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Dalla presentazione di Sebastiano Burgaretta
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A me pare che con Don Agostino Salvìa e altri racconti siamo davanti a un piccolo opus di bella scrittura, a una sorta di minuscolo scrigno d’arte che contiene e rivela note alte di umanità e di apertura mentale e affettiva, che toccano vivamente il lettore. Temi e motivi dei racconti sono gli stessi che riguardano tutti gli uomini di ogni tempo e luogo, come dimostrano peraltro vari echi letterari di matrice diversa affioranti qua e là, da una parte, e riferimenti a problemi peculiari del nostro tempo, dall’altra. L’asse portante di tutti i racconti sembra essere il dramma dell’esistenza umana, che si gioca tutto sul filo bipolare intercorrente tra comunicabilità e incomunicabilità. Sono i primi due racconti, Don Agostino Salvìa e Tre storie saccenti a racchiudere probabilmente l’intera cifra del libro: l’uno per il tema dell’incomunicabilità, l’altro per quello opposto.

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Accanto al tema del rapporto bipolare comunicabilità - incomunicabilità incisiva valenza assume pure, quasi in tutti i racconti, la capacità affabulatoria dell’uomo, che viene fuori nel piacere di raccontare, nella giocosità nell’apertura umoristica, che sul versante della comunicabilità accompagnano autore e personaggi lungo la linea, spontanea ma consapevole, di una ricca e variegata memoria letteraria e personale.
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Casualità, equivoci, solitudine umana, condizionamenti sociali, differenze generazionali, isolamento ed emarginazione, consumati talvolta fino al suicidio, delle persone ritenute socialmente inattive, insieme con egocentrismo e fragilità psicologica, chiusure mentali etc… costituiscono il reticolo resistente attraverso il quale si ordisce, come in una tela, la trama del tessuto di vita di relazione tra gli uomini.
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E che forse la cifra preponderante, se non proprio vincente, nel tessuto del libro sia quella dell’apertura al prossimo, della cordialità umana, se non proprio della tenerezza, e della necessità di comunicare, è verificato anche, sotto il profilo formale, dallo stile asciutto, scorrevole, misurato, adatto quindi alla lettura, e persino elegante, che caratterizza l’intera silloge dei racconti. Uno stile che ricorda quello di alcune tra le più belle pagine di prosa d’arte del Novecento.
VII Edizione
“Premio Nazionale di Poesia e Narrativa” Città di Crispiano
Benito Marziano Don Agostino Salvìa e altri racconti Libreria editrice Urso – Avola
II classificato ex aequo nella sezione Libri di narrativa
Lo stile letterario di Benito Marziano è personalissimo poiché è caratterizzato da agile scorrevolezza, molta umanità, gusto dell'umorismo e dell'affabulazione, capacità di analisi degne di rilievo, uso di termini "coloriti" tratti dal lessico popolare, una cultura ben sedimentata che risente di reminiscenze letterarie, riferimenti a problemi molto attuali e del calore e della disponibilità al narrare che sono doti innate d'ogni siciliano DOC. Protagonista d'ognuno dei suoi cinque racconti è il dramma d'ogni uomo, che si ritrova sempre in bilico tra la comunicabilità, fatta anche d'un semplice sorriso e che è capace di creare ponti tra le anime e la incomunicabilità che, invece, a causa spesso di banali equivoci, e quindi di messaggi mal recepiti o dell'influsso negativo apportato da gratuite maldicenze, indifferenza e cattiverie che lasciano prevalere le note stonate del proprio egoismo e della propria fragilità distrugge sempre più ogni legame non solo d'amicizia ma pure d'affetto sincero, come quello tra nonno e nipote, che è intessuto di schietta complicità ed intesa. Su tutto poi predomina la potenza del destino. A volte è anche presente la rabbiosa reazione del protagonista che non vuole ripiegarsi su se stesso e prescegliere il suicidio (come fecero il vecchio don Agostino Salvìa e l'avvocato Losi, protagonisti di due racconti e come purtroppo continuano a fare tanti giovani d'oggi) ma sa riappropriarsi della forza della propria volontà e riprendere, giusto in tempo, le redini di una vita, sia pure banale, disarmante e crudele ma che gli appartiene e che, simile ad un'opera d'arte, è degna d'essere progettata, cambiata in meglio e realizzata così come comanda il cuore e grazie all'ausilio di tre armi potenti: una incrollabile speranza, il rifiuto a restare inattivi e l'impegno a saper meglio "comunicare" sempre e comunque messaggi "positivi" (fatti di verità, solidarietà, perdono, sorrisi, ascolto, buoni consigli, pietà, tenerezza, calore umano e capacità di collaborazione ed amicizia "disinteressate"). I messaggi negativi racchiudono in sé un innegabile effetto boomerang rivoltandosi contro chi li invia ed isolandolo.
Teresa Gentile
Sezione Poesia in vernacolo
Nustaggia
Ruommunu i niputieḍḍi miei nta li littina,
caminu aciḍḍu ppi nun li rrisbbigghiari.
Anṭṛea teni ntâ vucca na manuzza,
çiuccia Alissanṭṛa, nveci, ccâ vuccuzza.
Vasu a nica, all’auṭṛu na carizza:
si inci lu me cori ’i cuntintizza
e mi scuoddu râ vita ogni amarizza.
Bbiatu l’uomu quannu è picciriḍḍu!
Quannu cci voli nenti a ccuntintallu,
ogni cosa cci passa nta n-minutu:
passa u ruluri se a maṭṛi l’accarizza,
ccȏ vasu ri papà passa a custana,
abbrazzata rȇ nonni è u toccasana.
Menṭṛi accussì u pinzieru va bbulannu,
“Nonnu!” sientu, mi çiama na vuciḍḍa,
appriessu çiama puru a picciriḍḍa.
“Viegnu, nicuzzi, eccu, staiu viniennu.”
Nta ḍḍu mumentu viru i palluncina
ca cci accattai assira ppi la festa
e mi pigghia mpruvvisu nu risiu:
“Putissi arrisbbigghiarimi puru iu
cu n-palluncinu mpiccicatu ô tettu
e lu filu ca scinni â ppieri ’i liettu!”
Nostalgia. Dormono i nipotini miei nei lettini, / cammino piano per non svegliarli. / Andrea tiene in bocca una manina, /ciuccia Alessandra, invece, con la boccuccia. / Bacio la piccola, all’altro una carezza: / si riempie il mio cuore di contentezza / e dimentico della vita ogni amarezza.// Beato l’uomo quando è bambino!/ Quando ci vuol niente ad accontentarlo, / ogni cosa gli passa in un minuto: / passa il dolore se la madre lo accarezza, / col bacio di papà guarisce la ferita, / l’abbraccio dei nonni è il toccasana. // Mentre così il pensiero va volando, / “Nonno!” sento, mi chiama una vocina, / appresso chiama pure la piccina. / “Vengo, piccini, ecco, sto venendo”. / In quel momento vedo i palloncini // che comprai loro ieri sera per la festa / e mi prende improvviso un desiderio: / “Potessi svegliarmi anche io / con un palloncino attaccato al tetto / e il filo che scende ai piedi del letto!”
III classificato nella sezione Poesia in vernacolo
Ispira i versi del poeta il tenero affetto nei confronti dei nipotini che, mentre lo spinge a nutrirli di attenzioni, rammenta i tempi spensierati in cui egli stesso era bambino. Bastavano a consolarlo una carezza della mamma e un bacio di papà; ora il pensiero si rabbuia, sfiora il disincanto, sosta improvviso sui momenti duri di una vita sofferta… Subitaneo interviene a distoglierlo il richiamo dei bambini al loro risveglio che richiedono cure immediate e nuove energie.
I nostalgici ricordi si placano nei pensieri nuovamente sereni: alla sera della vita, il cuore fa pace col proprio sofferto passato, arride alle piccole gioie che il presente ancora riserva e ritrova non l’innocenza spensierata del fanciullo, ma l’innocenza consapevole del percorso compiuto. Il poeta riassapora il gusto della fanciullezza, ridiventa bambino fra bambini, volta le spalle agli ardori giovanili ed è appagato dal solo disinteressato e sincero dono di e del tempo che gli resta.
Stefania Colucci
Sezione Poesia in lingua
Stupida eco
Sciocchi anche noi allora
ancora posseduti dal terrore
della guerra e della morte
negli occhi ancora il sangue
e le macerie e i morti
rimbombanti le orecchie di boati
di terribili urli di paura
di pianti di orfani atterriti
e di dolenti madri disperate
facemmo stupida eco
a ipocriti proponimenti
già tanto ripetuti nei millenni
a ogni conclusione d’una guerra
“l’ultima sarà questa!”
IV classificato ex aequo nella sezione Poesia in lingua
La congiunzione <<anche>>, posta all’inizio del primo verso, ci catapulta ex abrupto nel monologo interiore dell’autore, che diventa dunque riflessione aperta e sconsolata: con la terra sventrata dalle bombe e disseminata di macerie, con i morti ancora da seppellire e i sentimenti sconvolti (da evidenziare la potenza dei versi 2-9, che in pochi tratti rendono immagini o suoni rapidamente concreti), tutti gli uomini sono pronti a giurare per sempre che tale guerra sarà l’ultima. Apparentemente, il tema della poesia è l’assurdità della guerra, ma a ben vedere è l’assurdità dell’uomo, che si presta con faciloneria alla stupidità e all’ipocrisia, alla ripetizione meccanica (come un’eco, appunto <<stupida>>) di parole e azioni, senza reale consapevolezza.
La struttura metrica (unica strofa di versi liberi), l’assenza di punteggiatura ( un solo punto esclamativo nella frase finale tra virgolette) e il tema (la guerra) avvicinano il componimento all’Ermetismo e a Ungaretti, senza però mancare di originalità e di spessore. Il verbo <<facemmo>>, infine, richiama il lettore all’urgenza della riflessione: la promessa dell’uomo è stata fatta in passato, ma nel presente è stata già smentita da nuovi conflitti, segno che la condizione dell’uomo è immutata e forse inesorabilmente immutabile.
Giorgio Sonnante
Dalla presentazione di Giovanni Stella
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Altri anni è un’opera che non esito tout-court a definire “prevertiana”, poiché ha in comune con i versi del grande poeta francese del Novecento oltre al tema dell’amore descritto col gusto del paradosso, della realtà mista alla finzione, della gioia e del dolore che, alternando si fondono, quindi si confondono, anche l’essenzialità della parola.
Marziano infatti fa un uso preciso della parola, riducendola – com’è buona regola dell’arte – all’essenziale, spogliandola del superfluo, presentandola in veste cristallina e con suono suadente e melodico, sì da essere diffuso con immediatezza alla mente e al cuore, veri destinatari del messaggio.
Giorgio Bàrberi Squarotti ha scritto (corrispondenza privata con l’autore):
Le poesie , poesie di amore e di memoria, sono in genere molto belle e vivide, fra gioco, racconto, ironia, malinconia. Sono degnissime di diffusione e di pubblicazione.
Dalla presentazione di Salvatore Salemi
Sono trentotto le liriche di cui si compone questo nuovo libro di Benito Marziano: la seconda raccolta di versi dopo Altri anni, opera pubblicata circa un anno fa, ma la prima ad essere composta in dialetto.
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L’uso del vernacolo potrebbe far pensare ad un’opera frutto di un’ispirazione facile e superficiale, e invece la materia poetica di Sisifu si presenta al lettore più variegata e complessa, e aggiungerei ben più matura di quella di Altri anni, nonostante lo strumento linguistico meno elevato, nonostante la contemporaneità della composizione delle due opere.

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Il recupero memoriale del passato, come già notavo, è tema piuttosto diffuso in questo libro. Sono certi luoghi e determinate circostanze a “catapultare” il poeta nel suo passato, inattingibile e perciò oggetto di rimpianto: così può essere la vista della piazzetta con la casa in cui abitò un tempo a suscitare i ricordi della spensierata fanciullezza, dei compagni di gioco, dell’amore materno; e ancora gli odori, il vocio, l’animazione nella propria casa in una sera di San Martino possono ingannare l’animo, che per un attimo si sente immerso in un’analoga atmosfera familiare di tanti anni fa.
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In effetti, la validità di questa raccolta di versi, di questo Sisifu, risiede non solo nell’originalità dei temi trattati, ma anche nello strumento linguistico che tali temi veicola, il vernacolo netino, che, utilizzato dall’autore con rigorosa precisione, si rivela lingua di per sé completa anche sotto il profilo della comunicazione poetica, in quanto capace di estrinsecare qualsiasi moto dell’animo. Ed è anche per tale ragione che, in questo tempo in cui assistiamo alla crisi dei dialetti, quest’opera di Marziano assume un particolare valore culturale.
“Juliette cara”
Dalla presentazione di Salvatore Salemi
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… la perdita di una donna, è la ragione per cui il protagonista del romanzo, Ennio, si decide a scriverle una lettera, quella lettera in cui il romanzo sostanzialmente consiste.
Ennio è un uomo ormai attempato; Aldina, che egli soleva chiamare Juliette per la somiglianza con la cantante-attrice Juliette Gréco, è la donna che ha amato durante la giovinezza e che ha poi perduto per sempre a causa di una di lui leggerezza di un momento, un tradimento che ha irrimediabilmente offeso la giovane, facendola allontanare per sempre. Così ella è divenuta oggetto di una lunga quanto vana ricerca.

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La lettera allora diviene, come avremo modo di scoprire più avanti, occasione e mezzo per recuperare il passato, per trovare conforto nel ricordo dei bei momenti trascorsi insieme, senza escludere peraltro la rievocazione di altre vicende della vita anteriore.
È una lettera, dunque, costruita interamente sul recupero memoriale del passato, una lettera che si sostanzia di ricordi: quelli che si riferiscono, in un primo momento, soprattutto alla storia d’amore con Juliette, ai quali si mescolano, poi, prendendo il sopravvento, i ricordi riguardanti altre stagioni della vita, la fanciullezza anzitutto.
(…)
Da un ricordo particolarmente intenso, suscitato da un evento inaspettato, prende avvio la narrazione, che è tutto un dipanarsi di ricordi. Infatti, la vista di un ciliegio al di là di un muro, in terra di Sicilia, dove ora Ennio trascorre la sua incipiente vecchiaia, suscita il ricordo di un altro ciliegio, quello che un tempo, altrove, in una campagna ben più lontana, favorì il suo primo appagato incontro d’amore con Juliette.
Questo incipit del romanzo sembra avere un’impronta proustiana: quel ciliegio è come la madeleine della Recherche du temps perdu, quella madeleine che, inzuppata nel tè, col suo odore e il suo sapore consente di recuperare, di risuscitare il “tempo perduto”, cioè il passato: operazione, questa, che solo la memoria può realizzare. Ma, come vedremo più avanti, non sarà solo la storia dell’amore con Juliette a venire a galla nel vasto lago del ricordo.
La narrazione che segue è la rievocazione delle più significative vicende di cui è costellata quella storia d’amore, ma anche dei rimorsi di Ennio, dopo la sua grave colpa, e della sua successiva vana ricerca di Juliette: tanto vana quanto insistente, soprattutto durante gli anni immediatamente successivi alla separazione.
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… nella seconda parte del libro è un passato ancor più remoto rispetto al tempo di quell’esperienza, vale a dire sono gli anni della fanciullezza nonché la condizione attuale del personaggio a divenire prepotentemente oggetto della narrazione.
Evidentemente Ennio, ora che sente la vita sfuggirgli, avverte un bisogno irresistibile di recuperare, di riafferrare con il ricordo gli anni perduti e di ricapitolare a se stesso i momenti di felicità. La lettera che scrive, del resto, non arriverà mai a destinazione, perché non sa dove Juliette si trovi, ma è ben consapevole che scrivere risponde a un bisogno vitale: <<scrivere – egli dice – è ricordare, e ricordare è vivere>>.
È significativo, nella seconda parte del romanzo, che sia ancora una volta, proustianamente, una situazione presente a sollecitare il recupero memoriale del passato: è quella casa di campagna in cui ora Ennio si è ridotto a vivere in solitudine, quella casa in cui da ragazzo era solito andare ad abitare d’estate con i genitori, a suscitare tanti ricordi della perduta infanzia, ricordi questi che prendono decisamente il sopravvento su quelli della bella stagione d’amore con Juliette.
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Nella seconda parte del libro dal racconto del passato si passa frequentemente, attraverso un riuscita alternanza temporale, al racconto della vita presente di Ennio; così dal rapporto, o meglio dal contrasto, tra passato e presente emerge il tema del tempo che, scorrendo, trascina via la nostra vita; così noi mutiamo, non le cose, e mutando, rimpiangiamo gli anni dell’infanzia e della giovinezza.
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C’è, nella parte finale del romanzo, un luogo che è posto al centro della narrazione e che sembra assurgere a simbolo proprio del contrasto tra un passato luminoso, quello della fanciullezza di Ennio, e il presente che, scialbo, si dipana verso la fine della vita: è la villa dei Roccelli che sorge non lontano dalla casa di campagna in cui Ennio si è ridotto a vivere.
Quella villa un tempo, d’estate soprattutto, fu luogo di feste frequenti, ed Ennio, ancora ragazzo, aveva avuto la fortuna di esservi ammesso; lì egli aveva conosciuto Oria e con lei i primi turbamenti d’amore. Contrasta con quel tempo l’attuale stato di abbandono della villa e l’assenza dei Roccelli, da tanti anni ormai andati via. Ed Ennio, quando scopre per caso il ritorno fugace di uno di loro, uno dei figli dei signori Roccelli, deve prendere coscienza dell’abisso temporale che lo separa dagli anni dell’infanzia. Tullio Roccelli, che non vedeva da tanti anni e di cui serbava nei ricordi l’immagine di un ragazzo, è ormai un uomo attempato come lui: <<Ora anche io abbracciavo lui. – racconta Ennio – Erano due vecchi che si abbracciavano, e in quell’abbraccio, ritrovando i loro ricordi, ritornarono per qualche attimo a ritrovare i ragazzi di allora. E più triste rese la vecchiezza l’uscire da quel breve tuffo in quel tempo lontano>>.
E quella che un tempo era stata era stata la giovane e bella signora Roccelli, è ora una vecchia novantenne svanita; constata, infatti, malinconicamente Ennio: <<E l’immagine che avevo fra i miei ricordi di quella bellissima e affascinante signora al cui fascino non erano sfuggiti neanche i sogni di alcuni ragazzi, … ora mi vedevo costretto ad aggiornarla con quest’altra immagine di una vecchia stanca e svanita>>.
La stessa Oria, la ragazza di un tempo che aveva avviato Ennio alle prime esperienze d’amore, non c’è più, e per sempre, perché è morta.
La narrazione, in queste pagine finali del romanzo, tende a tratti a risolversi in poesia, la cui nota più significativa è un turbamento, sia pure contenuto, di fronte al destino di dissoluzione cui la vita è condannata: <<Ma dov’era il mio mondo? – si chiede Ennio – Dove le persone che hanno popolato la mia vita, pur se in parte tanto solitaria? Alcune non c’erano più; di altre non sapevo più niente; di altre ancora niente mi importava; con altre continuavo a dialogare, ma a una sola voce. E anche di queste non sapevo più niente o, magari, e ne avevo scoperto un caso, non erano più neanche in vita. Tutto mi si stava spegnendo attorno. E io già cominciavo a non essere altro che un contenitore di ricordi>>.
È prosa poetica questo brano ovvero poesia in prosa, che prova come la parte finale del libro sia caratterizzata da una disposizione fondamentalmente lirica che rafforza quel legame, di cui si è già detto, del romanzo con le precedenti opere in versi di Marziano.
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Così la vicenda di Ennio trascorre da una dimensione inizialmente personale verso una dimensione universale; non solo egli ha travalicato i confini della sua storia d’amore con Juliette, ma ha voluto abbracciare, attraverso il recupero memoriale del passato, un’intera vita, la sua; e la sua vita ora sembra assurgere a simbolo dell’umana condizione, del dramma, comune a tutti gli uomini, della lenta dissoluzione dell’esistenza attraverso l’avvicendarsi di momenti lieti e tristi.
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Ecco, il pregio del romanzo di Marziano, con particolare riferimento alla seconda parte dell’opera, risiede proprio nel fatto di consentire di riconoscere nella personale vicenda del protagonista il mondo intero, gli uomini tutti, per dirla con Saba, ovvero di esprimere, citando Caproni, <<una verità che vale per tutti>>: e non solo attraverso il personaggio di Ennio, ma anche attraverso Juliette.
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Nel romanzo, invece, colpisce la finale condizione di solitudine in cui Ennio si è relegato, nonché l’assenza di attivismo nel ricercare qualche rara nota lieta che la vita può ancora riservargli.
Questa solitudine del protagonista è forse espressione della sostanziale solitudine in cui ciascuno di noi è costretto a stare “sul cuor della terra”, a compiere il proprio cammino terreno, a volte trafitto, sì, da un raggio di sole, come raggi di sole sono stati per Ennio l’infanzia e Juliette, per accorgersi poi che troppo presto scende la sera della vita, che ci troverà ancor più soli, come Ennio, nell’imminenza del momento supremo, quello della morte.
Dalla recensione di Giovanni Stella su “il dottore commercialista” Anno XIII – N. 3 Maggio – Giugno 2009
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… è pervenuto un dono contenuto in una busta bianca. Aperta la quale ho avuto fra le mani, ancora fresca di inchiostro, l'opera ultima di Benito Marziano (appena edita dalla Libreria editrice Urso, Avola 2009, pp. 160, euro 13), Juliette cara, con affettuosa dedica dell'Autore che mi ha emozionato.
Il riferimento esplicito alla Gréco per il nome Juliette si legge già nella prima pagina.
L'edizione si presenta in bella veste grafica. La copertina riporta un carboncino bene realizzato da Nunzio Coletta, raffigurante un volto di donna: labbra sensuali, naso alla francese, occhi grandi e scuri come i capelli.
E' Juliette, ovviamente, il titolo del carboncino, come lo è quello del volume. Che sostanzialmente è, o comunque vorrebbe essere, una lettera, lunga 156 pagine, che l'Autore e con l'eteronimo di Ennio, uomo maturo, scrive al suo primo e unico amore giovanile, Juliette. L'amata all'epoca fu perduta irrimediabilmente per un tradimento di lui, che procurò un risentimento forte e irrecuperabile in Juliette che sparì, senza che la ricerca costante, accurata e spasmodica di Ennio fosse riuscita a trovarla, né a sostituirla con qualsiasi altra.
Una lettera tanto lunga? Ebbene sì.
Nessuno pensi di storcere il naso o sia scettico sulla tenuta dell'interesse per tante pagine o tema di scadere nella noia. Niente di tutto ciò.
L'opera di Marziano è pregevole sotto vari profili.
In primo luogo è mio fermo convincimento che Benito Marziano, ora per allora, e cioè in età matura, ma riportandosi indietro con la moviola della memoria, con dovizia di particolari, la precisione di un orologio svizzero e una realtà che sembra fotografata da un ottima macchina da presa, ha descritto l'indescrivibile, cioè l'Amore giovanile fra Ennio e Juliette.
Un amore vero, sentito, passionale, umano, erotico, spirituale, forte, intenso, bruciante, assoluto, lacerante, possessivo, emotivo, esclusivo, incerto, ineguagliato...
Un amore fra due ragazzi che sembrano usciti da alcuni dei più bei versi di Jacques Prevert.
Ma per dar contezza di ciò è meglio lasciare, per qualche breve passo, la parola direttamente all'Autore.
“(...) ricordo, e mi sembra di vivere ancora quei momenti. Non ho mai smesso di rimpiangerli, e non ne ho avuti di simili con nessun'altra, né prima né dopo... Eppure, sapevi amare come nessuna...”
“(...) Ti amavo tanto. Tu non lo credesti mai interamente. E io ti amo ancora come allora (...) Ti accadeva spesso di essere di cattivo umore... Poi, magari d'un tratto tutto cambiava e esplodevi in uno stato di euforia, di gioia, di felicità che mi stupivano. E io impazzivo d'amore”.
“(...) <>.
L'opera inoltre si avvale della puntuale presentazione di Salvatore Salemi, che ha saputo cogliere lo spirito e le motivazioni che hanno indotto l'Autore a scrivere quella lettera che, peraltro, non e' stata, ne' mai potrebbe essere spedita, quantomeno per ''irreperibilità'' del destinatario.
Ennio ha cercato Juliette, dopo la scomparsa, per mare e monti e per lunghi decenni. Invano.
È come se avesse inseguito – tal è stato forse il vero movente della lettera – ora, uomo maturo, una stagione andata: la giovinezza. Vano e inutile tentativo anch'esso. Ogni fantasma di gioventù è sparito in lui come in ciascuno di noi, anche se ognuno tenta di riaverlo come l'Admeto di Rilke: Anni chiedeva di giovinezza, non anni, mesi, giorni, almeno una notte soltanto, questa. ''Ma il dio negava. Gridò allora Admeto vani richiami a lui, forte gridò, come gridò sua madre al nascimento”.
“(…) <>.
Il ritorno con la memoria alla gioventù è in Marziano, come in chi ora scrive, e forse in ognuno, un atto dovuto e ricorrente, anche se procura una intensa nostalgia, una forte sofferenza.
Memini ergo sum, ricordo quindi esisto, era solito scrivere Bufalino. E attraverso il ricordo operava il Riessere, come tentativo di rivivere il momento andato.
In fondo lo stesso fa Marziano, che in quanto a pessimismo, poi, non è secondo né a Bufalino né a Leopardi. E direi a buon diritto.
La lettera, dunque, credo, ha due destinatari. Il primo, quello apparente, Juliette, la donna da Ennio amata in gioventù che lo ha come mummificato, impedendogli di vivere un'altra vita con un'altra donna. Ma in fondo lui è stato ed è felice così.
Juliette e quel breve periodo di gioventù così vissuta per Ennio sono l'intera vita che val la pena di vivere così: quei momenti e poi il ricordo costante ...
Juliette costituisce difatti non soltanto l'unico vero amore, ma è anche l'inno all'amore assoluto; essa stessa rappresenta la gioventù di entrambi alla cui vana ricerca reale Ennio ha speso tutta la sua vita fino alla scrittura della lettera che ha un altro ben preciso destinatario: se stesso.
Ennio, ormai uomo maturo, si avvia a una sorta di bilancio della sua vita passata, chiedendosi poi se questa ha anche un presente e se avrà un futuro.
“(…) <>.
Il presente è dramma. E qui merita riportare un brano dell'Autore le cui parole sono come scolpite nella roccia.
“Mi sorse il dubbio che, da anziano, non capivo neanche il mondo degli anziani, che era il mio mondo. Non sapevo niente di come vivono gli altri anziani come me, io non avevo più prospettive e desideri, vivevo senza futuro, la mia vita era tutta alle mie spalle, lontana. La guardavo come se fosse la vita di un altro, come se mi fossi sdoppiato, lasciando dietro e lontano un altro me stesso felice ma fermo a quel tempo che ormai era passato, mentre io, quasi un guscio vuoto, avessi continuato ad andare avanti, un guscio con dentro soltanto dei ricordi e dei rimpianti”.
Ecco, c'è la presa d'atto consapevole del tempo che inesorabile scorre in ogni essere umano, portandolo verso il degrado fisico e perciò verso un futuro, fine della vita stessa, che con la morte estingue del tutto l'esistenza.
Non c'è scampo. Non c'è speranza di risarcimento alcuno in avvenire. Dopo la morte non c'è più niente. Si torna in quel “nulla” da dove veniamo.
Così pensa Marziano, in totale sintonia con il pensiero di chi ora sta scrivendo.
Dunque la lettera è catarsi liberatoria della sofferenza, poiché è una presa di coscienza di una realtà passata non più riproponibile, se non attraverso un succedaneo: il ricordo.
Il tono lirico delle pagine ultime della lettera, che sono di poesia in forma di prosa, fa sì che questa opera di Marziano si farà apprezzare dal pubblico e dalla critica ben oltre una bella pagina di letteratura, in quanto attraverso questa investe il mondo esistenziale dell'essere umano, sul quale ciascun lettore sarà portato a una profonda riflessione.
Giorgio Bàrberi Squarotti ha scritto (corrispondenza privata con l’autore):
(…) romanzo di difficile e doloroso amore, raccontato con grande sapienza della parola e con tanta partecipazione del cuore. È un’opera che spicca per verità e intensità fra i romanzi di moda, così poveri, banali, mal scritti. (…)
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