Marocco

Marocco vide a un tratto due immensi cerchi di luce abbagliante venirgli incontro. Non riusciva a valutarne la distanza, ma ritenne di essere in pericolo quasi al centro della strada, come si trovava. Per qualche attimo rimase fermo, incerto se tornare indietro o continuare ad attraversare. Capì presto, però, che doveva affrettarsi e decise di andare avanti. Riprese a camminare cercando di imprimere alle sue gambe storpie la maggiore velocità possibile, ma non riusciva a essere veloce: quelle povere gambe, divaricate oltremodo dalle ginocchia in giù e che non erano volute crescere assieme al resto del corpo rimanendo esili e deboli, riuscivano a malapena a reggerlo e gli permettevano movimenti lenti, dondolanti, incerti.
Tutto era sempre stato più difficile per lui a causa di quelle gambe. Gli rendevano la misera vita ancora più amara.
Nel villaggio dov’era nato e aveva vissuto, prima di cercare in Italia un rimedio alla fame, erano tutti poveri, ma lui aveva sempre ritenuto che la sua povertà, per via di quelle maledette gambe, fosse stata gravata di maggiori stenti, e di tanta solitudine.
“Forse per queste mie gambe mi abbandonarono, i miei genitori - a volte pensava - magari capivano che non sarei mai riuscito a bastare a me stesso e sarei stato soltanto una bocca da sfamare”.
Già da bambino gli attiravano lo scherno di tutti, quelle gambe, e la beffarda cattiveria degli altri bambini che si industriavano a inventare giochi che potessero metterlo in difficoltà, come il salire sugli alberi o il correre nei campi e nella foresta che circondavano il villaggio, laggiù in Eritrea, non in Marocco, come qui si erano intestarditi a credere. E da ciò il soprannome che gli avevano dato.
I primi tempi aveva tentato di far capire che non veniva dal Marocco e che aveva un suo nome.
<<Io, Tamir - diceva - e mio paese Eritrea, no Marocco>>. Ma niente, neanche lo ascoltavano e continuavano a chiamarlo Marocco.
E a poco a poco non aveva più replicato, aveva pensato che, in fondo, forse era meglio così, che gli sarebbe potuta andare peggio se avessero tirato fuori qualche soprannome, ‘nciuria’, come sentiva dire qui, in quest’angolo sud – orientale della Sicilia, che avesse richiamato il suo difetto, la sua barcollante andatura, come accadeva al villaggio. E lui stesso rispondeva ‘Marocco’, ormai, a chi gli chiedeva come si chiamasse.

Quei grossi occhi abbaglianti si erano avvicinati parecchio. Doveva riuscire ad affrettarsi. Fu ancora incerto da che parte andare, aveva fatto solo qualche passo, era ancora al centro della strada, la salvezza era alla stessa distanza sia che andasse avanti, sia che tornasse indietro. Decise ancora di andare avanti. Tentò con tutte le sue forze di correre più velocemente possibile, ma vacillò e cadde. Si sentì perduto.
<<Mi vedrà - sperò - e si fermerà>>.

Da bambino, quando cadeva, gli scherni dei compagni si facevano ancora più pesanti e cattivi, e nessuno a difenderlo o ad aiutarlo a rialzarsi. E allora sentiva ancor di più la mancanza dei genitori che non aveva mai conosciuti. Invidiava agli altri bambini le carezze e i baci materni; gli abbracci paterni. Cose delle quali non conosceva le calde e rasserenanti sensazioni, che intuiva, però, dagli occhi dei compagni, quando le ricevevano o ne parlavano.
Anche quando aveva deciso di ‘tentare la fortuna in Italia’, come dicevano tanti al villaggio, aveva dovuto sbrigarsela da solo, come in ogni cosa. Aveva fatto di tutto per racimolare la somma che gli era sembrata enorme dapprima, e che poi, quando era riuscito ad averla, lo aveva inorgoglito. Gli era costata tanta fatica: aveva elemosinato, aveva lavorato fino a stremarsi nel campo del vecchio Mangascià, l’unica persona che si fosse interessata alla sua sorte e la sola, assieme alla moglie, che non lo avesse mai schernito né gli avesse rinfacciato la sua scarsa resa nel lavoro.
<<Voglio andare in Italia>>, gli aveva confidato una sera dopo il lavoro, mentre, seduti davanti alla capanna del vecchio, attendevano che Shamira, la vecchia moglie di Mangascià, preparasse qualcosa per la cena.
Era una bella serata d’inizio d’estate, i campi attorno erano inondati dalla luce bianca della luna. Tamir avvertì, forse per la prima volta, la bellezza della sua terra. Capì che ne avrebbe avuto nostalgia; per qualche attimo nutrì il proposito di rinunciare al suo progetto. Poi riebbe coscienza del suo stato.
<<No, no! Voglio tentare di vivere un po’ meglio o, almeno, di mangiare ogni giorno>>, disse al vecchio che tentava di dissuaderlo, ma era a se stesso che parlava. <<Non voglio più vivere così. Tanti ci vanno ormai, da tutta l’Eritrea. Dicono che in Italia trovano lavoro, che stanno bene>>.
<<Non credere a tutto quello che si dice, - gli aveva risposto il vecchio - le cose spesso sono meno rosee di come sembrano a prima vista. Tu sai che questa pietraia non dà pane sufficiente nemmeno per me e per la mia vecchia, ma finché vivrò io, un pezzo di pane ci sarà anche per te>>.
<<Sì, lo so! Ma dopo? No, voglio andarmene, sono stanco di questa vita di miseria e di fame; sono stanco dei maltrattamenti; sono stanco di tutto. Se si potesse morire solo a volerlo…>>
Aveva poi guardato fisso negli occhi il vecchio e gli aveva chiesto di botto.
<<Sei tu mio padre? Siete voi i miei genitori?>> Sapeva che non lo erano, ma l’aveva sempre sperato.
<<No, Tamir, no. Ma non mi sarebbe dispiaciuto se fossi stato mio figlio. Ne ho avuti otto, tu lo sai, li conosci. Quando ho raccolto te, erano già andati via di casa, un altro non avrebbe cambiato niente, non è che se fossi stato mio figlio avrei potuto darti di più: un pezzo di pane quando eri piccolo, poi hai cominciato a guadagnartelo tu. Come è stato per i miei figli .Perché dovremmo nasconderti di essere i tuoi genitori?>>
<<Sì, lo so. Soltanto ho sempre desiderato che lo foste>>.
<<Noi non avremmo avuto cuore di abbandonarti. Non li conosco neanche i tuoi genitori, non ho mai saputo chi fossero, forse nessuno lo sa qui al villaggio. Ti trovammo un giorno, avrai avuto poco più di un anno, vicino alla nostra capanna e ti abbiamo tirato su io e Shamira, anche perché eravamo rimasti soli>>. Poi gli si era avvicinato e come a un bambino, gli aveva carezzato la testa, cosa che mai nessuno, tranne quei due vecchi, aveva fatto. <<Comunque - gli aveva detto - fai come vuoi. Se vuoi andare in Italia, per quello che potrò, ti aiuterò>>.
E lo aveva aiutato veramente. Quando era partito gli aveva dato un po’ di soldi e qualcosa da mangiare. Poi, mentre gli porgeva un vecchio impermeabile e una coperta. <<Sul mare ci sarà freddo - gli aveva detto - copriti bene. Anche in Italia, troverai più freddo>>. Si erano abbracciati, il vecchio aveva gli occhi rossi, Tamir silenziosamente piangeva.

Quando salì sul barcone, ebbe un po’ di paura: vedeva per la prima volta il mare. uella calma, Quella calma, immensa distesa, gli sembrava un grande deserto di piombo. Il barcone cominciò a staccarsi da terra mentre scendeva la sera. Il cielo era denso di nuvole. A Tamir sembrò tutto nero. “Come la mia vita”, pensò. Quando fu notte, non si vedeva più niente, si sentivano soltanto il rombo sordo del motore e lo sciabordio dell’acqua contro l’imbarcazione, che ora andava veloce. Nessuno dormiva a bordo. Forti spruzzi d’acqua arrivavano addosso a quei poveri sventurati che, zuppi e intirizziti, cercavano di ripararsi gli uni dietro gli altri. Tamir nascose anche la testa dentro l’impermeabile e non sentì più le sferzate degli spruzzi sul volto. Si senti quasi felice e lentamente scivolò in un sonno insperato.
Per giorni e notti non videro altro che cielo e mare. Tacevano tutti quasi sempre. Poi, dopo una notte più triste delle altre, quando cominciò a farsi di nuovo chiaro sotto la luce del sole che sorgeva e a fatica filtrava tra le nuvole, apparve la costa siciliana. Se la indicarono l’un l’altro, ma senza alcuna gioia. Tamir, svegliato dal parlottio dei compagni, non capiva perché questi non fossero felici. “Ma non capiscono che la nostra vita cambierà? Lavoreremo, staremo bene, ci faremo una famiglia… Beh, non io magari… Chi vuoi che… Ma, forse, potendo vivere meglio… Chissà? Anch’io potrei essere meno solo”.
A pochi metri da terra l’uomo del barcone spense il motore.
<<Ora dovete scendere, la barca non può andare più vicina alla costa, dovete arrangiarvi>>. Tamir, visibilmente impaurito, guardò intorno i compagni, poi l’uomo. Come avrebbe potuto fare in mare con quelle gambe che a malapena lo reggevano sulla terra.
<<E io? come faccio?>> gridò.
Uno dei compagni, un ragazzo robusto dalla faccia anche più triste degli altri, gli disse: <<Ti aiuto io>>. Poi scese in acqua, chiese agli altri di caricargli Tamir sulle spalle e lo portò a terra.
Quando tutti furono sulla spiaggia, stanchi, insonnoliti, inzuppati fin quasi alla vita, si sedettero sulla sabbia, esponendosi all’incerto sole nella speranza di asciugarsi un po’.
<<Meno male che c’è questo poco di sole>>, disse uno di loro.
<<Se fosse un po’ più caldo…>> rispose un altro.
Un ragazzo, tirato fuori da una sacca una specie di focaccia, si mise a mangiare, a poco a poco tutti lo imitarono. E intanto facevano conoscenza tra loro. Dopo tanto silenzio, sentivano, ora, il bisogno di parlare, di conoscersi: si comunicavano l’un l’altro i nomi, si raccontavano qualcosa delle loro misere vite, si confidavano le loro speranze. Tamir parlava poco, ma sentendo gli altri, si convinceva che la sua vita era stata la più misera. Ora, però, si accorgeva di essere quello che confidava di più nel futuro.

Quegli occhi mostruosi erano sempre più grandi, sempre più vicini, sempre più abbacinanti. “Questo disgraziato mi ammazza - pensò - non mi vede, non si ferma. Devo alzarmi”. Aiutandosi con tutte le sue forze, riuscì ad alzarsi, fece due o tre passi, ricadde ancora. “ Non ce la faccio… Ma quanto corre questo pazzo…”

Aveva cominciato, come gli altri, con una cassetta da frutta appesa al collo e in quella qualche accendino, pochi pacchi di fazzolettini di carta, alcune collanine di plastica. Ma gli altri non avevano il suo problema: si muovevano agevolmente e giravano ininterrottamente per le strade, in città; sulla spiaggia al mare, d’estate. E vendevano più di lui e qualcosa per tirare avanti riuscivano a quadrarla. Lui stava per la maggior parte della giornata fermo a un angolo di strada, appoggiato a un muro o seduto su qualche scalino per non pesare troppo sulle gambe, e vendeva pochissimo. Certi giorni niente.
A volte dei ragazzi lo chiamavano, fingendo di voler comprare qualcosa, per il semplice gusto di vederlo trascinarsi fino a loro e ridere del suo modo di camminare.
<<Perché chiami se non vuoi comprare niente? - diceva allora - perché fai stancare, io non può camminare>>.
Ma poi, chiunque lo chiamasse, anche se capiva che non avrebbe comprato niente, andava lo stesso. La speranza era sempre più forte della ragione.

Tentò di rialzarsi appoggiandosi a terra con tutt’e due le mani e sentì sotto una mano un accendino. “La mia merce”, si disse, e pensò di raccattare qualcosa, ma i fari ormai gli erano quasi addosso. “ Non c’è tempo, - si mise a strisciare per terra con tutte le sue forze - troppo lento, devo alzarmi, devo alzarmi e cercare di correre, veloce; per una volta devo correre, devo essere veloce. Chissà chi erano i miei genitori? Saranno ancora vivi? Che strani pensieri mi vengono e proprio ora…”
Il pericolo era sempre più incombente, non vedeva più niente, si sentiva risucchiato dentro quella grande luce abbagliante, riuscì ad alzarsi finalmente. “Avrei voluto conoscerli, anche se mi hanno abbandonato. Non li avrei rimproverati di niente, forse li avrei pure voluti bene. Magari non mi hanno abbandonato… sono morti… quando ero ancora bambino…”
Un urto violentissimo, un dolore terribile. Si sentì proiettare con forza verso l’alto e poi ricadere di peso sull’asfalto. Dolori tremendi gli straziavano tutto il corpo, sentiva il sangue scorrere dal volto, dalla testa, da ogni parte. Capì che stava perdendo coscienza. Sentì delle voci e una su tutte, una voce d’uomo, infastidita, quasi adirata.
<<Ma è Marocco!>>
<<Come sta? è vivo?>> chiedeva un voce femminile.
<<Oh, sì… Speriamo di sì. Se muore mi mette nei casini. Già faremo tardi alla cena di Carla>>.
“Si preoccupa solo di suoi casini e di sua cena, questo stronzo!” pensò Marocco. E fu quasi contento di morire.


 

Termini pasqualino detto lino

   niente qui nieeennnte qui questo cos’è giochi a premi non c’è altro dalla mattina alla sera giochi a premi polizieschi e film scemi non ci fanno vedere altro via giochi a premi oh ecco telegiornale vediamo questo almeno sappiamo cosa succede nel mondo che poi anche il telegiornale dirà le stesse cose che ha detto alle otto che ha detto alle tredici che dirà questa notte e forse ancora domani e che hanno detto su rai 1 e diranno su rai 2 e così via sempre le stesse cose quelle che convengono a loro e se non ti piace puoi sentire le cose che convengono a quelli dell’altra parte berlusconi e compagni buoni questi te li raccomando intanto pensiamo a mangiare caspita che succede guarda guarda che razza d’incidente poveracci corrono però come pazzi forza correte sempre più veloci così ammesso che non vi ammazziate sfasciate le macchine e ve le comprate nuove e i fabbricanti di automobili godono lieti signor fiat signor renault signor mercedes che più ne sfasciano più ne vendete anche i telegiornali sembra che si divertano a farci vedere morti feriti disgrazie omicidi ma quante ne accadono però vediamo allora cosa mangia stasera termini pasqualino cosa desidera il signore le va una bella scatoletta di tonno no per carità che schifo di nuovo tonno no l’ho già mangiato ieri sera e ancora l’altra sera basta la sera prima formaggio e prosciutto questa sera cambiamo niente tonno niente prosciutto questa sera invece una bella simmenthal la buona carne in scatola buona che schifo anche la simmenthal buona lo diceva quello della pubblicità che facevano qualche anno fa quel fesso che lontano da casa in mezzo alla giungla in mezzo ai guai cosa pensava di che cosa era dispiaciuto di essere in pericolo no di essere lontano da casa no di essere lontano dalla moglie no macché invidiava la moglie perché a quell’ora stava mangiando la buona carne simmenthal oh minchione ti sarebbe dovuto dispiacere di essere lontano da tua moglie se poi tua moglie fosse stata come la bellucci per la miseria sono stato a braccetto con la bellucci ma lo capisci tu termini pasqualino detto lino sei stato a braccetto con monica bellucci porca miseria che donna la più bella del mondo del mondo la più bella donna del mondo ha parlato don giovanni lui conosce tutte le donne del mondo è bellissima però non scherziamo e poi è è fine una gran signora e una donna così arriva a noto e a chi va a chiedere un’informazione vedi il caso vero che io sono sempre in giro non ho niente da fare tutta la giornata solo come devo passare il tempo in giro al corso al caffè dove capita non c’è neanche un cinema in questa città dice noto capitale del barocco capitale del cavolo non c’è niente in questa città non c’è un posto dove poter trascorrere un po’ di tempo anzi ora il teatro ogni tanto ma di sera tardi a me chi mi ci porta mi secca a quell’ora però trovarmi giusto in quel momento lì un po’ di culo l’ho avuto mi scusi per favore per arrivare al caffè sicilia sono monica bellucci l’attrice devo andare al caffè sicilia a me questo a termini pasqualino detto lino subito pronto però ma vi accompagno io io l’ho riconosciuta subito e come non si potrebbe riconoscere monica bellucci anche se è ancora più bella di quanto sembra al cinema e alla televisione come l’ho avuto il coraggio di dirle così io che non appena vedevo una donna tremavo la vecchiaia forse dà coraggio con annetta infatti ormai vecchio mi ci ero fidanzato va bene fidanzamento portato salga allora salga ci guidi lei se è così gentile che sorriso e io a guardarla a bocca aperta per quant’era bella prima di riuscire a dirle no signora le ho detto signora e come dovevo dirle sa con l’auto non si può andare fino al caffè sicilia dovete lasciare qui l’automobile il centro storico è chiuso alla circolazione c’è l’isola pedonale ma da qui sono due passi vai tu all’autista autista a quello che guidava vai mi accompagna il signor e io se mi permette termini pasqualino per gli amici lino per gli amici come dicono certe volte nei film ho fatto ecco mi accompagna il signor lino poi torno con gabriele come è scesa dalla macchina una regina ma che dico regina una dea andiamo e mi prende a braccetto a braccetto azzo tremavo neanche camminare sapevo quasi quasi me la facevo addosso per la gioia e la gente tutti a guardare con gli occhi sbarrati così gli uomini poi l’inviiiidia li ho fatti morire d’invidia che donna come la guardavano la spogliavano con gli occhi se si potesse umh umh con gli occhi cosa fa lei io il pensionato sono pensionato non la finiva di chiedere è proprio di noto lei è sposato ha figli potrei essere sposato potrei avere figli purtroppo ho sbagliato sarebbe stato diverso ora potrei anche essere nonno tanti amici miei della mia età sono nonni e dicono che è bello ma la vita è come va non mi sono sposato perché è andata così ormai è da tanti anni che sono solo è brutto essere soli certe volte no magari piace fai quello che vuoi vuoi mangiare mangi non vuoi mangiare non mangi vuoi andare a letto ci vai ti vuoi alzare ti alzi ma il più dei giorni è brutto finché sei fuori magari incontri qualcuno chiacchieri un po’ il tempo ti passa ma poi arrivi dentro e ti ritrovi solo ti guardi attorno senti nelle case vicine la radio la televisione senti parlare i vicini e ti sembra che tutti sono felici tu neanche lo sai se sei o non sei felice certe volte sentendo parlare d’estate quando i balconi le finestre sono aperti e si distinguono perfettamente persino le parole che i vicini dicono verrebbe di rispondere di mischiarsi nei loro discorsi pur di parlare di sentire che hai qualcuno a cui puoi rispondere e che ti può rispondere per sentirti vivo solo come un cane si dice per dire quant’è brutto essere soli ma poi perché si dice così i cani quando mai sono soli i cani randagi forse ma anche loro quando vogliono si cercano e stanno in compagnia si vedono girare per le strade a branchi e fanno anche un po’ paura se sono soli è quando loro ci vogliono stare soli gli uomini quando è così che vogliono stare un po’ soli certamente può anche essere bello ma sempre soli lasciatelo dire da me secca qualunque cosa anche a prepararsi qualcosa da mangiare e anche a mangiare pensi pensi pensi tanto non hai con chi scambiare questi pensieri ma pensi che poi non è bello pensare tanto perché non è che ti vengano in testa pensieri belli i pensieri belli li può avere chi si diverte chi è felice ma uno come me che pensieri può avere insignificanti o brutti e i ricordi per carità per carità non parliamo di ricordi la tristezza che prende ricordando il passato perché se è qualcosa di triste che ricordi certo non ti mette in allegria se è qualcosa di bello qualche momento felice che ricordi uh quanti ne ho avuti io di momenti felici li potrei contare sulle dita di una mano ti rattrista il confronto col presente che se non è proprio un disastro è per carità scialbo insipido guardando vecchie fotografie certe volte e chi ne guarda più un groppo al petto ti veniva da piangere come un bambino ma bambino almeno piangere potevi vecchio che fai piangi però a essere soli qualche vantaggio c’è puoi parlare da solo come ora quando e quanto vuoi non disturbi nessuno e tu in quanto a parlare da solo sei un maestro purché non cominci a farlo per strada ti darebbero del pazzo volendo da solo puoi pure cantare tutta la giornata però disturberesti primo di tutti te stesso stonato come una campana come sei per questo forse non mi piace cantare e non so neanche canzoni né mi piace ascoltarne qualche pezzo di musica classica sì mi piace ma quando fanno i concerti in estate non mi appassiono più come una volta forse perché ero più giovane più si diventa vecchi credo più viene a noia tutto mi piaceva quando li facevano nel cortiletto del convitto ragusa i concerti era bello quel cortile ora l’anno rovinato secondo me l’hanno restaurato tutto il convitto ma il cortile era più bello com’era prima o era perché qualche speranza ancora l’avevo di cosa non lo so che succedesse qualcosa che mi potessi sposare forse annetta veramente potevo sposarla sì era un poco fastidiosa ma poi chissà che per lei non ero fastidioso io era era pesante ecco la parola giusta è proprio pesante non mi faceva respirare e perché sei venuto più tardi e dove sei stato chi era quello col quale passeggiavi perché hai parlato con quell’altro perché sei passato da quella strada e perché questo e perché quello non la finiva mai ma avrei potuto avere più pazienza e invece di restare solo sposarla lo stesso non era una ragazzina una più giovane mi sarebbe piaciuta lei aveva i suoi quarantacinque ma non ne avevo già più di cinquanta io che andavo cercando una più giovane si metteva con me un po’ grassa ma non troppo però aveva un culo quella volta che si è spogliata che l’ho convinta a farsi vedere una donna nuda non l’avevo mai vista una donna vera in qualche giornale in qualche film facevano certe volte qualche film raramente allora quand’ero giovane io dove si vedevano donne nude com’era intitolato quel film  non lo ricordo era un nome di donna il titolo un nome straniero la si vedeva che partoriva tutto si vedeva prima la radevano là un’infermiera ma perché la radevano si fa veramente così o era per far vedere là si vedeva poi il bambino che usciva tutto preciso tutto sporco sangue faceva anche un po’ impressione ma non era certo come vedere una donna vera annetta fu la prima la prima la prima e l’ultima l’unica che ho visto nuda e quella sola volta solo di dietro però e tu nell’altra stanza con la porta chiusa a chiave se vuoi così mi guardi dal buco della serratura sennò tu ma io cosa e così per forza dovette essere non ci fu verso certo una toccata se mi avesse fatto entrare e forse chissà io con l’occhio attaccato al buco della serratura lei di là a spogliarsi piano piano come le avevo detto io il cuore bum bum bum una grancassa poi tutto d’un tratto zaffete e si è girata aveva detto di no prima poi si è girata e si è fatta vedere anche di davanti certo non era monica bellucci ma per me che non avevo mai visto se ci penso ancora un po’mi eccito deve essere molto bella eccitante monica bellucci sarà da fare impazzire e tu non hai mai fatto l’amore in una vita mai fatto l’amore non sai com’è sì so come si fa ma cosa si prova cosa si sente l’ho sentito solo dire gli amici a volte parlavano e io fingevo che anche io ma mai fatto l’amore a più di sessant’anni non hai mai fatto l’amore eppure il desiderio mi viene mi viene mi veniva ormai vedendo al mare le donne le cosce le cosce mi eccitavano da impazzire forse perché delle donne avevo visto soltanto le cosce nude mi sono sempre sembrate le cose più belle delle donne a parte annetta per un attimo come lo scatto di un obiettivo maledetta lei eppure l’ebbi il coraggio di dirle che la volevo vedere nuda se rimanevamo ancora fidanzati forse qualche altra volta stupido dovevo sposarla era così un poco fastidiosa però mi voleva bene altrimenti non si sarebbe fatta vedere intanto lei poi si è sposata e ha pure figli e io sono rimasto solo come il fesso che sono avrei potuto andare da quelle come tanti mio padre mia madre apriti cielo mi terrorizzavano mi torturavano per qualsiasi cosa non ci sarei andato lo stesso però mi vergognavo che quelle potessero capire che non ero mai stato con una donna che non l’avevo mai vista una donna com’era fatta avevo paura di non riuscire non è che lo so in realtà se come potrei saperlo non ho mai provato quella sola volta quand’ero militare i compagni mi convinsero ad andare con loro in una casa ma poi io non feci niente la scusa che non mi piaceva nessuna quelli forse capirono qualche cosa dopo per un po’ mi presero in giro facevano allusioni c’era anche che mi faceva un po’ schifo mi fa un po’ schifo quelle vanno con tutti mi fanno anche pena poverette non è una cosa giusta con tutti senza alcun piacere perché costrette che piacere ci può essere per un uomo se anche la donna non prova piacere se sa che è costretta dal bisogno o peggio da qualche delinquente si dovrebbero aiutare queste disgraziate a liberarsi dar loro un lavoro non lasciarle così nelle mani di criminali dovevo pensarci bene annetta mi voleva bene o forse si voleva solo sistemare si potrebbe volere bene uno come me allora però non ero ancora così vecchio vecchio proprio diciamo vicino alla vecchiaia un po’ imbranato però sì questo lo sono sempre stato in verità sennò perché mi prendevano sempre in giro i compagni a scuola gli amici i commilitoni quando facevo il militare i colleghi in ufficio sempre la stessa storia e io a fingere che non capivo perché altrimenti sarebbe stato peggio probabilmente devo trovare quel film la riffa è intitolato mi  hanno detto voglio vederla nuda nuda deve essere bellissima quanti anni potrà avere trenta trentacinque non di più mi chiamo monica dammi del tu siamo amici no certo certo che siamo amici ma lei non si secca se la chiamo monica ma no se siamo amici ci dobbiamo dare del tu capisci lino dai del tu a monica bellucci se sapesse però che voglio vedere la riffa solo perché mi hanno detto che si vede nuda forse si seccherebbe ma chi glielo deve dire vederla nel film certo ma veramente bello sarebbe vederla davvero nuda in carne e ossa come si dice beato chi ce l’ha quella fortuna domani se trovo d’affittarlo in videocassetta affittarlo ma se lo vendono lo compro e me lo vedo diecimila volte se c’incontriamo però zitto se c’incontriamo ma se c’incontriamo si ricorderà ancora di me figurati pensa ancora a te termini pasqualino queste persone artisti ricchi persone che hanno tutto vip come li chiamano ora che si sentono padroni del mondo i poveracci come me non li calcolano neanche si accorgono che esistono questi stronzi ma la bellucci non sembra un tipo così sembra diversa sembra gentile con tutti poi chi lo sa com’è veramente però è una bellezza una bellezza un po’ fredda cioè non so come dire insomma non è provocante come dicevamo ai miei tempi insomma non fa pensare subito al sesso e solo al sesso non fa fare subito cattivi pensieri come ci dicevano quand’eravamo bambini certo anche questo ma soprattutto fa venire il desiderio di amarla sì tanto ma di un amore di un amore che non è che subito non è come certe donne che uno subito pensa per esempio annetta ecco annetta tutta intera non vale non vale non valeva una mano un dito un pezzettino di monica bellucci intendiamoci per un bacio di monica i meglio che si sentono si farebbero ammazzare per un bacio di annetta non avrebbero certo fatto la gara tuttavia annetta faceva fare cattivi pensieri ma quale amarla mi faceva venire il desiderio solo di forse per questo sì può darsi che non le volevo bene volevo solo era proprio il sangue che aveva bisogno se la incontro e posso avvicinarla se non si ricorda possibile è successo stamattina e già non dovrebbe riconoscermi e se mai mi faccio riconoscere io non credo però è stata così gentile sì e io ho il coraggio di avvicinarla parlarle e chi sei diventato sogna sogna quand’eri giovane dovevi fare l’eroe quando avevi paura persino di guardarla una donna chissà se lei pensa quel vecchietto huu vecchietto addirittura quell’uomo lo penserà quell’uomo certamente mi starà desiderando avrà una gran voglia di me caspita se avrei voglia di lei ma penseranno le donne queste cose forse sì annetta qualche volta me lo diceva che se qualcuno la guardava le faceva piacere non mi diceva se pensava che quello però qualcosa la doveva pensare perché mentre mi diceva che le piaceva essere guardata arrossiva sorrideva magari non sempre forse vorrebbero né con tutti però pensare di essere desiderate secondo me farà loro piacere beato suo marito ma è sposata ma certo che sarà sposata una donna così un capolavoro della natura non è sposata avrà avuto la fila davanti casa miliardari principi re fustacci così se non è sposata me la sposo io sì sì io tatantata tatantata marcia nuziale tu termini pasqualino detto lino vuoi prendere come legittima sposa la qui presente bellucci monica  sììììì la televisione il sì di termini pasqualino si è sentito fino a siracusa e tu bellucci monica o monica bellucci com’è giusto boh comunque non ha importanza monica bellucci ha detto lei e tu monica bellucci vuoi prendere come legittimo sposo il qui presente termini pasqualino sì allora vi dichiaro marito e moglie la televisione c’è tutta la città  presente alla cerimonia gli amici degli sposi e tutti i cittadini applaudiscono applaudiscono o applaudono mi stona appla u do no boh applaudono hai visto che succede ad avere studiato poco in italiano specialmente una cannonata non capivi niente proprio niente no ma poco sì un poco nella matematica me la cavavo volevo fare il ragioniere niente in prima bocciato per due volte fine della carriera scolastica te lo immagini io e la bellucci marito e moglie nelle favole e neanche tutti d’invidia morirebbero che pensieri stupidi mi passano per la testa anche a non essere il vecchio che sono anche a non essere il poveraccio che sono con la gran pensione che ho te la immagini una donna bella giovane ricca che soddisfazioni ne ha quante ne vuole con un baccalà come me che poi non è che sono scemo un ingenuone mi diceva il professore intor intr come caspita si chiamava non me lo ricordo più un cognome strano ma così cominciava in in niente poi magari mi torna in testa ma ora chiuso questa schifezza finalmente l’ho ingoiata ora un mezzo bicchiere veramente non dovrei berne vino mi fa sempre acidità ma mezzo bicchierotto sopra certe cose ci sta marito e moglie poi la farei cenare con la simmenthal caviale pȃté flambé quelli che hanno soldi queste cose mangiano e tante altre cose delle quali io non conosco neanche il nome che ca volo è per esempio questo flambé boh quante ne inventano la prossima volta che vado al ristorante io sempre al ristorante lo devo chiedere cos’è e ci faccio la figura dell’ignorante era una brava persona il professore come diavolo si chiamava aveva sempre buone parole per tutti e a tutti ci dava sempre qualche punto in più di quello che meritavamo quando mi confidavo con lui e mi lamentavo dei compagni dei loro scherzi del continuo sfottimento non te la prendere mi diceva non te la prendere non sono cattivi e ti vogliono anche bene io lo so ti prendono un po’ in giro perché tu sei un ingenuone ma non ti vogliono male e tu non cambiare sei un ragazzo buono hai un buon carattere a me veramente tanto buoni non mi sembravano i compagni sempre a sfottermi alcuni li odiavo ora non più col tempo passa tutto qualcuno è pure morto miei coetanei ce ne sono morti poveracci stanno peggio di me certo che poi mi allontanavo da tutti e me ne stavo sempre solo e altro sfottimento perché mi appartavo stavo solo se mi angustiavo perché ero sempre solo niente fa meglio solo si dice che male accompagnato sì meglio solo gli altri si divertivano e io meglio solo o mamma mamma con le ragazze poi niente mai avuta una ragazza mai un bacio fino a quando quasi vecchio con annetta per quel poco tempo se ci fossero stati ancora papà e mamma neanche quello non avevi mai dato un bacio pasqualino ma che cosa dovresti fare tu con monica che hai dato il primo bacio a cinquant’anni suonati ad annetta e fidanzamento portato ricordati fidanzamento portato quella stessa te la sei lasciata scappare la sola donna che hai baciato e toccato nella tua vita i primi tempi come sempre la tremarella appena l’avvicinavi poi anzi avresti potuto avere una compagna il piacere di avere una donna ormai che portata o non portata un poco ti eri sciolto quando avevo ormai la mano sulla maniglia della porta come disse quello scrittore non ricordo chi l’ho letto una volta su un giornale forse la sola che ti aveva fatto conoscere com’è fatta la donna  bona bona era annetta certo per la sua età altre ragazze nisba caro pasqualino non avevi il coraggio maledizione e che dovevi andare alla guerra quando qualcuna ti piaceva neanche dietro ci andavi allora si faceva così quando piaceva una ragazza ci si andava dietro quella lo capiva e se lui le piaceva cominciava a guardare anche lei a questo punto iniziava la seconda parte fermata per strada e dichiarazione d’amore ma gli altri ragazzi questo no io solo a pensarlo di andare dietro a una ragazza mi veniva il prurito in testa e diventavo rosso come un papavero figurati ad avvicinarla e farle la dichiarazione appena appena la guardavo facendo finta di niente e aspettavo chissà cosa mi credevo dovesse accadere poi quelle si fidanzavano si sposavano facevano figli e io  rimanevo come il fesso che sono con matilde però quasi quasi ce la stavo facendo a dirglielo a farle la dichiarazione ero cotto chissà se sentiva qualche cosa per me capire aveva capito perché ogni mattina quando andava a scuola l’aspettavo dove sarebbe dovuta passare davanti al municipio la salutavo ci conoscevamo da bambini abitavamo vicini lei mi rispondeva lo stesso all’uscita dalla scuola l’aspettavo di nuovo di nuovo ciao e lei ciao tutto lì mai una parola in più di ciao ora è più facile per i giovani dire a una ragazza ci facciamo fidanzati anzi ora dicono ci mettiamo insieme e certo stanno sempre insieme ragazzi e ragazze a quei tempi ragazzi con ragazzi ragazze con ragazze  uno senza avere mai parlato a una ragazza doveva fermarla si diceva per strada e quella che il ragazzo le piacesse o no quasi sempre intanto per fare la parte della ragazza seria gli si rivolgeva male a quel poveraccio qualcuna anche in modo assai sgarbato però se le piaceva dopo ricominciava a guardarlo o per mezzo di qualche amico compagno gli faceva sapere di insistere che farsa ora è tutto più semplice tamara ormai si chiamano tutte tamara sabrina stefania katiuscia ci mettiamo insieme e subito a pomiciare quella volta però ci fui vicino invece di continuare per il corso lei prese la discesa del collegio era un po’ solitaria quella strada allora ora ci sono sempre macchine che passano quel giorno e poi a quell’ora nessuno solo matilde mi è rimasto in testa quel giorno una bellissima giornata di maggio c’era già abbastanza caldo erano tutti con le maniche corte io no che se non era la fine di giugno mia madre non c’era un refolo di vento il cielo azzurro le rondini si sentiva l’odore dell’estate camminava piano sicuro che voleva essere fermata cominciai ad andarle dietro questa volta la fermo mai sono stato così felice in vita mia come in quel momento ero al settimo cielo come si dice mi sembrava come se tutto fosse già stato fatto immaginavo di essere già quello stesso pomeriggio alla villa con lei ad abbracciarla baciarla come si faceva tra fidanzati questo anche allora stavo per raggiungerla camminavo piano anch’io per allungare quei momenti di gioia intensa mai provata prima né dopo ma quando arrivai a pochi passi da lei di piombo i piedi mi diventarono di piombo incollati a terra non riuscire più a staccarli fino a quando lei scomparve girando per la via ducezio non ebbi più il coraggio non dico di salutarti ma neanche di farmi vedere cara matilde a volte di lontano di nascosto ora sei sposata hai figli quando torna maggio ancora oggi mi sento più felice e la penso e penso a quel giorno che avrebbe potuto cambiare la mia vita se la incontro beh confessa va’ ti tremano un po’ le gambe è ancora una bella donna anche se ha più o meno la mia stessa età circa due anni meno aveva davvero qualche simpatia per me come io mi credevo o neanche le passavo per la capa sarà stata felice con suo marito le auguro di sì a lei non ho niente da rimproverare mi voleva o non mi voleva non lo saprò mai tutto da me dipese l’avrei sposata davvero e le avrei voluto un gran bene avrei fatto di tutto per farla vivere felice l’avresti sposata che pretesa ti dovevi fare pregare ci dovevi mettere come si dice gente in mezzo perché avrebbe dovuto volere me poi bello certamente non ero e lei invece era bella ero povero e lei aveva i soldini suo padre era intelligente aveva tutti otto e nove a scuola io quando prendevo un sei suonavano tutte le campane lei poi si è laureata e io con la terza media il vino non è che mi piaccia tanto perché lo bevo non l’ho mai capito fa bene fa male chi dice che fa bene chi dice che fa male non sono mai d’accordo se uno dice una cosa c’è un altro che dice il contrario ora una mela e fine della cena così pure la politica a parole tutti che difendono i lavoratori tutti che difendono i pensionati tutti che difendono i disoccupati tutti che difendono i poveri ma ognuno dice che il modo giusto per difenderli è il suo oh non si trova un cane che difende i ricchi nessuno li difende però com’è e come non è i ricchi sono sempre più ricchi i poveri sempre più poveri i pensionati tirano sempre più la cinghia i lavoratori pure e i disoccupati continuano a guardare il vento da dove soffia  che scemo però stamattina a braccetto con monica bellucci e ora cena con una scatoletta di carne bestia al ristorante te ne dovevi andare al ristorante e mangiare come si deve ma ci vado certe volte che cosa cambia mangiare non è che mangio tanto né mangio tante cose solo e sono solo anche al ristorante ma così per festeggiare diciamo festeggiare cosa neanche se ci fossi andato a letto certo non è che mi capiterà un’altra volta che poi cosa mi è capitato sono stato a braccetto con la bellucci ci siamo dati del tu e mbeh un piacere che si è voluto passare forse ha capito che sono un poco ingenuone come diceva il professore e mi ha preso un po’ in giro anche lei comunque per uno come te per un imbranato e poveraccio come te sempre un piacere è stato piacere quel ragazzo sì se è vero quello che mi hanno detto quel ragazzo di avola la controfigura del protagonista che ha fatto la scena dentro il letto lui e monica bellucci dentro il letto nudi perché il protagonista è minorenne e non poteva fare quella scena se non sono fesserie che dicono non è detto però che erano veramente nudi e poi anche se fosse cosa ti posso offrire eh no qui offro io innanzi tutto qui tu sei ospite e poi io sono un uomo e non permetterei mai come un cavaliere antico antico perché ho più di sessant’anni in quanto a cavaliere non ho mai toccato un cavallo in vita mia che gran risata che si è fatta hai la battuta pronta fa un biscotto me lo voglio pappare di mandorla anche se ho un po’ di diabete i biscotti di mandorla sono la cosa più buona del mondo uh sempre esagerato ce ne sono cose buone che tu neanche ti sogni ma al ristorante potevo andarci è da un po’ che non ci vado piuttosto che questo schifo di scatoletta al ristorante sei pazzo così mi diceva la mamma e così mi direbbe ora se fosse ancora viva sentendomelo dire e se ti danno qualcosa che ti fa male da dove ti vengono queste idee perché io non ti faccio mangiare bene valle a spiegare che non era il mangiar bene il problema che non si va al ristorante per mangiare bene o almeno non solo per quello  niente non potevo fare niente in tutto vedeva pericoli e sciagure un viaggio solo ma mi vuoi fare crepare con gli amici te li raccomando gli amici fidanzare ma con chi ma chi è questa ma che ne sai chi ti metti in casa trovava sempre da ridire su tutto e tutto mi faceva fallire anche per questo non conclusi niente con annetta mi sembrava uguale a mia madre una seccatura continua di nuovo un altro controllore e ruppi ma non dovevo volerle veramente bene ero attratto fisicamente ma non c’era l’amore vero quell’amore per cui uno si sente quasi perdersi nell’altra azzo pasqualino sei un poeta non te la facevo per matilde l’avevo provato quel sentimento ancora oggi se la penso o la incontro ho un rimpianto o è la giovinezza che rimpiango sì forse sì ma anche matilde credo la giovinezza è un’età meravigliosa tutte le porte sono aperte puoi sognare tutto ciò che vuoi che sarai felice che diventerai ricco che avrai una famiglia che viaggerai che avrai fortuna non finisci mai di sognare finita la giovinezza finisce tutto speranze sogni felicità tutto svanisce sbagliai lo stesso a non sposarla sono finito col rimanere solo per sempre certo pensare di avere di nuovo accanto un’altra come mia madre che mi voleva un gran bene in verità era proprio per questo che era troppo apprensiva troppo troppo asfissiante specialmente ormai grande già impiegato i miei amici sposati con figli e io sempre trattato come un bambino davanti a chiunque non è che se c’era qualcuno a scuola se ci penso ogni giorno ad accompagnarmi e a venirmi a prendere non soltanto alle elementari anche alla scuola media e i due anni che feci di ragioneria non potendo venire a siracusa, mi accompagnava all’autobus e all’autobus mi veniva a prendere mi aggiustava il colletto il berretto sempre col berretto io nessuno della mia età aveva il berretto io sì da ottobre a giugno ti vuoi raffreddare ti vuoi fare venire un malanno e io minchione che mi potevo far venire un malanno nooo e mi infilava dentro il cappello perché me lo calcava fino agli occhi e ancora ora sempre col cappello l’abitudine ormai poi c’era bacetto a mamma a quindici anni ancora prima di salire sull’autobus bacetto a mamma la bocciatura per due volte di seguito almeno servì a questo niente più bacetti per strada e meno male che ti impuntasti non ci voglio andare più a scuola non ce la faccio qualche giorno di tragedia ma alla fine anzi la spuntai altrimenti fino all’università se ci fossi andato mi avrebbe accompagnato e bacetto a mamma e finì la carriera scolastica di lino la sola cosa forse che ho voluto veramente io sopportavo tutto subivo tutto però quei due anni a siracusa furono quasi felici libero per mezza giornata mi sentivo un altro a volte anche nel pomeriggio mi inventavo qualche cosa e dopo la scuola rimanevo a siracusa con quel compagno giorgio guardavamo le ragazze andavamo all’upim a guardare le commesse non più di questo era un altro imbranato come me ma parlavamo di ragazze di donne di quello che avremmo voluto fare se anche noi avessimo avuto la ragazza a parlarne ci sembrava come le facessimo quelle cose e ci sentivamo felici quando non andai più a scuola mi dispiacque di non vedere più giorgio di non andare più a siracusa ma solo questo mi dispiaceva come trascorrevamo quei pomeriggi per il resto la scuola era una perenne preoccupazione e una mortificazione continua senza dire delle prediche di papà e mamma mattina mezzogiorno e sera come le medicine anche d’estate era bello quand’ero piccolo e andavamo in campagna mi piaceva la campagna giravo cacciavo le lucertole gli uccelli sempre vicino però sempre controllato certe volte riuscivo ad andare un po’ al fiume parlavo con le rane cercavo di acchiapparle riuscivo a essere più libero per quasi tutta la giornata almeno quando papà era a noto e rimanevo solo con la mamma appena non mi vedeva magari da lontano però linoooo e se non rispondevo e non mi facevo subito vedere brrrr cosa non succedeva strilli pianti svenimenti papà a noto apriva il negozio solo la mattina fino alle due alle tre del pomeriggio e poi ritornava solo con la mamma certe volte era anche bello mi raccontava di lei della sua famiglia di quando era piccola mi sembrava che avesse avuto un’infanzia felice e ne ero contento per lei in quei momenti mi piaceva stare con lei specialmente quand’ero più grande avrei voluto essere più libero avrei voluto essere trattato diversamente mi infastidiva sentirmi considerato sempre un bambino o un imbecille anche la zia tornava ogni mattina a noto con papà perché poi non aveva niente da fare a noto la mamma si seccava avrebbe voluto che rimanesse in campagna andava a pulire e rassettare la casa diceva lei ma se non c’eravamo cosa doveva pulire e rassettare la mamma non la chiamava mai per nome mia sorella la chiamava mia sorella non mi sembrava contenta d’averla in casa se le chiedevo perché la zia rina stesse con noi per non lasciarla sola mi rispondeva possiamo lasciarla sola il tono era strano però quando si sposò con zio nenè ancora più anziano di lei sempre allegro beato lui che coppia la mamma ne sembrò felice finalmente ci siamo sistemati diceva perché mai sistemati era la zia che si era sistemata da allora la mamma mi sembrò cambiata era più serena meno nervosa anche meno soffocante con me papà invece cominciò a diventare strano nervoso e ancora più seccante lamentava sempre che in casa ci mancava l’aiuto della zia ma che aiuto poi ma non è che papà e la zia ma che vado pensando comunque ormai non ci sono più passando il tempo passa tutto anche il dolore si affievolisce e poi uno li ricorda quasi con gioia e così per tutto mi pare le cose spiacevoli si dimenticano più facilmente e si ricordano meglio le cose piacevoli forse per questo la vita è più  sopportabile io veramente di mamma e papà ricordo più spesso le cose spiacevoli ma c’erano anche i momenti belli quand’ero felice con loro avevano me solo figlio unico a loro modo mi volevano bene temendo sempre che mi accadesse chissà cosa mi stavano sempre addosso forse era solo questo e io  magari sono ingiusto e carico loro le colpe di tutto ciò che nella mia vita non è andato come avrei voluto quanto brigò papà per esempio per non farmi fare il militare e la mamma poveretta si stava ammalando niente da fare non ci fu verso di evitarlo quando sono partito sembrava un funerale io invece quasi quasi ci andavo contento chissà cosa mi aspettavo che dovesse cambiare era questo il mio carattere perché dare ad altri le colpe si vede che era scritto che la mia vita doveva essere questa e ancora chi lo sa cosa mi aspetta più diventerò vecchio peggio si combinerà la situazione la mamma era strana però con zia rina non mi sembrava che le volesse molto bene la zia mi dava l’impressione che andasse più d’accordo con papà che con la mamma forse c’era qualcosa ancora cosa mi faccio venire in testa però ogni giorno a noto e se a sera si faceva una passeggiata a volte fino al fiume sempre si allontanavano ma ormai che importa perché sempre penso a cose che mi rattristano ormai ci manca poco anche per me e ancora penso a cose brutte cose belle devo pensare a monica devo pensare e mi resta la pensata a quest’ora dove sarà cosa starà facendo starà cenando sarà in compagnia di amici di qualcuno magari sta facendo l’amore gabriele chi sarà gabriele non è facile immaginare la vita degli altri io credo che ognuno immagina la vita degli altri come la sua come la storia di quel filosofo che dice che gli uomini dentro una caverna vedendo soltanto le ombre di quelli che passavano fuori tra il fuoco e l’ingresso della grotta credevano che le ombre fossero gli uomini reali perché loro quelle sole vedevano così è l’idea che ci facciamo della vita poiché conosciamo la nostra immaginiamo che sia uguale alla nostra la vita degli altri e allora diciamo che vita da cani vitaccia infame vita stronza ma in realtà forse è soltanto la nostra vita che è da cani infame stronza infatti pensa se ci può mai essere un’altra vita come la tua caro lino a pensarci bene neanche la propria vita si può immaginare sappiamo com’è fino al momento in cui siamo arrivati possiamo immaginare che domani sarà come oggi ma è sicuro che sarà così per esempio avrei mai potuto immaginare ieri che stamattina avrei incontrato la bellucci avrei parlato con lei saremmo diventati amici amici poi domani vediamo so come sarà la mia vita domani magari sì ma fra qualche mese fra qualche anno come sarà eh come sarà solo sarà che sarò sempre solo questo ormai non cambia però chi lo dice non può succedere che incontro una donna che mi piace della mia età non dico una giovane e che io piaccia a lei che ci possiamo volere bene un’altra sola come me e ci sposiamo e ci facciamo compagnia possibile ma difficile la mia vita se ne andrà via così ormai finché ce la farò altrimenti andrò a finire in qualche casa di riposo casa di riposo ospizi per i vecchi si chiamavano una volta e ospizi per i vecchi continuano a essere solo che ora si paga c’è in più soltanto la fregatura certo bruttina è la prospettiva ma lasciamo stare per ora non ci pensiamo non andiamo a guardare così lontano lontano non tanto in ogni caso accadrà ciò che dovrà accadere per ora andiamo a letto e se sei fortunato magari sogni monica bellucci come quand’eri ragazzo che sognavi le ragazze che ti piacevano e ci facevi l’amore in sogno e solo in sogno hai fatto l’amore caro lino forse non lo saprai mai com’è quello vero ma sì pasqualino fregatene e buonanotte ognuno ha il suo pianeta dicevano i vecchi e il tuo non è stato dei migliori     


 

Randagi

 - Lucia, aiutami, sto male, sto tanto male! mi fa male il petto, forte, fortissimo, aiutami! - chiamò Ciccio con voce flebile, appena percettibile.
  - Dormi, ubriacone, dormi! - rispose Lucia infastidita, ché proprio in quel momento stava per addormentarsi. Coperta da alcuni stracci, raggomitolata sopra alcuni cartoni di scatoloni raccolti davanti al supermercato, era riuscita a trovare un po’ di requie ai tormenti del freddo. Il vento sibilava forte nell’androne del palazzo in costruzione dove, grazie all’interruzione dei lavori, dall’inizio dell’inverno avevano preso a ricoverarsi per la notte. Avevano scelto i due angoli più riparati, distanti fra loro, a ridosso della scala. C’era in quella scelta, anche, una volontà non molto celata di tenersi lontani, in contrasto con il continuare a vivere assieme, certamente determinata da un grande rancore, specialmente da parte della donna nei confronti del marito, ritenuto, forse ingiustamente, responsabile della sua vita di miseria. E tuttavia, ultimamente qualche miglioramento nel loro rapporto era venuto proprio dal tenersi lontani e rivolgersi raramente la parola, almeno nel senso che non litigavano più continuamente e erano diminuiti pure gli insulti che prima erano soliti scambiarsi per tutta la giornata.
  L’uomo non aveva sentito la risposta della donna. “Non mi sente, - pensò, - sarà il rumore di questa pioggia battente o di questo vento che non smette un attimo di soffiare, coprono la mia voce e non mi sente”. Invocò ancora con quanta voce riuscì a tirare fuori.
  - Aiutami, ti prego Lucia, aiutami! - Nel tentativo di gridare più forte, si era sottoposto a uno sforzo che gli aveva tolto il respiro per alcuni attimi. Il dolore si era fatto sempre più insopportabile, aveva la sensazione che il petto gli si squarciasse a ogni respiro. Stava malissimo. La testa gli scoppiava. Tremava di freddo e il tremore aumentava ancora di più il dolore.  “Eppure sono tutto sudato, - pensò, - perché sono sudato se sento tanto freddo? Forse ho la febbre. Sì, sarà la febbre”.
  - Rispondimi! - gridò ancora. Dalla donna, silenzio. “Perché non mi risponde? Non mi sente? Se mi sentisse qualcuno dalla strada! Ma chi ci deve essere per strada con questa notte infernale. Qualche macchina  passa però, ma dalle macchine certo non possono sentirmi, ma poi, anche se qualcuno si fermasse… Chi muoverebbe un dito per me? Lucia sì, lei deve aiutarmi, lei certo che mi può sentire, non mi vuole rispondere: è cattiva! È  diventata cattiva, prima non era così. Mi voleva bene, prima”.
    Si ricordò di quando si erano sposati. “Era bella allora. Miseria infame! Se non fossimo nati poveri, sarebbe stata altra cosa la nostra vita. Forse saremmo andati a scuola, saremmo diventati dottori, professori… Chissà? Certamente avremmo lavorato, saremmo stati felici. Come tanti”.
 Pioveva ancora più forte. I lampi illuminavano a tratti l’androne dandogli un aspetto  spettrale, i tuoni fortissimi e ravvicinati sembrava squassassero i muri e l’intera costruzione. Ciccio aveva anche paura del maltempo. “Meno male che siamo dentro, -  pensò, -  dentro… Come se fossimo in una casa. Da quanto tempo non abbiamo più una casa? Boh? Neanche me ne ricordo ormai. Che disgraziati! Vita da cani, la nostra. Da cani? I cani a volte hanno una casa; i più hanno una casa. Hanno dove ripararsi, hanno da mangiare. Forse se avessimo avuto dei figli… E cosa avremmo dato da mangiare ai figli? Non ho mai avuto un lavoro se non per qualche giorno. Ma in quei giorni eravamo felici, però. Sì, eravamo felici prima, ci volevamo bene. Mi incazzavo quando qualcuno guardava Lucia. Era tanto bella… Ero geloso, ma poi passava subito tutto. ‘Che importa se mi guardano? - mi diceva - io non guardo nessuno, non vedo nessuno, io voglio bene a te’. Quella volta al mare, però…”
 
Al mare, quel giorno, avevano litigato per la prima volta. Un ragazzo la guardava. Lei era molto giovane e assai bella, indossava un due pezzi molto sgambato, un po’ ardito, a giudizio di Ciccio. Ma a lei era piaciuto tanto e aveva parecchio insistito per averlo e, alla fine, l’aveva convinto. E lui glielo aveva lasciato comprare, anche perché vederglielo addosso, quando l’aveva provato nel camerino del negozio, gliel’aveva fatta desiderare con più ardore del solito, tanto d’averle chiesto che non se lo togliesse, e erano corsi subito a casa, dove a lungo l’aveva stretta fra le braccia con un’eccitazione ingigantita, perché quel costume, con quel suo coprire così poco, rendeva ancor più sfrenato il desiderio di quel poco coperto. Infine avevano fatto l’amore con un trasporto e un piacere che forse mai più avrebbero ritrovato. Ma al mare, a vedere che tutti la guardavano, e con quali occhi, e quel ragazzo, poi, che la guardava sempre più insistentemente: lei seduta sulla sabbia e lui a guardare, sempre là, fra le gambe. D’un tratto Ciccio si era alzato, l’aveva presa per un braccio con rabbia, l’aveva quasi trascinata via. - Andiamo, via, andiamo a casa. –
 Ma cos’hai? sei impazzito?
- Tu lo sai cos’ho. Lo sai benissimo! Quel ragazzo… quel ragazzo ti guarda… gli occhi incollati in mezzo alle gambe e tu le hai allargate le gambe, apposta, per fargli vedere ancora di più.
- Ma cosa deve vedere? Cosa hai visto? Cosa ti sogni? Ma chi guarda? Ho allargato le gambe… Cosa ti inventi? Mi fai sentire una… Ma di’ la verità piuttosto, è il costume… non volevi farmelo comprare e non me lo vuoi far mettere più, questa è la verità, non inventarti storie.
 Lei sapeva, però, che c’era del vero, che si era accorta del ragazzo che la guardava e le era piaciuto sentirsi guardata, per vanità, e l’aveva veramente stuzzicato un po’: aveva risposto a quegli sguardi con certe occhiate che, quelle sì, se le avesse viste Ciccio... E le aveva davvero allargate un po’ le gambe. Ma senza altro intento che non fosse il solo piacere di sentirsi  ammirata. Quegli occhi fissi su di lei l’avevano fatta sentire bellissima e eccitante, e questo le aveva fatto piacere. Non come quando la guardava Ciccio, però. Allora, era lei che si eccitava a leggere negli occhi di lui il desiderio del suo corpo. In casa, a volte, gli si presentava, e quando lui se lo potesse meno attendere, completamente nuda o con quel costume, da quando l’aveva, e vedere i suoi occhi ardere come per febbre violenta e improvvisa, vederlo avvicinarsi per abbracciarla, sfuggirgli ridendo, lasciarsi inseguire le piaceva immensamente. E poi lasciarsi catturare e appagarsi e appagarlo in una indescrivibile reciproca felicità.  
  
  Ciccio cancellò subito i brutti ricordi a partire da quello di quel giorno al mare, tranne la visione di lei con quel costume che gli era tornata agli occhi dopo tanto tempo e gli aveva riportato, invece, alla memoria i giorni belli, i pochi giorni belli della sua vita. “Mi faceva impazzire. Io le volevo un bene incredibile. Ero così felice. Anche lei mi voleva bene. Ora no, ma allora sì! Poi, chissà?… Ma sì, che mi voleva bene, in certe cose non ci si può ingannare. Perché è finita così? perché è cambiata così la nostra vita? Per i soldi, ecco perché! Perché non abbiamo avuto mai i soldi per potere avere la certezza di un pezzo di pane sicuro ogni giorno, siamo stati sempre dei disgraziati. Come doveva finire? Così, com’è finita! Il vino, poi, ha completato la nostra rovina. Ho fatto diventare un’ubriacona anche lei. Com’è ridotta, poveretta! E le liti… Ora non litighiamo più, quasi più. Ma ormai… Ahi, che male, il petto, la testa, mi fa male tutto, non posso muovermi. Non litighiamo quasi più? ma neanche ci parliamo più. Ma io le voglio ancora bene  e lei che non me ne vuole ormai. Mi odia, ma forse ha ragione, che cosa le ho dato?”
   Il dolore aumentava sempre di più. Per qualche attimo perdette coscienza, poi si riprese un po’. “Ahi, non ce la faccio più, questa volta muoio, ho bisogno d’aiuto. Se non m’aiuta lei…”
  Nonostante non avessero da tempo altro rapporto oltre l’andare in giro assieme per elemosinare e il ripararsi a sera in quell’androne, non riusciva a pensare ad altri tranne che alla sua donna che potesse aiutarlo. Riteneva che da poveri naufraghi nella tempesta della vita, dovessero sentire la convenienza di aiutarsi tra loro, di aggrapparsi l'uno all'altra; che dovessero accomunarli, almeno, la loro vita disperata, il loro andare sempre più a fondo, proprio come accomuna i naufraghi il tenersi disperatamente aggrappati a uno stesso relitto.

   Come naufraghi sperduti, come cani randagi vivevano ormai da anni; sempre per strada a chiedere qualche centesimo ai passanti che in genere li scansavano con disprezzo e negavano loro anche una misera monetina, magari camuffando l’indifferenza o, peggio, un inconfessabile egoismo, con l’addurre nobili motivazioni, come il non volere assecondare il loro vizio. Allontanati da tutti, disprezzati, affamati, non riuscivano a trovare altro conforto all’amaro vivere che lo scivolare sempre più nelle spire dell’alcol. E quasi interamente nelle osterie andavano a finire quei pochi spiccioli che riuscivano a racimolare nella giornata.
   Certe notti, in estate, quando i giardini pubblici si svuotavano, in un angolo molto appartato, gruppi di giovinastri si divertivano, raccogliendole pochi euro, a fare spogliare Lucia. Al battere ritmico delle loro mani, lei già ubriaca, saltellando come se danzasse, si liberava dei suoi stracci fino a rimanere del tutto nuda. Ciccio stava a guardare come assente, con quei suoi occhi torpidi e inespressivi di alcolizzato. Ma dentro soffriva terribilmente. Di tutte le umiliazioni che gli infliggeva la vita, questa gli sembrava la più grande e la più insopportabile. Un tempo era stato geloso anche degli indumenti intimi di Lucia e, ora, il vederla nuda, lì, davanti a tutti quei ragazzi, che intanto la sbeffeggiavano con parole umilianti e offensive, gli faceva desiderare magari di morire, o che lei morisse, e lui non soffrisse più così tanto. Dopo, lei afferrava quelle poche monete, raccoglieva i suoi stracci e si rivestiva intanto che camminava, di fretta, per non perdere tempo e cercare di arrivare alla più vicina bettola prima della chiusura. Ciccio allora cominciava ad arrancarle dietro, pietendo un po’ di vino. 
    -Me lo paghi un bicchiere?
    -No! Io me li sono guadagnati i soldi e io me li spendo - e aggiungeva insulti - Spogliati tu, pezzo di ubriacone,  vile, vediamo chi dà soldi a te per vederti spogliare.
Ma lui, ripetendo sempre con tono pietoso la sua richiesta, continuava a trascinarlesi appresso. Sapeva che alla fine un mezzo bicchiere gliel’avrebbe strappato.
   
  Ora lo tormentavano fitte violentissime che partivano dal centro del petto e si diramavano a raggiera fino ai piedi, alle mani, alla testa. Gli sembrava che il dolore poi uscisse fuori dal suo corpo, dandogli un po’ di quiete, per ricomparire subito al petto e ricominciare a irradiarsi per tutto il corpo. In quelle brevi pause che il dolore gli concedeva, si sentiva quasi bene e lo prendeva più forte il desiderio di vivere, di cambiare vita, perfino, di ritornare a essere felice con Lucia.
    Tale è l’umana natura che, per quanto possa essere triste e vuota la vita, misera, infelice, se è minacciata ci si attacca disperatamente a essa e con essa alla speranza che qualcosa possa pur cambiare in meglio.
    E in quegli istanti Ciccio progettava cambiamenti radicali per la sua vita, e per quella della sua donna. “Smetterò di bere, farò smettere anche Lucia, cercherò un lavoro, farò qualsiasi cosa, troverò qualcosa da fare, dovrò trovarlo un lavoro. Siamo ancora giovani, Lucia non ha ancora quarant’anni: tornerà bella come un tempo. Ci sarà ancora una vita per noi. Poveri sì, ma non così, non come bestie come ora”.
    Arrivò una nuova fitta, più violenta di quelle avute fino ad allora. Gli mancò il respiro e per parecchi minuti non riuscì neanche a pensare. Poi, raccogliendo tutte le sue forze, tornò ancora a chiamare.
  - Lucia, muoio davvero, aiutami Lucia!
   In risposta gli arrivarono soltanto l’ululare assordante del vento, lo scrosciare violento della pioggia e l’echeggiare fragoroso dei tuoni. “Ma tanto, -  pensò, - per la vita che lascio…” Con un ultimo filo di voce chiamò ancora.
  - Lucia…- avrebbe voluto aggiungere, ‘io ti voglio ancora tanto bene!’ ma non ne ebbe la forza.