Daniela Nocella

Recensione all’opera di Daniela Nocella “La Danza di Cento Petali Verdi”
Della poetessa Carmen Moscariello

Come liberare l’anima dalle catene della vita? È questo l’interrogativo più importante che la giovane poetessa Daniela Nocella si pone. Da qui il salmodiare alle stelle e al sole perché finalmente si schiuda il martirio della poesia ed essa finalmente possa aprirsi ad albe non spiritate. Devota, come ramo piegato da molte nevi, ( nonostante il suo giovine esistere ) risplende nella superficie della notte e parla alla cometa della vita. Con appassionato fervore cura la liturgia della parola poetica, dando vita a un verso complesso, che segue pur nel deragliare una logica superiore, tutta da identificare. Questa poesia è come una spiga vestita da molte vesti, una più luminosa delle altre, fino ad arrivare a un cuore palpitante, dilaniato da cocci appuntiti, sfigurato a volte da una visione catastrofica dell’Essere. L’umanità è corale: il male esiste e per nessuno c’è scampo, il poeta è il soldato della vita che strenuamente e con coraggio difende i valori dell’amore, del dolore, dell’arte, della libertà, rimane inascoltato e solo, non pareggia la sua storia con formiche divoranti il cui unico scopo è portare la sportula nella tana.

Ma, l’ago della bussola è ben mirata essa conosce gli orizzonti infiniti e quindi le lacerazioni di una prigione dolorosa estranea al suo sentire, mortificante per la perfezione del suo verso. Le sfingi sorelle non possono dare ascolto al brontolio del tuono, scalpitano come si conviene alla giovinezza e a volte lasciano tuguri indescrivibili di sofferenza. È sorprendente che una poetessa così giovane possa lasciarsi vivere da tempeste così estenuanti, violente. Lavora la parola, come se lavorasse la pietra, la scarnifica, scopre venature sconosciute, percorre la perfezione dei canti gregoriani e si rivolge a Gesù, come se parlasse a suo fratello o alla madre. Tutto in funzione della bellezza, quando nel mondo Daniela non ne trova un briciolo, la lava dell’indifferenza e della volgarità è urlata fino a spezzarle la voce. Le energie giovani ci vogliono dire “basta” cambiamo rotta o quello che ci aspetta sono momenti peggiori di quelli vissuti nelle miniere di Marcinelle. È  da questo fondo orribile che lei manda i suoi messaggi, quasi urla “pentitevi”. È interessante che questa poetessa che fa della parola un verbum, un vessillo sacro, a difesa del sepolcro di Cristo, denunci così la nudità del nostro tempo. L’on a tout perdu e al poeta non resta che gridare al cielo il suo dolore, la sua sconfitta. La poesia di Daniela Nocella è una poesia ferita, che ulula nel buio, quasi inseguita dai cani famelici del mondo, dove non c’è focolare, non c’è grembo materno per darle riparo. È una poesia che arde in vecchie case vittoriane, nascosta all’occhio infame che la deturperebbe della bellezza e della consacrata solitudine. Anche i suoi innamoramenti non sono chiosati dal romanticismo, se pur le braccia si aprono per accoglierli, per difenderli, per convincere. Nella coscienza della radice, la poetessa, non riempie madie, non mette la sua vita al sicuro, ma la espone all’uragano, senza paura, non indugia tra le spole del miele, ma si ostina a comunicarci il sogno della betulla, i soliloqui del mare, l’arcata lenta di una piuma e lì delirante sublima la sua sofferenza. In fondo alla gola ancora un sospiro che la rialza e la rimette nell’errante universo e la copre sotto il cobalto dei cieli. Daniela Nocella non cerca lode per i suoi versi, non ricorre a blandizie, nello staglio impervio della sua giovane vita, avanza chiara e prepotente per mostrare al mondo che si può vivere una vita diversa, coniugata e tessuta col nerbo della bellezza, con l’orgoglio dei sentimenti, nonostante il corrugato trascorrere dei giorni e la stanca indifferenza che uccide più di ogni coltello. Oltre il fondale si possono cogliere ancora i fiori della sua passione: scoprire una pietra antica, un fardello d’esistenza, portarlo alla luce come solo la delicatezza e l’amore di un poeta può fare. L’estranea alba cammina sul monte d’argento, indifferente agli uomini, e canta solitaria la nenia per Lei dell’ultima luna.

Recensione all’opera di Daniela Nocella “La Maschera dell’Allegria”
della prof.ssa Loredana Rossillo

È cosa meravigliosa e degna di elogio che un giovane si dedichi alla poesia, un’arte difficile, “ inutile ma non dannosa”, come affermava Montale nel discorso tenuto all’Accademia di Svezia che gli conferiva il Premio Nobel per la letteratura. Lo è ancora di più nei tempi attuali, dominati dall’immagine, dal vuoto chiacchierio, falso e superficiale, dalla mercificazione di ogni espressione dello spirito, della mancanza dei valori , dei tronisti e delle veline. Eppure anche oggi, nel “ sonno della ragione”, quando sembrerebbe che l’uomo sia scomparso per far spazio ai mostri, c’è chi coltiva la sua anima, chi sa ascoltare la voce del cuore, che sa dar voce alle mille piccole cose importantissime della nostra vita, chi sa cogliere l’anima del mondo. La giovane poetessa, Daniela Nocella, ha questa capacità, unita a quella di saper dare espressione poetica a quei sentimenti che si agitano confusamente anche nell’animo di altri uomini, rimanendo però inespressi. La poesia di Daniela è spontanea e sincera ma anche formalmente controllata; è profonda, senza perdere la piacevolezza del dettato; è fresca e giovanile, ma anche precocemente dolorosa. È l’espressione piena del senso di smarrimento e di inquietudine, che ormai da qualche tempo caratterizza il nostro vivere sociale, privi come siamo di ogni punto di riferimento tradizionale, che sia la religione o l’ideale politico, completamente “gettati” sulla Terra, condannati alla condizione dell’”esserci” per dirla con Heidegger. Il titolo stesso dell’opera, “ La Maschera dell’Allegria”, è significativo della falsità e dell’insensatezza del nostro esistere.

Molti i rimandi letterari ravvisabili in alcune poetiche, come “ A colloquio con l’Arte” che rievoca temi romantico- decadenti “ Sei l’unico essere a saper plasmare la mia inconcepibile illusione”. Altre poesie esprimono il desiderio di una profonda palingenesi di un’illusione impossibile, come “ Il mercante d’illusioni”, oppure l’amore come culla a protezione dal mondo e da sé stessi: “ non sei altro che l’antidoto alla malattia , la riserva d’amore per la malinconia”. Non c’è spazio per l’allegria, se non per pochi istanti, infatti “ la nascita di un’onda nel mare sereno” , “ la venuta di un angelo sceso dai sogni”, causa una “perplessa” allegria, che raggiunge attimi di confusione. L’unico approdo, in un mondo che non ha, che delude perché crea “perplessa allegria” e “ illusione di un sogno”, è l’Arte, compassione per sé stessa e per gli altri, speranza che si vuol raccontare. La poesia è magia, solo lei è capace di trasformare “ le lacrime in armonica fantasia”. Alcune poesie hanno la tristezza ironica dei crepuscolari: “ Il poeta prepara le parole come il cuoco le sue portate” ( metafore ); altre richiamano la grande poesia di Emily Dickinson, che sa esprimere in brevi sintagmi l’intensità della vita; altre per la ricca aggettivazione e la ricerca di inconsuete analogie rimandano alla poesia barocca spagnola, “ non osa più brillare un cero nel cimitero della mente”. Palpita in tutto la ricerca di un senso, e lo sforzo dell’anima di voler continuare a sognare è ben espresso nell’immagine di Icaro che batte le ali “ al cospetto del sole” mentre “ La Vita, maga e strega”, si dimentica dei suoi sogni.

Articolo pubblicato sul quotidiano Latina oggi scritto dalla giornalista Adele Farina in occasione della pubblicazione della raccolta di poesie di Daniela Nocella “ La Danza Di Cento Petali Verdi”.

“ La Danza Di Cento Petali Verdi”, così è intitolata la raccolta di poesie con cui Daniela Nocella, 24enne minturnese, ha vinto il premio selezione poesia 2005. La giovane autrice contemporanea, laureanda in “ Scienze Archeologiche e Storiche del mondo classico ed orientale” presso l’università “ La Sapienza” di Roma, ha ottenuto diversi riconoscimenti finora per la poesia come il premio “ Tuliola” nelle edizioni 1997, 1998 e 2001. Grazie alla sua prima raccolta di poesie, quaranta in tutto, è stata selezionata tra le mille partecipanti provenienti da tutta Italia. In questi giorni la giovane pontina incontrerà gli studenti dell’Istituto magistrale M.T.Cicerone di Formia per una conferenza sull’importanza della poesia. I suoi sono versi sciolti dove prevale la musicalità delle parole ottenuta grazie all’uso frequente di allitterazioni. Le parole, dunque, vibrano, suonano all’interno del verso. I temi prevalenti dell’autrice spaziano dall’amore per gli animali a quello familiare, dal disagio dell’artista al tradimento dell’uomo verso il prossimo, dall’importanza dell’arte alla centralità della religione. E riferendosi alla realtà in cui vive da sempre Daniela, pur essendo nata a Gaeta, afferma che: “ A Minturno, purtroppo, la poesia si può considerare un miraggio tra i giovani che hanno perso ormai di vista i valori della vita. La forma espressiva più alta dell’Arte, che è la poesia, infatti, insegna ad aprire gli occhi sulla vita. I giovani devono ritrovare la gioia di vivere, e non di sopravvivere”.
Anno 2007

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