Un cammino poetico alla ricerca dell’infinito

La poesia è il linguaggio del cuore, dell’anima. Attraverso le sue svariate forme riesce a manifestare tutte le vibrazioni che fanno parte del suo essere, del suo divenire. La poesia è quindi l’idioma particolare che sollecita lo spirito, rendendolo mezzo fecondo e duttile per rivelare l’identità del poeta. Ognuno possiede la sua maniera di poetare, il suo privato, intimo modo di manifestare emozioni d’ogni tipo, sensazioni dalle infinite gamme. Comprendere la poesia vuol dire comprendere anche colui o colei che l’ha scritta, perché attraverso i versi i poeti si rivelano fin nelle più intime fibre. Essi stessi diventano, così facendo, libri aperti, universali.
Caterina Burattini ha fatto altrettanto. Nata e cresciuta nel suo piccolo paese abruzzese, vissuta insegnando nelle scuole elementari, e quindi a continuo contatto con una realtà placidamente serena, rurale, la prima e con un’altra che l’ha posta in grado di fruire del dono dell’immediatezza, ingenuità, pulizia mentale dei piccoli a lei affidati nel loro primo approccio scolastico, la Burattini, attraverso i suoi versi rivela la sua stessa schiettezza, il suo lineare e fortemente sentito spirito di donna semplice, ma forte e determinata, direi quasi indomita nel sostenere le sue idee.
Ella crede nella vita, nell’amore, nell’amicizia, in Dio nostro Creatore e in tutti coloro che a Lui sono collegati: crede in se stessa, nelle sue piccole ma ben decise possibilità, nel suo essere solo una pedina nello scacchiere divino.
Crede anche nel suo paese d’Abruzzo, nelle sue antiche tradizioni, nella sua lingua dialettale che usa con padronanza in alcune rime che ripetono, senza tediare, i valori che la sollecitano.
Il suo fascino consiste proprio in questo saper riportare il lettore alle buone cose d’un tempo, ora forse perse nel vortice delle città, ma che ancora sopravvivono nei piccoli centri.
Leggendo le sue poesie, tutto torna alla memoria: si riprovano le emozioni dell’attaccamento a Dio, alla Madonna, al proprio paese, alle tradizioni che si tramandano da padre in figlio. Alle meravigliose espressioni della natura. Il mare, il vento, i fiori, gli uccelli, tutte le cose belle che hanno sempre fatto parte del nostro scenario infantile o giovanile, ricevono la sua linfa poetica e tornano a rivivere, intaccando la nostra dura scorza.
Si ritorna bambini, come i suoi piccoli alunni a cui, credo, sappia insegnare ad amare, visto quanto ella stessa li ama e si scopre il mondo in una nuova luce, tenera e carezzevole, come quella dell’alba sul mare.
Saper ricordare è un dono benedetto: non tutti ne sono capaci. La Burattini immerge le mani nel cesto dei ricordi e ne trae fuori stralci che addolciscono il suo presente, tolgono le paure, danno fermezza. Riscopre il valore del silenzio che la costringe a fermarsi e a rivedere la sua storia di donna, non più come singolo individuo, ma come parte dell’umanità.
Si diletta, come faceva da bambina, a leggere i fantasiosi disegni delle nuvole e a scopre in essi forme delicate di fiori, di animali, e fulgido e splendente il volto di Dio.
Il vento urla e porta al cielo le pene del mondo: la notte mette in ansia grandi e piccini, ma alla luce del sole volano via i fantasmi e ritorna il sereno.
Il mare, elemento fondamentale del suo scenario, le appare fulgido dalle finestre di casa, quel mare di cui ella gode d’estate, che ammira teneramente all’alba.
Forse la sua non è stata una vita ricca di colpi di teatro “piccoli sassolini bianchi”, come recitava il grande Catullo, segnano indelebilmente la sua quotidianità: il viaggio a Lourdes, la visione della cattedrale del suo paese in cui è seppellito San Tommaso, una famiglia felice di gatti bianchi e neri, come la vita stessa, un giorno gioioso, un giorno nero…
Arduo è il cammino, penosa la sua salita, ma sempre alla ricerca dell’Infinito. Esso è già in lei: deve solo scoprirlo e impossessarsene con consapevolezza, grata d’essere stata scelta a cantare l’immensità gloriosa.
Clementina Magliulo Podo