UNA GIORNATA SENZA FINE
Cercando nella memoria, Ester non riusciva a ricordare di aver vissuto così a lungo in un solo giorno. Quel giorno aveva fatto tutto quello che c’era da fare, sbrigato tutte le faccende mattutine e pomeridiane: accudito la casa, giocato con suo figlio, discusso con suo marito, quasi litigato con sua suocera, fatta la spesa della settimana, caricata la lavatrice, stirato, spolverato, cucinato e infine, quando credeva che la giornata fosse arrivata alla fine, si era seduta per riposarsi sul divano di casa, per rilassarsi, godersi cinque minuti di meritato relax mentre suo figlio dormiva. Si lasciò andare pesantemente sull’invitante sofà con un lungo sospiro di sollievo. Si accomodò nella nicchia della sua momentanea solitudine e chiuse gli occhi.
Non stava pensando a niente, non aveva più niente a cui pensare e per il momento si comportò come se avesse a disposizione molte ore di ozio.
Era circondata, assediata dal tempo. Lui solo sapeva dove cominciasse e dove finisse il giorno. Lui solo e di certo non Ester. Ester aveva tempo, tutto il tempo del mondo ma era quel tipo di tempo che il destino elargisce a tutti, senza distinzioni a patto però di non intervenire con proprie idee nei suoi progetti. C’erano delle regole da rispettare, Ester lo sapeva bene o meglio lo intuiva tutte le volte che , come in quel momento, si gettava sul suo amato divano per mettersi in pari con quelle ore della sua vita che esigevano un minimo di attenzione. D’accordo: a ciascuno il suo. Era una lotta quotidiana, fatta di orologi appesi alle pareti e display da controllare con un’occhiata, di calcoli mentali e sogni da ripartire tra realtà e fantasia.
Era quello il punto focale della questione: riuscire a camminare in perenne equilibrio sul filo teso ma sottile che il destino dipanava con estrema maestria, giorno dopo giorno, sotto i suoi piedi, controllando il suo respiro, il battito del cuore, i pensieri, le parole e controllando se era brava o meno a dividere il giorno in parte commestibile e in immondizia.
Non riusciva a concepire che potesse essere anche lei l’artefice del suo destino, perché lo pensava come un individuo dal fare losco e sfuggente, distante da lei, perennemente preoccupato di tirare le fila delle vite umane e seduto al suo tavolo da gioco, a rimescolare le carte della sorte, a togliere e a dare a seconda dei casi e degli individui che aveva deciso di accogliere sotto le sue ali di velluto graffiante.
Per parecchi minuti, Ester cercò quel giorno di riportare a mente quando un’altra volta aveva formulato i medesimi pensieri. Quando era stato che si era sentita così stanca e sotto controllo? Quando aveva provato quella sensazione di prigionia? Quando aveva intravisto uno spiraglio, una via di fuga per accorgersi, invece, che era solo l’ennesima svolta nel labirinto?
Era stato quando era venuta a sapere della morte della sua più cara amica in un incidente stradale? Oppure quando, alcuni mesi prima, aveva scoperto per puro caso una scappatella extraconiugale di suo marito e aveva deciso di ignorare tutto, per il bene del loro figlio e perché ancora amava quel bastardo? Il bastardo, a proposito, non sapeva che lei sapeva e quella situazione poco chiara le dava a volte una percezione distorta di tutto quello che avveniva nel suo matrimonio. Si era sentita una donna forte quando aveva deciso di mettersi “fette di prosciutto sugli occhi”, si era sentita talmente brava a perdonare, talmente grande nel farlo, che per un giorno intero aveva pensato di averla avuta vinta, almeno per una volta, sul destino. Ma poi il tempo, alleato di ferro del destino, era passato misericordioso e medicamentoso sulle sue ferite di donna fragile ed esposta agli schiaffi e ai pugni sulla testa del destino. Le ferite si erano rimarginate ed Ester aveva compreso che, nonostante tutto era stata sconfitta e il suo sacrificio inutile.
Quindi le era stato dato altro tempo ma, a quel punto, non sapeva che farsene. Avrebbe voluto gridare in faccia al mondo intero che lei era innocente, che ci teneva al suo tempo e a non sprecarlo e che lei lo aveva sempre usato nella maniera migliore ma che erano passati i vandali del destino, mandati da lui stesso, e le avevano distrutto il bel giardino fiorito e lussureggiante costruito durante i primissimi anni di vita coniugale. Non tutto si poteva prevedere. Lei non era un’indovina, era una moglie e una madre e, prima di tutto solo una donna, come tante. La giornata non era ancora finita.
UNO SGUARDO ALLA NOTTE
Fuori era di nuovo tutto imbiancato. Dentro invece era tutto silenzioso. Il ticchettio della piccola sveglia alle sue spalle, scandiva un tempo dai contorni talmente definiti che era una noia tormentosa vedere quanto di quel tempo ne fosse passato.
Non ce n’era bisogno. Lo sapeva così bene quanto ne fosse passato che si chiedeva, ad un certo punto, perché esistevano le sveglie.
Il trascorrere del tempo lo poteva agevolmente leggere sul volto liscio della notte che a tratti, però, si copriva di una tendina bianca e fragile fatta di fiocchi di neve; una tendina che se vista in controluce oltre al bianco svaporava nel grigio, poi nel nero, nel giallo oro senza scopo della luce di un lampione e infine nel vuoto più assoluto.
La croce azzurra posta in cima alla chiesa segnalava, come un faro nella tormenta, che la notte era ancora lunga, che la domenica era passata senza che lei fosse andata a pregare nella chiesa lì, a due passi, che il giorno dopo sarebbe stato incerto come la nebbia, senza contorni, senza misure, senza geometrie, senza appigli.
Sarebbe stato un bene se un poco di rette e di linee, di figure geometriche se le fosse create, almeno mentalmente.
Direzioni virtuali, schemi mentali che, creati durante la notte potevano servire da apripista durante il giorno.
Cerchi, triangoli o rettangoli dove racchiudere il senso delle cose ma non l’essenza della sua vita, quella mai.
Allora si alzò. Andò a guardare fuori, dato che aveva appena finito di guardarsi dentro trovandoci solo rompicapi e labirinti, puzzle a cui mancavano pezzi fondamentali, catene spezzate ma che permanevano sospese e senza scopo, finestre senza più ante, scale che non portavano da nessuna parte, luoghi onirici pieni di realtà, guardò fuori e com’era quella notte?
Subito s’insospettì. Non poteva essere l’ennesima notte di vera solitudine, quella che si prova anche quando si sta in mezzo alla gente…quella era piuttosto una classica, banale notte di attese indefinite, il tipo di notti più sopportabili eppure…
Fu uno sguardo lunghissimo quello che lasciò in eredità a quella notte, affinché se ne ricordasse e ne prendesse atto: lei l’osservava.
La giornata che aveva vissuto era stata una via per giungere a quella notte e per arrivare a capire che si era sbagliata ancora una volta.
La notte, a sua volta, le aveva restituito uno sguardo di solitudine e arrendevolezza che lei decise di ignorare. O finse.
Aveva infatti notato qualcos’altro: una sorta di desolazione negli angoli più nascosti di quella notte stracciona, come un muto messaggio di pietà, come se la notte le avesse voluto dire: ”Guarda che io più di questo per te non posso fare! Adesso vattene a dormire e non metterti a sognare, dormi e basta”.
La notte allora, doveva difendersi da uno sguardo, da un semplice suo sguardo? L’avrebbe lasciata in pace, l’avrebbe lasciata finire.
Il ticchettio petulante era continuato per tutto il tempo del segreto dialogo con la notte ma né lei, né la notte l’avevano più ascoltato.
In seguito le fu chiaro che entrambe sapevano bene che il loro tempo passava comunque allo stesso modo e che, incredibilmente o forse insopportabilmente, non c’era mai stata nessuna sostanziale differenza fra le loro due esistenze.
LA NEVE E IL MARE
Un giorno d’inverno, di molto tempo fa, un’onda marina più alta del solito vide da lontano con i suoi occhi di spuma salata, una bianca linea il cui riverbero spiccava sotto il cielo plumbeo.
Prima di ricadere sulla sabbia fredda e scura, prima di sciogliersi in mille e mille bolle grandi e piccole per poi ritirarsi come un bianco foulard di trine riavvolto da un’invisibile mano, l’onda pensò che qualcosa di nuovo e strano doveva aver visto. Perciò, tornò ad innalzarsi più alta ma non minacciosa e fu così che potè distinguere meglio cosa fosse quella soffice massa bianca che sembrava avvicinarsi.
Quando ormai era di nuovo indistinguibile da tutte le altre onde ed essa stessa divenne il mare, l’onda indovinò (o glielo disse il mare) e decise che avrebbe chiesto alla neve perché fosse arrivata fino alla spiaggia. Ma la neve la precedette.
Alcuni grossi fiocchi cominciarono a cadere nel mare e ovviamente di essi non restava niente. Col passare del tempo però, cominciò a formarsi sulla sabbia un leggero manto bianco che lentamente andava ingrossandosi. L’onda tornò ad innalzarsi sopra il cumulo di neve perché voleva sapere a tutti i costi i motivi di quella visita così insolita e inattesa.
Un po’ di neve finì inghiottita dalla spuma ma tutta quella che il mare non poteva inghiottire cominciò a parlare con l’onda.
- Sei tu il mare?- chiese la neve con la sua voce d’acqua serena e mobile.
L’onda che faceva da portavoce, s’infranse rumorosamente sulla sabbia e nel farlo rispose con parole gorgoglianti e sciacquose:
- Si, io sono il mare e tu, che sei la neve, perché vieni fin quaggiù?-
All’improvviso un colpo di vento gelido e dispettoso spazzò via, chissà dove, quella neve parlante e l’onda non potè udire la risposta.
Ma la neve, paziente di natura, continuò a cadere e ben presto, allontanatosi il vento, il dialogo ricominciò.
-Come sai che io sono la neve se prima d’ora non mi avevi mai vista? -
- Sei tu, certo! Sei la neve che viene da lontano e so che vuoi sapere da me qualcosa…!
L’onda si riavvolse su se stessa e poi giù, si allargò sfilacciandosi sulla sabbia.
- Come sei sapiente! Si, è vero, ho qualcosa da chiederti e non sapevo fino a ieri se arrivare o no fin quaggiù. Ma ora che sono qui, devo anche dirti che non è da disprezzare il posto dove vivi!-
La neve continuava a cadere placida e creava uno spettacolo insolito di fronte al mare mobile e grigio, sotto la luce viva di alcuni lampioni sul lungomare deserto.
- Grazie, sei gentile- rispose l’onda facendosi un po’ più piccola. - Ma adesso, ti prego dimmi il motivo della tua visita!-
La neve ad un tratto si fece più intensa. Cominciò a cadere fitta e anche il cielo diventò di un blu cupo.
- Guardami mare, vedi come sono? Sono fatta così: di miliardi e miliardi di fiocchi e non riesco mai a capire come mi vedono gli altri. Il vento può disperdermi, il sole mi scioglie, l’acqua mi inghiotte ma come sono io veramente? Come sono tutta intera? Come mi vedi tu?-
L’onda acquistò una forza incredibile. S’innalzò un poco minacciosa e mentre andava a spaccarsi sulla dura sabbia rispose: -Ti vedo così come sei, nella tua essenza e come tu ti vedi. Ti ho subito riconosciuta quando sei apparsa all’orizzonte. Eppure siamo completamente diversi. Io sono il mare freddo e spaventoso come tu mi vedi adesso, ma posso essere caldo e chiassoso. Tu sei la neve, bianca, gelida e pensosa, ma puoi anche creare silenzio ed essere anche tu un’occasione di svago. Non potremmo essere più diversi eppure ti ho riconosciuta. Perché chiedi a me come ti vedo? -
L’onda tornò indietro ma poco dopo avanzò correndo con la spuma delle sue parole e continuò:
- Anch’io però sono fatta di miliardi e miliardi di gocce. Il vento può ingrossarmi rendendomi pericolosa; l’uomo può inquinarmi e allora più nessuno, specie i bambini, viene a trovarmi. Tu sei la neve e io ti vedo così come sei. Io sono il mare e tu
dimmi allora, come mi vedi?-
- Ti vedo come una forza della natura. Però, credo di aver capito che lo siamo entrambi, siamo figli della stessa dea, anche se le nostre nature sono così diverse, esistiamo e questo è ciò che conta di più-.
Quando l’inverno finì e arrivò l’estate, il mare non si ricordava più di aver parlato in un giorno lontano con la neve e la neve ormai altrove aveva dimenticato le parole del mare. Ma quel giorno c’era stato qualcun’altro che li aveva ascoltati ed era stato il vento. Aveva raccolto tutto nel suo sacco senza confini ed era fuggito in direzione dell’infinito.
Per questo motivo, a volte capita che d’estate un refolo di vento fresco ci faccia pensare all’inverno che prima o poi arriverà.
Oppure capita che nell’inverno più profondo, una inattesa giornata di sole ci faccia pensare alla primavera, che prima o poi dovrà esplodere in tutto il suo splendore, trasportata da un nuovo e dolce vento, per dissipare lentamente le ombre nei cuori e ravvivare sogni e desideri.
GUSCIUS
“Si, si! Qui bisogna rientrare nel guscio e rimanerci il più a lungo possibile!”- si disse la signorina Tartar in un afoso pomeriggio di agosto.
La signorina Tartar, è una donna-tartaruga ancora abbastanza giovane e molto vanitosa, ahinoi!
Si fa chiamare col diminutivo Tartar perché odia la parola “ruga”. La signorina Tartar non ne ha di rughe, data la giovane età, tuttavia non vuole assolutamente sentirne parlare, nemmeno sussurrare. Una volta che è rientrata nel guscio la signorina Tartar è in grado di rimanerci per intere settimane, per mesi.
Per nutrirsi si serve della sua capace bocca di tartaruga che è attaccata ad un collo non molto lungo e per nulla grinzoso. Quando avverte certi invitanti odorini salire fino a lei, su al secondo piano della grande casa dove vive e vegeta e dove trascorre la maggior parte delle sue giornate, la signorina Tartar allunga un po’ il tozzo collo per odorare meglio, inspirando voluttuosamente l’aria intrisa di profumi di cucina.
Lo fa anche per stimolare meglio le cellule olfattive che in questo modo si sono sviluppate a tal punto da diventare sensibilissime. “Dunque – si dice poi – la cena è pronta. Orsù, incamminiamoci per dabbasso!”
Ecco, la signorina Tartar parla con se stessa un po’ difficile per tenersi in allenamento ed evitare quindi di profferire il minor numero possibile di vocaboli dialettali.
Lo so, è alquanto strana ma è fatta così. Quando miss Tartar si siede a tavola, il suo appetito aumenta all’improvviso e in men che non si dica si è mangiata il primo piatto (va matta per la pasta asciutta e la pasta ripiena quando c’è!); il secondo con il contorno, la frutta, il formaggio, il dolce e si è bevuta in un baleno il caffè, corretto a volte con un amaro preso dalla credenza.
Mentre miss Tartar si rimpinza a dovere, va in onda il telegiornale che trasmette la notizia di una giovane donna che dopo aver partorito ha gettato il neonato in un cassonetto dell’immondizia, dopo averlo chiuso in una busta di plastica. Miss Tartar, a sentire questa notizia smette per un attimo di masticare e commenta: “Perché l’ha messo in una busta di plastica? Aveva paura che si sporcasse?” Si, lo so cosa state pensando: miss Tartar ama fare della facile ironia per darsi delle arie e stupire tutti in famiglia, così crede almeno, e poi perché si ritiene una donna- tartaruga molto spiritosa.
Poco dopo ha già ripreso a masticare mentre si è passati ad un’altra notizia che nemmeno ascolta.
Infatti a miss Tartar del telegiornale in realtà non gliene importa granchè, un po’ perché è impegnata a consumare i cibi sulla tavola che dopotutto sono stati messi lì apposta e un po’ perché la sua natura di donna-tartaruga la porta ad essere egoista e meschina e la obbliga, ma lei accetta di buon grado quest’obbligo, a pensare solo ai fatti suoi e a concludere sempre, ogni volta: “Ma in fondo io, che posso farci?”
Così miss Tartar trascorre la sua vita con la lentezza di una tartaruga (non ditele però che ho pronunciato per intero il suo nome!) e la consapevolezza che tanto il mondo va avanti ugualmente anche se lei se ne sta rintanata nel suo comodo guscio.
Può una donna-tartaruga avere degli amici? Certo, ma non per molto tempo. L’amicizia è l’unico sentimento che miss Tartar non riesce mai a portare avanti per molto tempo, essendo la lentezza e una certa trascuratezza le sue principali caratteristiche.
Ha avuto molti amici e altrettanto ne ha persi e qualcuno da considerare come un vero amico o una vera amica e che tale la considerano, per fortuna ancora c’è. Questo è molto importante specialmente quando si avvicinano le festività natalizie.
Può servire per ricevere e, forse fare regali ed ecco che a questo punto prevale però l’egoismo di miss Tartar. Ma in realtà, miss Tartar ne fa di regali? Un Natale si, un Natale no! Oppure due natali no e uno si. Si sa, sono calcoli che bisogna sempre fare e che miss Tartar fa senza porsi troppi scrupoli. Se per un Natale non riceve niente, miss Tartar pensa che è il Natale del “no” per chi dovrebbe farle un regalo e quindi non se ne rammarica più di tanto. Pensa che anche gli altri ragionino allo stesso modo di come ragiona lei. Ma mentre si perde in simili congetture, ha già perso altri amici. Così, a lungo andare, miss Tartar perde tutto tranne il suo guscio.
Il Natale passa come tutte le ricorrenze e le cose di questo mondo. Un anno finisce e si compie il rito dell’addio ad altri trecentossantacinque giorni. Il giro di boa è avvenuto e siamo già a Primavera. Tutti gli animali si risvegliano dal lungo letargo invernale tutti meno un animale: la donna-tartaruga. In Primavera miss Tartar dorme più che mai. Su di lei la stagione del risveglio non ha alcun effetto in tal senso, anzi miss Tartar provvede ad inspessire le pareti del suo guscio per poterci stare ancora più comodo dentro. Anche se sa benissimo che è giunta l’ora di fare pulizia dall’interno verso l’esterno, miss Tartar rimanda sempre e lenta com’è è capace di arrivare fino alla successiva estate nelle stesse condizioni in cui stava in inverno.
Ma che volete, c’è sempre tanto d’altro da fare, magari mansioni o piccoli servizi inutili sempre a discapito della pulizia del guscio che è praticamente l’ultimo pensiero della nostra cara donna-tartaruga.
Con ciò non voglio dire che a miss Tartar piaccia la sporcizia, anzi! E’ solo che non le va proprio di socializzare e nemmeno di far cambiare aria alla sua casetta! Il suo piccolo regno, in realtà, è abbastanza lindo è grazioso, molto ben arredato e pieno di libri. Ci sono stata una volta all’interno del guscio e devo dire la verità, era tutto a posto o quasi, decoroso, semplice, pulito, ordinato e funzionale. Mi è venuta voglia di suggerire a miss Tartar di provare a essere più disordinata e a uscire di più, ad aprire anche qua e la qualche finestrella dall’interno del guscio verso l’esterno! Dapprima finse di non aver capito bene, poi afferrò un bel cespo di lattuga della quale è ghiotta, e me lo tirò addosso con una certa violenza. Immediatamente dopo mi cacciò dal guscio. Non vi ho mai più rimesso piede e me ne dispiace perché era un guscio raro e niente male, dopo tutto. Avrei voluto studiarlo meglio perché era ricco di informazioni preziose sulla cocciutaggine e presunzione umana nonché su vari altri interessanti difetti che miss Tartar pareva possedere.
Quindi, addio miss Tartar! Da allora sono passati molti anni e ormai avevo perso completamente le tracce di questo singolare essere vivente.
Si, ho detto “avevo”, perché infatti le ho fortuitamente ritrovate.
E’ accaduto l’anno scorso, lungo la spiaggia del Mare Della Vita, come a volte viene chiamato l’esistere.
Era proprio miss Tartar in tutta la sua maestosa lentezza e solitudine. Prendeva il sole su uno scoglio battuto dai venti marini con indosso un costume niente male, tutto a placche d’oro, verdi e marroni. Lei però sembrava diversa da come la ricordavo. Mi sono avvicinato per sincerarmi se fosse proprio la mia cara miss Tartar ed era davvero lei, sempre lei e sempre sola nel guscio. Ma a ben guardare…no, non era possibile! C’era una vistosa crepa nel guscio, si, proprio sul lato dove batteva implacabile il sole.
Com’era potuto accadere e quando? Forse miss Tartar mi aveva poi dato ascolto dopo avermi cacciato molti anni prima? Forse si. Tutto poteva essere successo, tutto o niente.
In quel momento, mentre galleggiavo nel Mare Della Vita, mi fece un po’ pena e decisi di farle una sorpresa. Le sbucai davanti all’improvviso da sott’acqua e lei si spaventò moltissimo. Si mise a sedere di colpo sullo scoglio e mi fissò con gli occhi spalancati. Per qualche secondo non mi riconobbe. Continuavo a tenermi a galla nel Mare Della Vita e sentivo che l’acqua era molto profonda. Miss Tartar si calmò e si stese di nuovo a prendere il sole inforcando un paio di occhiali da sole che mi sorpresero per la loro grandezza. “Sono per nascondere queste maledette rughe!” mi disse miss Tartar e si rimise comoda nel suo guscio.
Rimasi per un attimo a fissarla mentre dondolavo nell’acqua ma non le risposi, anzi mi allontanai da lei, dalla donna-tartaruga. Mi rituffai e nuotando sott’acqua riemersi quasi a riva, lontano dallo Scoglio del Tempo sul quale in quel momento batteva un forte sole. Fu allora che pensai: “Miss Tartar non si muoverà più da lì! Ma il suo guscio la proteggerà per sempre”.
L’avrei ritrovata ogni estate, ne ero sicura e quellaa volta non aveva neanche parlato difficile ma aveva parlato come tutti.
D’un tratto, provando un brivido di freddo, pensai che un giorno sarei arrivato anch’io sullo Scoglio del Tempo e che ci sarei arrivato probabilmente senza guscio.
“Bene – pensai – allora questa è una sfida! L’accetto miss Tartar e vedremo chi resisterà fino alla fine!-
Così, spensi il videoregistratore e andai a dormire.