era quello che desideravo per lui. Il suo bene. Avrei voluto vederlo felice, sempre e poter leggere nei suoi grandi occhi un po’ di pace. Al rientro dall’ospedale lo andai a trovare. “ E’ qui per il corso?” – mi chiese mentre entravo nello studio. “No, veramente io sarei qui per…..perché voglio dirle che sono molto contenta che lei sia tornato e che si senta meglio” – risposi, ed in quel momento mi accorsi che, stranamente, ero stata la prima ad averglielo detto. Una malattia lunga ed inesorabile lo aveva colto, ma durante il suo calvario mai un lamento. Mai. Dopo la Laurea ci demmo del “tu”. “Siamo colleghi, adesso” -  mi diceva sorridendo.
Le grandi anime sono doni del cielo, sono angeli in terra, tramiti fra noi e il Divino. Ci consigliano, ci indicano la strada e ci proteggono con le loro ali invisibili senza nulla chiedere in cambio. Noi dobbiamo farne tesoro sempre. E’ stato insegnante raro, amico e fratello, sempre generoso e disponibile verso tutti, elegante nell’aspetto e nel cuore, spesso molto riservato, onesto, paziente e saggio. Se ne andò così,  in punta di piedi, come era solito fare, come per non recare alcun disturbo, in un giorno gelato di gennaio.
Entrai ancora in quella stanza.
Le sedie erano sempre disposte ordinatamente. Ovunque affreschi, drappi e stucchi rendevano l’ambiente molto accogliente e particolarmente adatto ad una lezione d’arte.
Ed ora, quel tenue raggio di sole, facendosi spazio tra le grani finestre, illuminerà per sempre il suo sguardo puntato dritto al mio cuore.

(in ricordo di Adriano)


 

ARTE E VITA

Ero giovane ancora.
Apprendista di cultura. Andai a quella conferenza attirata dal tema: “Arte tra memoria ed infinito”. Il relatore non lo conoscevo e, a dire il vero, non l’ho mai conosciuto personalmente. Accese il microfono, inforcò grossi occhiali da vista dalla montatura scura, si sistemò i capelli arruffati ed iniziò a parlare. La musicalità delle sue parole si scontrava con il leggero stridore della sua voce.
“In una città della Cina, a Tian-qi, a 300 km. Da Pechino, un antico imperatore cinese ritenne di avere le finanze necessarie per affrescare l’ala centrale del suo palazzo. Così decise di chiamare a sé, ospiti suoi per un anno, i migliori pittori greci e tutti i pittori cinesi. I migliori. Ai pittori cinesi affidò l’ala destra e quella di fronte la affidò ai pittori greci. Disse che sarebbe ritornato dopo un anno. L’ansia, l’orgoglio, l’onore con cui i pittori cinesi decorarono tutta la parete era straordinario. Il mondo era più bello del mondo, le montagne più intense delle montagne reali, l’azzurro del mare e del cielo era un mondo che non si trovava nel mondo. L’imperatore, però, aveva messo tra i due gruppi un diaframma, un velo, affinché non copiassero. Quando arrivò dopo un anno, l’imperatore vide la loro pittura così piccola, così esatta, così compiuta; rendeva il mondo teologico, questa pittura. Si commosse. Non c’era nulla di più bello, neppure il mondo. La pittura sostituiva il mondo. Tolse il velo, lo strappò e cominciò a vedere la pittura dei greci. Ma era successo che i greci, nel tentativo di preparare l’intonaco, l’affresco, avevano consumato un anno intero, con la pigrizia tipica dei mediterranei, a raschiare, a lastricare il fondo della parete. E lastricando, lastricando, era passato un anno e non avevano fatto nulla, ma in realtà, strappando  il velo, l’imperatore, in questa parete che oramai era diventata uno specchio, vide riflessa la pittura dei cinesi. Ma questa pittura era impalpabile, era più leggera della pittura dei cinesi. Si vedeva appena e non si vedeva. Era una traccia, un segno, ma non era una presenza. Richiamava, alludeva ed era più bella di quella dei cinesi.
Questa è la condizione dell’arte, essere l’ immagine speculare di una realtà, di una presenza e non contenere nulla. Prepararsi ad accogliere un mistero e rimanere con le mani vuote. Rispecchiare intensamente una chiamata, una presenza, una invocazione e non poter gravidare né poter far esplodere dalle sue viscere ciò che essa ricerca, ossia il mistero e l’infinito. L’infinito chiama, il finito risponde; l’infinito ingoia ed invoca, il finito precipita nella coscienza del limite e nell’abisso dell’amore. Questo è il cammino ed il sentiero che attende qualunque risposta che viene tentata dai brusii molteplici del cammino dell’arte. E’ un grido l’arte, che invoca la voragine della vertigine; il suo destino è quello di guardare l’infinito di schiena, di braccarlo e di non guardarlo mai in faccia.
L’arte è contemplazione dell’infinito nell’accovacciamento e nel rannicchiamento fra le cose dl mondo, e in tutto ciò l’artista deve porsi in una posizione di ascolto, deve diventare uditore della parola dell’inesprimibile….”
Questo e molto altro disse C. B. e le sue parole affondarono nel mio cuore, penetrarono il mio essere e si radicarono in me diventando mie. Ho vissuto tutta la vita cercando la vera arte e quelle parole non le ho più dimenticate. Da allora il mio grido tentante ed il mio nulla implorano ogni giorno di essere immagini speculari di quell’infinito. Un incanto, una meraviglia, puro stupore. Si, si, era vero, si, si, era proprio così… tutto quello che usciva dalla sua bocca erano per me sensazioni che avevo già provato, affermazioni che sentivo mie, ma che non ero mai riuscita ad esprimere. Registrai tutto il discorso, lo trascrissi, lo rilessi, lo feci mio. Era tutto vero. L’arte si intreccia al destino, l’arte grido, l’arte ricerca, l’arte domanda, “la più feroce domanda, la più grande condizione di mendicanza”. L’arte cerca la luce nella sproporzione della materia, cerca lo spirito nella dismisura della carne, ricerca la profezia nella forsennata geografia delle forme e ricerca la verità  nella scacchiera labirintica della tenebra e la luce nell’acerba infìda della notte. Questa è la condizione dell’arte, andare nelle tenebre a cercare la luce. Lessi tutti i suoi libri, uno dopo l’altro, li divorai, li rilessi ancora e ancora, fino ad averli in testa. Per anni ho seguito le sue conferenze, per anni ho comprato decine di riviste per le quali scriveva. Un cambiamento ci fu in me quel giorno, una nuova linfa scorreva dissetandomi dalla sete di nuovo sapere….. . Un mondo nuovo si era dischiuso innanzi a me, un mondo a cui sentivo di appartenere ogni giorno di più. Ma, come spesso accade, nelle pieghe della vita si insinuano mali profondi che noi, piccoli esseri “finiti” lasciamo inconsapevolmente scivolare nel cuore  provocando  ferite laceranti o riaprendo vecchie cicatrici che neppure il tempo potrà rimarginare.
Ognuno di noi commette errori, alcuni insignificanti, altri invece, ci segnano per sempre. La gloria, la fama, il successo, portano, a volte, le anime deboli, a sottomettersi e a lasciarsi corrompere dal denaro e dalla smania di potere. Per molti anni “Regina Coeli” fu la sua nuova casa. Da allora, di lui persi ogni traccia; la terra sembrò averlo inghiottito d’improvviso; di lui più nulla, solo alcuni articoli infamanti della cronaca come se la sua parte migliore non fosse mai esistita, schiacciata, stritolata, annientata dagli stessi errori che aveva commesso. Ancor oggi, mentre lo cerco, mi domando dove sia, come stia, se sia ancora vivo, cosa faccia e se avessi l’onore di poterlo incontrare di nuovo non vorrei sapere i motivi che lo hanno portato ai suoi sbagli, ma  gli esprimerei tutta la mia gratitudine per avermi aiutato a crescere in una visione dell’arte così completa.
Affidiamo l’arte alla terra, all’acqua, all’aria, al fuoco, al mondo e non marcirà, ma diventerà il bordo traboccante della vita. Ora so che l’arte non è corporea né incorporea,  né muove da… né muove verso… “Essa è al punto fermo, e lì è la sua danza, ma non c’è arresto né movimento. Non la chiamate fissità questa sua impotenza, non la chiamate fissità quella dove sono riuniti il passato e il futuro, né moto da…, né moto verso… né ascesa né declino; tranne che per il punto fermo, non ci sarebbe danza”. Ecco perché non si può collocarla nel tempo.

(a Carmine)


 

UN UOMO

Un uomo.
Caduto sulla terra. Sembra parlare la voce dell’Inesprimibile. La sua evoluzione personale passa attraverso una profonda coscienza di sé, della propria natura, per giungere ad un miglioramento interiore. Un uomo il cui percorso  ha coinvolto anche il mio; un uomo che ha vissuto ed assimilato varie culture per appropriarsi, in ognuna, degli insegnamenti che lo hanno accresciuto come persona. Un uomo, che il tempo ha maturato, e che ha reso più forte e saggio. Da sempre lo porto nel cuore e  sebbene siano passati trent’anni, ascoltarlo mi suscita ancora forti emozioni, poiché tutto, in lui  è carismatico ed affascinante. Un uomo. E un grande artista, che vive l’arte in ogni sua forma attraverso l’epifania di sperimentazioni creative che vanno al di fuori degli schemi tradizionali, comunicando sentimenti e passioni che scavano nelle intimità dell’essere. Le sue sono impressioni di vita, forme di comunicazione spirituale, stati onirici profondi dove si respirano sapori e culture di mondi lontani. Un uomo che trasmette insegnamenti sapienti e messaggi di vita positivi, che instaura forme comunicative che  vanno al di là della parola; un “logos” cioè, costituito da sentimenti mistici profondi che portano ad un accrescimento culturale e spirituale anche di chi gli sta accanto. Un uomo grazie al quale si è manifestata la parte migliore di me, quella che avevo tenuta nascosta a tutti. Un uomo. Un artista. Un Maestro. Che provoca il risveglio. Ma pur sempre un uomo. Che mi ha insegnato come aprire la porta per entrare negli spazi dell’anima.

(al mio Maestro)

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